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Foggia: fare presto!

Quello che in questi ultimi giorni sta avvenendo a Foggia è la dimostrazione che esiste un sistema criminale composito. Fatto da tante realtà differenti, con forme e regole diverse. Società Foggiana e Mafia del Gargano non sono la stessa cosa. Sono sistemi criminali differenti che operano sullo stesso territorio. In concorso o in conflitto a seconda dei momenti. Le bombe di questi giorni lo dimostrano con chiarezza. Da una parte si intima da pagare, dall’altra si minaccia perché un testimone non parli. Sono gruppi differenti, sistemi differenti, quelli che colpiscono. E rendono Foggia un luogo in cui anche l’esercizio della democrazia è a rischio.

E negli stessi giorni, altre mani, probabilmente non mafiose, uccidono. Perché il clima incoraggia a farlo, in una realtà che sempre più appare fuori controllo.

Adesso, ora, è necessario un colpo deciso di reni da parte degli apparati di sicurezza. Un colpo forte ai clan. Subito. Prima che disinnescare la polveriera sia troppo complicato.

Allo stesso tempo, ora, subito, è necessario investire in ricerca e analisi. Perché la scarsa conoscenza e la poca preparazione in materia di mafie pugliesi è la condizione migliore in cui questi sistemi criminali possono attecchire… e piantare radici sempre più profonde. Non si può aggredire un sistema di mafie cosi moderno e al passo coi tempi con un bisturi di quarant’anni fa. Non si può fare di tutti questi sistemi una vecchia mafia d’operetta… una sola corona che forse non è mai esistita. Dalle Commissioni Parlamentari a quelle regionali – immobili in Puglia – fino a quelle comunali – che non si sa di cosa si occupino – si cominci a studiare. A chiedere a chi sa di formare. Perché sentire Presidenti di commissione parlare ancora di SCU nel 2020 per parlare delle mafie pugliesi è agghiacciante. Agghiacciante, come una città che si sveglia ogni notte col boato di una bomba.

I rampolli foggiani: giovani, armati, pericolosi

Non illudiamoci: gli arresti delle scorse due settimane operati a Foggia dall’antimafia sono una risposta certo decisa e forte dello Stato al delirio di attentati che ha tenuto sveglia e preoccupata la città in questo funesto inizio 2019.
Purtroppo, però, non si possono considerare un intervento risolutivo.

Lo abbiamo detto e ripetuto: con i sistemi criminali che operano nel foggiano bisogna andarci cauti con gli ottimismi del “gran bel botto”. Perchè poi i “botti” te li fanno loro. E si è visto, in questo gennaio delirante che è seguito alle maxioperazione contro i clan storici della Società.

Nell’ultimo blitz, a finire agli arresti è stato un nome di quelli da prima pagina: Rocco Moretti, figlio di Pasquale e nipote (porta il suo stesso nome di battesimo anche) di uno dei pezzi da novanta dell’organizzazione criminale operante a Foggia. Secondo la DIA, proprio il clan che fa capo a Rocco Moretti senior, dopo aver raccolto anche l’eredità dello storico padrino foggiano Giosuè Rizzi, sarebbe la struttura che governa la città e salda legami importanti con le altre organizzazioni, garantendosi comunque alleanze importanti. A leggere le relazioni degli inquirenti, proprio l clan di Rizzi starebbe avviando in questi ultimi mesi una decisa saldatura con un gruppo di criminali sanseveresi capeggiati dal “professore” La Piccininna. Ma qui siamo chiaramente ancora di fronte alle risultanze di investigazioni e non di processi.

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Quel che è certo e che è bene sottolineare, invece, è che proprio i foggiani, dopo la decapitazione di tutti i sodalizi in  guerra nella città ed in seno alla Società, probabilmente con l’aiuto di manovalanza della provincia, hanno provato a segnare un punto che chiarisse immediatamente che anche di fronte agli arresti, nulla cambiava. E quello che inquieta non è tanto la “familiarità” delle dinamiche e dei sodalizi, quanto la velocità con cui il turn over è garantito, la rapidità con cui le teste dell’Idra tornano a spuntare. Rocco Moretti junior, arrestato assieme a “cumparielli” di tutte le età, era un giovane a capo di una batteria di giovani. E se è vero – com’è vero – che spesso, nello svecchiamento, le organizzazioni sono costrette a fare di necessità virtù, è vero allo stesso modo che i ruoli ricoperti dai giovanissimi finiti dentro assieme a Moretti erano ruoli di tutto rispetto. C’è poco da stare sereni, insomma.

A Foggia, ormai, si è acquisita una piena intercambiabilità generazionale, capace anche di saltare a piè pari piani orizzontali per muoversi da nonno a nipote. Allo stesso modo, la politica accorta e l’elevata autorevolezza del padrino senior sembrano garantire il sodalizio da tentativo di spallata esterni. Una mafia così difficilmente si sradica a colpi di arresti e solo di arresti.

Foggia: che succede?

Quello che in queste ultime settimane sta accadendo a Foggia non è altro che la chiara e lampante dimostrazione di quello che non solo su queste pagine da mesi potete leggere. Trovate raccontato e spiegato quello che sta succedendo nel capoluogo dauno dentro le relazioni semestrali della DIA, da almeno un lustro buono. Trovate queste grida disperate in tutte le interviste degli operatori di forze dell’ordine, in tutte le relazioni dei giudici, dei PM, dei procuratori.

A Foggia e nella provincia dauna, quel che sta accadendo è presto detto: le mafie foggiane, forti dell’ignoranza e della scarsa preparazione di tanti, stanno aggredendo la città ora che i clan della Società sono alla sbarra, in attesa di processi che si preannunciano lunghi e lasciano intendere condanne davvero pesanti.

