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La piazza di spaccio di Piazza Umberto

A Bari, è bene dirlo, una emergenza reale collegata alle mafie nere non esiste. Lo abbiamo già detto, giova ripeterlo.
Come non esiste una vera e propria questione sicurezza legata alla presenza di una nutritissima comunità di immigrati di provenienza africana, spesso sprovvisti di permesso di soggiorno o altro.

Di certo, a Bari, esiste una quota di immigrati che delinque. Di certo, a Bari, esiste una quota di spacciatori che hanno la pelle nera. Sono quelli che animano in modo disomogeneo la piazza di spaccio di Piazza Umberto e dell’Ateneo. E che dividono quei luoghi con un’altra serie di delinquenti, immigrati, mescolati all’interno dei capannelli a tenuta stagna delle varie comunità ed etnie che quegli stessi luoghi li animano e li abitano – secondo alcuni li occupano e presidiano.

Esiste, nessuno lo nega, una questione sicurezza legata a quei luoghi. E non è solo affare di “percezione”, visto e considerato che in alcuni momenti della giornata, transitare per quelle piazze è difficile. Di qui, però, a parlare di strutture organiche, gerarchie e catene di comando… ce ne passa.

Soprattutto quando si parla di comunità africana.

E’ vero: chi anima criminalmente quei luoghi spacciando sono i neri. Ma questo non vuol dire che esiste una mafia nera. Questo vuol semplicemente dire che le batterie criminali collegate alla Federazione Strisciuglio hanno appaltato la gestione di determinati luoghi ad una quota di immigrati irregolari che preferisce delinquere più che sfangare la giornata in modo onesto.

Paradossalmente, la presenza di una organizzazione criminale strutturata e ramificata sul territorio, a Bari, è garanzia per il non attecchimento, nel breve periodo, di una struttura criminale immigrata. Perchè chi vuole delinquere ha campo aperto per trattare la propria sussistenza all’interno della Camorra Barese. E, sempre paradossalmente, è proprio la presenza di una mafia autoctona potente e radicata a prevenire anche il fenomeno della radicalizzazione di molti. Perché se è vero, com’è vero, che la gran parte dei “soldati” dell’ISIS sono cellule di disperazione cui il terrorismo conferisce autorevolezza ed identità, è altrettanto vero che quel “ruolo” e quella “identità”, la Camorra Barese è capace di darla, in un percorso di affermazione criminale che è pienamente in linea con quella che sperimentano i “guaglioni” baresi.

Quel che non si riesce a vedere è proprio questo. E cioè che la delinquenza nera, in città, a radici ben salde nelle contraddizioni tutte baresi del capoluogo. Non capirlo, ovviamente, è un gesto colpevole. Perchè non risolve il problema di una delinquenza di sussistenza nera, a Bari. E nello stesso tempo non permette lo smantellamento deciso delle linee di comando di quella organizzazione permettendole una rigenerazione costante ed un controllo continuo su pezzi interi della nostra città.

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Le mani sul porto: Camorre 2.0 possibili?

Comincia in questi giorni la prima fase processuale vera e propria scaturita dal blitz contro il presunto nuovo corso del clan Capriati, quello affidato al nipote dello storico fondatore Antonio, padrino e fondatore della Camorra barese assieme ad altri cinque boss del calibro di Savino Parisi, Antonio di Cosola, Francesco Biancoli, Donato Laraspata e Giuseppe Mercante. Volti e nomi noti.

E’ un processo importante quello che si apre, in fase ancora preliminare, s’intende. E’ importante perchè mira a scardinare – per l’ennesima volta – la fenice di uno dei clan più antichi della città, risorta grazie alla intramontabile capacità intimidatoria che il cognome ed il brand di famiglia si portano dietro. Ma anche grazie alle intuizioni che gli ordini di arresto e le architetture di accusa dei pm attribuiscono a Filippo Capriati, identificato da magistrati e inquirenti come nuovo vertice del clan. Sarebbe proprio da una sua intuizione che il gruppo criminale, senza abbandonare il traffico storico di stupefacenti nella città vecchia e le estorsioni nei mercati generali di alcuni quartieri popolari come Carrassi, avrebbe alzato il tiro mirando a traffici e filiere inedite, ma molto più interessanti e pericolose.

