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“Protocollo Movida”: lo spaccio come forma di racket

Porzioni intere della città di Bari, negli ultimi venticinque anni, hanno conosciuto una frizzante evoluzione grazie all’intraprendenza di una serie di imprenditori che, puntando sul mercato della ristorazione e dell’aggregazione, hanno riqualificato isolati, piazze, luoghi di ritrovo prima lasciati in abbandono. E’ con questa costante opera di apertura di pub, bar, pizzerie ed esercizi di ristorazione che, negli ultimi vent’anni, Bari vecchia e determinate porzioni del lungomare e del centro – quelle a ridosso del quartiere Madonnella, ai margini della city commerciale – hanno conosciuto un vero e proprio rinascimento in termini di presenze, aggregazione sociale, espressione economica e commerciale.

Come sempre, ovunque si sviluppino occasioni di mercato, la Camorra Barese si è presentata a porgere il conto. E cercare di sviluppare occasioni di arricchimento parassitando quello costruito dalle imprese.

hqdefault.jpgNei primi anni, le attenzioni pericolose delle famiglie di camorra baresi si sono espresse attraverso la forma del racket delle estorsioni, con richieste di denaro “in cambio di sicurezza”. Utilizzando un protocollo ben rodato: minacce, intimidazioni, incidenti causati ad arte a margine della movida per poi ripassare e suggerire – nei fatti imporre – agli esercenti il pagamento di una decima settimanale o mensile. Il tutto in cambio della possibilità di continuare ad operare tranquilli. E’ stato così, a Bari, per il primo lustro buono. E nei fatti, questa attenzione criminale, dopo poco si è tradotta nella crisi e nella chiusura di molti degli esercizi in questione, strangolati dalle richieste estorsive e dalle fisiologiche difficoltà di lanciare un settore fino ad allora sconosciuto in quelle zone della città. Nello stesso momento, però, l’evidenza che a Bari il racket contro gli esercizi ristorativi stesse prendendo piede, ha attirato anche l’attenzione delle forze dell’ordine che a più riprese sono intervenute per stroncare – o provare a contenere – il fenomeno. Anche perché, a margine del racket estensivo, quello che si verifica è l’aumento esponenziale dell’incidenza di altri reati: usura e riciclaggio in primis.

bari-carabinieri-650x250.jpgDopo un quinquennio buono di assestamento, le cose sono cambiate. Un nuovo rinascimento ha interessato le zone della movida barese – rimaste le stesse anche a distanza di un decennio. Nello stesso momento, però, quel che è apparso subito evidente è una diminuzione drastica di tutte quelle spie che aiutano a segnalare la presenza di un circuito estorsivo stabile ed aggressivo. La Camorra aveva abbandonato il campo? Tutt’altro. Perchè quel che si stava verificando era un cambio di strategia radicale delle organizzazioni criminali, rispetto ai mercati offerti dalla nuova movida. Non più in funzione parassitaria, no. Questa volta la Camorra recuperava un protagonismo fino ad allora sconosciuto e scendeva in campo con un network di nuova generazione: quello dello spaccio diluito all’interno della movida.

Nei fatti, quello che i clan avevano notato era che a margine del grande mercato del divertimento e della ristorazione, ad aumentare era anche il bacino di utenti potenziali per il traffico di stupefacenti. Chi arrivava a Bari Vecchia o sul Lungomare in cerca di divertimento, di una bevuta o di una pizza, era spesso anche un potenziale consumatore di sostanze stupefacenti – soprattutto quelle leggere o quelle sintetiche. Ed era quindi auspicabile, per i clan, che non intervenissero cause esterne ad allontanare quel mondo di potenziali consumatori che si affacciava. Anzi, era preferibile che il mondo della movida proliferasse, nella speranza che questo aumento di utenti si traducesse anche in una crescita esponenziale della domanda. Allo stesso tempo, ai clan era stato subito evidente che strozzare l’economia della ristorazione avrebbe portato una robusta contrazione del mercato della droga, con un crollo dei ricavi conseguente. Per cui, i gruppi criminali hanno imposto per le strade una dottrina diversa: una rete di spacciatori inseriti all’interno dei circuiti della movida come frequentatori abituali di determinati luoghi e determinate piazze. Questi soggetti, autorizzati ad allestire un proprio mini-network di spaccio, hanno negli anni colonizzato i luoghi del divertimento garantendo un rifornimento continuo del mercato ed una soddisfazione generale della domanda. Il tutto, in una situazione di relativa “pace sociale” e tranquillità apparente garantita anche e soprattutto dalla loro presenza. L’ordine impartito dai clan, infatti, è da subito stato quello che non ci fossero problemi di ordine pubblico ad attirare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle zone della movida. Al tempo stesso, l’abbandono delle attività estorsive ha enormemente ridotto l’emergenza di reati spia, tranquillizzando, in un primo tempo, magistratura ed apparati repressivi.

