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La fine dei Di Cosola? Non scherziamo

Di enorme importanza l’operazione che nelle scorse settimane ha portato all’azzeramento di un gruppo criminale dedito al controllo dello spaccio in alcune zone della città di Verona e dell’hinterland scaligero.

Il dato che rende l’informazione di primaria importanza, al nostro sguardo, è quello che il gruppo smantellato era, a tutti gli effetti, una cellula emigrata del clan Di Cosola, gruppo che si credeva polverizzato e disgregato subito dopo il pentimento e la morte dello storico boss Antonio.

Invece, a quanto pare, un pezzo considerevole del clan era ancora attivo. E non solo in termini di mera resistenza e controllo della roccaforte di Ceglie del Campo – come l’operazione contro i fratelli Masciopinto di un paio di mesi fa lasciava intendere. Le indagini che hanno portato all’arresto di venti persone tra Veneto e Bari, proverebbero invece la presenza di un gruppo di riferimento della famiglia nella città e nella provincia scaligera. Gruppo che, stando alle accuse, settimanalmente si garantiva approvvigionamento di stupefacente da riversare su piazza, in una situazione di controllo di piccole porzioni di territorio. Non tragga in inganno la modesta dimensione del traffico: si trattava, fino a qualche mese fa, di una attività collaterale per il gruppo che, solo negli ultimi mesi, aveva deciso di intensificare l’azione e migliorare le performance in prospettiva di una scalata e di una affermazione ben più considerevole nel prossimo futuro.

In tutto e per tutto, dunque, una forma di esportazione di un modello criminale preciso, quello dei Di Cosola, strutturato secondo le vecchie logiche di Camorra, attraverso un controllo ristretto delle leve di comando nelle mani di familiari e sodali di massima fiducia. A dimostrazione, ancora una volta, del fatto che la Camorra Barese, proprio come le altre mafie italiane, ha ormai know how ed autorevolezza sufficiente per dettare legge anche fuori del suo giardino di casa.

Modugno e le Sante Alleanze

Ci è voluta una nuova inchiesta della procura di Bari a mandare alla sbarra l’ennesima articolazione di Camorra Barese nell’hinterland. Con più precisione, nel comune di Modugno, in quella zona liquida in bilico tra status di comune autonomo e territorio contiguo al CEP – San Paolo e alla zona industriale del capoluogo. Insomma… un hinterland che è sempre più inglobato nella città. Un hinterland che si fa fatica a definire tale.

Tant’è comunque. Le forze dell’ordine hanno sgominato, nelle scorse settimane, una organizzazione criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti che agiva indisturbata in situazione di assoluto ed indiscusso monopolio nel comune, rifornendo le piazze di spaccio della cittadina e gestendo in modo verticistico anche il lavoro di alcuni dettaglianti free-lance che non avevano alcuna possibilità di rendersi autonomi sulla piazza.

Il dato interessante dell’inchiesta che ha portato in carcere trentadue persone ed ha dovuto dare anche avvio ad una serie di pratiche di affido di minori – alcuni anche coinvolti direttamente nello spaccio – è che l’organizzazione non era assolutamente autonoma. A dirla tutta, più che un clan a se stante, essa si proponeva come diretta articolazione di un cartello criminale di primissimo piano nel panorama camorristico barese. I riferimenti del gruppo, capeggiato da figure del calibro di Siciliani Lorenzo e Martino Valentino – già nel mirino degli investigatori dall’anno passato, operazione Pandora – erano, nemmeno a dirlo, i clan Diomede e Capriati. Per essere più precisi, il cartello di famiglie che questi due sodalizi compongono a far data ormai dal 1990.Ed infatti, per Siciliani e Martino, i riferimenti erano chiari: Cesare e Nicola Diomede a Carrassi ed i Capriati a Bari Vecchia. E quando le figure di cui sopra, per morte o sopraggiunto arresto, non hanno più potuto gestire i rapporti in prima persona, ecco i supplenti, sempre legati a quelle storie, a quelle famiglie, a quelle tradizioni. Erano i Capriati ed i Diomede a rifornire il gruppo attivo su Modugno, garantendosi introiti considerevoli dalla cessione all’ingrosso di marijuana e cocaina – oltre ad assicurarsi il controllo su un territorio strategico, per le sue peculiarità di cerniera e cintura rispetto a più territori differenti.

