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Tra qualche ora nelle librerie.

La quarta di copertina:

La storia feroce, troppo spesso negata, della Camorra Barese.

Dalla introduzione:

Quella che avete tra le mani, infine, è una grande speranza. Quella che finalmente e per davvero si possa cominciare a discutere con gli strumenti migliori, in tanti, di legalità e sicurezza, nella nostra città. Guardando a Bari ed al sistema criminale che ne strozza le potenzialità, senza aver paura di leggere questo sistema per quello che è: una Mafia. Senza nasconderla o negarla come per troppo tempo si è fatto. Per poterla comprendere davvero fino in fondo e per riuscire ad avviare, finalmente, una stagione vera di riscatto e riscossa. Per una volta, tutto insieme!

Bari Cal.9 – Adesso è tutto vero!

Mi fa piacere informarvi che è davvero in dirittura d’arrivo “Bari Cal.9 – Storia della Camorra Barese”. L’edizione con le correzioni di bozza accettate e la revisione globale è stata consegnata in questi giorni. Ed era quella completa di Biografia, Introduzione, Dedica e Foto… Per cui, sì, ci siamo davvero.
Emozionato? Tantissimo. Ma soprattutto desideroso di cominciare l’avventura delle presentazioni, confrontarmi coi lettori, parlare del mio libro, non solo lasciarvelo leggere. Perchè i feedback, su un lavoro che disvela una realtà, sono sempre la cosa più importante. Chiaramente qui sarete sempre informati su tutto il percorso.

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Proprio per questa ragione… qui prima che altrove… una succosa anteprima.

La copertina? Eccola qua!

Work In Progress – Bari Cal.9

Ok, sembra ormai davvero questioni di giorni.

La grande emozione è stata poter tenere tra le mani, solo virtualmente, anche l’impaginato del libro. Siamo davvero alle battute finali.

Adesso, davvero, a lavoro di nuovo, per la preparazione di un tour che permetta a questo volume di lasciarsi conoscere anche fuori dall’etere E far conoscere il mio lavoro e questa storia – che è un pezzo della storia di Bari, anche e soprattutto ai non addetti ai lavori. A chi curiosa, a chi sonnecchia, a chi si arrabbia e si indigna ed ha voglia di capirci di più.

Ed è ora di pensare anche di far uscire questa storia dai ristretti circuiti della discussione, tutta pugliese, sulle mafie. Perchè a chiederlo, per primi, sono i magistrati e gli operatori di pubblica sicurezza a tutti i livelli. Perchè loro, che queste emergenze così particolari come quelle delle manie pugliesi le fronteggiano ogni giorno, non ce la fanno più a convivere con lo status di “contrasto ad una mafia in sedicesimi”. Hanno voglia di essere presi sul serio. Anche e soprattutto perchè una battaglia così si vince solo se tutti cominciamo a prenderle sul serio queste Mafie Pugliesi.

Cominciando soprattutto a chiamarle col proprio nome. E conoscerne la storia.

A prestissimo davvero. Ed ancora grazie a tutti!

Un add-on doveroso

Pochissime parole per giustificare un ritardo minimo nel fornirvi notizie e work-in progress sul libro “Bari Cal.9 – Storia della Camorra barese”. Di fronte alle escalation delle ultime settimane si è imposta la aggiunta di una appendice che colmi l’anno che sta andando in archivio. Perchè è stato un anno denso di avvenimenti importanti. Dalle ordinanze e dai maxi-blitz ai processi. Dalle guerre agli omicidi eccellenti.

Non potevamo permetterci di uscire con un libro che analizzasse la Storia di questo fenomeno e si presentasse però ai lettori ed alla discussione monco di una parte così importante dell’analisi e della ricostruzione.

Perchè, sia chiaro a tutti, quella che la Camorra barese attraversa in questi ultimi mesi, è una fase di ridefinizione generale di asset ed equilibri che effettivamente è da considerarsi storica. Una fase che porterà con sé, piaccia o no, cambiamenti epocali – del resto lo sta già facendo, in gangli vitali.

Per cui, stay tuned, restate in contatto. Certi che quel che leggerete, per quanto possibile, sarà sempre assolutamente aggiornato.

“Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!”