spaccio-hashish.jpg.aspx.jpegNei fatti, però, la Camorra barese occupa stabilmente i luoghi di aggregazione e divertimento. Li condiziona e li controlla. Il tutto, sia chiaro, senza che ristoratori o esercenti possano essere considerati parte della filiera o soggetti coinvolti. Quando vi sono contatti, infatti, essi sono sempre di natura ricattatoria o persecutoria. Gli esercenti, i negozianti, i ristoratori, di fronte a questo nuovo protocollo, sono VITTIME. Il tutto, per almeno un decennio buono, nel silenzio e nella sottovalutazione generale del fenomeno. Il tutto, troppo spesso, mentre ci si ripeteva che, infondo, si trattava solo del commercio di sostanze leggere – un commercio sempre sottovalutato nella sua pericolosità. Intanto, però, in un decennio, la malavita barese ha ingrassato le proprie casse e costruito le proprie fortune anche su questo mercato. Ed ha sviluppato un controllo del territorio e delle dinamiche così forte da essere anche intervenuta, almeno in un caso, nel recente passato, anche con il tentativo del salto di qualità. In un caso, infatti, la magistratura ha anche provato pesanti infiltrazioni di un clan nella gestione di un grande e conosciuto ristorante della Città Vecchia. E sono in molti a sostenere, di fronte alle recenti assegnazioni demaniali per la gestione di spazi ristorativi a margine della muraglia, sul lungomare che dal porto arriva al Margherita, che la infiltrazione criminale sia stata così forte da condizionare gli esiti di alcuni bandi. Su questo, però, allo stato attuale, non c’è alcuna certezza – né risultano indagini o particolari osservazioni a riguardo.

Quel che invece è certo è che sia necessario intervenire con un controllo costante ed una attenzione maggiore sui luoghi della socialità barese. Soprattutto perché la “prateria libera” che finora i clan hanno sperimentato sul campo è una occasione ghiottissima, per le famiglie di camorra, per mettere radici in un sistema economico che, un domani, può offrire molte e più allettanti opportunità.

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La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?

Saldature inquietanti ed oro verde

Proseguiamo un breve focus sull questione “droghe leggere”. Con particolare attenzione alla marijuana. Sembra doveroso, perché nelle ultime due settimane, complice la coda agostana fatta ancora di movida estiva, ma anche e soprattutto di ripresa del regolare scorrere delle giornate, quel che accade in alcuni luoghi precisi della città finisce per forza di cose sotto la lente d’ingrandimento di cittadini e forze dell’ordine. E crea i presupposti per osservazioni, indagini, interventi.

Nelle ultime due settimane di agosto e nella prima di settembre sono state parecchie le micro-operazioni di polizia contro luoghi di spaccio di sostanze stupefacenti leggere. Gli interventi si sono concentrati soprattutto nelle zone della movida serale ed in alcune zone della città divenute, purtroppo, terra di nessuno. In quest’ultimo caso parliamo della centralissima Piazza Umberto e della vicina Piazza Battisti. Lì, a dieci passi dalla Stazione e da Via Sparano, oltre che dalle principali facoltà universitarie, ormai da un buon quinquennio, il controllo dello Stato appare sempre più debole. Ed i dialetti alberati e le panchine si sono nei fatti trasformati in una zona “franca” che comunica degrado, insicurezza, paura. In entrambe le zone, a più riprese, le forze dell’ordine hanno colpito in modo chirurgico smantellando piccoli network di spaccio di sostanze stupefacenti. Sostanze da fumo e cocaina sequestrate. Immigrati irregolari e cittadini baresi gli arrestati o denunciati a piede libero. Dato rilevante, l’ultimo, i soggetti baresi denunciati o arrestati sono facce note alle forze dell’ordine, ma esclusivamente per reati di bassissima manovalanza.

