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La piazza di spaccio di Piazza Umberto

A Bari, è bene dirlo, una emergenza reale collegata alle mafie nere non esiste. Lo abbiamo già detto, giova ripeterlo.
Come non esiste una vera e propria questione sicurezza legata alla presenza di una nutritissima comunità di immigrati di provenienza africana, spesso sprovvisti di permesso di soggiorno o altro.

Di certo, a Bari, esiste una quota di immigrati che delinque. Di certo, a Bari, esiste una quota di spacciatori che hanno la pelle nera. Sono quelli che animano in modo disomogeneo la piazza di spaccio di Piazza Umberto e dell’Ateneo. E che dividono quei luoghi con un’altra serie di delinquenti, immigrati, mescolati all’interno dei capannelli a tenuta stagna delle varie comunità ed etnie che quegli stessi luoghi li animano e li abitano – secondo alcuni li occupano e presidiano.

Esiste, nessuno lo nega, una questione sicurezza legata a quei luoghi. E non è solo affare di “percezione”, visto e considerato che in alcuni momenti della giornata, transitare per quelle piazze è difficile. Di qui, però, a parlare di strutture organiche, gerarchie e catene di comando… ce ne passa.

Soprattutto quando si parla di comunità africana.

E’ vero: chi anima criminalmente quei luoghi spacciando sono i neri. Ma questo non vuol dire che esiste una mafia nera. Questo vuol semplicemente dire che le batterie criminali collegate alla Federazione Strisciuglio hanno appaltato la gestione di determinati luoghi ad una quota di immigrati irregolari che preferisce delinquere più che sfangare la giornata in modo onesto.

Paradossalmente, la presenza di una organizzazione criminale strutturata e ramificata sul territorio, a Bari, è garanzia per il non attecchimento, nel breve periodo, di una struttura criminale immigrata. Perchè chi vuole delinquere ha campo aperto per trattare la propria sussistenza all’interno della Camorra Barese. E, sempre paradossalmente, è proprio la presenza di una mafia autoctona potente e radicata a prevenire anche il fenomeno della radicalizzazione di molti. Perché se è vero, com’è vero, che la gran parte dei “soldati” dell’ISIS sono cellule di disperazione cui il terrorismo conferisce autorevolezza ed identità, è altrettanto vero che quel “ruolo” e quella “identità”, la Camorra Barese è capace di darla, in un percorso di affermazione criminale che è pienamente in linea con quella che sperimentano i “guaglioni” baresi.

Quel che non si riesce a vedere è proprio questo. E cioè che la delinquenza nera, in città, a radici ben salde nelle contraddizioni tutte baresi del capoluogo. Non capirlo, ovviamente, è un gesto colpevole. Perchè non risolve il problema di una delinquenza di sussistenza nera, a Bari. E nello stesso tempo non permette lo smantellamento deciso delle linee di comando di quella organizzazione permettendole una rigenerazione costante ed un controllo continuo su pezzi interi della nostra città.

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Quelli di Gomorra?!

Sì, si facevano chiamare così. Li conoscevano coi nomi dei protagonisti della serie di Sollima e Saviano. Oppure con nomi di battaglia eloquenti: la pit-bull, ad esempio.
Si erano dati alla “latitanza” o meglio, alla vita social di “malavita” da un paio d’anni. Da quando, smessi i panni dei bravi ragazzi di famiglie esterne al mondo della criminalità organizzata, avevano deciso di entrare a pieno titolo nel Sistema. Mettendosi a spacciare. Acquistando, non è ancora chiaro da chi, all’ingrosso e rifornendo un giro di clientele selezionate e solvibili. Non spaccio di strada, quindi, ma servizio di rifornimento per soggetti precisi, conosciuti e fidelizzato.