Sì, torno sul discorso dei ragazzini con cui sto lavorando perchè poi, alla fine, c’è un dettaglio che mi fa una incredibile tenerezza. Ed è quella pietrina che portano come contributo anche i più incontenibili. Quelli indisciplinati per contratto con se stessi. Quelli che, se te li metti a fianco, finisce che la lezione la fanno loro. Perchè ne sanno tanto. Perchè hanno tanta voglia di dire – a volte anche solo per rimarcare un proprio ruolo in quella comunità – ma se stimolati nel modo giusto, ad un protagonismo costruttivo, sono i migliori assistenti che si possa avere.

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Tutti, ma proprio tutti, prima o poi, nell’arco di quelle ore che passiamo insieme, mi chiedono se non ho paura di essere ucciso. Mi chiedono se non ho paura di parlare. Mi chiedono se guardare non mi fa paura. Alcuni lo fanno con negli occhi anche una certa sfida. E quella sfida si spegne sempre davanti ad una semplice parola, una questione di metodo: “Non ho paura, perchè non sono uno sbirro…” Sì, l’uso di sbirro non è secondario. Con loro bisogna anche essere capaci di usare un gergo che li rassicuri. “Io non sono un poliziotto. Non dico nulla, prima che succeda. Il mio lavoro è scrivere libri, non mettere in galera le persone… per quello c’è la polizia e i tribunali…” – “Scusa e allora che scrivi a fare?” Perchè a quel punto hanno davvero bisogno di capire. E questo la dice lunga sul fatto che molto spesso non leggono terze parti in una guerra di fronte. Non riconoscono terze parti. Ragionano nell’ottica primitiva del “io contro te”.
“Io scrivo perchè una volta che ho guardato ed ho capito perchè succedono certe cose…” – “Quali?” – “Tipo perchè un quartiere intero diventa una piazza di spaccio…” – “Beh…” – “Io scrivo perchè quella cosa succede. E ti dico come fare perchè non succeda…” – “Tipo come arrestare…” – “Ancora? Io non scrivo per i poliziotti.” – “E come fai a non farla succedere, allora?” – “Adesso devono farlo i poliziotti. Poi io ti dico come fare per non farlo succedere più. Come cambiare le cose, così la gente che spaccia è di meno… capito?” – “Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!” (così, senza la O finale!).

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Anche solo quando ci arrivano, a capire che cosa sei e che cosa fai, pur se in maniera confusa, ti sorridono. L’aria di sfida diventa un’aria complice. Di colpo. Da una parte perchè di colpo non sei più un “nemico”, uno “della borghese”… Dall’altra perchè, sotto sotto, nemmeno il più vulcanico di questi bambini può ignorare la stigma che si porta addosso, sempre. E capire che esiste chi quel “marchio” sa leggerlo ed è capace di non stare sempre a guardarlo li rassicura.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

Lavorare coi ragazzini dei quartieri

Spesso, grazie alla vulcanica Rosa Ferro del “Nuovo Fantarca”, m capitano delle vere e proprie occasioni. Occasioni di “lavoro” ma anche e soprattutto di confronto con la realtà che studio. Grazie alla collaborazione con lei, capita ormai molto spesso di essere chiamato a organizzare incontri, dibattiti, lezioni, chiacchierate, nella cornice di progetti sociali ed educativi i più disparati. Da quelli rivolti ai ragazzi che si trovano in situazione di affidamento ai servizi per ragioni collegate con l’esecuzione penale minorile, a semplici incontri di tipo sociologico educativo nelle scuole, nel quadro dei tanti progetti che nelle medie e nelle superiori si possono organizzare per parlare ed educare alla legalità.

Ultimo, in ordine di tempo, un cartellone di incontri organizzati coi ragazzi di alcune scuole medie della città. Classi di terza media alle quali parlare del fenomeno delle baby-gang. Sono momenti importanti per chi come me studia e si occupa di fenomeni criminali e sociali – collegati a devianza e crimine. E sono importanti perchè, a Bari, città che studio più a fondo e più da vicino, questi incontri sono capaci di fornire una serie di feed-baci rispetto a teorie e riflessioni.
Lavorare, su temi di attualità criminale, con ragazzi che vivono il contesto difficile di alcuni quartieri problematici, in questi giorni, è stato stimolante. Ed utilissimo.

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Perchè ciascuno dei piccoli “studenti” che ha partecipato a quelle chiacchierate – mi è difficile chiamarle lezioni, per come le imposto, soprattutto – ha portato un sassolino al muro del mio lavoro. Anche i più indisciplinati e vulcanici sono stati capaci di stimolare una riflessione ed una validazione alle mie tesi. Oppure suggerirmi che, probabilmente, alcuni pensieri andrebbero calibrati meglio.