Bomba devasta negozio a Foggia

Dai monti del Gargano, dalla piana di San Severo e dal golfo di Manfredonia, le batterie di queste tre piccole e agguerritissime associazioni a delinquere stanno muovendo una manovra di accerchiamento. Perché il tessuto produttivo, economico e commerciale del capoluogo fa gola in termini di potenzialità economiche. E le potenzialità economiche, per i clan, altro non sono che pizzo, estorsioni, pagamenti in natura, assunzioni di comodo. Un mercato importante, per i clan, che su business del genere costruiscono parte del welfare criminale. A fianco a loro, i pezzi di criminalità urbana espulsi o tenuti ai margini dallo strapotere della Società: pezzi che, adesso, nell’apparente assenza di nuclei organizzati, provano ciascuno per proprio conto la spallata. Come ed in che modo i clan forestieri sceglieranno di confrontarsi con la picciotteria di basso cabotaggio è ancora difficile da capire. Potrebbero scegliere di nobilitarli, inglobandoli nella propria egida. Oppure di spazzarli via, sostituendosi in toto a quei soggetti, nella gestione e nel controllo delle piazze. Ovvio, attraverso uomini fidati: perché nessuno dei gruppi che dalla provincia sta aggredendo Foggia ha voglia di abbandonare i territori ed i traffici che tradizionalmente li rendono forti.

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E’ un momento difficile, che va combattuto con le armi della fermezza, della risposta senza tregua e dell’impegno di tutti. E’ una fase complessa che può essere superata solo con un vero moto di riscatto civile, in cui per prima cosa quel che si assicura alla giustizia ed alle forze dell’ordine è la piena collaborazione di tutti. Perchè questo testimoniano le ultime operazioni: denunciare paga. Andare fino in fondo, anche contro gli attentati che ti devastano il negozio una, due, tre volte, alla fine paga. Perchè quello dell’estorsione, del pizzo, è un sistema progettato per non fallire e per garantire ai clan una fidelizzazione della vittima pressoché infinita.

La società foggiana smantellata?

Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla. Questi i nomi dei due sodalizi che alla fine di novembre sono stati smantellati dall’operazione Decima Azione – un maxi-blitz con trenta arresti operato su ordine della Procura di Foggia.

L’operazione altro non è che la fisiologica prosecuzione dell’opera di contrasto al sistema criminale imperante nella provincia di Foggia dopo il primo consistente colpo portato nel 2013 con l’operazione Corona. Lo affermiamo, perchè proprio dalle ceneri e dai rami ancora vivi dell’organizzazione, sopravvissuti a quel blitz, sono nate e si sono rigenerate le due paranze criminali colpite da questi provvedimenti. Rigenerate così tanto da aver scatenato un vero e proprio conflitto per il predominio totale sulla città di Foggia.

Ed è particolarmente interessante notare come, a soli 100 km da Bari, lo scenario nella città di Foggia muti considerevolmente, quando si parla di malavita organizzata. Succede perchè, obiettivamente, Foggia non è Bari. Non lo è mai stata tradizionalmente. Foggia è una città che ha accettato, bei decenni precedenti, un solo padrino capace di imporre ferocemente il proprio predominio. Parliamo di Rizzi, uomo d’onore di napoletani e calabresi, riferimento prima per Cutolo poi per i Bellocco e per Rogoli. Un po’ tutti i gruppi nati dopo la polverizzazione del primo sodalizio criminale – cittadino e unitario, sotto l’egida di Rizzi – hanno cercato di ricondurre sotto la propria egemonia le altre batterie. Scatenando spesso contrasti e dissidi e non riuscendo mai davvero ad arrivare ad una definitiva spartizione di interessi e territorio.
Eccola la prima differenza: ad una dimensione più metropolitana di Bari fa da contraltare una visione più ridotta e “di paese” a Foggia. Ed è quindi fisiologico che, rispetto ad un parterre di interessi e possibilità economiche che si percepisce più risicato, la possibilità che due gruppi comunque consistenti accettino una mutua spartizione di interessi e influenze è impensabile.

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Proprio per questo, però, entrambi i gruppi avevano sviluppato linee di interesse molto diversificate. Altra differenza con la situazione barese. Se nel capoluogo di regione tanti clan si specializzano in determinati e precisi settori, ciò non può dirsi nel capoluogo danno, dove la tentazione espansionistica totale porta i clan a colpire tutti i settori economici ed a predare tutte le occasioni offerte dal panorama.

Ed infatti, oltre ai classici traffici di droga ed armi, ormai pesantemente condizionati sul versante dello stupefacente dalla propria capacità di mantenere saldi legami con la provincia di Bari e con i grossi fornitori baresi, i settori più attenzioni dalla Società erano quelli delle estorsioni e del controllo del gioco d’azzardo, attraverso una filiera che si occupava della gestione delle macchinette, dalla programmazione alla manutenzione all’installazione e riscossione. A fianco, tutto un sistema che si occupava non solo di taglieggiare le imprese e gli esercenti, ma che infiltrava parte del tessuto economico, soprattutto nel settore del caro estinto ed in quello della piccola distribuzione. Interessante anche il filone di inchiesta nato a margine di una investigazione sportiva sul Foggia Calcio, secondo cui nella società e nel pagamento di alcune mensilità sarebbe finito anche denaro riciclato.

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Un sistema interessante da studiare. Perchè confinato in un territorio tutto sommato parecchio contenuto. Ma proprio per questo capace di fare di necessità virtù rispetto ad un programma di intenti ben preciso. E se, quindi, il pallino era il controllo totale del territorio della città di Foggia, gioco forza i gruppi dovevano essere capaci di sviluppare competenze a 360°. Arrivando anche a foraggiare – così credono i pm – una società sportiva professionistica. Al tempo stesso, però, la mancata maturazione dei clan sta tutta spiegata nel rapporto che questi tenevano con il territorio. Se l’intuizione di puntare ovunque era corretta, così performante non era di certo la modalità con cui si agiva. Ad esempio, è stato di certo provato l’interesse verso il settore dell’edilizia, ma in questo caso, a fronte di una incapacità di infiltrare attraverso ditte compiacenti o aziende fittizie, ci si limitava a predare con il metodo estensivo questi attori commerciali. Un Sistema, insomma, che non è ancora riuscito a fare quel salto di qualità inquietante che lo leghi alle stanze dei bottoni. Anzi, a dirla tutta, un Sistema che a questo ancora non ambisce direttamente. Ma che è in grado di zavorrare e strangolare le aspettative legittime di un intero territorio e di una intera comunità.