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E tra questi soggetti acquirenti, c’era davvero di tutto. O meglio, c’era tutto quello che si potesse considerare estraneo al sottobosco criminale o a quello della disperazione tipica dei contesti di tossicodipendenza diffusa. Servivano quello che qualcuno continua a chiamare il mondo della “Bari-bene”. Tra gli acquirenti stabili anche un rappresentante istituzionale eletto nell’ultima tornata amministrativa. Il suo è lo spaccato più detestabile ed allo stesso tempo più istruttivo di un mondo, quello grigio della Bari che tanto bene non è, che si arrabatta tra debiti di droga e piccolo malaffare diffuso. Tra droga, festini e bell’apparire. Tanto da far dire al capetto della paranza di spacciatori, al vertice della Gomorra cittadina, che proprio lui, quel rappresentante del popolo nelle istituzioni, era la prova provata che la politica era “merda” (cit.)
Ovvio, assieme ai rampolli ed ai giovani rampanti, ci stavano pure i ragazzini delle superiori, quelli dei quartieri estranei alle guerre di mafia. Quelli di Poggiofranco e del centro, per capirci. Come pensarli estranei, in una Bari che ogni giorno si scopre meno distante dalle brutte storie della strada?

Sono finiti tutti dentro o ai domiciliari. Alcuni, pochi per dire la verità, sono indagati a piede libero. Per nessuno è stato invocato il 416 bis. Ma ci sarà da ragionarci su questa storia. Perchè dimostra che, alla fine, la fascinazione per questa vita al limite, oltre il limite, contigua e impastata di codici e camorra, evidentemente fa presa. E tanta. E forse, questa Bari-bene di cui tanti parlano per definire i contesti tradizionalmente estranei dal malaffare… forse non esiste poi davvero.

Mafia nigeriana a Bari? Siamo seri!

Stanno girando una serie di allarmanti informazioni. Allarmanti per il livello di involontaria comicità che si sta sfiorando. Da molto più di un paio di mesi, complice anche il montante Salvino-Pensiero, c’è chi sostiene a gran voce, a Bari, che sia presente e radicata una forma inquietante di organizzazione criminale etnico/tribale: la mafia nigeriana.

Che esista e sia presente a Bari, tra i delinquenti di basso cabotaggio, una buona quota di extracomunitari, dediti soprattutto allo spaccio di sopravvivenza, questo ce lo dicono una serie di operazioni e sentenze. Che esista e sia presente anche una forma organizzata di sfruttamento della prostituzione e della riduzione in schiavitù di un numero vario – a volte alcune centinaia, altre solo un paio di dozzine – di donne provenienti dai più disparati paesi dell’Africa subsahariana, è dato certo, acclamato e tristemente visibile (nella zona di San Giorgio e del Lungomare Sud)

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Che però, dietro questi fenomeni, si nasconda la regia preordinata di una “mafia” che ancora bene non si capisce se sia una setta, una organizzazione militare, un “sistema”, beh, perdonate, ma questo è tutto da provare. Non bastano i coinvolgimenti episodici, nelle indagini sullo sfruttamento, di elementi riconducibili allo stato nigeriano, per parlare di mafia. Non basta l’uso della superstizione o del voodoo per chiamare a correità una organizzazione assente a Bari.Anche perchè, le indagini hanno molto più spesso provato la presenza di network slavi o balcanici dietro lo sfruttamento della prostituzione e la riduzione in schiavitù delle prostitute di colore (quasi sempre appoggiate da prostitute di etnia rom, albanese, moldava e rumena).

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Il pericolo, a dirla tutta, è un altro: si chiama rimozione. Troppo facile, adesso, inventarsi mafie le più varie e mainstream. Certo, facile e comodo, perchè ci permette di rimuovere una enorme responsabilità, tutta italiana, tutta barese. Chi da la droga da spacciare ai gruppetti di disperati che ciondolano da mattina a sera a Piazza Umberto? Il sistema, la Camorra Barese: è provato. Assieme, chi affitta alle “signorine” le case dove tronare a nascondersi dopo essere state costrette sulle strade per ore, alla mercé di chiunque? Sempre italiani, onestissimi italiani. Gli stessi che, a Santo Spirito, Palese, Libertà e Carrassi, a decine, affittano appartamentini alle “signorine” solo apparentemente più fortunate (quasi tutte ispaniche o sudamericane) che lavorano in casa.

