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Japigia: alla ricerca delle armi perdute

E’ storia della settimana scorsa. Non fa nemmeno troppo rumore, così, messa tra gli articoli di cronaca. Ma è una notizia che fa riflettere.

A Japigia e nell’hinterland un tempo controllato dai gruppi vicini al boss Savino Parisi si cerca disperatamente quello che era il vecchio arsenale del clan. Un arsenale che, stando a quanto ricostruito da pentiti ed analisti criminali, nei suoi trent’anni – più o meno – di implementazione, vanterebbe al suo interno pezzi da guerra di inestimabile valore militare. Probabilmente anche armi pesanti – per capirci bazooka e lanciagranate.

Non ci si deve stupire: interlocutori del clan, per decenni, sono stati i pezzi più marci dei sistemi politici della ex Jugoslavia – montenegrini su tutti – ed albanesi, in massima parte quelli all’epoca collegati ai clan in tramonto vicini a Hoxa e convertitisi a Berisha. Chi ha fatto affari coi Parisi, assieme alle sigarette, ha concesso benefit incredibili anche sul fronte dell’approvvigionamento militare. Garantendo forniture di pezzi interi di caserme. E non solo, visto che a tanti degli armieri del clan, negli anni, sono stati anche garantiti periodi di apprendistato militare con formatori che arrivavano direttamente dalle caserme della polizia e dell’intelligence militare.

Quello di Japigia è l’arsenale più pericoloso, certo. E la ragione non sta solo nella varietà di pezzi e nella pericolosità di ciascuno di essi. Il fatto, grave, adesso, è che quell’arsenale non è più nelle mani di un uomo come Savino Parisi, che aveva fatto della dottrina della deterrenza la sua filosofia di vita. No. Attualmente quell’arsenale è senza padroni dichiarati. Alla mercé di chiunque, potenzialmente. Per quel che ne sappiamo, non ha padroni. Ed è pericoloso, a Bari, che un arsenale così non sia nelle mani salde di qualcuno.

Ci vediamo a Portineria 21, Bari

Comincia per “Bari Cal.9 – Storia della Camorra Barese” il primo ciclo di presentazioni. Discutiamo del libro, ne parliamo, lo portiamo tra la gente e proviamo a farlo diventare un testo a cui affezionarsi, su cui riflettere.

Cominciamo oggi, a Bari, scegliendo uno spazio culturale nuovo e fresco come la “Portineria 21”, in via Cairoli 139.

Ci vediamo lì, alle 18:30 – e mi raccomando, puntuali!

Assieme a me, a parlare del libro, avrò il piacere di avere
– Mara Chiarelli, giornalista
– Patrizia Rautis, magistrato

Vi aspetto, non mancate!

Tra qualche ora nelle librerie.

La quarta di copertina:

La storia feroce, troppo spesso negata, della Camorra Barese.

Dalla introduzione:

Quella che avete tra le mani, infine, è una grande speranza. Quella che finalmente e per davvero si possa cominciare a discutere con gli strumenti migliori, in tanti, di legalità e sicurezza, nella nostra città. Guardando a Bari ed al sistema criminale che ne strozza le potenzialità, senza aver paura di leggere questo sistema per quello che è: una Mafia. Senza nasconderla o negarla come per troppo tempo si è fatto. Per poterla comprendere davvero fino in fondo e per riuscire ad avviare, finalmente, una stagione vera di riscatto e riscossa. Per una volta, tutto insieme!

Work In Progress – Bari Cal.9

Ok, sembra ormai davvero questioni di giorni.

La grande emozione è stata poter tenere tra le mani, solo virtualmente, anche l’impaginato del libro. Siamo davvero alle battute finali.

Adesso, davvero, a lavoro di nuovo, per la preparazione di un tour che permetta a questo volume di lasciarsi conoscere anche fuori dall’etere E far conoscere il mio lavoro e questa storia – che è un pezzo della storia di Bari, anche e soprattutto ai non addetti ai lavori. A chi curiosa, a chi sonnecchia, a chi si arrabbia e si indigna ed ha voglia di capirci di più.

Ed è ora di pensare anche di far uscire questa storia dai ristretti circuiti della discussione, tutta pugliese, sulle mafie. Perchè a chiederlo, per primi, sono i magistrati e gli operatori di pubblica sicurezza a tutti i livelli. Perchè loro, che queste emergenze così particolari come quelle delle manie pugliesi le fronteggiano ogni giorno, non ce la fanno più a convivere con lo status di “contrasto ad una mafia in sedicesimi”. Hanno voglia di essere presi sul serio. Anche e soprattutto perchè una battaglia così si vince solo se tutti cominciamo a prenderle sul serio queste Mafie Pugliesi.