L’operazione che ha portato questo nuovo corso in carcere, all’inizio dell’estate, partiva dal presupposto indispensabile di mettere in condizione di non nuocere la batteria guidata da Filippo Capriati, soprattutto in relazione ad un nuovo business individuato: quello del controllo delle assunzioni in una cooperativa che sovrintendeva a servizi ausiliari all’interno dell’area portuale di Bari. Nei fatti, volando più basso, secondo i PM i Capriati, forti del proprio nome e del potere d’intimidazione dello stesso, avrebbero pilotato l’assunzione di guardiani ed addetti alla facilitazione del traffico auto, imponendoli alla ditta che ne aveva l’appalto. porto bari-2Il timore, per i magistrati, è che questo, oltre ad inquinare profondamente un settore economico importante per una città come Bari, che movimenta tra merci e persone numeri incredibili ogni giorno, potesse anche determinare una falla sensibile all’interno del sistema di sicurezza nazionale. Non è difficile immaginare cosa possa significare, per un porto che è uno dei primi e più appetibili approdi dall’est (europa e medio oriente), vedere un settore come quello del controllo e facilitazione del traffico controllati, seppure per parte, da una organizzazione criminale. Vantaggi inenarrabili per chi controlla, quelli garantiti da una serie di elementi fidati inseriti in un nodo sensibile come quello. Allo stesso tempo, però, rischi per tutti: perchè è evidente che il rischio che i pm di sicuro non ignorano è che quel gap nella affidabilità del sistema di sicurezza, se radicato e strutturato nel tempo, in futuro avrebbe potuto portare altri rischi parecchio più inquietanti. Inutile evidenziarne solo alcuni, sono innumerevoli, in tempi come questi di lotta internazionale al terrorismo. Soprattutto in un momento delicato come quello della diaspora dello sconfitto Stato Islamico.

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Il processo va seguito, senza ombra di dubbio. E bisogna seguirlo attentamente. Perchè è la prima volta che un clan aggredisce in modo sistematico una porta d’accesso nazionale. E perchè è l’occasione per guardare a come, sul campo, dopo dieci anni dalla sentenza Borgo Antico che disarticolò la prima e la seconda versione di uno dei clan fondatori della Camorra Barese, quel gruppo criminale non solo si sia rimesso in gioco ed in discussione, ma sia anche stato capace di trovare altre strade ed altre forme di controllo, con un upgrade evidente delle proprie competenze e della propria pericolosità.

 

La paura sta evaporando…

Questa è solo una premessa ad un discorso più ampio. Spezzetto molto le discussioni per una ragione semplice: il tempo medio di lettura di un testo da un device è molto breve. Si è parecchio accorciata la nostra soglia di attenzione. Si è illividita la nostra capacità di concentrazione rispetto a testi che forniscano informazioni e che elaborino pensieri, concetti, teorie. Un trattato – anche brevissimo – che parta da alcune basi tutte da enunciare e si sviluppi con tesi e antitesi per raggiungere una sintesi, qui, impiegherebbe 3 o 4mila parole. Tempo di lettura? 30 minuti. Siamo seri… non ci si arriverebbe infondo. Allora preferisco spezzettare i passaggi, sperando restino più facilmente impressi.

Voglio parlarvi di un mutamento che avverto, soprattutto nei luoghi che studio e per studio frequento ed osservo. Voglio parlarvene anche ispirato dalla trasmissione Presa Diretta del 16 settembre – che sicuramente potete trovare online disponibile sugli archivi di raiplay. Perché Iacona con quella trasmissione ha messo molta carne al fuoco sul piatto della sicurezza/insicurezza urbana. E sul piatto della paura. E forse non lo sa neppure, ma in molti passaggi ha spazzato via con un sol colpo di spugna quello che un sociologo come Bauman ha teorizzato in un decennio: la liquefazione della paura. Le periferie di Iacona, ieri, narravano di una paura che si è fatta ancora qualcosa di diverso, tanto dai solidi del “Muro” del “Noi e Voi”, del “Nemico conosciuto” quanto dai liquidi del “loro” del “tutt’attorno” del “sono assediato” del “sono solo”.