Una dimostrazione, qualora ancora ve ne fosse bisogno, del fatto che alcune famiglie ed alcuni cartelli, pur se falcidiati da indagini e inchieste, pur se alla sbarra in processi complessi e con carichi di pena molto importanti, riescono comunque a mantenere il controllo su determinate enclave e da quelle mantenere attive linee auree che rappresentano forme di sostentamento e sopravvivenza irrinunciabili. La dimostrazione, senza dubbio alcuno, che molto è ancora il lavoro da fare rispetto alla Camorra ed a certe famiglie che sembrano non morire mai.

Quella tra i Capriati ed i Diomede è una alleanza antica, storica, nelle vicende della Camorra Barese. Affonda le sue radici nella prima vera guerra di mafia a Bari, quella combattuta per il controllo della piazza di spaccio del San Paolo nei primi anni ’90. Allora, Antonio Capriati e Michele Diomede, i boss delle due famiglie, decisero di unire le proprie forze per affrontare la banda – successivamente clan – capeggiata da Andrea Montani, per affermare sul grande quartiere popolare a ovest di Bari una supremazia nel traffico di stupefacenti.

Sono ormai anni che i Diomede hanno dovuto abbandonare il campo e che i Capriati non riescono a riemergere dalla loro roccaforte di Piazzetta San Pietro, nella città vecchia. Eppure, anche se minati da lutti, arresti e processi, entrambi i clan mantengono il controllo saldo su territori esterni alla città. E proprio attraverso questi riescono a tenere viva la loro posizione di assoluta autorevolezza.

La piazza di spaccio di Piazza Umberto

A Bari, è bene dirlo, una emergenza reale collegata alle mafie nere non esiste. Lo abbiamo già detto, giova ripeterlo.
Come non esiste una vera e propria questione sicurezza legata alla presenza di una nutritissima comunità di immigrati di provenienza africana, spesso sprovvisti di permesso di soggiorno o altro.

Di certo, a Bari, esiste una quota di immigrati che delinque. Di certo, a Bari, esiste una quota di spacciatori che hanno la pelle nera. Sono quelli che animano in modo disomogeneo la piazza di spaccio di Piazza Umberto e dell’Ateneo. E che dividono quei luoghi con un’altra serie di delinquenti, immigrati, mescolati all’interno dei capannelli a tenuta stagna delle varie comunità ed etnie che quegli stessi luoghi li animano e li abitano – secondo alcuni li occupano e presidiano.

Esiste, nessuno lo nega, una questione sicurezza legata a quei luoghi. E non è solo affare di “percezione”, visto e considerato che in alcuni momenti della giornata, transitare per quelle piazze è difficile. Di qui, però, a parlare di strutture organiche, gerarchie e catene di comando… ce ne passa.

Soprattutto quando si parla di comunità africana.

E’ vero: chi anima criminalmente quei luoghi spacciando sono i neri. Ma questo non vuol dire che esiste una mafia nera. Questo vuol semplicemente dire che le batterie criminali collegate alla Federazione Strisciuglio hanno appaltato la gestione di determinati luoghi ad una quota di immigrati irregolari che preferisce delinquere più che sfangare la giornata in modo onesto.