Il dato è utile per confermarci innanzitutto che sempre più il network di spaccio delle sostanze da fumo è uno strumento di inserimento tra le fila delle organizzazioni criminali. E’ la porta d’accesso al mondo del crimine. Ancora, come già detto pochi giorni fa, si rivela lo strumento con cui il clan applica la propria leva economica, creando ed irrobustendo la cassa corrente e nello stesso tempo permettendo introiti di sopravvivenza agli spacciatori di strada.

NRM01C’è dell’altro, però. Molto più importante. La presenza, tra gli spacciatori, di immigrati irregolari, infatti, contribuisce a collocare nello scenario un altro tassello utilissimo nella analisi delle dinamiche criminali a Bari. Fino ad oggi i network criminali di contrabbando e di spaccio, quelli per capirci che garantiscono ai clan cassa corrente continua e controllo del territorio, erano network inclusivi, utili per allargare la base dei sodali di basso livello, ma mai così tanto “a maglie larghe” da includere extracomunitari o soggetti ritenuti scarsamente affidabili sul piano della sicurezza interna del clan. Da alcuni anni, invece, soprattutto in alcuni luoghi della città, i network dello spaccio minuto sono aperti – quando non completamente appaltati – a manovalanza extracomunitaria. Perché questo avviene? Semplice: si pesa ancora una volta nel degrado, nella fame, nell’esclusione. Ma non basta. Quel che accade, in più, è anche che si interviene ancora una volta in luoghi in cui il radicamento della propria struttura è complicato, faticoso, troppo esposto allo sguardo delle forze dell’ordine. Quindi, per poter acquisire un controllo del territorio su zone lontane dalle proprie roccaforti, e per farlo senza destare sospetti, i clan nei fatti “subappaltano” la gestione minuta dello spaccio, in alcune piazze, a gruppi di extracomunitari già presenti in zona. E’ così che sono nate le batterie di spacciatori neri dei giardini attorno all’Ateneo. Questa operazione di fidelizzazione, quand’anche esterna, di gruppi eterogenei di immigrati alla causa del clan, inoltre, costruisce i presupposti di una pace sociale in altre zone della città dove la coabitazione con la disperazione e la marginalizzazione di quegli stessi immigrati potrebbe portare conseguenze nefaste. Permettere di spacciare a Piazza Umberto a gruppi di immigrati residenti al Libertà – sotto traccia, in zona grigia quando non completamente abusivi ed irregolari – garantisce innanzitutto il riconoscimento tra gruppi di un rapporto gerarchico. Inoltre assicura il fatto che quei gruppi di immigrati che scelgono di delinquere per ragioni di sussistenza, lo faranno lontano dal territorio del clan, con rischi minimi di moltiplicare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle proprie roccaforti. Ancora, ed in ultima analisi, l’inserimento morbido nella propria galassia criminale di gruppi di delinquenti ben riconoscibili e ben aggregati tra loro per ceppo etnico, tradizioni, culture e sub-culture, frena tra questi gruppi la tentazione di costruire organizzazioni criminali in proprio, strutturarsi come gang o come gruppo informale e radicarsi come tale sul territorio. Rischio per ora fortunatamente scongiurato in tutti i quartieri di Bari, dove la malavita degli immigrati si manifesta ancora coi canoni della mera sopravvivenza.