Per cui, basta leggende metropolitane. Ed un sano esame di coscienza!

(per dire… il sottopancia dell’immagine qui sopra lo leggiamo tutti allo stesso modo, vero?)

CEP – San Paolo: qualche riflessione

Molto interessante, da recuperare, il dibattito nato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Bari, venerdì scorso. Un confronto a più voci sul tema della rigenerazione del quartiere Cep – San Paolo. Una rigenerazione che è stata di sicuro urbana e strutturale, ma non può decisamente definirsi compiuta in termini culturali.

In realtà, modestissimo parere di chi scrive, parlare di rigenerazione per un quartiere che solo negli ultimi anni ha potuto sperimentare a pieno quella che avrebbe dovuto essere inizialmente la sua forma e la sua dotazione strutturale di servizi, pare leggermente inappropriato. Forse converrebbe parlare di una esperienza, per il San Paolo, non tanto di rigenerazione, quanto più che altro di forma ormai pressoché compiuta. Possiamo magari chiederci se l’upgrade delle strutture e dei servizi, aggiornati al tempo presente, non sia poi in fin dei conti una rigenerazione. Ma non possiamo non partire da questo dato, nel leggere il San Paolo: il quartiere, solo negli ultimi quindici anni, può davvero definirsi completo e pressoché autosufficiente. Con un ritardo di cinquant’anni che, lo si voglia o no, le nuove generazioni le ha segnate.

Interessante il passaggio che si fa su un discorso più profondo, che attiene alle narrazioni di quel luogo come Comunità, più che come semplice Quartiere. Si parla finalmente di ricucitura. Ed è un bene! Finalmente. Perchè fermarsi al dato semplice e strutturale di una rigenerazione urbana limita i campi d’intervento a quello estetico funzionale, limita le scienze in campo a quelle dell’urbanistica. E facendo così, ancora una volta, taglia fuori dalla discussione il protagonismo delle persone, delle loro narrazioni individuali, familiari, di vicinato, collettive. Fermarci al rigenerare, guardando alle strutture ed all’hardware che fa funzionare un quartiere, non vale a ricucire quello strappo profondo che, dalla periferia, lacera ancora una comunità intera, una comunità che pesa più di 30mila residenti. Sì, il San Paolo – CEP è un pezzo di città da ricucire al resto. Indicativo come i residenti, ancora, parlino del centro come di una città diversa, distante. Ecco: ricucire significa colmare quella distanza. Che non è solo fisica, ma continua ad essere anche interiore.

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Più ancora, ricucire quella distanza significa cominciare a sanare un peccato originale che vizia il CEP dalla sua nascita: quello dello strappo profondo e lacerante tra pezzi interi di comunità e famiglie. Strappo che ha generato, piaccia o no, in quel luogo, tutte le condizioni perchè la disperazione si trasformasse in delinquenza di sopravvivenza, prima, ed in camorra dopo.

Che fare? Si riflette e tanto sulla necessità di creare aspettative e protagonismo positivo, di sostituire le parole dell’assistenza – troppo passive – con quelle del sostegno, dell’accompagnare, del prendere coscienza e adoperare strumenti sociali nuovi. Certo. E Bene! Si parla del lavoro, quello buono, formante. Quello che per sua stessa natura è capace innanzitutto di garantire diritti e libertà, di generare consapevolezza e spirito critico, prima che mero reddito – che sarebbe comunque già qualcosa.
Questo è il fine. Questa è e deve essere la stella polare di un percorso chiaro e preciso. Un percorso che ricucia attraverso l’inclusione. Innanzitutto nel mondo dei diritti e del lavoro, della cittadinanza attiva e soprattutto consapevole.

Allo stesso tempo, però, sia chiaro: in quel quartiere esistono emergenze che vanno guardate in faccia con serenità, certo, ma anche con fermezza. E su questo una risposta concreta, reale, quel confronto, così come riportato, non la da. Rigenerazione, ricucitura, lavoro, cittadinanza attiva. Sono al tempo stesso ricette ed ingredienti indispensabili. Prima, però, è necessario investire forze ed energie in percorsi concreti di legalità. Che passino tutti, nessuno escluso, da una lotta ferrea e senza quartiere alle storture che cinquanta e più anni di amministrazione distorta di quel pezzo di città – più che distorta, criminale – hanno generato.