Cominciando soprattutto a chiamarle col proprio nome. E conoscerne la storia.

A prestissimo davvero. Ed ancora grazie a tutti!

Un add-on doveroso

Pochissime parole per giustificare un ritardo minimo nel fornirvi notizie e work-in progress sul libro “Bari Cal.9 – Storia della Camorra barese”. Di fronte alle escalation delle ultime settimane si è imposta la aggiunta di una appendice che colmi l’anno che sta andando in archivio. Perchè è stato un anno denso di avvenimenti importanti. Dalle ordinanze e dai maxi-blitz ai processi. Dalle guerre agli omicidi eccellenti.

Non potevamo permetterci di uscire con un libro che analizzasse la Storia di questo fenomeno e si presentasse però ai lettori ed alla discussione monco di una parte così importante dell’analisi e della ricostruzione.

Perchè, sia chiaro a tutti, quella che la Camorra barese attraversa in questi ultimi mesi, è una fase di ridefinizione generale di asset ed equilibri che effettivamente è da considerarsi storica. Una fase che porterà con sé, piaccia o no, cambiamenti epocali – del resto lo sta già facendo, in gangli vitali.

Per cui, stay tuned, restate in contatto. Certi che quel che leggerete, per quanto possibile, sarà sempre assolutamente aggiornato.

Grande è la confusione…

Una riflessione va dedicata alle operazioni delle forze dell’ordine condotte nelle prime giornate di dicembre contro differenti articolazioni della Camorra cittadina. Nella fattispecie sono stati arrestati 13 elementi riconducibili a tre diverse cosche, apparentemente in guerra tra loro. Si tratta di operativi e figure di riferimento del clan Rafaschieri- Di Cosimo, di operativi della articolazione Strisciuglio del San Paolo CEP e di un uomo collegato al gruppo Palermiti-Milella, egemone su Japigia da quando il clan Parisi ha – apparentemente – abbandonato il campo dello spaccio di stupefacenti.

La ricostruzione degli inquirenti getta luce su un momento molto delicato di frizione tra le due anime del gruppo una volta egemone nel quartiere Madonnella: i Rafaschieri-Di Cosimo. Da una parte Emanuele Rafaschieri, fratello del fondatore del clan, Vincenzo – Bibì, morto nel ’94 su ordine di Domenico Monti – intenzionato a mantenere salda e stabile l’alleanza con il gruppo di Japigia (leggi, ormai, Palermiti). Dall’altra i fratelli Di Cosimo, spalleggiati dalla seconda generazione del clan Rafaschieri, rappresentata da Alessandro e Walter, figli di Vincenzo. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni, da tempo erano intenzionati a saldarsi con alcuni dei gruppi federati agli Strisciuglio – segnatamente, il gruppo del San Paolo.
Una ridefinizione di equilibri interna che avrebbe visto, a quel punto, schierate sui due fronti contrapposti, le cosche dei Palermiti da una parte e degli Strisciuglio/San Paolo dall’altra.
Si spiegherebbero così il ferimento di Fachechi e l’agguato mortale contro i fratelli Rafaschieri. Si spiegherebbero così anche le deliranti affermazioni di Emanuele Rafaschieri su vendette da far pagare al proprio nipote Alessanro, colpevole di una serie di sgarbi nei confronti dei vecchi alleati. E probabilmente, anche nei confronti dei Di Cosimo, da tempo detentori di un peso specifico maggiore negli equilibri del clan. Nel mezzo una paranza nuova di criminali, composta da facce vecchie e nuove, tutte quante riconducibili al San Paolo e tutte quante orbitanti nella grande galassia Strisciuglio. Questo gruppo, non identificabile ancora a livello di appartenenze reali, avrebbe poi organizzato e pianificato una serie di risposte, sventate dall’intervento delle forze di polizia.