WhatsApp-Image-2017-01-24-at-07.42.32-696x392Non possiamo però ignorare che, proprio a partire da rapporti di riconoscimento mutuo di questo tipo, un domani le cose possano degenerare. Ed il fatto che gran parte di queste saldature si concretizza ai margini della quasbah del Libertà è un dato ancora più preoccupante. Perché le ultime indagini dimostrano che la malavita autoctona di quel quartiere, nell’ultimo biennio, benché vincente rispetto alla concorrenza, sta attraversando una delicata fase di crisi interna. Una fase fatta di riorganizzazione degli equilibri e delle linee di comando. Ed in fasi delicate e di riorganizzazione interna – come queste – con le grandi figure di riferimento e gli avversari storici in cella o in condizione di non nuocere, è facile per alcuni avvertire la tentazione di uno strappo nei confronti delle vecchie regole e delle vecchie gerarchie. Non è escluso, ovviamente, che tentazioni del genere possano far prudere il naso anche alle batterie degli immigrati conquistate alla causa. Anche perché, dalla loro, queste ultime hanno una compartimentazione ed un tratto indetitario che le rende molto più forti e coese. E soprattutto perché, sempre di più, il grande traffico di stupefacenti leggeri si muove su direttrici diverse da quelle italiane di riferimento. E quindi risulta molto più semplice, per gruppi diversi, entrare in contatto con le organizzazioni che si occupano di ingrosso e che fanno i prezzi. E un dato di questa portata, è intuitivo, ci aiuta a capire con quanta facilità si possa accedere a tutti gli strumenti per la creazione di un network di spaccio in proprio.

Antonio Di Cosola: uno dei sei che la Camorra Barese la fondarono

La regolare programmazione di un blog, a volte, finisce scompaginata da eventi inaspettati. Fatti che impongono un intervento tempestivo in quello che si considerava un placido scorrere già programmato. Senza troppi scossoni. Beh, occupandosi di criminalità ed anche di ricostruzione storica sui fatti criminali, è un imprevisto che bisogna aspettarsi. Certo, sono sincero, un imprevisto come questo no, non me lo aspettavo. Nella sera di venerdì, a Monza, dov’era detenuto in regime di protezione collaboratori di giustizia, è morto Antonio Di Cosola, 64 anni, di Ceglie del Campo. Uno dei fondatori della Camorra Barese così come la conosciamo. Uno dei sei che Giuseppe Rogoli in persona scelse, fondando la prima versione della Sacra Corona Unita, come referente per la provincia di Bari.

Non uno qualunque, insomma, Antonio Di Cosola. A pensarci bene, dal 1983 entrava ed usciva dalle inchieste giudiziarie. Il suo nome, in vari momenti della storia criminale barese, è stato accostato ad una serie enorme di fatti, organizzazioni, avvenimenti. Molto spesso, senza che queste affermazioni, però, superassero il vaglio della magistratura. Su Antonio Di Cosola si è detto, in quarant’anni di storia di Camorra Barese, tutto ed il contrario di tutto. Si è ipotizzato fosse il più autorevole e pericoloso dei boss in circolazione. Tempo dopo si è sospettato fosse, invece, poco più che un criminale di campagna, testa di una organizzazione arcaica e primitiva incapace di alcun salto di qualità. Si è parlato di lui come di uno degli uomini di fiducia di Oronzo Romano, fondatore de “La Rosa”. Infine, alcuni hanno sospettato fosse lui il primo vero padrino della Camorra Barese. una cosa è certa: Antonio Di Cosola è stato e rimane, attraverso le sue dichiarazioni, una figura di fondamentale importanza nella storia dell’organizzazione criminale che strangola la città di Bari da 40 anni. Ed un altro fatto abbastanza certo è che, rispetto a ciascuna delle affermazioni che sulla sua figura si sono fatte, qualcosa di vero c’è sempre.