Piaccia o no, prima di tutto ci sono i clan da combattere.
Indispensabile, per esempio, è ricominciare ad avere un controllo capillare e reale sulle logiche di assegnazione e redistribuzione degli alloggi popolari. Perchè la casa è un diritto, concreto quanto il lavoro. E se continua ad essere, soprattutto per i gruppi sociali più marginalizzati, un “fatto” apparentemente nelle mani di pochi, pochi ma precisi, poi è difficile parlare di diritti, inclusione, lavoro. Perchè anche al CEP le case, alcune case, continuano a gestirle i clan.
Se non si comincia realmente e in profondità ad incidere sul modo concreto con cui i clan affermano il proprio predominio sul quartiere, diventa difficile, domani, sviluppare tutta un’altra serie di percorsi. Parimenti, piaccia o no, proprio al CEP-San Paolo, e molto presto, è necessario procedere ad una operazione di bonifica reale delle piazze di spaccio. Perchè è anche attraverso quelle che un clan si garantisce consenso e controllo. Oltre a diffondere, nella gente e nei giovani, la consapevolezza di poter offrire una alternativa concreta e redditizia alla disoccupazione. In questo, duole dirlo, complice è anche tutto un modello culturale che ha ormai da anni derubricato il consumo di droghe leggere a fatto di costume. Il CEP, a Bari, è attualmente la terza piazza di spaccio più grande. Rifornisce un mercato autarchico e assieme assicura un punto all’ingrosso strategico per molti gruppi criminali della provincia. Soprattutto per lo stupefacente leggero. Ed in questo percorso di affermazione criminale forgia generazioni sempre nuove.

Ragioniamo su tutto, facciamolo in modo costante, cosciente, anche creativo. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono emergenze reali da fronteggiare. E per quelle emergenze, purtroppo, nel brevissimo periodo la ricetta non può che essere quella deputata a magistratura e forze dell’ordine. E questo non per amore delle derive securitarie, ma per mero, indispensabile realismo. Ogni percorso di rammendo, ricucitura, rigenerazione, costruzione reale e concreta, non può essere pensato e declinato se non nel medio e lungo termine. In una finestra temporale che, piaccia o no, permette alle logiche dei clan di essere ancora quelle che offrono i “modelli vincenti”. E permette a quelle famiglie criminali, sempre le stesse, di estendere il proprio controllo e costringere alla propria narrazione anche figure fino ad ora “insospettabili”. Quei famosi ragazzi di famiglie finora estranee alle narrazioni di camorra che, impoveriti da una situazione che non offre casa, lavoro, formazione, certezze, finiscono per aderire a modelli che, invece, offrono una soddisfazione concreta e molto più rapida a bisogni altrettanto concreti. Offrono l’alternativa, concreta e praticabile. Se non svuoti le case da chi le occupa in nome e per conto dei clan, se non riconsegni le piazze e le strade ala legalità spezzando le gambe allo spaccio… Non ci sarà mai tempo per radicare percorsi di ricucitura, anche i più performanti.

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E’ un esempio che faccio spesso. Chissà perchè, i ragazzini dei quartieri, dal San Paolo al Libertà a Bari Vecchia, lo capiscono subito. Ci sta uno che non lavora. E ogni settimana si cambia le scarpe. Gucci, Luìuittò come dicono loro, Paciotti. Tutte originali. Io quelle scarpe le voglio, anche solo per fare lo stile. E lui mi spiega che se faccio come fa lui, se vivo come lui, pure io me le potrò comprare. La professoressa, il parroco, se hanno tempo e voglia mio padre e mia madre, mi dicono che un giorno me le potrò comprare pure io se lavoro. Ma il lavoro dove sta? Quello delle scarpe non lavora ma ha una casa. E  ha un amico che la casa te la trova. E certe volte ti trova pure il lavoro. Mia madre, mio padre, il parroco, la scuola… tutti fessi e bugiardi. Vado da quello a capire bene come si fa!

(tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Katia Moro e sono tratte da un suo reportage per Bari Inedita)

 

Sulle vie dell’oro verde, i baresi sono appena manovali.

Scottante attualità: il processo alla articolazione su costa italiana dell’organizzazione che dal Paese delle Aquile gestiva il traffico di Marijuana verso il territorio italiano. Ne abbiamo tanto parlato di questa nuova frontiera del narcotraffico. proviamo a inquadrare meglio quello che le cronache ci consegnano scendendo un po’ più nel dettaglio.

Abbiamo detto, ma lo ricordiamo, che dalla caduta del Muro le organizzazioni criminali albanesi si sono articolate per cartelli. Abbiamo anche detto che questi cartelli, negli anni, hanno selezionato alcuni business nativi. Il primo ed il più importante è quello dato dal commercio della marijuana. Questa fase di radicamento e professionalizzazione di un business che nemmeno trent’anni fa è cominciato in maniera amatoriale ha conosciuto 3 step:
– Formazione ed ambientamento
– Produzione in appalto su suolo estero
– Produzione e filiera chiusa dall’interno dei confini.

foto1(5)Con il primo step le organizzazioni hanno inviato propri emissari a fare formazione ed apprendistato presso le organizzazioni pugliesi con cui erano in contatto grazie ai traffici di sigarette ed armi. Questo avveniva nell’ultimo decennio del 900. Nello stesso tempo, i clan sostenevano e finanziavano quella che viene definita “diaspora albanese” con l’investimento dei capitali maturati a margine del contrabbando e del traffico d’armi in attività produttive legali – quasi sempre collegate al mondo dell’edilizia. Mentre alcuni emissari comprendevano il funzionamento del grande narcotraffico i contabili moltiplicavano soldi. Anche grazie alla nascita dello stato Kosovaro, da subito identificato come strategico crocevia tanto economico quanto geografico per triangolazioni importanti coi paesi di religione islamica – anche grazie alla sinergia religiosa tra albanesi e mondo musulmano.

Il secondo step comincia all’inizio del millennio con la creazione, su territorio italiano, di un network di piccoli produttori, agganciati ai grandi clan pugliesi, finanziato con capitale esclusivamente albanese. Il tutto mentre nel paese delle Aquile la grande Marijuana Connection installava, nelle province interne, le prime grandi piantagioni. Il beta test su suolo italico serviva non tanto a lanciare un brand quanto a testare sul campo la rete che si andava costituendo, per verificare affidabilità ed efficienza dei manovali all’opera e per testare i primi collegamenti con l’Italia settentrionale e con le altre regioni meridionali. Questo permetteva agli operativi su territorio italico di creare saldature con le organizzazioni extrapugliesi e inaugurare i primi rapporti commerciali.

Pronte le piantagioni in casa, si passa alla fase tre, ossia alla chiusura della filiera. Da un paio d’anni a questa parte, proprio come col contrabbando, l’Albania è divenuta la centrale operativa del narcotraffico di marijuana. I cartelli dei produttori forniscono la materia prima al prezzo che loro e solo loro stabiliscono. E le rotte che vengono utilizzate sono quelle garantite da logistica legata ai clan albanesi. I gruppi locali, baresi e leccesi, non fanno altro che garantire stoccaggio, recupero, guardiania e contatti con i network di acquirenti pugliesi all’ingrosso.

marijuana-in-Albania.pngQuesto vuol dire che per il business irrinunciabile dello spaccio, siamo ormai completamente dipendenti da un cartello estero che si è proposto come leader indiscusso e monopolista a livello europeo. Lo dimostrano gli studi sulle articolazioni logistiche in tutta europa. L’erba albanese è quella che inonda il mercato europeo. In questo traffico, i pugliesi, per la prima volta, sono semplicemente un ingranaggio minimo. Perchè mentre per il contrabbando erano i terminali di un traffico che, però, una volta arrivato in Italia, si riarticolato – garantendo alla SCU ed alla Camorra Barese la possibilità di definire prezzi e strategie rispetto alla commercializzazione del prodotto – ora, con l’erba, nessuno dei passaggi è appaltato agli italiani. Con l’evidente duro colpo di troncare tutte le opportunità, per i pugliesi, di proporsi al mondo come referenti di un commercio nodale. Mentre con le sigarette tutti dovevano trattare con i pugliesi, per l’erba questi ultimi stanno a guardare, al massimo si occupano di “spicciare” questioni di poco conto.