Fin qui il bello, di un lavoro del genere. Purtroppo, esistono anche risvolti negativi per esperienze così. Negativi perchè tristi. Spesso, più che tristi, tristemente rassegnati. Certo, è positivo verificare come sia assolutamente corretta la mia teoria sul “classismo” di certi fenomeni, e sull’uso improprio di alcune categorie; è di certo una conferma felice. Dietro, però, ci sta la amara consapevolezza che se le baby gang, a Bari, possono essere solo un fenomeno scimmiottato, tutto da inserire nell’alveo dei riti di maturazione e delle necessità di organizzare “risposte feroci” per difendersi dalla ferocia di un “mondo esterno” in cui si deve entrare e che si teme – come non temerlo, visto il bombardamento continuo di stimoli negativi e l’assenza di una rete un minimo solida di riferimenti rassicuranti – questo avviene non perchè, nei quartieri poveri, i ragazzi non avvertano le stesse necessità e non si attrezzino per dare risposte feroci a quel mondo. Il problema è che, in alcuni quartieri dove all’esclusione sociale tanti hanno risposto con le formule del crimine organizzato, lì i ragazzini si raggruppano secondo le formule non della gang, ma del clan. E lo dicono, ne fanno un vanto, un tratto distintivo ed indennitario. E qui, la replica precisa è quella dei modelli paterni, fraterni. Qui non c’è bisogno di ricorrere ai colori delle gang statunitensi o ai miti delle baby-pandillas meneghine. Qui ci sono “papà e fratmò” a dare l’esempio. E ci sono ragazzine che sanno già tutto, di come si entri nella “malavita” – la chiamano così ed è inquietante, perchè tra loro, i camorristi baresi, il loro sistema lo chiamano ancora così. E conoscono i sistemi di affiliazione diretta e di affiliazione liquida. E qualcuna di loro, nel parlarne, fa gli stessi simpatici errori lessicali, semina gli stessi refusi parlanti che sente in casa. Refusi ed errori che non sono casuali, ma sono “l’esatta norma” in quel mondo.

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Per uno studioso, ricevere conferme a valanga come quelle che mi hanno investito in questi giorni è di certo molto importante. Vi assicuro, però, che ci vogliono le spalle forti, davanti a questa realtà. Più ancora, ci vuole spalla e fegato nel rapportare questo mondo, quello che vive e pulsa e si prepara a venire al mondo – come sempre più feroce e determinato di quello che lo ha preceduto  – al mondo della politica e dell’intervento che li attende fuori, quei cuccioli di uomo. Ci vuole spalla e ci vuole fegato perchè, pur con quarant’anni e più di Camorra barese alle spalle, la classe politica e dirigenziale di questa città, dei suoi sistemi socio-etno-criminali conosce davvero molto poco. E rischia di far danno, perchè suppone di saperne.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

Qualche riflessione sulla manifestazione antifascista di ieri. Più che altro un appello…