Paradossalmente, la presenza di una organizzazione criminale strutturata e ramificata sul territorio, a Bari, è garanzia per il non attecchimento, nel breve periodo, di una struttura criminale immigrata. Perchè chi vuole delinquere ha campo aperto per trattare la propria sussistenza all’interno della Camorra Barese. E, sempre paradossalmente, è proprio la presenza di una mafia autoctona potente e radicata a prevenire anche il fenomeno della radicalizzazione di molti. Perché se è vero, com’è vero, che la gran parte dei “soldati” dell’ISIS sono cellule di disperazione cui il terrorismo conferisce autorevolezza ed identità, è altrettanto vero che quel “ruolo” e quella “identità”, la Camorra Barese è capace di darla, in un percorso di affermazione criminale che è pienamente in linea con quella che sperimentano i “guaglioni” baresi.

Quel che non si riesce a vedere è proprio questo. E cioè che la delinquenza nera, in città, a radici ben salde nelle contraddizioni tutte baresi del capoluogo. Non capirlo, ovviamente, è un gesto colpevole. Perchè non risolve il problema di una delinquenza di sussistenza nera, a Bari. E nello stesso tempo non permette lo smantellamento deciso delle linee di comando di quella organizzazione permettendole una rigenerazione costante ed un controllo continuo su pezzi interi della nostra città.

Quelli di Gomorra?!

Sì, si facevano chiamare così. Li conoscevano coi nomi dei protagonisti della serie di Sollima e Saviano. Oppure con nomi di battaglia eloquenti: la pit-bull, ad esempio.
Si erano dati alla “latitanza” o meglio, alla vita social di “malavita” da un paio d’anni. Da quando, smessi i panni dei bravi ragazzi di famiglie esterne al mondo della criminalità organizzata, avevano deciso di entrare a pieno titolo nel Sistema. Mettendosi a spacciare. Acquistando, non è ancora chiaro da chi, all’ingrosso e rifornendo un giro di clientele selezionate e solvibili. Non spaccio di strada, quindi, ma servizio di rifornimento per soggetti precisi, conosciuti e fidelizzato.

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E tra questi soggetti acquirenti, c’era davvero di tutto. O meglio, c’era tutto quello che si potesse considerare estraneo al sottobosco criminale o a quello della disperazione tipica dei contesti di tossicodipendenza diffusa. Servivano quello che qualcuno continua a chiamare il mondo della “Bari-bene”. Tra gli acquirenti stabili anche un rappresentante istituzionale eletto nell’ultima tornata amministrativa. Il suo è lo spaccato più detestabile ed allo stesso tempo più istruttivo di un mondo, quello grigio della Bari che tanto bene non è, che si arrabatta tra debiti di droga e piccolo malaffare diffuso. Tra droga, festini e bell’apparire. Tanto da far dire al capetto della paranza di spacciatori, al vertice della Gomorra cittadina, che proprio lui, quel rappresentante del popolo nelle istituzioni, era la prova provata che la politica era “merda” (cit.)
Ovvio, assieme ai rampolli ed ai giovani rampanti, ci stavano pure i ragazzini delle superiori, quelli dei quartieri estranei alle guerre di mafia. Quelli di Poggiofranco e del centro, per capirci. Come pensarli estranei, in una Bari che ogni giorno si scopre meno distante dalle brutte storie della strada?

Sono finiti tutti dentro o ai domiciliari. Alcuni, pochi per dire la verità, sono indagati a piede libero. Per nessuno è stato invocato il 416 bis. Ma ci sarà da ragionarci su questa storia. Perchè dimostra che, alla fine, la fascinazione per questa vita al limite, oltre il limite, contigua e impastata di codici e camorra, evidentemente fa presa. E tanta. E forse, questa Bari-bene di cui tanti parlano per definire i contesti tradizionalmente estranei dal malaffare… forse non esiste poi davvero.

Mafia nigeriana a Bari? Siamo seri!

Stanno girando una serie di allarmanti informazioni. Allarmanti per il livello di involontaria comicità che si sta sfiorando. Da molto più di un paio di mesi, complice anche il montante Salvino-Pensiero, c’è chi sostiene a gran voce, a Bari, che sia presente e radicata una forma inquietante di organizzazione criminale etnico/tribale: la mafia nigeriana.