Andiamo con ordine e definiamo il concetti di liquidità e quello che temo di poter provocatoriamente proporre come upgrade. Anni fa, un maestro e decano della sociologia – Bauman, qualcuno lo avrà almeno sentito nominare – cominciò sul serio a fare fortuna pubblicando una montagna di libri che, nei fati, indagavano un mutamento evidente nella nostra società. Un mutamento che pervadeva – meglio, sommergeva – moltissimi degli aspetti del nostro vivere sociale. Definì questo mutamento discioglimento. E da lì sfornò una serie di volumi i cui titoli contenevano sempre l’aggettivo LIQUID*. Intendete, ovviamente, l’asterisco come segno che il genere dell’aggettivo, a seconda del nome che definiva, poteva cambiare da maschile a femminile. E così: Vita, Amore, Paura diventarono LIQUIDI.

paura-liquidaEra un concetto estremamente interessante ed assolutamente rivoluzionario. Baumann scandagliava tutti gli aspetti della nostra nuova vita, comparandoli con quelli che avevamo sperimentato fino solo a 50/60 anni fa. Anzi, per molte pagine, i paragoni si attestavano addirittura ad un ventennio prima della pubblicazione – per cui, microsecondi sul grande orologio del tempo umano qui in Terra. Guardava a come era cambiato il nostro rapporto con il mondo del lavoro ed a come questo cambiamento aveva investito a domino tutta una serie di altri aspetti della nostra esistenza – anche solo quello dell’organizzazione del tempo vita. Guardava all’avvento della socialità 2.0 (badate bene, Amore Liquido è il testo di riferimento ed è dei primi anni 2000… Facebook era ancora molto meno diffuso ed invasivo di oggi). Guardava alle chat, alla moltiplicazione dei luoghi di contatto virtuale tra persone anche lontanissime, che stringevano relazioni di vario tipo senza nemmeno essersi mai stretti la mano, a volte – estremizzo i punti focali, sia chiaro! Guardava anche alla PAURA ed a come questa era cambiata, divenendo non solo TIMORE DI UN NEMICO O DI UNA MINACCIA, ma molto spesso, addirittura, PAURA DEL VIVERE. Perché al fondo di tutti questi discioglienti, Baumann ci metteva un dato importante e molto spesso sottovalutato nella lettura degli ultimi decenni: l’avvento di una post-modernità invasiva ed aggressiva che aveva finito per corrodere in modo profondo tutte le certezze costruite negli ultimi due secoli di esperienza umana e sociale. I concetti solidi della stretta di mano, del lavoro come strutturazione di un percorso preciso che impegnava e caratterizzava l’esistenza… anche la presenza di un muro solido tra un NOI ED UN LORO lasciavano posto ad indistinti e nebulosi concetti – tutti però parecchio sedativi, al principio – come il poke, la chat, l’online/offline, la mobilità orizzontale e verticale (quando ancora il concetto di precarietà non era stato ben compreso) la minaccia impalpabile disciolta tra di noi. Ecco: amore, vita e paura diventavano di colpo concetti liquidi. E fermandoci alla PAURA – che è concetto essenziale quando si parla di sicurezza e criminologia – ecco, questa diventava di colpo indistinta. Non esistevano più i nemici dell’est e dell’ovest. La minaccia diveniva di colpo “globale”: terroristi capaci di colpire perché disciolti tra noi, spacciatori, gang, psicopatici della porta accanto, contestatori animati dal desiderio di sovvertire un ordine globale rassicurante – gli ordini, calati dall’alto, imposti, chissà perché sono sempre rassicuranti: deresponsabilizzano dall’obbligo di scegliere e costruire e dunque rasserenano. Le città mutavano forma, le periferie divenivano luoghi difficili, le auto si facevano mostri corazzati come i SUV, le armi ampliavano il proprio parterre includendo tra loro gadgetterie acquistabili online. Quel che assieme al mondo fuori mutava, oltre al crollo dei muri, era però anche e soprattutto il rapporto stesso tra INDIVIDUO e COMUNITA’… inteso anche e soprattutto come STATO. Quel che mutava era il rapporto tra un NOI sempre più declinato al singolare – nel concetto di cittadino – ed un NOI sempre più distante ed indefinibile quando si parlava di CITTADINANZA E SOCIETA’. Va da sé che, nel momento in cui le minacce si moltiplicano ed io non so bene a chi rivolgermi perché tutto si fa magmatico, indistinto, impersonale… la mia paura AUMENTA. E PERVADE… proprio come un liquido. Passa sotto le porte blindate, si infila negli interstizi del vivere. Muta forma per farsi ogni volta sempre più invasiva. Finisce per avvolgermi, sommergermi, annegarmi.