Sarà interessante capire come il processo ai clan albanesi della marijuna – a Bari – andrà a finire. Perchè si tratta di una inchiesta complessa che tiene assieme pezzi di clan storici, costretti, per la prima volta, a casa propria, a fare da servitù. Sarà interessante perchè di certo aiuterà ad avere un quadro più chiaro sui pesi specifici delle organizzazioni che operano a livello nazionale e transnazionale su un mercato cui nessuna mafia può rinunciare. Staremo a vedere.

Le mani sul porto: Camorre 2.0 possibili?

Comincia in questi giorni la prima fase processuale vera e propria scaturita dal blitz contro il presunto nuovo corso del clan Capriati, quello affidato al nipote dello storico fondatore Antonio, padrino e fondatore della Camorra barese assieme ad altri cinque boss del calibro di Savino Parisi, Antonio di Cosola, Francesco Biancoli, Donato Laraspata e Giuseppe Mercante. Volti e nomi noti.

E’ un processo importante quello che si apre, in fase ancora preliminare, s’intende. E’ importante perchè mira a scardinare – per l’ennesima volta – la fenice di uno dei clan più antichi della città, risorta grazie alla intramontabile capacità intimidatoria che il cognome ed il brand di famiglia si portano dietro. Ma anche grazie alle intuizioni che gli ordini di arresto e le architetture di accusa dei pm attribuiscono a Filippo Capriati, identificato da magistrati e inquirenti come nuovo vertice del clan. Sarebbe proprio da una sua intuizione che il gruppo criminale, senza abbandonare il traffico storico di stupefacenti nella città vecchia e le estorsioni nei mercati generali di alcuni quartieri popolari come Carrassi, avrebbe alzato il tiro mirando a traffici e filiere inedite, ma molto più interessanti e pericolose.

L’operazione che ha portato questo nuovo corso in carcere, all’inizio dell’estate, partiva dal presupposto indispensabile di mettere in condizione di non nuocere la batteria guidata da Filippo Capriati, soprattutto in relazione ad un nuovo business individuato: quello del controllo delle assunzioni in una cooperativa che sovrintendeva a servizi ausiliari all’interno dell’area portuale di Bari. Nei fatti, volando più basso, secondo i PM i Capriati, forti del proprio nome e del potere d’intimidazione dello stesso, avrebbero pilotato l’assunzione di guardiani ed addetti alla facilitazione del traffico auto, imponendoli alla ditta che ne aveva l’appalto. porto bari-2Il timore, per i magistrati, è che questo, oltre ad inquinare profondamente un settore economico importante per una città come Bari, che movimenta tra merci e persone numeri incredibili ogni giorno, potesse anche determinare una falla sensibile all’interno del sistema di sicurezza nazionale. Non è difficile immaginare cosa possa significare, per un porto che è uno dei primi e più appetibili approdi dall’est (europa e medio oriente), vedere un settore come quello del controllo e facilitazione del traffico controllati, seppure per parte, da una organizzazione criminale. Vantaggi inenarrabili per chi controlla, quelli garantiti da una serie di elementi fidati inseriti in un nodo sensibile come quello. Allo stesso tempo, però, rischi per tutti: perchè è evidente che il rischio che i pm di sicuro non ignorano è che quel gap nella affidabilità del sistema di sicurezza, se radicato e strutturato nel tempo, in futuro avrebbe potuto portare altri rischi parecchio più inquietanti. Inutile evidenziarne solo alcuni, sono innumerevoli, in tempi come questi di lotta internazionale al terrorismo. Soprattutto in un momento delicato come quello della diaspora dello sconfitto Stato Islamico.

