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Troppi ferri in giro…

Un paio di settimane fa, prima che la guerra tornasse a divampare a Bari, erano saltati fuori in una perquisizione mirata un po’ di attrezzi del mestiere nascosti in una cupa a sud-est della città. Precisamente lungo la statale 100 tra Mungivacca e Triggiano. A pochi passi dalla città, in un territorio facilmente raggiungibile. Un arsenale di tutto rispetto, con tanto di armi da guerra. Faceva bella mostra anche una Skorpion, con cartucce parabellum. Munizionamento browning, oltre a vecchi ferri russi e spagnoli. Niente di nuovo, sul fronte sud-orientale, verrebbe da dire. C’è il sospetto, fondato, che si tratti di uno dei tanti depositi di riserva dei clan che abitano i quartieri vicini – ed il pensiero corre subito ai gruppi criminali di Japigia. Anche perchè, nemmeno una settimana dopo, mentre a Bari stava per ricominciare la guerra, la polizia ha arrestato due pezzi da novanta propri dei clan di Japigia – sponda Palermiti. Ed uno di questi è Domenico Milella, uomo di estrema fiducia del presunto boss Eugenio. L’uomo che, secondo alcune ricostruzioni investigative, sarebbe stato uno dei due colonnelli in trincea nell’ultima guerra nel grande quartiere che un tempo era stato feudo indiscusso di Savino Parisi.

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A Bari, di ferri in circolazione, ce ne sono decisamente troppi. E c’è un’aria pesante che si respira. Lo ripetiamo: quello che è avvenuto a Carbonara è indicativo, ed è stato sicuramente di monito per Questura e Carabinieri, che hanno immediatamente alzato a livello massimo l’allerta. La camorra ha rispolverato la vecchia abitudine degli “squadroni della morte”. Le cosiddette squadre “pronte all’uso”. Ed è un pessimo segnale. Perchè vuol dire che i clan in guerra danno per scontata, certa, la necessità di ricorrere alle armi. E si attrezzano per essere pronti a farlo nel minor tempo possibile. Con una capacità spesso comprovata di mirare all’annichilamento immediato dell’avversario. Il colpo ai due fratelli Rafaschieri lo dimostra. Ma stanno lì a gridarlo anche tutti i rinvenimenti di armi e munizioni. Li chiamiamo ferri vecchi, perchè in alcuni casi hanno visto e fatto parecchie guerre, già. Ma sono armi manutenute in continuazione, revisionate, in perfetta efficienza. E sono sparse su tutto il territorio. In cupe a volte nemmeno troppo vigilate. Ed il fatto che depositi random di armi spuntino un po’ dovunque – almeno quando il contenuto non è di quelli davvero preziosi – è un altro pessimo segnale: esiste un concetto di impunità in questi uomini che sfiora il delirio di onnipotenza. Tanto da far loro pensare di poter disporre di ogni luogo.

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I centauri

Attenzione a liquidare certi fenomeni come “residuali” e certi comportamenti come “bravate”. Soprattutto, attenzione a non chiamare le cose col proprio nome. Nelle ultime settimane è sotto gli occhi di tutti, per le vie del quartiere Libertà, quanto pericoloso possa essere sottovalutare un fenomeno. Soprattutto quando a farlo sono le istituzioni nazionali. Quando a farlo è un candidato sindaco in pectore. Quando a farlo è un Ministro degli Interni – non l’ultimo arrivato in materia di sicurezza, ordine pubblico, legalità. bari-672x372

“Spacciatori, immigrati… le ore contate!” Non una parola, una, per sbaglio, né da Salvini, né da Romito, sulla Camorra che nel quartiere Libertà ha una delle sue centrali operative. Ed ecco che le cosche, indisturbate e rassicurate, rialzano la testa. A modo loro, col carsismo tipico di chi ha fatto scuola presso i grandi vecchi di Sicilia, Campania e Calabria. O anche “le serali” da una vecchia volpe come Donato Laraspata – il primo, vero Camorrista, a Bari, a riconoscere ed innalzare i giovani rampanti del quartiere a veri e propri Boss. Perché, anche senza sparare e senza spezzare le gambe a qualche negoziante in ritardo col pizzo, la Camorra per strada sta rialzando la testa. In un modo più subdolo e meno impattante, a livello strettamente giurisprudenziale. Ma con una ferocia sottesa che di certo non sfugge alla stragrande maggioranza dei residenti. Persone oneste e piene di dignità che con queste storie hanno paura a convivere. Si chiama carsismo: la tendenza dei fenomeni ad immergersi, fino scomparire quasi agli occhi. Eppure restare in agguato, fermi, conservando energie, risistemando linee e gerarchie, aspettando che un pericolo o una emergenza passi. E nello stesso tempo, continuando a far danni e guasti. Come l’acqua che si infiltra tra le intercapedini e sembra sparire. Ma dopo un mese butta fuori muffa, ferri corrosi, intonaci sgretolati.