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Decima Azione di sicuro da un colpo fortissimo ad una delle organizzazioni criminali che compongono quella che un tempo – erroneamente – si credeva una Quarta Mafia. E lo fa con chiarezza, mettendo sotto gli occhi di tutti quanto grave, in Capitanata, sia la situazione e quanto urgente la strutturazione complessiva di un sistema efficiente di antimafia che lavori in sinergia. Allo stesso momento, però, questa operazione non può permettere che l’attenzione cali su altri territori della stessa provincia, dove le mafie sono differenti e dove i Sistemi funzionano in modo completamente difforme da quello della Società Foggiana.

“Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!”

Sì, torno sul discorso dei ragazzini con cui sto lavorando perchè poi, alla fine, c’è un dettaglio che mi fa una incredibile tenerezza. Ed è quella pietrina che portano come contributo anche i più incontenibili. Quelli indisciplinati per contratto con se stessi. Quelli che, se te li metti a fianco, finisce che la lezione la fanno loro. Perchè ne sanno tanto. Perchè hanno tanta voglia di dire – a volte anche solo per rimarcare un proprio ruolo in quella comunità – ma se stimolati nel modo giusto, ad un protagonismo costruttivo, sono i migliori assistenti che si possa avere.

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Tutti, ma proprio tutti, prima o poi, nell’arco di quelle ore che passiamo insieme, mi chiedono se non ho paura di essere ucciso. Mi chiedono se non ho paura di parlare. Mi chiedono se guardare non mi fa paura. Alcuni lo fanno con negli occhi anche una certa sfida. E quella sfida si spegne sempre davanti ad una semplice parola, una questione di metodo: “Non ho paura, perchè non sono uno sbirro…” Sì, l’uso di sbirro non è secondario. Con loro bisogna anche essere capaci di usare un gergo che li rassicuri. “Io non sono un poliziotto. Non dico nulla, prima che succeda. Il mio lavoro è scrivere libri, non mettere in galera le persone… per quello c’è la polizia e i tribunali…” – “Scusa e allora che scrivi a fare?” Perchè a quel punto hanno davvero bisogno di capire. E questo la dice lunga sul fatto che molto spesso non leggono terze parti in una guerra di fronte. Non riconoscono terze parti. Ragionano nell’ottica primitiva del “io contro te”.
“Io scrivo perchè una volta che ho guardato ed ho capito perchè succedono certe cose…” – “Quali?” – “Tipo perchè un quartiere intero diventa una piazza di spaccio…” – “Beh…” – “Io scrivo perchè quella cosa succede. E ti dico come fare perchè non succeda…” – “Tipo come arrestare…” – “Ancora? Io non scrivo per i poliziotti.” – “E come fai a non farla succedere, allora?” – “Adesso devono farlo i poliziotti. Poi io ti dico come fare per non farlo succedere più. Come cambiare le cose, così la gente che spaccia è di meno… capito?” – “Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!” (così, senza la O finale!).

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Anche solo quando ci arrivano, a capire che cosa sei e che cosa fai, pur se in maniera confusa, ti sorridono. L’aria di sfida diventa un’aria complice. Di colpo. Da una parte perchè di colpo non sei più un “nemico”, uno “della borghese”… Dall’altra perchè, sotto sotto, nemmeno il più vulcanico di questi bambini può ignorare la stigma che si porta addosso, sempre. E capire che esiste chi quel “marchio” sa leggerlo ed è capace di non stare sempre a guardarlo li rassicura.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

Lavorare coi ragazzini dei quartieri

Spesso, grazie alla vulcanica Rosa Ferro del “Nuovo Fantarca”, m capitano delle vere e proprie occasioni. Occasioni di “lavoro” ma anche e soprattutto di confronto con la realtà che studio. Grazie alla collaborazione con lei, capita ormai molto spesso di essere chiamato a organizzare incontri, dibattiti, lezioni, chiacchierate, nella cornice di progetti sociali ed educativi i più disparati. Da quelli rivolti ai ragazzi che si trovano in situazione di affidamento ai servizi per ragioni collegate con l’esecuzione penale minorile, a semplici incontri di tipo sociologico educativo nelle scuole, nel quadro dei tanti progetti che nelle medie e nelle superiori si possono organizzare per parlare ed educare alla legalità.

Ultimo, in ordine di tempo, un cartellone di incontri organizzati coi ragazzi di alcune scuole medie della città. Classi di terza media alle quali parlare del fenomeno delle baby-gang. Sono momenti importanti per chi come me studia e si occupa di fenomeni criminali e sociali – collegati a devianza e crimine. E sono importanti perchè, a Bari, città che studio più a fondo e più da vicino, questi incontri sono capaci di fornire una serie di feed-baci rispetto a teorie e riflessioni.
Lavorare, su temi di attualità criminale, con ragazzi che vivono il contesto difficile di alcuni quartieri problematici, in questi giorni, è stato stimolante. Ed utilissimo.

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Perchè ciascuno dei piccoli “studenti” che ha partecipato a quelle chiacchierate – mi è difficile chiamarle lezioni, per come le imposto, soprattutto – ha portato un sassolino al muro del mio lavoro. Anche i più indisciplinati e vulcanici sono stati capaci di stimolare una riflessione ed una validazione alle mie tesi. Oppure suggerirmi che, probabilmente, alcuni pensieri andrebbero calibrati meglio.