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Il processo va seguito, senza ombra di dubbio. E bisogna seguirlo attentamente. Perchè è la prima volta che un clan aggredisce in modo sistematico una porta d’accesso nazionale. E perchè è l’occasione per guardare a come, sul campo, dopo dieci anni dalla sentenza Borgo Antico che disarticolò la prima e la seconda versione di uno dei clan fondatori della Camorra Barese, quel gruppo criminale non solo si sia rimesso in gioco ed in discussione, ma sia anche stato capace di trovare altre strade ed altre forme di controllo, con un upgrade evidente delle proprie competenze e della propria pericolosità.

 

La paura si nebulizza.

Ancora quartiere Libertà: lo abbiamo spiegato ieri il perché.

Abbiamo provato a chiederci se la categoria di “liquidità” come stato della paura possa ancora essere considerata calzante ed attuale per la nostra città. E abbiamo dovuto convenire che di sicuro è stata adeguata, come definizione, almeno fino a qualche anno fa. Dobbiamo rivedere questa certezza. Alla luce di alcuni fatti importanti che vanno segnalati. Perché alcuni anni sono bastati, davvero. E le cose sono drasticamente cambiate.

Guardiamo alla criminalità organizzata, innanzitutto. Del resto è la vera emergenza del quartiere. Almeno, una delle tre che abbiamo scelto come vetrino di confronto.
La criminalità è molto cambiata. Negli ultimi cinque anni più che mai. Libertà resta la centrale operativa della Federazione. Eppure, la scopriamo luogo conteso, tra Strisciuglio (in qualsiasi delle loro denominazioni presenti nel quartiere) e gruppo storico dei Mercante. Homini novi contro vecchi senatori della Camorra barese, vecchi padri fondatori. Ed infatti, negli ultimi sei anni, il Libertà ha convissuto con uno stato di guerra permanente – e neppure troppo a bassa intensità – per il predominio criminale sul territorio. Nulla di nuovo, rispetto a quello che dicevamo ieri? Non proprio. Perché le guerre hanno sempre un vincente ed un perdente. E perché la storia, quella da tramandare in alcuni contesti, solitamente è quella che scrive chi ha vinto. E se un vincente può essere identificato, negli ultimi cinque anni, al Libertà, beh questo è il blocco che fa capo alla Federazione Strisciuglio. Perché è quello che si è imposto militarmente sull’altro. E perché, per alterne vicende processuali, attualmente è quello che ne è uscito meno malconcio, dalla guerra in Aula con la Giustizia. E se è vero che sono i vincenti a scrivere una Storia, proponendo ed imponendo i propri modelli, allora è anche vero che le generazioni nuove di malavita, i millenials della Camorra, al Libertà hanno già pronto un imprinting che disconosce da subito i modelli storici della criminalità barese, quelli granitici e solidi. E ne sposa di nuovi, più liquidi. Al contempo, però, innovandoli. Non dimentichiamocelo: i millenials della camorra, oggi, hanno già passato un apprendistato almeno, al Libertà. Ed assistito già a due guerre. Hanno modelli che spesso non hanno neppure il doppio dei loro anni. Con questi modelli sviluppano una continuità di pensiero, relazioni, emotività, strumenti, molto più forte di quella che svilupperebbero con un “vecchio” di camorra. Cosa ancora più grave e preoccupante, dettaglio che ci fa capire come anche la liquidità sia inadeguata, applicano le lezioni e le perfezionano, le aggiornano.