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La tesi su un fermento reale e profondo nella Camorra barese, dunque, finisce confermata dalle indagini. E la causa di questo fermento è, come si evidenziava, di natura duplice: da una parte la necessità di figure di secondo piano ma storico lignaggio di riaffermare il proprio peso nel momento in cui vanno prese decisioni importanti. Dall’altro la ridefinizione di enormi blocchi di equilibrio dovuta ad alcuni eventi che hanno scompaginato i vecchi asset. E quindi, da una parte l’uscita di scena del vecchio e autorevole padrino Savino Parisi, dall’altra l’affermarsi sulla scena di un nuovo gruppo, spietato e molto più incline all’uso della violenza, come quello dei Palermiti. Un gruppo che ha chiarito sin da subito, con la guerra di due anni fa nel rione Japigia, di non ammettere dinieghi o ingerenze di alcuno, nei propri affari. Allo stesso tempo, però, per tutti, Eugenio Palermiti ed i suoi uomini di fiducia (Milella su tutti, a leggere le carte della Procura) non sarebbero soci di maggioranza cui piegarsi facilmente. E questo perchè, proprio alla fine dell’era Parisi – per quel che appare – avrebbero preteso attenzioni maggiori a quelle dovute, ingerendosi da padroni anche in traffici prima di allora lasciati ai titolari dei quartieri di riferimento. Un ombrello troppo scomodo, sotto cui mettersi, insomma.

Come una guerra del genere possa proseguire, nei prossimi mesi, non è dato ancora prevederlo. Quel che è certo, comunque, è che la ridefinizione degli equilibri nella città ha già scompaginato più di un vecchio cartello. E non è impassibile che nei prossimi mesi la fame di affermazione di alcuni giovani colonnelli possa determinare altri scossoni.

I modi in cui ci si ammazza, parlano!

E veniamo alla conclusione del focus sull’omicidio di Domenico Capriati. A guardar bene, ovviamente, ci rendiamo subito conto che il focus non è tanto – o soltanto – su questo ennesimo fatto di sangue. Ma su un mutamento, profondo e reale, di cui anche nei prossimi aggiornamenti daremo conto, che sta interessando la Camorra Barese come sistema.

I modi dicevamo. I modi parlano, esattamente come i luoghi e le vittime. Ed in questo caso, come nel caso dell’omicidio di Walter Rafaschieri, ci dicono davvero tanto. Innanzitutto ci raccontano di una preparazione militare dei camorristi in circolazione che lascia impallidire anche le organizzazioni storiche, quanto a preparazione e capacità degli esecutori. Inutile girarci intorno: a Bari si è ormai forgiata una classe criminale nuova, quella degli “operativi”. Che non vuol dire soltanto killer o esecutori materiali. Vuol dire specialisti.
Specialisti nella logistica, nel richiedere ed aggiornare il parco auto ed i ferri del mestiere, ricorrendo sempre di più ad armi nuove, più performanti e sempre pulite. Cosa ci dice questo dato? Che le disponibilità in termini di denaro e contatti di questa organizzazione sono ormai così elevate da potersi permettere l’impegno all’acquisto di armi sempre nuove – sul mercato dell’est – e di auto sempre nuove e sempre più performanti.
Specialisti nella pianificazione: vuol dire che ci sono dei capisquadra, ai quali viene genericamente appaltato il “servizio” – l’omicidio – che hanno il compito di preparare il terreno, studiare il campo d’azione, valutare i momenti migliori e selezionare il materiale umano più consono all’azione. I processi all’organizzazione Strisciuglio – la FEDERAZIONE per capirci – sono chiarissimi in merito. La motivazione al processo Eclissi precisa che requisito indispensabile alla adesione alla Federazione è quello di concedere propri soldati alla organizzazione militare complessiva. Perchè è prassi, per la Federazione, agire in ogni contesto garantendosi sempre la presenza di un “operativo” del luogo in cui si agisce. Per una chiamata in corresponsabilità di fronte ad una guerra ed una saldatura più efficace tra gruppi, ma anche per mere ragioni logistiche – conoscenza più approfondita dei luoghi dei tempi, del contesto dell’azione.
Ancora, Specialisti nell’esecuzione. Killer preparati, senza scrupoli, capaci di mantenere il sangue freddo ed evitare errori, anche in condizioni di massimo rischio: eloquente in questo caso, il conflitto a fuoco che ha causato la morte di Walter Rafaschieri e il ferimento di suo fratello Alessandro – primario obiettivo dei sicari. Ma anche il delitto Capriati, in merito, parla chiarissimo: si tratta di un omicidio eseguito con tecniche militari, con uno studio del territorio puntuale, un esame delle abitudini della vittima certosino e soprattutto una esecuzione fredda, determinata, spietata.