Fin qui il bello, di un lavoro del genere. Purtroppo, esistono anche risvolti negativi per esperienze così. Negativi perchè tristi. Spesso, più che tristi, tristemente rassegnati. Certo, è positivo verificare come sia assolutamente corretta la mia teoria sul “classismo” di certi fenomeni, e sull’uso improprio di alcune categorie; è di certo una conferma felice. Dietro, però, ci sta la amara consapevolezza che se le baby gang, a Bari, possono essere solo un fenomeno scimmiottato, tutto da inserire nell’alveo dei riti di maturazione e delle necessità di organizzare “risposte feroci” per difendersi dalla ferocia di un “mondo esterno” in cui si deve entrare e che si teme – come non temerlo, visto il bombardamento continuo di stimoli negativi e l’assenza di una rete un minimo solida di riferimenti rassicuranti – questo avviene non perchè, nei quartieri poveri, i ragazzi non avvertano le stesse necessità e non si attrezzino per dare risposte feroci a quel mondo. Il problema è che, in alcuni quartieri dove all’esclusione sociale tanti hanno risposto con le formule del crimine organizzato, lì i ragazzini si raggruppano secondo le formule non della gang, ma del clan. E lo dicono, ne fanno un vanto, un tratto distintivo ed indennitario. E qui, la replica precisa è quella dei modelli paterni, fraterni. Qui non c’è bisogno di ricorrere ai colori delle gang statunitensi o ai miti delle baby-pandillas meneghine. Qui ci sono “papà e fratmò” a dare l’esempio. E ci sono ragazzine che sanno già tutto, di come si entri nella “malavita” – la chiamano così ed è inquietante, perchè tra loro, i camorristi baresi, il loro sistema lo chiamano ancora così. E conoscono i sistemi di affiliazione diretta e di affiliazione liquida. E qualcuna di loro, nel parlarne, fa gli stessi simpatici errori lessicali, semina gli stessi refusi parlanti che sente in casa. Refusi ed errori che non sono casuali, ma sono “l’esatta norma” in quel mondo.

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Per uno studioso, ricevere conferme a valanga come quelle che mi hanno investito in questi giorni è di certo molto importante. Vi assicuro, però, che ci vogliono le spalle forti, davanti a questa realtà. Più ancora, ci vuole spalla e fegato nel rapportare questo mondo, quello che vive e pulsa e si prepara a venire al mondo – come sempre più feroce e determinato di quello che lo ha preceduto  – al mondo della politica e dell’intervento che li attende fuori, quei cuccioli di uomo. Ci vuole spalla e ci vuole fegato perchè, pur con quarant’anni e più di Camorra barese alle spalle, la classe politica e dirigenziale di questa città, dei suoi sistemi socio-etno-criminali conosce davvero molto poco. E rischia di far danno, perchè suppone di saperne.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

La quiete

Chiunque studi i fenomeni collegati a mafie e criminalità organizzate sa una cosa, per certo. La quiete non è mai il segnale migliore. E non lo si dice per una questione di scaramanzia, per mettere le mani avanti o per tirarsela. C’è un motivo se la quiete, di solito, preannuncia tempeste. O comunque situazioni nuove e spesso molto poco piacevoli. Le mafie, da decenni, hanno imparato a convivere con la pressione dello Stato, degli inquirenti, delle forze dell’ordine. Ed hanno sviluppato nel proprio DNA una vera e propria propensione al “carsismo”. Altro non è che la capacità di scomparire alla vista, effettuare vere e proprie ritirate strategiche, mantenere un profilo più che basso, mentre ci si riorganizza o si cerca di strutturarsi al meglio.

Quella che Bari, da un mese e poco più, sta vivendo, è proprio una fase di questo tipo. Naturale e fisiologica, se si pensa che la situazione, per i clan, non è facile.

Sono in corso o in fase di avvio una serie di maxi-processi e processi molto delicati. Due a carico di un clan storico come quello dei Mercante (inclusa la loro articolazione Mercante-Diomede, diluita in vari settori economici su tutto il territorio cittadino). Allo stesso tempo, a margine di uno di questi due processi, il PANDORA, è coinvolto anche il clan Capriati, per le articolazioni extra cittadine. Alla sbarra, da ormai un decennio, in forme ricorrenti, ci finisce il clan Parisi. I Di Cosola hanno sperimentato che succede quando il boss, il capo dei capi vero e proprio, prima si pente e poi muore. E quello che rimaneva dello storico sodalizio legato al boss Andrea Montani, ormai ridotto a svaligiare appartamenti per vivere, è finito smantellato da una operazione anti usura che ha portato alla sbarra tutto quel che rimaneva della famiglia Montani-Mininni-Capodiferro. Come se non bastasse, un ingranaggio fondamentale per i business baresi, quello rappresentato dal gruppo criminale di Domenico Velluto, che importava e distribuiva all’ingrosso droghe leggere dall’Albania in Italia, è stato azzerato. Ovvio che, come dire, la Camorra barese possa apparire sconfitta. In realtà non è così.

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Quel che sta avvenendo è davvero pericoloso, ed è importante alzare il livello di attenzione. Senza apparente concorrenza sul territorio, le batterie legate alla Federazione Strisciuglio stanno imponendosi sulle piazze, balcanizzandole. Libertà è ormai cosa loro, come loro dependance è da tempo San Girolamo-Fesca ed Enziteto. Il CEP-San Paolo, con alla sbarra tutti i sodalizi storici, sta conoscendo il riemergere delle figure marginali prima legate ai clan Telegrafo e Montani e successivamente al gruppo di Misceo. Anche Carrassi, fino ad ora appannaggio quasi esclusivo della famiglia Diomede grazie alla presenza di Biagio e dei suoi figli, è tornato territorio conteso. Perchè gli Anemolo, per quanto piccoli ed all’apparenza sconfitti già quindici anni fa, sono di nuovo tutti in circolazione. E la loro saldatura storica con la famiglia Montani può rappresentare una ragione di interesse, se si conta il vuoto totale lasciato dai nemici storici tanto al San Paolo quanto oltre Via Capruzzi.