Che esista e sia presente a Bari, tra i delinquenti di basso cabotaggio, una buona quota di extracomunitari, dediti soprattutto allo spaccio di sopravvivenza, questo ce lo dicono una serie di operazioni e sentenze. Che esista e sia presente anche una forma organizzata di sfruttamento della prostituzione e della riduzione in schiavitù di un numero vario – a volte alcune centinaia, altre solo un paio di dozzine – di donne provenienti dai più disparati paesi dell’Africa subsahariana, è dato certo, acclamato e tristemente visibile (nella zona di San Giorgio e del Lungomare Sud)

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Che però, dietro questi fenomeni, si nasconda la regia preordinata di una “mafia” che ancora bene non si capisce se sia una setta, una organizzazione militare, un “sistema”, beh, perdonate, ma questo è tutto da provare. Non bastano i coinvolgimenti episodici, nelle indagini sullo sfruttamento, di elementi riconducibili allo stato nigeriano, per parlare di mafia. Non basta l’uso della superstizione o del voodoo per chiamare a correità una organizzazione assente a Bari.Anche perchè, le indagini hanno molto più spesso provato la presenza di network slavi o balcanici dietro lo sfruttamento della prostituzione e la riduzione in schiavitù delle prostitute di colore (quasi sempre appoggiate da prostitute di etnia rom, albanese, moldava e rumena).

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Il pericolo, a dirla tutta, è un altro: si chiama rimozione. Troppo facile, adesso, inventarsi mafie le più varie e mainstream. Certo, facile e comodo, perchè ci permette di rimuovere una enorme responsabilità, tutta italiana, tutta barese. Chi da la droga da spacciare ai gruppetti di disperati che ciondolano da mattina a sera a Piazza Umberto? Il sistema, la Camorra Barese: è provato. Assieme, chi affitta alle “signorine” le case dove tronare a nascondersi dopo essere state costrette sulle strade per ore, alla mercé di chiunque? Sempre italiani, onestissimi italiani. Gli stessi che, a Santo Spirito, Palese, Libertà e Carrassi, a decine, affittano appartamentini alle “signorine” solo apparentemente più fortunate (quasi tutte ispaniche o sudamericane) che lavorano in casa.

Per cui, basta leggende metropolitane. Ed un sano esame di coscienza!

(per dire… il sottopancia dell’immagine qui sopra lo leggiamo tutti allo stesso modo, vero?)

CEP – San Paolo: qualche riflessione

Molto interessante, da recuperare, il dibattito nato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Bari, venerdì scorso. Un confronto a più voci sul tema della rigenerazione del quartiere Cep – San Paolo. Una rigenerazione che è stata di sicuro urbana e strutturale, ma non può decisamente definirsi compiuta in termini culturali.

In realtà, modestissimo parere di chi scrive, parlare di rigenerazione per un quartiere che solo negli ultimi anni ha potuto sperimentare a pieno quella che avrebbe dovuto essere inizialmente la sua forma e la sua dotazione strutturale di servizi, pare leggermente inappropriato. Forse converrebbe parlare di una esperienza, per il San Paolo, non tanto di rigenerazione, quanto più che altro di forma ormai pressoché compiuta. Possiamo magari chiederci se l’upgrade delle strutture e dei servizi, aggiornati al tempo presente, non sia poi in fin dei conti una rigenerazione. Ma non possiamo non partire da questo dato, nel leggere il San Paolo: il quartiere, solo negli ultimi quindici anni, può davvero definirsi completo e pressoché autosufficiente. Con un ritardo di cinquant’anni che, lo si voglia o no, le nuove generazioni le ha segnate.