Lo dico con profonda serenità. Ieri al presidio antifascista ci sono stato perchè era ed è imperativo esserci, a difesa dell’agibilità democratica. Sempre. Ma sono tornato a casa deluso. Molto.
Perchè, tranne che per alcune parole di Claudio Riccio e per l’intervento di Annalinda Lupis – che però il palco se lo è dovuto conquistare visto che gli organizzatori le avevano negato la possibilità di parlare – credo nessuno abbia voluto davvero guardare, negli interventi rigorosamente controllati dal palco, alle reali emergenze di questa città. Che si chiamano ghettizzazione, esclusione sociale, camorra. Ed a Bari, nei quartieri marginalizzati, dove i partiti ieri in piazza non sono più in grado di elaborare risposte ai problemi concreti, evidentemente non basta più nemmeno la cronaca nera per spiegare quanto urgenti siano le riflessioni su dove pezzi interi della nostra comunità si stanno muovendo.
42490476_272535053468635_7047119181782712320_nA Bari si spara e si ammazza. A Bari le comunità migranti faticano ad integrarsi completamente perchè vengono tenute ai margini anche da chi offre loro tuguri a nero come fossero casa – al Libertà più che mai, ma il PD che amministra ha bisogno che a farglielo sapere siano i vigili urbani, perchè nel quartiere non c’è più una sua presenza, attività politica, vigilanza. A Bari, in queste ore, si spara per conquistare il controllo sulle zone della movida della “Bari bene”, dove lo spaccio è una occasione irrinunciabile di cassa e controllo del territorio. Si spara e si ammazza tra la gente. Mentre ieri si parlava di fascismi, di chiusura dei covi. Senza un minimo di visione a lungo termine che impone anche la riflessione del “E dopo?” Nessuno che provasse a suggerire che forse, con pratiche di politica reale e quotidiana, incontro alle esigenze di ricucitura di quelle comunità ai margini, forse il “covo fascista” chiude da solo per impraticabilità del campo. E chi vive il quartiere torna a riconoscere a sinistra degli interlocutori credibili, validi, da ascoltare non solo quando ti parlano dei problemi quotidiani, ma anche quando provano a spiegarti quanto fascista ed inutile sia il decreto Sicurezza. Quanto pericoloso sia un Ministro degli Interni che non nomina la mafia quando parla del quartiere Libertà.
A Bari c’è un ritorno del fascismo? Forse. Un riaffacciarsi, magari. Ma è conseguenza dell’abbandono di determinati campi da parte della sinistra. Casapound, oggi, a Bari, corre ad occupare spazi colpevolmente lasciati vuoti da chi ha chiuso le sezioni di partito ed ha aperto i comitati elettorali – alcuni a due passi dalla casa dei boss, come in via Petrelli 17, a Bari, dove ci stava Realtà Italia, alleata del PD e concorrente alle primarie. Nessuno, però, che ieri si sia azzardato a ricordarlo, come mea culpa, che il Libertà è stato abbandonato. Ed in piazza, ieri, c’ho visto facce che in via Trevisani, dove stava la Federazione del PCI, mi è stato dato di vedere mille e mille volte, da piccolino, quando per non staccarmi da mio padre lo seguivo anche lì. Al Libertà ci stava la Federazione di Rifondazione Comunista. Lì i Comitati Politici Federali li ho frequentati come rappresentante del circolo di Giovinazzo. Ma in quel quartiere c’era Rifondazione come c’era stato il PCI. E quel quartiere ci riconosceva come interlocutori. Di quella vecchia pratica del territorio come luogo di confronto e creazione del consenso non si ricorda più nessuno? Eh no! Ieri no. Eppure, l’antifascismo è anche questo. Soprattutto questo. O vogliamo derubricare tutto e solo ad una questione da caserme e questure? O qualcuno ha forse la tentazione di risolvere tutto ad un fatto da Via Pal, Hazet36 e catene? Se l’antifascismo va praticato, è con la presenza, col corpo, coi contenuti. Nei luoghi del conflitto che oggi sono sempre di più quartieri marginali di questa città. Ecco: nessuno ne ha parlato.
A Bari c’è una grande occasione: quella di ricucire la città. E farlo, in attesa dei piani urban e dei quattrini scippati da Salvini, prima di tutto con la politica e la riattivazione reale, concreta, delle energie democratiche sul territorio. Farlo dal basso. Ma questa occasione passa dalla scelta di un campo più ampio di discussione. Passa dalla scelta della marginalizzazione e della ghettizzazione come temi della discussione. Perchè è combattendo quelle emergenze che si sconfiggono le mafie. E si anestetizzano definitivamente le tentazioni di trenta teppisti e di chi li manovra.
C’è una grande occasione per cominciare a farlo (cliccate sul link a fianco): la manifestazione in ricordo di Gaetano Marchitelli, studente e pizza express, morto quindici anni fa perchè fuori dalla pizzeria dove lavorava i commandos dei Di Cosola e degli Strisciuglio si affrontarono armi in pungo, in mezzo ai cittadini di Carbonara. Gaetano con quelle storiche non c’entrava niente. Studiava e lavorava per non pesare a casa. L’ha ammazzato la Camorra di questa città perchè, per boss e soldati di quell’esercito, non conta chi resta morto a terra, se si tratta di decidere chi comanda.
Essere tutti presenti, in quel momento, è importante. E proprio quello della lotta alle mafie ed alla marginalizzazione di pezzi interi delle nostre comunità può sicuramente essere un momento importante da cui ripartire. Per ricucire la città e assieme trovare un modo di ricucire la buona politica a questa città