1478337388478.jpg--cinque_secoli_a_clan_di_cosolaergastolo_al_nipote_del_bossNon è stato di sicuro il padre fondatore della Camorra Barese, Antonio Di Cosola, conosciuto anche col soprannome di “Strascinacuvert”. Di sicuro, però, alla sua mano – o quantomeno al suo dettato – si deve l’unica versione, tutt’ora in circolazione, di codice della Camorra Barese. Con tanto di giuramento di fedeltà all’unico padrino “Antonio Di Cosola”. Sarà stato questo dato a fuorviare più d’uno, certo. E’ vero, però: il codice “Di Cosola”, fino ad ora, è l’unica testimonianza scritta dell’esistenza della Camorra Barese – se si escludono, ovvio, gli atti processuali. Conviene partire proprio di qui per ricostruire la sua figura e la sua storia. Perché è attraverso quell’unico codice che tutte le voci su Di Cosola si spiegano. E che tutte le affermazioni sopra riportare trovano sostanza. Almeno, quella che, abbiamo detto, di sicuro c’è.

Il Codice Di Cosola viene ritrovato nella cella di uno dei familiari di Antonio, a Lecce. E’ chiosato e ricopiato in bella. Dentro, tutti i riferimenti cui magistrati e cronisti sono abituati. Quelli tipici che richiamano da una parte alla ‘Ndrangheta della Santa – Mazzini, Garibaldi, La Marmora – e dall’altra alla prima Sacra Corona Unita – con le citazioni a testimonianza di Conte Ugolino, Fiorentino di Russia e Cavaliere di Spagna. Di sicuro, dunque, è un codice che va datato dopo il 1983, anno in cui Rogoli aggiunse la formula identitaria “conte Ugolino, Fiorentin’ di Russia, Cavalier’ di Spagna”. Allo stesso tempo, però, col giuramento finale verso Di Cosola unico boss, un codice che interviene dopo il 1985, anno in cui, con la fine del processo alla prima S.C.U. i sei referenti di Rogoli su Bari, liberi dai vincoli della precedente organizzazione, fondarono, ciascuno per conto proprio, dei clan indipendenti con loro come vertici indiscussi. Di sicuro, quel codice lo pone un gradino sopra molti altri. Per essere precisi, nelle gerarchie criminali, alla stregua di Savino Parisi ed Antonio Capriati. Pari tra pari. A differenza loro, però, Di Cosola non fu mai un gangster di città. Coltivò la propria organizzazione più nell’hinterland dei paesini a sud e ad est di Bari. E nelle frazioni meridionali. Li governò in modo spiccio, spesso brutale. Per vent’anni, però, nessuno osò mettere in discussione il suo dominio in quei territori. Per quanto, rappresentassero un mercato incredibilmente redditizio per il traffico di sigarette e di droga. Per quale ragione? Semplice: perché Di Cosola, che di certo non era un boss moderno ed accreditato nell’ambiente della “Bari da bere”, aveva fatto della sua brutalità e del suo arcaismo, uno strumento di successo. Imponendo in modo pervicace la ritualità dei codici, l’obbligatorietà della gavetta e del cursus criminale, la violenza delle sanzioni criminali ogni volta che riteneva ve ne fosse bisogno per tenere salde le fila dell’organizzazione. Del resto, fu costretto a farlo, dovendo governare un territorio vasto, fatto di piccoli centri che da sempre esprimevano la propria malandrineria cittadina attraverso i classici delinquenti di paese. Era anche un boss arcaico, dunque. Un boss d’altri tempi, verrebbe da dire. Un “uomo d’onore” – almeno così pretendeva si dicesse e si pensasse. Tanto che, all’indomani della morte di Gaetano Marchietlli, pony express quindicenne ucciso per errore durante un conflitto a fuoco tra uomini del clan Di Cosola e uomini degli Strisciuglio, sulle colonne dei giornali, con una lettera indirizzata ai giudici, tuonò contro quelli che agivano nascondendosi dietro il suo nome. Sconfessò nei fatti anche un nipote, coinvolto in quell’omicidio, negandogli assistenza carceraria ed impedendo che qualcuno, fuori, potesse cercare di inquinare le prove perché il ragazzo fosse scagionato. Secondo molti, però, agì così semplicemente perché quello di Marchitelli era un delitto firmato, con tanto di intercettazioni ambientali che inchiodavano gli autori. Una cosa è certa: non era un primitivo, un vecchio arnese della vecchia guardia. E non era nemmeno un praticone, come Oronzo Romano, cui fu accostato per un periodo col sospetto che anche lui, a Ceglie, stesse per aderire alla fantomatica “Rosa”, la mafia del sud barese. Scagionato da quel processo, Di Cosola, nei fatti, non aderì mai a quella struttura. Per due motivi: la Rosa non esiste mai, davvero e nei fatti e Antonio Di Cosola non vi avrebbe comunque aderito perché già all’epoca, la sua potestà di Vangelo, riconosciuta direttamente da Giuseppe Rogoli, lo metteva già realisticamente più di un gradino sopra di Romano e dei suoi uomini. Altro che uomo di fiducia: un boss. Uno dei primi boss che la storia di Bari abbia conosciuto. Peraltro, un uomo il cui carisma e la cui autorevolezza criminale erano riconosciuti da tutti, amici e nemici. Tanto che avviene anche – incredibile ma vero – che Antonio Moretti, all’epoca uomo del clan Fiore, sospettato di aver ucciso Orazio Porro, un vecchio uomo del clan Di Cosola, di fronte alle pressioni dei Fiore che lo spingono a confessare, si rivolga proprio al padrino di Ceglie per ricevere un consiglio su cosa fare. Ed emblematica, a margine della confessione, è la dichiarazione che Di Cosola fece: “Dell’omicidio in sé lui non mi disse niente. Non confessò. Ed io non chiesi”. Del resto, Porro da tempo era stato sconfessato dal clan di “Strascinacuvert”.