Interessante il passaggio che si fa su un discorso più profondo, che attiene alle narrazioni di quel luogo come Comunità, più che come semplice Quartiere. Si parla finalmente di ricucitura. Ed è un bene! Finalmente. Perchè fermarsi al dato semplice e strutturale di una rigenerazione urbana limita i campi d’intervento a quello estetico funzionale, limita le scienze in campo a quelle dell’urbanistica. E facendo così, ancora una volta, taglia fuori dalla discussione il protagonismo delle persone, delle loro narrazioni individuali, familiari, di vicinato, collettive. Fermarci al rigenerare, guardando alle strutture ed all’hardware che fa funzionare un quartiere, non vale a ricucire quello strappo profondo che, dalla periferia, lacera ancora una comunità intera, una comunità che pesa più di 30mila residenti. Sì, il San Paolo – CEP è un pezzo di città da ricucire al resto. Indicativo come i residenti, ancora, parlino del centro come di una città diversa, distante. Ecco: ricucire significa colmare quella distanza. Che non è solo fisica, ma continua ad essere anche interiore.

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Più ancora, ricucire quella distanza significa cominciare a sanare un peccato originale che vizia il CEP dalla sua nascita: quello dello strappo profondo e lacerante tra pezzi interi di comunità e famiglie. Strappo che ha generato, piaccia o no, in quel luogo, tutte le condizioni perchè la disperazione si trasformasse in delinquenza di sopravvivenza, prima, ed in camorra dopo.

Che fare? Si riflette e tanto sulla necessità di creare aspettative e protagonismo positivo, di sostituire le parole dell’assistenza – troppo passive – con quelle del sostegno, dell’accompagnare, del prendere coscienza e adoperare strumenti sociali nuovi. Certo. E Bene! Si parla del lavoro, quello buono, formante. Quello che per sua stessa natura è capace innanzitutto di garantire diritti e libertà, di generare consapevolezza e spirito critico, prima che mero reddito – che sarebbe comunque già qualcosa.
Questo è il fine. Questa è e deve essere la stella polare di un percorso chiaro e preciso. Un percorso che ricucia attraverso l’inclusione. Innanzitutto nel mondo dei diritti e del lavoro, della cittadinanza attiva e soprattutto consapevole.

Allo stesso tempo, però, sia chiaro: in quel quartiere esistono emergenze che vanno guardate in faccia con serenità, certo, ma anche con fermezza. E su questo una risposta concreta, reale, quel confronto, così come riportato, non la da. Rigenerazione, ricucitura, lavoro, cittadinanza attiva. Sono al tempo stesso ricette ed ingredienti indispensabili. Prima, però, è necessario investire forze ed energie in percorsi concreti di legalità. Che passino tutti, nessuno escluso, da una lotta ferrea e senza quartiere alle storture che cinquanta e più anni di amministrazione distorta di quel pezzo di città – più che distorta, criminale – hanno generato.

Piaccia o no, prima di tutto ci sono i clan da combattere.
Indispensabile, per esempio, è ricominciare ad avere un controllo capillare e reale sulle logiche di assegnazione e redistribuzione degli alloggi popolari. Perchè la casa è un diritto, concreto quanto il lavoro. E se continua ad essere, soprattutto per i gruppi sociali più marginalizzati, un “fatto” apparentemente nelle mani di pochi, pochi ma precisi, poi è difficile parlare di diritti, inclusione, lavoro. Perchè anche al CEP le case, alcune case, continuano a gestirle i clan.
Se non si comincia realmente e in profondità ad incidere sul modo concreto con cui i clan affermano il proprio predominio sul quartiere, diventa difficile, domani, sviluppare tutta un’altra serie di percorsi. Parimenti, piaccia o no, proprio al CEP-San Paolo, e molto presto, è necessario procedere ad una operazione di bonifica reale delle piazze di spaccio. Perchè è anche attraverso quelle che un clan si garantisce consenso e controllo. Oltre a diffondere, nella gente e nei giovani, la consapevolezza di poter offrire una alternativa concreta e redditizia alla disoccupazione. In questo, duole dirlo, complice è anche tutto un modello culturale che ha ormai da anni derubricato il consumo di droghe leggere a fatto di costume. Il CEP, a Bari, è attualmente la terza piazza di spaccio più grande. Rifornisce un mercato autarchico e assieme assicura un punto all’ingrosso strategico per molti gruppi criminali della provincia. Soprattutto per lo stupefacente leggero. Ed in questo percorso di affermazione criminale forgia generazioni sempre nuove.