-wFJ4f4NPerché, parliamoci chiaro – lo abbiamo accennato parlando della nebulizzazione della paura – cos’è questa novità delle gare su due ruote per le vie del quartiere se non una dimostrazione evidente che per quelle strade, tra quegli isolati, la legge la detta qualcuno di diverso dallo Stato? Cos’è se non una inquietante dimostrazione non solo di come un clan controlli il territorio, ma di come sia in grado di gestirlo, manipolarlo, disporne. Il tutto, come sempre, in modo non evidente, lontano da quelle strategie che finirebbero per attirare una reazione violenta delle forze dell’ordine. Appaltando il sistema di imposizione di una logica a ragazzini – spesso neppure imputabili – attraverso non reati ma “bravate”. Illeciti, dal punto di vista amministrativo. Bravate, ragazzate, a guardarle dal salotto di casa, lontano da Via Crisanzio, dal fondo di Via Dante o dalla Piazza del Redentore. A viverci, tra quelle strade, si impara invece presto a chimare quelle “bravate” in altro modo. Si impara presto a capire che i motori che sfrecciano, le staffette che bloccano il traffico, si chiamano “Qui comando io!” tuonato nemmeno fosse una raffica di mitra dal ragazzino figlio, nipote, fratello, cugino di…
http---i.huffpost.com-gen-1847287-images-n-DANIELINO-628x314E non dimentichiamoci una cosa: quando si parla di strategie di questo tipo non si può dimenticare che queste corse, alla fine, in un quartiere in cui bambini e ragazzini non hanno grandi alternative di svago e luoghi di socialità, tra strada ed oratorio, diventano anche comode vetrine per modelli sub-culturali. Oltre che occasioni e luoghi di reclutamento che null’altro può sostituire in un quartiere come quello.

Non chiamiamole bravate, insomma!

Adriatic connection

L’operazione antimafia che ha sgominato il gruppo criminale riconducibile a Domenico Velluto, tra giovedì e venerdì, svela retroscena molto interessanti su questioni nodali per la malavita organizzata. Perchè disarticola un sodalizio molto particolare. Specializzato. Così profondamente specializzato da costringerci a porci una domanda: “Una associazione a delinquere che non assedia direttamente il territorio con le piazze di spaccio e l’imposizione delle decime del pizzo, ma si limita al ruolo di trafficante di stupefacenti, spesso limitandosi a porre in comunicazione logistica domanda ed offerta, quanto può ritenersi estranea – giuridicamente parlando – alla galassia camorristica della città?”

whatsapp_image_2018_10_04_at_112530jPerchè è questo che viene da pensare, nel ricostruire la parabola dei Velluto, a Bari.
Un clan ristretto, limitato a pochi fidatissimi sodali, installato in un territorio molto ben preciso e da sempre battezzato come impermeabile o quanto meno a scarsissima permeabilità mafiosa. Scarsi, quasi nulli, i momenti di frizione e scontro del gruppo, che vanta una saldatura apparentemente tradizionale coi vecchi sodalizi della Camorra Barese. Attività ben definite, circoscritte agli affari che maturano nel grande traffico di stupefacenti tra le sponde dell’Adriatico, con contatti accertati con una serie di altri gruppi esterni al panorama cittadino (SCU salentina su tutti) ma sempre e solo finalizzati alla interposizione in affari nel traffico di marijuana.
Gli uomini di Velluto sono trafficanti di droga. Questo li tiene distanti dall’accusa di associazione di stampo mafioso? Lo diranno i giudici.
Sociologicamente, a leggere il tutto in una chiave meramente accademica, obiettivamente dobbiamo dire no. Non possiamo tenerli fuori dall’universo camorristico. Dobbiamo considerarli a tutti gli effetti un clan. Per un semplice motivo: sono un ingranaggio perfettamente combinato all’interno della catena che dalle regioni attorno ad Argirocastro fa arrivare nelle piazze di Bari la marijuana che i clan vendono per controllare il territorio e ridistribuire all’interno dei propri gruppi stipendi e servizi.

A leggere le ordinanze e le ricostruzioni a margine, questo sarebbero, gli uomini del gruppo smantellato tra Poggiofranco e Carrassi. Anzi, a dirla tutta, sarebbero uno dei pochi gruppi baresi ancora in grado di trattare direttamente coi fornitori senza bisogno di alcuna intermediazione tra la propria domanda e l’offerta dei cartelli albanesi. Questo, è un dato di estrema importanza, di fronte a cartelli camorristici baresi sempre meno dotati dell’autorevolezza criminale per “fare i prezzi”.