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A fianco di questo, però, ancora resiste quello che è un rituale arcaico e barbaro. Che è quello dello spregio massimo della vittima che suoni da monito anche al suo clan di riferimento, fino a raggiungere i suoi affetti più cari (e parlando dell’omicidio Capriati, balza subito agli occhi una identità precisa tra clan e famiglia). Questo rituale è fatto di azioni e risposte a codici precisi, arcaici, che affondano le radici in parole come Pietas, Sangue, Affetti. Domenico Capirati è stato atteso sotto casa – luogo inviolabile, se non di fronte a determinate necessità somme, come appunto quella di spregiare in maniera incontrovertibile la supremazia di un capo-clan.
Ancora, è stato inseguito di fronte a sua moglie – le donne vengono coinvolte in questo modo solo e soltanto per amplificare in modo estremo il portato di quel delitto, costrette ad osservare impotenti la morte del proprio congiunto. Attenzione, è già successo a Bari, proprio durante la guerra che Lorusso e Campanale si combattono come dirette emanazioni dei Capriati e degli Strisciuglio a San Girolamo. E’ successo in occasione dell’omicidio di Nicola Lorusso, padre del boss, ucciso per vendicare l’omicidio di Felice Campanale, storico mamma santissima del quartiere e da un ventennio, ormai passato a collaborare con gli Strisciuglio per tramite del figlio. La moglie, costretta a guardare l’omicidio del marito, ha riferito anche che i killer avrebbero cantato, mentre sparavano. Rituali detestabili, ritenuti necessari dai Campanale per vendicare l’omicidio del vecchio capo, avvenuto in circostanze non meno drammatiche, a margine del compleanno del nipotino, proprio nei pressi del luogo in cui si era festeggiato.
In ultimo, ma non perchè il dettaglio abbia meno importanza, a Capriati è stato esploso in pieno viso il colpo di grazia. Questo, piaccia o no, è un altro dettaglio che racconta di come certi codici sono duri a morire. Sparare in viso alla vittima vuol dire negargli umanità, sfregiarne il volto – che è quello che a livello inconscio ci codifica come uomini. Soprattutto però, è lo strumento con cui il clan rivale si assicura che i propri nemici non vedano concretizzarsi nemmeno il momento della pietosa attraverso la veglia funebre. Nessuno potrà guardare il corpo del boss composto, perchè la bara dovrà essere chiusa.

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Cosa ci dicono tutte queste analisi? Che la Camorra barese ha fatto ormai decisamente il salto nel mondo del crimine professionalizzato e strutturato, anche quando si parla di omicidi, potere militare, tendenze belliche. Perchè è vero che certi codici non possono essere dimenticati, perchè sono parte di una ritualità che identifica il camorrista per quello che è. Allo stesso modo, però, essi si riattualizzano per rimanere al passo coi tempi e permettere alla struttura criminale di resistere alle sfide imposte da una evoluzione sempre più veloce – e feroce – della Storia.

Un boss, prima che “il nipote di…”

Domenico Capriati, fu Sabino, vittima di uno spietato agguato che due settimane fa lo ha ucciso, è una figura fondamentale nella storia della Camorra Barese. Il fatto che senza alcuna voglia di approfondire, sia stato da tutti liquidato a semplice “nipote di Antonio Capriati” è un fatto molto grave. Perchè dimostra che, purtroppo, non c’è alcuna formazione o competenza nel raccontare le vicende di criminalità che riguardano la nostra città. E, peggio, che non esiste una capacità di ricerca delle basi documentali solide su cui avviare questa operazione. Anche solo per un dovere di cronaca più corretta e puntuale. Perchè i fatti, anche se narrati correttamente nel loro svolgersi, finiscono per avere letture incorrente, fuorvianti, stravolte, quando poggiano su basi inesatte o – peggio – completamente inesistenti. O peggio, quando si fanno affermazioni platealmente scorrette basandosi sul sentito dire, su affermazioni origliate, su copia incolla improvvidi. La ragione che ci ha spinti ad approfondire questa figura e gli eventi collegati alla sua morte sta tutta qui. In attesa, ovviamente, che il libro sulla Storia della Camorra Barese veda la luce; lì, in maniera ancora più approfondita, la storia di quest’uomo come di tanti altri che hanno scritto le vicende della Camorra Barese avrà ampia e documentata trattazione. Doverosa, viene da aggiungere. Perchè sono gli uomini e le donne, col loro portato e le loro azioni, a scrivere la storia di una organizzazione che, nei fatti, assieme a questa nostra città è cresciuta. Ed a suo modo l’ha condizionata.