A Carbonara e Ceglie gli emissari degli Strisciuglio non hanno concorrenza né rivali e nemmeno troppo in silenzio, grazie anche alla incomprensibile latitanza delle istituzioni in quei territori, stanno assicurando al proprio fianco tutti i giovani rimasti orfani dei Di Cosola.
A Madonnella, dopo il rush sanguinosissimo di fine settembre, gli equilibri ristagnano. Con il vicino quartiere di Japigia, ormai territorio dei Palermiti, pronto alla spallata anche violenta per tenere lontani gli uomini degli Strisciuglio.

Quella che Bari vive, in queste settimane, quindi, è una fase delicatissima. Gli equilibri sono labili ed i nervi sono molto molto tesi. C’è una somiglianza incredibile tra questo momento e quello vissuto a Bari alla fine del 2004, inizi del 2005, prima che esplodessero conflitti sanguinari e incontrollati. Anche allora, a margine di processi di enorme importanza e di fatti di sangue che avevano scosso l’opinione pubblica, i clan siglarono un patto di ritirata strategica impegnativo per tutti. Salvo poi, due anni dopo, far divampare conflitti in ogni quartiere. Non abbassare la guardia è fondamentale.

Ludopatia, Usura, Azzardo… I business “in chiaro” della Camorra Barese

Allora: a margine delle giornate Micaeliche di Carbonara qualche coordinata in più.

Parliamo di ludopatia, azzardo ed usura, ancora. Perchè è di questi giorni anche la notizia che pentiti altamurani – i fratelli Nuzzi – coinvolti nelle inchieste sul clan Parisi, avrebbero affermato che proprio quel sodalizio criminale, attraverso piattaforme in chiaro riconducibili al figlio del boss, Tommaso, rappresenterebbero uno strumento di approvvigionamento di capitali davvero importante per il clan. amendola1Che attorno al gioco d’azzardo si concretizzassero da sempre gli appetiti dei clan, in città, è fatto storico e acclamato. Col controllo delle bische, già dai primi anni ’80, personaggi del calibro di Antonio Capriati si sono imposti all’attenzione di tutti come boss e uomini di camorra. Quel che è cambiato, negli ultimi quarant’anni, è che parte consistente del gioco si è fatta legale. E con gli smartphone e determinate applicazioni è possibile portarsi in tasca una sala giochi. I sodalizi di camorra più all’avanguardia questo lo hanno capito. E chi aveva capitali ed agganci giusti, probabilmente, è già stato in grado di fare il “salto”. Le dichiarazioni dei Nuzzi, quando parlano di piattaforme con un doppio canale – chiaro e nero – per il gioco, sono dunque non solo attendibili, ma concrete tracce di lavoro per gli inquirenti.

Quello che a noi preme rimarcare qui è che sempre più, in modo sempre più pervasivo, il gioco si sta affermando come strumento di riciclaggio di capitali, perchè davvero molto larghe sono le maglie non tanto delle concessioni pubbliche, quanto della fidelizzazione di agenzie per conto di altre realtà che SOLO FISCALMENTE sono riconosciute dallo Stato ma sulle quali gli enti e le amministrazioni operano controlli di sicurezza in entrata molto più blandi. eb4a450ad657e18c03474cfd69ee9eb8_169_xlE’ quindi sempre più concreto il rischio che si affilino a portali o grandi network di scommesse, in modo del tutto legale, soggetti riconducibili anche “alla lontana” ai clan. E che questo permetta a quei sodalizi due cose: innanzitutto riciclare in quelle società gran parte dei capitali sporchi. In seconda battuta, installare luoghi di azzardo legalizzato offre ai clan la possibilità di radicare, a margine di quei luoghi e quegli affari, giri pericolosissimi di usura di prossimità. Con la compiacenza quando non il concorso di gestori con pochi scrupoli che propongono una pratica non legale, quella del “quadretto”, ossia del conto aperto da saldare a fine mese. Questa pratica, è provato, nei fatti fa perdere drasticamente la percezione di spesa al cliente che, a fine mese, spesso, si ritrova con debiti difficilmente estinguibili – finendo per essere preda delle tentazioni di ricorrere al prestito di prossimità, che in luoghi come le sale giochi fa spesso rima con usura.

Ancora, e davvero in ultima analisi, appena come suggestione, tocca ricordare come inchieste passate abbiano disvelato i rapporti strettissimi intercorrenti tra le grandi mafie dell’est operanti nel grande business delle scommesse pilotate e i clan locali inseriti nel circuito del betting e delle sale d’azzardo. C_27_articolo_75862_immagineprincipaleSono molte le possibilità di sinergia praticabili a margine delle scommesse sportive. Anche grazie ad una fitta rete che lavora all’interno delle comunità migranti attraverso le connessioni social 1 a 1 (whatsapp e simili). Non è difficile, con le giuste connessioni con chi “movimenta capitali” all’interno di quelle comunità, lavorare alla lievitazione “ad arte” di determinate quote sportive per poi speculare su risultati di partite vendute. Il tutto, ovviamente, permettendo a chi gestisce le sale guadagni in chiaro enormi a margine di investimenti di denaro già sporco. A Bari è già successo che alcuni giocatori pagassero care determinate “cattive frequentazioni”.