Ragioniamo su tutto, facciamolo in modo costante, cosciente, anche creativo. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono emergenze reali da fronteggiare. E per quelle emergenze, purtroppo, nel brevissimo periodo la ricetta non può che essere quella deputata a magistratura e forze dell’ordine. E questo non per amore delle derive securitarie, ma per mero, indispensabile realismo. Ogni percorso di rammendo, ricucitura, rigenerazione, costruzione reale e concreta, non può essere pensato e declinato se non nel medio e lungo termine. In una finestra temporale che, piaccia o no, permette alle logiche dei clan di essere ancora quelle che offrono i “modelli vincenti”. E permette a quelle famiglie criminali, sempre le stesse, di estendere il proprio controllo e costringere alla propria narrazione anche figure fino ad ora “insospettabili”. Quei famosi ragazzi di famiglie finora estranee alle narrazioni di camorra che, impoveriti da una situazione che non offre casa, lavoro, formazione, certezze, finiscono per aderire a modelli che, invece, offrono una soddisfazione concreta e molto più rapida a bisogni altrettanto concreti. Offrono l’alternativa, concreta e praticabile. Se non svuoti le case da chi le occupa in nome e per conto dei clan, se non riconsegni le piazze e le strade ala legalità spezzando le gambe allo spaccio… Non ci sarà mai tempo per radicare percorsi di ricucitura, anche i più performanti.

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E’ un esempio che faccio spesso. Chissà perchè, i ragazzini dei quartieri, dal San Paolo al Libertà a Bari Vecchia, lo capiscono subito. Ci sta uno che non lavora. E ogni settimana si cambia le scarpe. Gucci, Luìuittò come dicono loro, Paciotti. Tutte originali. Io quelle scarpe le voglio, anche solo per fare lo stile. E lui mi spiega che se faccio come fa lui, se vivo come lui, pure io me le potrò comprare. La professoressa, il parroco, se hanno tempo e voglia mio padre e mia madre, mi dicono che un giorno me le potrò comprare pure io se lavoro. Ma il lavoro dove sta? Quello delle scarpe non lavora ma ha una casa. E  ha un amico che la casa te la trova. E certe volte ti trova pure il lavoro. Mia madre, mio padre, il parroco, la scuola… tutti fessi e bugiardi. Vado da quello a capire bene come si fa!

(tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Katia Moro e sono tratte da un suo reportage per Bari Inedita)

 

Sulle vie dell’oro verde, i baresi sono appena manovali.

Scottante attualità: il processo alla articolazione su costa italiana dell’organizzazione che dal Paese delle Aquile gestiva il traffico di Marijuana verso il territorio italiano. Ne abbiamo tanto parlato di questa nuova frontiera del narcotraffico. proviamo a inquadrare meglio quello che le cronache ci consegnano scendendo un po’ più nel dettaglio.