 

Domenico Capriati era figlio di Sabino, fratello maggiore di Antonio Capriati. A dispetto di quanto i legami di sangue possano far presumere, nei primi anni di vita del clan ha un ruolo molto marginale. Ce lo dicono i pentiti che hanno contribuito alla concretizzazione del maxi-blitz Borgo Antico ed al processo che ne seguì – il primo maxi processo contro una organizzazione della Camorra Barese intesa come tale. A sentire tutti i collaboratori, in primis Mario Capriati, che del boss Antonio era fratello e che il clan lo guidò come reggente per un anno, dopo la carcerazione nel 91-92 del boss, Domenico Capriati fino ad allora era da considerarsi un giovane in coltivazione, probabilmente affiliato con un grado basso a Domenico Monti, conosciuto con il soprannome di Mimmo il biondo, uomo di estrema fiducia del boss Antonio. Sulla paternità di Camorra tutti i pentiti sono certi: Domenico non fu affiliato a suo zio ma ad un suo collaboratore. Anche questo è un fatto che la dice lunga sui rapporti di forza e sulla forza del sangue, nel clan. Secondo tutti, ancora, Domenico non era considerato un “predestinato” dalle linee di comando.
Quando il clan subisce il contraccolpo degli arresti successivi alla guerra del San Paolo prima (92) ed all’affare Petruzzelli dopo (93-94), essendo in galera tanto Antonio quanto Mario Capriati, fu necessario che qualcuno si facesse carico delle aspettative di molti degli affiliati (e relative famiglie) rimasti senza una guida. Con quello che molti definiscono un “colpo di mano” non direttamente supportato dalle vecchie gerarchie, la palla passò in mano a Domenico ed ai suoi fratelli Filippo, Francesco e Pietro. Furono questi i quadrunviri che ressero le sorti del clan. A dire meglio, il clan lo trasformarono. Perchè, se sotto la guida di Antonio, la cosca di Bari Vecchia era, appunto, una questione diffusa e sociale, aperta anche e soprattutto a chi con la famiglia non aveva legami di sangue ma di contiguità, amicizia, relazioni, con i quattro fratelli figli di Sabino il discorso si familizza. E gioco forza si ridisegnano le gerarchie, anche rispetto al controllo ed all’accesso agli utili redistribuiti. Che vengono girati in prima istanza ed in quantità maggiore ai Capriati di nome e di sangue e solo dopo, sotto forma di stipendio fisso – basso – a chi quella famiglia la avvicina senza farne parte. Lo affermano le sentenze, Borgo Antico su tutte.

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E’ questo il momento in cui, assieme ad un clan, cambia la storia della Camorra di Bari. Perchè è proprio da questa espulsione de facto di tutto un blocco di criminali, fidelizzato ad Antonio e Mario e cresciuti nel rispetto di logiche e gerarchie meritocratiche più che di appartenenza familiare, che nasce il clan Strisciuglio, nella sua prima versione. Guardacaso diretto e promosso da tre figure di primissimo piano cresciute come figliocci di Mario (Strisciuglio) o come Consiglieri e Uomini di massima fiducia di Antonio (D’Ambrogio e Monti). La scissione che da i natali al gruppo promotore della Federazione Strisciuglio, egemone attualmente si Bari, si deve dunque proprio all’intervento indiretto di Domenico come nuovo boss dei Capriati. Innovazione inconsapevole attraverso un percorso di reazione e conservazione.

Percorso dal quale lo zio Antonio, che quel clan l’aveva fondato, è escluso. Ancora una volta soccorrono i pentiti e le sentenze: non esiste un rapporto reale di gerarchie tra i due uomini. Anzi, a Domenico la maggioranza dei pentiti addebita la espulsione di suo zio dalle linee di comando ed anche la riduzione drastica dell’accesso agli utili. Con la frase eloquentissima: “Quando lui faceva il boss, ci teneva nei sottani”, come a rivendicare una esclusione patita come ragione di una ridefinizione delle gerarchie. Mario, altro zio ed altro vecchio reggente, invece, finisce espulso da tutta la famiglia per la sua scelta di collaborare con la giustizia intervenuta nel ’94.