Libertà come vetrino…

Il quartiere Libertà, a chi legge, potrà sembrare una ossessione-compulsione del sottoscritto. Non è così. Il problema, a ben guardarlo, quel pezzo di città, è che di colpo ha acquisito un nuovo e triste protagonismo. Perché, conosciute e combattute le cosche che agivano nelle periferie storiche di Bari, è salito agli onori della cronaca, nell’ultimo decennio, come nuova frontiera criminale della città. Questo è stato possibile perché proprio nel quartiere Libertà, che un tempo era solo e soltanto un quartiere operaio vicino al centro della città, con il passare dei decenni le condizioni di vita sono drasticamente peggiorate. In un contesto di progressivo abbandono, complice anche l’assenza di una cosca storica che cementasse attorno a sé un nucleo stabile di criminali – e nello stesso momento li contenesse e li rendesse riconoscibili e fronteggiabili – quel che è proliferato sono le bande di spiantati e i gruppi di boss autoproclamati. Questi gruppuscoli, forgiati con la manovalanza mercenaria dai gruppi fondatori della Camorra barese – i Mercante soprattutto – oppure innalzati da gruppi più agguerriti e forgiati durante i conflitti di camorra – emblematica la parabola di alcuni sodalizi per la prima volta riconosciuti dai Laraspata – si sono successivamente imposti come blocco di rilevanza in quella che, nel nuovo millennio, è stata la grande e vera novità della Camorra Barese: la Federazione Strisciuglio. Non è un mistero che, attualmente, il quartiere Libertà sia da considerare la vera e propria centrale operativa della Federazione, visto che lì risiede stabilmente il sodalizio che fa capo a Lorenzo Caldarola, da molti processi ed inchieste indicato come presunta emanazione fuori dal carcere del boss Domenico Strisciuglio in persona.

Bari-Liberta-via-CrisanzioGià di per sé, questo dato è utile per capire come le forme del fare malavita, in quel quartiere, abbiano assunto uno “stato fisico” differente. Dal clan storico, tradizionale, lì si è sperimentato l’agire per gruppuscoli federati e batterie. Forme diverse per un nuovo modo di esercitare lo spaccio, le estorsioni, il controllo del territorio. Già l’essere qualcosa di nuovo, contro il quale non si è attrezzati, destabilizza. Se a questo aggiungiamo che proprio la magmatici della forma di questa federazione porta spesso gruppi aderenti allo stesso macro-sodalizio ad esprimere litigiosità e conflitto… il gioco è fatto. Ed in un quartiere che si crede tranquillo perché giardino di casa di un singolo boss… si scopre in atto una guerra a bassa intensità che è però fatta di conflitti a fuoco, gambizzazioni, esecuzioni. Quasi sempre condotte alla luce del sole, tra vie trafficate e popolate. Dato da non sottovalutare, questo. Si trasforma la camorra, mutando forma, si trasforma la paura che questa mette al cittadino.

3281704_634825_767x463Ancora, e più su larga scala: a mutare, negli anni, è stato il quartiere stesso. Per essere più precisi, il quartiere è immobile da più di cinquant’anni. Quel che è mutata è la qualità della vita che si conduce nel quartiere. Perché se è vero – com’è vero – che il Libertà era un luogo vivibile ed autosufficiente quando è stato nei fatti delimitato e circoscritto dagli interventi attorno, è anche vero che in cinquant’anni i servizi ed i pregi di quel luogo non sono mai stati aggiornati. Risultando poveri e malmessi già trent’anni fa. Il risultato è che, col passare degli anni e l’ingrigirsi dei luoghi, il Libertà è divenuto sempre meno vivibile, bello e sicuro per i residenti. Ci si è messa poi la crisi – a Bari sempre incredibilmente dispari nel modo di livellarsi sui cittadini. E tante delle piccole leve economiche di un quartiere che viveva di un commercio sostanzialmente medio-povero orientato al soddisfacimento della domanda autarchica hanno finito per chiudere. Con le vetrine serrande, i negozi chiusi, la crisi che morde e non risparmia, la comunità ha sviluppato una vera e propria involuzione a riccio. E tanti, che prima faticavano a sopravvivere nella legalità, hanno fatto di necessità virtù saldandosi ad una malavita diffusa che propinava la solita solfa dell’alternativa criminale di sopravvivenza. Anche perché, obiettivamente, il quartiere non lascia molo altro. Gli spazi comuni abbandonati sono divenuti appannaggio dello spaccio, le piccole attività commerciali hanno sperimentato un ritorno aggressivo del racket. Il tutto, si badi bene, a due passi dal centro. In un quartiere che, percorrendo al ritroso le grandi direttrici che conducono verso Via Sparano e Corso Cavour da Ovest, si distingue dalla “city” solo per il carattere incredibilmente degradante di quel che si ha attorno. Libertà è il centro, ma sempre più grigio, sempre più malmesso, sempre più buio e sporco. Non un dettaglio di poco conto, se si guarda a come un corpo sociale reagisce ai mutamenti del luogo in cui vive. E se già una periferia che va in malora fa paura, ma può essere espulsa facilmente dal sentire comune per il suo carattere distaccato e ghettizzato, rispetto al centro o ai multipli centri di una città, lo stesso non può dirsi di una parte interna, contigua con tutte le zone considerate più vivibili. E’ lì che si illiquidisce la paura: quando i confini si fanno labili ed è facile che i contenuti dell’uno e dell’altro recipiente si travasino. Del resto, è solo una convenzione amministrativa quella che segna la cesura tra Murat e Libertà all’altezza di via Quintino Sella, no?