antonio-di-cosola.jpgGli ultimi processi lo hanno visto crollare sotto il peso del 41bis e scegliere di pentirsi e collaborare con la giustizia. Le accuse, del resto, si facevano sempre più pesanti. Nelle ricostruzioni degli inquirenti, i contorni di una figura che dal gangsterismo urbano declinato in spaccio, racket, usura e controllo del territorio era passato alle attività mafiose che contavano, quelle del secondo livello, agganciate alle imprese, alle partite IVA, alle amministrazioni pubbliche ed alle faccende degli appalti. Fu assolto dal processo Domino, nel quale, assieme a Savino Parisi – condannato – era accusato di aver inquinato il tessuto imprenditoriale barese arrivando fino agli appalti pubblici per la realizzazione del polo universitario Asclepios. Dall’altra parte, però, a margine proprio di quelle inchieste, fornì dichiarazioni importantissime per ricostruire come, negli ultimi anni, proprio grazie al suo clan ed a quello di Savino Parisi, in molti abbiano usato i territori agricoli dei comuni a sud est di Bari come discariche, svernandovi veleni, rifiuti tossici, reflui non meglio identificati. Rispetto a questo filone d’inchiesta, però, ancora non è stata accertata alcuna verità processuale. Restano però, sullo sfondo, inquietanti, le sue accuse ed il suo chiamarsi in correità: “Se bevi quest’acqua, muori subito!” Restano lì, incredibilmente spaventose, perché verosimili, visto che le campagne pugliesi, per decenni, hanno conosciuto appetiti criminali non troppo diversi da quelli che hanno trasformato pezzi interi di Campania nella “Terra dei fuochi”.

Con Antonio Di Cosola, insomma, scompare un pezzo da novanta della storia della criminalità cittadina. E si sigillano assieme a lui tante verità che il boss non ha fatto in tempo a raccontare. O che i magistrati non hanno fatto in tempo a chiedere. Una consolazione, però, ci rimane. Molte delle sue dichiarazioni fornite ai magistrati manterranno intatta la loro validità anche dopo la sua morte, in quanto cristallizzate nelle dinamiche indagine e processuali. Un colpo importante, se si pensa che in molti dei processi più delicati tuttora in corso, si ritrovano presenti sue importanti dichiarazioni. Quel che resta da capire, ora che ogni legame possibile tra il boss e la sua organizzazione è reciso, è cosa accadrà a quel vastissimo territorio che per quarant’anni è stato il suo giardino di casa. E come si ri-articoleranno gli uomini che alla sua corte e sotto il suo comando si sono fatti criminali.