3e1b1c_02_HomeIm_799x400.jpgEcco, quindi, che ci si palesa sotto gli occhi una precisa realtà che non possiamo ignorare. La galassia che chiamiamo Camorra Barese e che ancora qualcuno si ostina a liquidare in residuo provinciale della SCU, è in realtà un magma assolutamente peculiare ed indipendente. Così storicamente radicato e negli anni così perfettamente professionalizzato da avere, al suo interno, anche strutture che più che “fare direttamente malavita” concorrono, attraverso traffici criminali, al successo di altre strutture. Apparentemente senza sporcarsi le mani. Apparentemente, senza controllare criminalmente un territorio. Semplicemente perchè hanno scelto di inserirsi in quel mondo ed in quel mercato con un ruolo diverso. Ed insiste proprio su questo uno dei passaggi dell’ordinanza. Anche di fronte a guerre e controversie interne alla Camorra Barese, il gruppo dei Velluto – il condizionale però è d’obbligo – non avrebbe esitato a trattare a condizioni analoghe con gruppi in contrasto, scegliendo strategicamente di non favorire alcuno dei sodalizi. Feticismi di poco conto? Nient’affatto. Da aggiungere, dettaglio non di poco conto, che rispetto ai propri traffici storici il clan si è sempre dimostrato molto deciso a non perdere terreno. E non farsi passare mosche sotto il naso. E’ dello scorso anno la sentenza in abbreviato di primo grado che condanna Velluto a 20 anni di reclusione per un omicidio – quello di Rocco Sciannimanico – avvenuto per un debito di droga non pagato.

Questi, letti organicamente, in modo scientifico, tutti assieme, sono la dimostrazione che esiste una struttura ormai autonoma ed indipendente dalle vecchie mafie. Anzi, in grado di essere protagonista sui palcoscenici internazionali e di trattare da pari con i grandi gruppi del crimine transnazionale. Esiste una Camorra, a Bari, che non ha nulla da invidiare a nessuno. Anzi, che in modernità, può davvero dare più di una lezione in giro per l’Italia. E sarebbe davvero bene che chi ha il dovere di interrogarsi su come difenderci, chi ha il dovere di formarsi su come contrastare al meglio le minacce al nostro corpo sociale, se ne faccia quanto prima una ragione. E cominci a studiare davvero.

Pensieri a margine della passeggiata civile i ricordo di Gaetano Marchitelli

Carbonara è un posto particolare. Anche Ceglie del Campo. Sono luoghi simbolici di quanto Bari sia cresciuta in modo disordinato. Tanto e male. Tanto, perchè ha finito per inglobare luoghi che avrebbero potuto avere un futuro differente. Male, perchè questa inglobazione è avvenuta in modo parecchio sbagliato: le identità di piccole comunità sono rimaste – ed è un bene – ma i servizi e la redistribuzione di possibilità sembrano non essere pervenute. Il distacco, tra Carbonara e Ceglie, fisicamente non si può avvertire. La cesura netta, rispetto a Bari, quella sì. L’aria che si respira è diversa da quella che c’è a Palese, a Santo Spirito. Lì ti accorgi di due piccole comunità che sono state portate dentro, in tutti i sensi, da una municipalità. E sembrano di colpo meno stonate le indicazioni stradali bianche che puntano al Centro come se fossi solo un po’ lontano da Via Sparano e dai palazzi del potere. Eppure, dalla cinta ideale della città, quei due pezzi sono parecchio più staccati. Sarà il mare, sarà l’aeroporto? Sarà il peso specifico, in termini di ricchezza, di chi ci risiede? Sarà una certa qualche artificiosità di quelle due ex marine di Bitonto e Modugno, che comunità a parte non lo sono davvero mai state? Difficile dirlo. Una cosa è certa: Carbonara e Ceglie si fa fatica a definirle Bari.