Abbiamo detto, ma lo ricordiamo, che dalla caduta del Muro le organizzazioni criminali albanesi si sono articolate per cartelli. Abbiamo anche detto che questi cartelli, negli anni, hanno selezionato alcuni business nativi. Il primo ed il più importante è quello dato dal commercio della marijuana. Questa fase di radicamento e professionalizzazione di un business che nemmeno trent’anni fa è cominciato in maniera amatoriale ha conosciuto 3 step:
– Formazione ed ambientamento
– Produzione in appalto su suolo estero
– Produzione e filiera chiusa dall’interno dei confini.

foto1(5)Con il primo step le organizzazioni hanno inviato propri emissari a fare formazione ed apprendistato presso le organizzazioni pugliesi con cui erano in contatto grazie ai traffici di sigarette ed armi. Questo avveniva nell’ultimo decennio del 900. Nello stesso tempo, i clan sostenevano e finanziavano quella che viene definita “diaspora albanese” con l’investimento dei capitali maturati a margine del contrabbando e del traffico d’armi in attività produttive legali – quasi sempre collegate al mondo dell’edilizia. Mentre alcuni emissari comprendevano il funzionamento del grande narcotraffico i contabili moltiplicavano soldi. Anche grazie alla nascita dello stato Kosovaro, da subito identificato come strategico crocevia tanto economico quanto geografico per triangolazioni importanti coi paesi di religione islamica – anche grazie alla sinergia religiosa tra albanesi e mondo musulmano.

Il secondo step comincia all’inizio del millennio con la creazione, su territorio italiano, di un network di piccoli produttori, agganciati ai grandi clan pugliesi, finanziato con capitale esclusivamente albanese. Il tutto mentre nel paese delle Aquile la grande Marijuana Connection installava, nelle province interne, le prime grandi piantagioni. Il beta test su suolo italico serviva non tanto a lanciare un brand quanto a testare sul campo la rete che si andava costituendo, per verificare affidabilità ed efficienza dei manovali all’opera e per testare i primi collegamenti con l’Italia settentrionale e con le altre regioni meridionali. Questo permetteva agli operativi su territorio italico di creare saldature con le organizzazioni extrapugliesi e inaugurare i primi rapporti commerciali.

Pronte le piantagioni in casa, si passa alla fase tre, ossia alla chiusura della filiera. Da un paio d’anni a questa parte, proprio come col contrabbando, l’Albania è divenuta la centrale operativa del narcotraffico di marijuana. I cartelli dei produttori forniscono la materia prima al prezzo che loro e solo loro stabiliscono. E le rotte che vengono utilizzate sono quelle garantite da logistica legata ai clan albanesi. I gruppi locali, baresi e leccesi, non fanno altro che garantire stoccaggio, recupero, guardiania e contatti con i network di acquirenti pugliesi all’ingrosso.

marijuana-in-Albania.pngQuesto vuol dire che per il business irrinunciabile dello spaccio, siamo ormai completamente dipendenti da un cartello estero che si è proposto come leader indiscusso e monopolista a livello europeo. Lo dimostrano gli studi sulle articolazioni logistiche in tutta europa. L’erba albanese è quella che inonda il mercato europeo. In questo traffico, i pugliesi, per la prima volta, sono semplicemente un ingranaggio minimo. Perchè mentre per il contrabbando erano i terminali di un traffico che, però, una volta arrivato in Italia, si riarticolato – garantendo alla SCU ed alla Camorra Barese la possibilità di definire prezzi e strategie rispetto alla commercializzazione del prodotto – ora, con l’erba, nessuno dei passaggi è appaltato agli italiani. Con l’evidente duro colpo di troncare tutte le opportunità, per i pugliesi, di proporsi al mondo come referenti di un commercio nodale. Mentre con le sigarette tutti dovevano trattare con i pugliesi, per l’erba questi ultimi stanno a guardare, al massimo si occupano di “spicciare” questioni di poco conto.

Sarà interessante capire come il processo ai clan albanesi della marijuna – a Bari – andrà a finire. Perchè si tratta di una inchiesta complessa che tiene assieme pezzi di clan storici, costretti, per la prima volta, a casa propria, a fare da servitù. Sarà interessante perchè di certo aiuterà ad avere un quadro più chiaro sui pesi specifici delle organizzazioni che operano a livello nazionale e transnazionale su un mercato cui nessuna mafia può rinunciare. Staremo a vedere.