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Ecco spiegato perchè affermare in prima battuta che Domenico sia semplicemente il nipote del boss è scorretto, fuorviante ed antistorico. Domenico, più che il nipote, è ormai da trent’anni l’uomo forte del clan. Antonio, pur con dalla sua il carisma indiscusso e l’autorevolezza del vecchio capo, da tempo non ha più un diretto controllo sulle vicende del clan. I suoi figli, Francesco e Giuseppe, non sono considerati organici al gruppo. Il primo è da tempo ristretto in carcere, dove sconta condanne collegate al processo Borgo Antico ed a quelli successivi. Processi che, comunque, non hanno mai provato un suo diretto ruolo dirigenziale nelle vicende. Il secondo, Giuseppe, non è ai stato accostato alle vicende del clan. Un cognome ma due storie differenti. Forse varrebbe la pena di capire se non si debba meglio dire: un cognome, due clan differenti – uno, da tempo estinto. Se una affermazione del genere non sia più criminologicamente corretta. Anche perchè, per coincidenze temporali e di investigazioni, l’equivalenza tra le due figure ed un presunto rapporto gerarchico tra Domenico ed Antonio, a margine di indagini su un omicidio maturato nel quartiere Japigia, al centro dei riflettori negli stessi giorni per una operazione nazionale contro il riciclaggio che vede coinvolti come promotori i Martiradonna – uomini di fiducia di Antonio, sì, ma trent’anni fa – rischia di creare equivoci e distorsioni enormi. Perchè rischia di sovrapporre due vicende che assieme, se non per una coincidenza onomastica, proprio non ci starebbero. E rischia di indirizzare letture, indagini, aspettative, verso direzioni clamorosamente sbagliate.

Premesse doverose, prima di iniziare

Prima di cominciare la riflessione promessa, credo sia doveroso fare una serie di velocissime premesse. Di merito, certo. Ma più ancora, e più che altro, di metodo.

Quello che ci prefiggiamo, con questo approfondimento, è quello di fare chiarezza su un pezzo di storia della Camorra Barese e su alcune figure di questa enorme e confusa vicenda. Perchè una storia la si può scrivere davvero, e di quella storia si può e si deve doverosamente parlare e rendere conto. Ma per farlo è necessario conoscere i fatti. Assicurarsi le fonti corrette, più giuste. Altrimenti si rischia di fare un cattivissimo servizio a chi guarda a quella storia per capirci di più, soprattutto su quel che vive e su quello che lo aspetta.

Per farlo useremo le uniche fonti storiche realmente affidabili che uno storico dei fenomeni criminali abbia a disposizione. Ossia le motivazioni a sentenza dei processi che riguardano determinati fatti e determinati percorsi. Piaccia o no, sono gli unici documenti e le uniche fonti valide per scrivere una storia. Perchè, col loro stesso esistere rappresentano la trascrizione di una storia e di una verità. A fianco della quale, a sostegno della quale, potremo chiamare altri fatti. Ma dalla quale, piaccia o no, non potremo prescindere.

Proprio per questa ragione, non ragioneremo in alcun modo di scenari possibili, spiegazioni, trame, sottese dietro il fatto di cui parliamo e la storia che raccontiamo. Quello è dovere di chi indaga. E, infatti, nel pezzo stesso su EPolis, le uniche ipotesi a riguardo sono appunto giornalisticamente riportate come semplici ipotesi.

Credo fosse giusto e doveroso chiarire prima di tutto questi aspetti. Perchè rappresentano la cassetta degli attrezzi base, irrinunciabile per chi si occupi di ricostruire la storia e la sociologia di fenomeni criminali complessi. E soprattutto perchè, in assenza di testi accademici, analisi, saggi, letture approfondite, letture errate o poco documentate finiscono per costruire storie sbagliate, fuorvianti, inesistenti. E questo non è un bene per nessuno.

La prossima settimana…

Lasciamo per oggi, nella riflessione, spazio all’articolo uscito su EPOlis. Il problema, ovviamente, è che i luoghi fisici del giornalismo sono spesso molto vincolati agli spazi fisici. E ci sono discorsi che è possibile, doveroso, approfondire con un taglio e destinatari diversi in altre sedi.

L’omicidio di due settimane fa è uno di quei casi in cui, per le ricostruzioni sociologiche, criminologiche e storiche, il giornalismo non può bastare. E l’informazione, pur facendo la sua parte in modo completo, preciso ed esaustivo, si ferma e cede il passo ad approfondimenti diversi.

Per questo prendiamo l’impegno, nella prossima settimana, di approfondire in modo chiaro i tre punti da cui l’articolo di oggi si muove. E chiarire, attraverso questo percorso, perchè quel che diciamo a fine del pezzo oggi in edicola è tristemente possibile. Chiarire perchè, l’omicidio di Domenico Capriati scuote dal profondo il magma della Camorra Barese rischiando di innescare un sisma di proporzioni terribili.

A lunedì, allora. E buona lettura su EPolis, oggi.