I-funerali-di-MesutiE’ di qualche giorno fa la notizia della diffusione di un nuovo, pericolosissimo passatempo tra i giovanissimi di Camorra: la sfida a colpi di sgasate, a cavallo di moto rombanti, per le strade del quartiere. A margine, un giro di scommesse clandestine. Attorno un sistema rodato per garantire che queste attività si svolgano senza che nessuno disturbi. Cos’è questa, che ormai è tradizione ed abitudine consolidata, se non una forma ancora più gassosa di controllo del territorio? Pochi anni fa, un fatto aveva sconvolto la comunità: un cittadino albanese, Florian Mesuti, in visita a Bari a degli amici, solo perché intervenuto in difesa di un ragazzino che conosceva, aggredito durante una rissa di strada, era stato letteralmente giustiziato. Per la strada, tra la gente. Colpevole, col suo intervento, di aver messo in discussione l’autorità criminale di un gruppo di ragazzini – secondo la Procura capeggiati da uno dei figli del boss Caldarola. Ed infatti, a processo per quell’omicidio, il fratello maggiore di quel ragazzino sarà riconosciuto colpevole di omicidio e si prenderà 14 anni; il primogenito di Lorenzo Caldarola. Quell’omicidio, l’esecuzione di un uomo estraneo alle logiche ed alle strutture della malavita, giustiziato solo perché aveva messo in discussione una autorità differentemente costituita, era già da solo la testimonianza di quanto ormai la malavita non fosse più un blocco granitico, fermo in un punto, lontano dal quale si può vivere tranquilli. No, la malavita, al Libertà, con quell’omicidio barbaro, testimoniava come potesse raggiungere altri luoghi, altri contesti, normalmente estranei ad un mondo. Normalmente al sicuro. Passare sotto le porte, incunearsi, proprio come fanno i liquidi. Le corse in moto come strumento criminale di appropriazione di un luogo sono un passo ulteriore. Perché eliminano anche le ragioni di un contatto. Florian Mesuti era morto perché la “camorra” ormai invadeva gli spazi di un vivere civile, inquinava i rapporti tra pari, modificava le linee gerarchiche… e però, Florian Mesuti, con quello schiaffo dato ad un ragazzino di camorra in difesa di un ragazzino estraneo a quel mondo, aveva scelto di entrare in contatto con un mondo. Aveva messo il piede nella pozza della Camorra. Inconsapevolmente aveva scelto di confrontarsi con un mondo che aveva delle regole. I motorini che rombano, le ronde che chiudono le strade, i centauri che se ne fregano se qualcuno attraversa… quelli già da soli valgono a dire che la scelta è solo tra “vivere” un luogo dove la Camorra, quel che deve far Paura, è nell’aria. Oppure non viverlo, perché si smette di respirare. Ecco perché, forse, a guardare il Libertà, viene da chiedersi se la paura, lì, abbia più un senso immaginarsela liquida.

1f52b6e0-70ef-11e5-ab4e-f326bdb84cacE di esempi potremmo farne tanti. I giovanissimi spacciatori che intercettano i giovanissimi coetanei “perbene” ed attraverso la cessione dello stupefacente, progressivamente, offrono ai compratori una affiliazione liquida che permetta loro – ai ragazzini dei clan – di raggiungere luoghi fino ad allora preclusi, come i licei o le secondarie superiori? Guardate bene e considerate che stiamo parlando di percezione, non di forma. Come percepireste la cosa se foste il genitore di quel ragazzino usato come cavallo di troia? La scelta di un contatto può farci apparire la situazione ancora accettabile, ancora liquida. Ma chiedetevi, davvero, se l’attuale depenalizzazione, nel sentire comune, dell’uso di “erba e fumo” tra i giovani, possa farci avvertire quel contatto come la scelta di un “nuovo gioco” cui giocare. A quei ragazzini i millenials della Camorra del Libertà non propongono una rapina, attenzione. Propongono una “fumata”. E se tutti, diffusamente, smettiamo di ritenere il rapporto tra spacciatore ed acquirente SEMPRE un comportamento criminale, allora in quel contatto non siamo più capaci di percepire il “piede nella pozza”. E quel contatto diventa gassoso. E proprio per questo, spaventa di più.

Fermiamoci qui. Ancora, ai soliti tre indizi che fanno una prova. Credo, però, ci siano delle valide ragioni, abbastanza evidenti, per affermare che ormai la paura, in alcuni luoghi e contesti, ha fatto un preoccupante salto di stato.