DLJWCD9WkAAIWG8Il 2 Ottobre una passeggiata sociale, accompagnata da candele, ha attraversato le due frazioni. In un abbraccio ideale che tiene uniti particolari luoghi del ricordo. Da Ceglie a Carbonara, seguendo la ideale direttrice lungo cui si è mossa la mano di chi, il 2 ottobre del 2003, uccise Gaetano Marchitelli, vittima innocente ed inconsapevole di piombo destinato ad altri. Da Ceglie, territorio dei Di Cosola, che quella sparatoria la progettarono e la ordinarono, fino a Carbonara, casa di Gaetano e delle due vittime designate di quell’agguato. Una passeggiata animata da gente comune, dalla parrocchia di don Mimmo e dal Movimento Antimafia di base. A dirla tutta, una passeggiata solo “di base”, senza autorità – che, invece, la mattina hanno presenziato le iniziative per così dire ufficiali. Non importa, non c’è da fare una conta dei presenti. Non quando, almeno, è confortante la densità specifica di coscienze, giovani e meno giovani, pronte davvero a mettersi in discussione dal basso, per riflettere di criminalità e marginalizzazione. E per ricordare che Gaetano non è morto per “errore”, per un “incidente”, per una “tragica fatalità” o perchè “si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Nei loro interventi, proprio i ragazzini della parrocchia lo hanno spiegato bene: Gaetano è morto perchè la cultura di chi ha premuto il grilletto – e all’epoca il killer non era così più grande di Gaetano – la cultura di chi ha educato quel ragazzo perchè un giorno premesse il grilletto, è di quelle che credono la vita degli altri pesi meno di niente. Ed è giusto ed importante ricordarlo. Anche con la semplicità dei pensieri di chi non è ancora cresciuto. Di chi non ha magari tutti gli strumenti formativi, ma ha coscienza e sensibilità sufficienti a capire subito certi meccanismi. E scegliere da che parte stare.

Fare questo, a Carbonara, non è affatto semplice. Perchè, soprattutto nell’ultimo ventennio, Carbonara è diventata un posto difficile dove vivere e crescere. Complice una emigrazione consistente, complice il richiudersi su se stesse di tante comunità. Complice un progressivo abbandono, coincidente col passaggio da frazione a quartiere. Fare antimafia dal basso, a Carbonara, è complicato. Ricordo le parole di don Mimmo, davanti alla gente che animava la prima iniziativa fatta assieme, sempre lì. “Vedi, la grande vittoria, oggi, è anche aver reso la vita difficile a chi spaccia in quella piazza…” Per dirne appena una. Carbonara è una piazza che non smette mai di far parlare di sè. O meglio, trova sempre il modo, quando si parla di crimine, di infilarsi nei discorsi.

ciotti marchitelli-3.jpgPerchè Carbonara è Bari, senza esserlo. Perchè Carbonara è così distante, dimenticata, che ci si può serenamente installare una centrale operativa della camorra lontano dagli occhi indiscreti. Perchè Carbonara, fino alla fine degli anni ’90, era il feudo di un boss piccolo, agguerrito, ma solo. Un uomo che sapeva accontentarsi di “poco”. Solo che poi, delle potenzialità di Carbonara, si sono accorti personaggi come i fratelli Strisciuglio, mentre ancora dovevano radicarsi a Bari. Ed è stata Carbonara, con la sua distanza pur dentro la città, a fare la loro fortuna. E’ per contendersi il peso specifico su quella piazza che si confrontavano la sera del 2 ottobre del 2003 gli Strisciuglio e i Di Cosola. C’è morto Gaetano, per quella piazza. C’è rimasto segnato a vita, nell’anima, il suo amico fraterno, Mario Verdoscia, che quella sera rimase ferito. E oggi, a 15 anni da allora, Carbonara torna a far parlare di sè. Perchè coi Di Cosola dismessi, gli Strisciuglio hanno rialzato la testa. Ed hanno inviato sul territorio i loro uomini più determinati a difendere il fortino. Perchè, proprio adesso che il vecchio boss di Ceglie è morto, è Carbonara il Fort Apache da cui lanciare l’assalto alla provincia. E da cui continuare a governare indisturbati tutta una serie di traffici che coinvolgono Bari città. A Libertà si decide, vero. Ma è Carbonara, oggi come quindici, vent’anni fa, la piazza irrinunciabile per gli uomini della Federazione. Lo scontro a fuoco  sanguinario di due lunedì fa è cominciato proprio quando i Rafaschieri – figli di gente di vecchia camorra – hanno provato a violare i confini del fortino. Ed è un fatto significativo. Un allarme che la cronaca stessa ci mette sotto gli occhi.

Anche nel ricordo di Gaetano, quella comunità non va lasciata da sola. E pur nella sua autonomia, nella sua forte identità culturale, va resa davvero un quartiere di Bari. Non perchè sia una comunità marginalizzata, non perchè sia un luogo dove è impensabile ragionare di progetti di inclusione e socialità. Non perchè ci siano particolari e croniche emergenze. Ma perchè ad essere distante, a Carbonara, è la sensazione di una “autorità”. E quindi è necessario intervenire. Soprattutto pensando quanto prima a vigilare su quel comune. Non perchè la repressione sia l’unica ricetta, ma perchè l’assenza di divise è silenzio di uno Stato, di una autorità. Ed è un tratto che una comunità come Carbonara non merita. Una risposta che ai clan non si può scegliere di dare.