bari quartiere liberta tribunaleAncora, ed in ultima battuta, per ora – solo per fermarci ai tre indizi che fanno una prova – c’è un altro dettaglio che spiega meglio di qualsiasi altro perché il Libertà sia il laboratorio dove poter osservare la paura che si fa liquida. E’ legato all’immigrazione ed a come i colori della pelle e le lingue parlate, al Libertà, si siano moltiplicate. Sì, perché quel quartiere è da due decenni buoni il luogo della città che ospita la maggior parte delle comunità immigrate residenti a Bari. E questo dato, che normalmente, in una periferia, senza le dovute accortezze, è già una miccia corta per la moltiplicazione del “sentire la paura”, a Bari amplifica di gran lunga il suo portato a causa della vera e propria sommissione della comunità immigrata. Neri, asiatici, slavi, vivono nel quartiere in condizioni di estrema povertà e marginalizzazione. Pur essendo in regola – per la stragrande maggioranza – con le leggi della nostra comunità, con i requisiti di accesso ai sistemi e con i documenti, non riescono ad emergere a causa di una offerta abitativa orientata in larghissima parte all’abusivismo più totale. Gruppi interi di famiglie occupano stabilmente porzioni intere di quartiere senza che nessuno, tra amministratori, uffici, burocrati, sia in condizione di saperlo. Di censirne il numero e scandagliarne i bisogni. Semplicemente perché, nel quartiere, la tendenza all’abusivismo in materia di locazioni, accatastamenti, identificazione delle proprietà, è un cancro che si è diffuso molto a fondo. Complice una storica – ma solo apparente – atomizzazione della proprietà, al Libertà è da decenni complesso identificare per bene chi sia proprietario di cosa, in larga parte del quartiere. Inoltre – ed è un vecchio vizio meridionale dei grandi quartieri popolari – molte soluzioni immobiliari non conformi con il concetto dignitoso di residenza, vengono comunque utilizzate come case. Pur non essendo possibile associare a quelle particelle catastali un regolare contratto di affitto ad uso abitativo. Va da sé, in un contesto del genere, che la marginalizzazione dei residenti sia pressoché assoluta. Molti si trovano nella condizione di non poter eleggere un domicilio – con tutto quel che ne consegue. Molti sono esclusi dalle liste di contribuzione all’affitto perché non possono regolarizzare la propria posizione – che semplicemente non c’è. Va da sé che in un contesto già gravato dalla presenza di criminalità e degrado, la presenza APPARENTE ma SOMMERSA di una comunità immigrata numerosa spaventa. Perché impalpabile. Perché avvertita ma indecifrabile. Liquida… per come sfugge alle mani. Spaventa questa condizione. Soprattutto i più poveri, soprattutto i meno attrezzati dal punto di vista sociale e culturale. Vedere un gruppo di ragazzi neri ma non poter sapere nulla di loro spaventa. Vederli comparire e poi sparire atterrisce. Ed anche questa è una peculiarità che il quartiere ha sviluppato in modo inedito nella storia di Bari negli ultimi quindici anni.

Tre indizi che fanno una prova. Rifletteteci anche voi. E ditemi anche voi se queste caratteristiche non sono uniche di quel pezzo preciso di città. Credo converrete anche voi, con me, che la liquidità della paura, fino a qualche mese fa, a Bari aveva un indirizzo ben preciso: il quartiere Libertà.

La paura sta evaporando…

Questa è solo una premessa ad un discorso più ampio. Spezzetto molto le discussioni per una ragione semplice: il tempo medio di lettura di un testo da un device è molto breve. Si è parecchio accorciata la nostra soglia di attenzione. Si è illividita la nostra capacità di concentrazione rispetto a testi che forniscano informazioni e che elaborino pensieri, concetti, teorie. Un trattato – anche brevissimo – che parta da alcune basi tutte da enunciare e si sviluppi con tesi e antitesi per raggiungere una sintesi, qui, impiegherebbe 3 o 4mila parole. Tempo di lettura? 30 minuti. Siamo seri… non ci si arriverebbe infondo. Allora preferisco spezzettare i passaggi, sperando restino più facilmente impressi.

Voglio parlarvi di un mutamento che avverto, soprattutto nei luoghi che studio e per studio frequento ed osservo. Voglio parlarvene anche ispirato dalla trasmissione Presa Diretta del 16 settembre – che sicuramente potete trovare online disponibile sugli archivi di raiplay. Perché Iacona con quella trasmissione ha messo molta carne al fuoco sul piatto della sicurezza/insicurezza urbana. E sul piatto della paura. E forse non lo sa neppure, ma in molti passaggi ha spazzato via con un sol colpo di spugna quello che un sociologo come Bauman ha teorizzato in un decennio: la liquefazione della paura. Le periferie di Iacona, ieri, narravano di una paura che si è fatta ancora qualcosa di diverso, tanto dai solidi del “Muro” del “Noi e Voi”, del “Nemico conosciuto” quanto dai liquidi del “loro” del “tutt’attorno” del “sono assediato” del “sono solo”.

Andiamo con ordine e definiamo il concetti di liquidità e quello che temo di poter provocatoriamente proporre come upgrade. Anni fa, un maestro e decano della sociologia – Bauman, qualcuno lo avrà almeno sentito nominare – cominciò sul serio a fare fortuna pubblicando una montagna di libri che, nei fati, indagavano un mutamento evidente nella nostra società. Un mutamento che pervadeva – meglio, sommergeva – moltissimi degli aspetti del nostro vivere sociale. Definì questo mutamento discioglimento. E da lì sfornò una serie di volumi i cui titoli contenevano sempre l’aggettivo LIQUID*. Intendete, ovviamente, l’asterisco come segno che il genere dell’aggettivo, a seconda del nome che definiva, poteva cambiare da maschile a femminile. E così: Vita, Amore, Paura diventarono LIQUIDI.