Zygmunt_Bauman_1Quando è liquida. Quando la PAURA ha comunque una sua forma più o meno INTUIBILE sebbene non chiaramente definibile. Un Liquido sta lì, lo vedo. Sono capace di motivarne la presenza, sono capace di descriverlo usando aggettivazioni chiare. E soprattutto, per quanto complesso, sono capace di sviluppare strategie adattive che mi permettano anche di arrivare a confrontarmi con quella paura. Maneggiarla e contenerla.
Bauman purtroppo se n’è andato da qualche tempo – pochissimo a dir la verità. Eppure, di sicuro, sarebbe pronto subito a riprendere in mano alcuni concetti e dover ammettere che questi vanno sottoposti ad un vigoroso, robusto aggiornamento.
Perché nella velocità incredibile con cui ci confrontiamo con una post-modernità che si supera di giorno in giorno, è molto probabile che anche i concetti di liquidità siano ormai non superati ma semplicemente passati ad uno stadio ancora più indefinito. E se sono le leggi della fisica a doverci condurre, perché queste sono quelle suggerite efficacemente dal maestro… allora forse è il caso di dire che siamo di fronte ad una società che da liquida sta passando allo stato gassoso. Una società che vede i concetti ed i capisaldi di VITA – RELAZIONI – PAURA mutare ancora e radicalmente forma, fino a nebulizzarsi nell’aria, diventare gas… essere per loro stessa natura dovunque senza sforzo. Non avere più forma ma riuscire ad arrivare davvero in ogni luogo. Ed essere sempre meno visibili, sempre più avvolgenti, sempre più subdoli. E non è tanto una questione di evaporazione… che per sua stessa natura lessicale ci suggerisce una prossima sparizione dell’oggetto in questione. Quasi fosse una provocazione vien da chiedersi se il breve momento di osservazione di Baumann non fosse solo un passaggio – peraltro rapidissimo – di un corpo da solido a gassoso.

E se il maestro si fosse semplicemente trovato ad osservare la materia che repentinamente si faceva gas. E l’abbia colta solo nel momento in cui questa era instabilmente liquida? Mi ripeto, convinto che sia l’occasione per aprire un focus di riflessione sul mondo che più da vicino ci circonda. Se, tutto attorno, la minaccia si fosse semplicemente fatta aria che respiriamo? E di conseguenza la paura fosse semplicemente passata ad uno stato gassoso, nebulizzato tutto attorno? Io non lo so. Non ho l’autorevolezza, la formazione, l’esperienza per mettermi a confutare le teorie di un maestro come Bauman… ma quel che vedo – avendo studiato e ristudiato il suo Paura liquida, che peraltro si fa leggere davvero con enorme piacere – è che sempre più i concetti da lui enunciati in quel testo non resistono alla prova dei fatti. Sono uno strumento importante, ma a volte restano terribilmente indietro. Come atterriti anche loro, da una paura che giorno dopo giorno si fa sempre più asfissiante. E sempre più immotivata – quantomeno molto mal indirizzata.

La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?