paura-liquidaEra un concetto estremamente interessante ed assolutamente rivoluzionario. Baumann scandagliava tutti gli aspetti della nostra nuova vita, comparandoli con quelli che avevamo sperimentato fino solo a 50/60 anni fa. Anzi, per molte pagine, i paragoni si attestavano addirittura ad un ventennio prima della pubblicazione – per cui, microsecondi sul grande orologio del tempo umano qui in Terra. Guardava a come era cambiato il nostro rapporto con il mondo del lavoro ed a come questo cambiamento aveva investito a domino tutta una serie di altri aspetti della nostra esistenza – anche solo quello dell’organizzazione del tempo vita. Guardava all’avvento della socialità 2.0 (badate bene, Amore Liquido è il testo di riferimento ed è dei primi anni 2000… Facebook era ancora molto meno diffuso ed invasivo di oggi). Guardava alle chat, alla moltiplicazione dei luoghi di contatto virtuale tra persone anche lontanissime, che stringevano relazioni di vario tipo senza nemmeno essersi mai stretti la mano, a volte – estremizzo i punti focali, sia chiaro! Guardava anche alla PAURA ed a come questa era cambiata, divenendo non solo TIMORE DI UN NEMICO O DI UNA MINACCIA, ma molto spesso, addirittura, PAURA DEL VIVERE. Perché al fondo di tutti questi discioglienti, Baumann ci metteva un dato importante e molto spesso sottovalutato nella lettura degli ultimi decenni: l’avvento di una post-modernità invasiva ed aggressiva che aveva finito per corrodere in modo profondo tutte le certezze costruite negli ultimi due secoli di esperienza umana e sociale. I concetti solidi della stretta di mano, del lavoro come strutturazione di un percorso preciso che impegnava e caratterizzava l’esistenza… anche la presenza di un muro solido tra un NOI ED UN LORO lasciavano posto ad indistinti e nebulosi concetti – tutti però parecchio sedativi, al principio – come il poke, la chat, l’online/offline, la mobilità orizzontale e verticale (quando ancora il concetto di precarietà non era stato ben compreso) la minaccia impalpabile disciolta tra di noi. Ecco: amore, vita e paura diventavano di colpo concetti liquidi. E fermandoci alla PAURA – che è concetto essenziale quando si parla di sicurezza e criminologia – ecco, questa diventava di colpo indistinta. Non esistevano più i nemici dell’est e dell’ovest. La minaccia diveniva di colpo “globale”: terroristi capaci di colpire perché disciolti tra noi, spacciatori, gang, psicopatici della porta accanto, contestatori animati dal desiderio di sovvertire un ordine globale rassicurante – gli ordini, calati dall’alto, imposti, chissà perché sono sempre rassicuranti: deresponsabilizzano dall’obbligo di scegliere e costruire e dunque rasserenano. Le città mutavano forma, le periferie divenivano luoghi difficili, le auto si facevano mostri corazzati come i SUV, le armi ampliavano il proprio parterre includendo tra loro gadgetterie acquistabili online. Quel che assieme al mondo fuori mutava, oltre al crollo dei muri, era però anche e soprattutto il rapporto stesso tra INDIVIDUO e COMUNITA’… inteso anche e soprattutto come STATO. Quel che mutava era il rapporto tra un NOI sempre più declinato al singolare – nel concetto di cittadino – ed un NOI sempre più distante ed indefinibile quando si parlava di CITTADINANZA E SOCIETA’. Va da sé che, nel momento in cui le minacce si moltiplicano ed io non so bene a chi rivolgermi perché tutto si fa magmatico, indistinto, impersonale… la mia paura AUMENTA. E PERVADE… proprio come un liquido. Passa sotto le porte blindate, si infila negli interstizi del vivere. Muta forma per farsi ogni volta sempre più invasiva. Finisce per avvolgermi, sommergermi, annegarmi.

Zygmunt_Bauman_1Quando è liquida. Quando la PAURA ha comunque una sua forma più o meno INTUIBILE sebbene non chiaramente definibile. Un Liquido sta lì, lo vedo. Sono capace di motivarne la presenza, sono capace di descriverlo usando aggettivazioni chiare. E soprattutto, per quanto complesso, sono capace di sviluppare strategie adattive che mi permettano anche di arrivare a confrontarmi con quella paura. Maneggiarla e contenerla.
Bauman purtroppo se n’è andato da qualche tempo – pochissimo a dir la verità. Eppure, di sicuro, sarebbe pronto subito a riprendere in mano alcuni concetti e dover ammettere che questi vanno sottoposti ad un vigoroso, robusto aggiornamento.
Perché nella velocità incredibile con cui ci confrontiamo con una post-modernità che si supera di giorno in giorno, è molto probabile che anche i concetti di liquidità siano ormai non superati ma semplicemente passati ad uno stadio ancora più indefinito. E se sono le leggi della fisica a doverci condurre, perché queste sono quelle suggerite efficacemente dal maestro… allora forse è il caso di dire che siamo di fronte ad una società che da liquida sta passando allo stato gassoso. Una società che vede i concetti ed i capisaldi di VITA – RELAZIONI – PAURA mutare ancora e radicalmente forma, fino a nebulizzarsi nell’aria, diventare gas… essere per loro stessa natura dovunque senza sforzo. Non avere più forma ma riuscire ad arrivare davvero in ogni luogo. Ed essere sempre meno visibili, sempre più avvolgenti, sempre più subdoli. E non è tanto una questione di evaporazione… che per sua stessa natura lessicale ci suggerisce una prossima sparizione dell’oggetto in questione. Quasi fosse una provocazione vien da chiedersi se il breve momento di osservazione di Baumann non fosse solo un passaggio – peraltro rapidissimo – di un corpo da solido a gassoso.

E se il maestro si fosse semplicemente trovato ad osservare la materia che repentinamente si faceva gas. E l’abbia colta solo nel momento in cui questa era instabilmente liquida? Mi ripeto, convinto che sia l’occasione per aprire un focus di riflessione sul mondo che più da vicino ci circonda. Se, tutto attorno, la minaccia si fosse semplicemente fatta aria che respiriamo? E di conseguenza la paura fosse semplicemente passata ad uno stato gassoso, nebulizzato tutto attorno? Io non lo so. Non ho l’autorevolezza, la formazione, l’esperienza per mettermi a confutare le teorie di un maestro come Bauman… ma quel che vedo – avendo studiato e ristudiato il suo Paura liquida, che peraltro si fa leggere davvero con enorme piacere – è che sempre più i concetti da lui enunciati in quel testo non resistono alla prova dei fatti. Sono uno strumento importante, ma a volte restano terribilmente indietro. Come atterriti anche loro, da una paura che giorno dopo giorno si fa sempre più asfissiante. E sempre più immotivata – quantomeno molto mal indirizzata.