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I rampolli foggiani: giovani, armati, pericolosi

Non illudiamoci: gli arresti delle scorse due settimane operati a Foggia dall’antimafia sono una risposta certo decisa e forte dello Stato al delirio di attentati che ha tenuto sveglia e preoccupata la città in questo funesto inizio 2019.
Purtroppo, però, non si possono considerare un intervento risolutivo.

Lo abbiamo detto e ripetuto: con i sistemi criminali che operano nel foggiano bisogna andarci cauti con gli ottimismi del “gran bel botto”. Perchè poi i “botti” te li fanno loro. E si è visto, in questo gennaio delirante che è seguito alle maxioperazione contro i clan storici della Società.

Nell’ultimo blitz, a finire agli arresti è stato un nome di quelli da prima pagina: Rocco Moretti, figlio di Pasquale e nipote (porta il suo stesso nome di battesimo anche) di uno dei pezzi da novanta dell’organizzazione criminale operante a Foggia. Secondo la DIA, proprio il clan che fa capo a Rocco Moretti senior, dopo aver raccolto anche l’eredità dello storico padrino foggiano Giosuè Rizzi, sarebbe la struttura che governa la città e salda legami importanti con le altre organizzazioni, garantendosi comunque alleanze importanti. A leggere le relazioni degli inquirenti, proprio l clan di Rizzi starebbe avviando in questi ultimi mesi una decisa saldatura con un gruppo di criminali sanseveresi capeggiati dal “professore” La Piccininna. Ma qui siamo chiaramente ancora di fronte alle risultanze di investigazioni e non di processi.

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Quel che è certo e che è bene sottolineare, invece, è che proprio i foggiani, dopo la decapitazione di tutti i sodalizi in  guerra nella città ed in seno alla Società, probabilmente con l’aiuto di manovalanza della provincia, hanno provato a segnare un punto che chiarisse immediatamente che anche di fronte agli arresti, nulla cambiava. E quello che inquieta non è tanto la “familiarità” delle dinamiche e dei sodalizi, quanto la velocità con cui il turn over è garantito, la rapidità con cui le teste dell’Idra tornano a spuntare. Rocco Moretti junior, arrestato assieme a “cumparielli” di tutte le età, era un giovane a capo di una batteria di giovani. E se è vero – com’è vero – che spesso, nello svecchiamento, le organizzazioni sono costrette a fare di necessità virtù, è vero allo stesso modo che i ruoli ricoperti dai giovanissimi finiti dentro assieme a Moretti erano ruoli di tutto rispetto. C’è poco da stare sereni, insomma.

A Foggia, ormai, si è acquisita una piena intercambiabilità generazionale, capace anche di saltare a piè pari piani orizzontali per muoversi da nonno a nipote. Allo stesso modo, la politica accorta e l’elevata autorevolezza del padrino senior sembrano garantire il sodalizio da tentativo di spallata esterni. Una mafia così difficilmente si sradica a colpi di arresti e solo di arresti.

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Foggia: che succede?

Quello che in queste ultime settimane sta accadendo a Foggia non è altro che la chiara e lampante dimostrazione di quello che non solo su queste pagine da mesi potete leggere. Trovate raccontato e spiegato quello che sta succedendo nel capoluogo dauno dentro le relazioni semestrali della DIA, da almeno un lustro buono. Trovate queste grida disperate in tutte le interviste degli operatori di forze dell’ordine, in tutte le relazioni dei giudici, dei PM, dei procuratori.

A Foggia e nella provincia dauna, quel che sta accadendo è presto detto: le mafie foggiane, forti dell’ignoranza e della scarsa preparazione di tanti, stanno aggredendo la città ora che i clan della Società sono alla sbarra, in attesa di processi che si preannunciano lunghi e lasciano intendere condanne davvero pesanti.

Bomba devasta negozio a Foggia

Dai monti del Gargano, dalla piana di San Severo e dal golfo di Manfredonia, le batterie di queste tre piccole e agguerritissime associazioni a delinquere stanno muovendo una manovra di accerchiamento. Perché il tessuto produttivo, economico e commerciale del capoluogo fa gola in termini di potenzialità economiche. E le potenzialità economiche, per i clan, altro non sono che pizzo, estorsioni, pagamenti in natura, assunzioni di comodo. Un mercato importante, per i clan, che su business del genere costruiscono parte del welfare criminale. A fianco a loro, i pezzi di criminalità urbana espulsi o tenuti ai margini dallo strapotere della Società: pezzi che, adesso, nell’apparente assenza di nuclei organizzati, provano ciascuno per proprio conto la spallata. Come ed in che modo i clan forestieri sceglieranno di confrontarsi con la picciotteria di basso cabotaggio è ancora difficile da capire. Potrebbero scegliere di nobilitarli, inglobandoli nella propria egida. Oppure di spazzarli via, sostituendosi in toto a quei soggetti, nella gestione e nel controllo delle piazze. Ovvio, attraverso uomini fidati: perché nessuno dei gruppi che dalla provincia sta aggredendo Foggia ha voglia di abbandonare i territori ed i traffici che tradizionalmente li rendono forti.

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E’ un momento difficile, che va combattuto con le armi della fermezza, della risposta senza tregua e dell’impegno di tutti. E’ una fase complessa che può essere superata solo con un vero moto di riscatto civile, in cui per prima cosa quel che si assicura alla giustizia ed alle forze dell’ordine è la piena collaborazione di tutti. Perchè questo testimoniano le ultime operazioni: denunciare paga. Andare fino in fondo, anche contro gli attentati che ti devastano il negozio una, due, tre volte, alla fine paga. Perchè quello dell’estorsione, del pizzo, è un sistema progettato per non fallire e per garantire ai clan una fidelizzazione della vittima pressoché infinita.

La società foggiana smantellata?

Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla. Questi i nomi dei due sodalizi che alla fine di novembre sono stati smantellati dall’operazione Decima Azione – un maxi-blitz con trenta arresti operato su ordine della Procura di Foggia.

L’operazione altro non è che la fisiologica prosecuzione dell’opera di contrasto al sistema criminale imperante nella provincia di Foggia dopo il primo consistente colpo portato nel 2013 con l’operazione Corona. Lo affermiamo, perchè proprio dalle ceneri e dai rami ancora vivi dell’organizzazione, sopravvissuti a quel blitz, sono nate e si sono rigenerate le due paranze criminali colpite da questi provvedimenti. Rigenerate così tanto da aver scatenato un vero e proprio conflitto per il predominio totale sulla città di Foggia.

Ed è particolarmente interessante notare come, a soli 100 km da Bari, lo scenario nella città di Foggia muti considerevolmente, quando si parla di malavita organizzata. Succede perchè, obiettivamente, Foggia non è Bari. Non lo è mai stata tradizionalmente. Foggia è una città che ha accettato, bei decenni precedenti, un solo padrino capace di imporre ferocemente il proprio predominio. Parliamo di Rizzi, uomo d’onore di napoletani e calabresi, riferimento prima per Cutolo poi per i Bellocco e per Rogoli. Un po’ tutti i gruppi nati dopo la polverizzazione del primo sodalizio criminale – cittadino e unitario, sotto l’egida di Rizzi – hanno cercato di ricondurre sotto la propria egemonia le altre batterie. Scatenando spesso contrasti e dissidi e non riuscendo mai davvero ad arrivare ad una definitiva spartizione di interessi e territorio.
Eccola la prima differenza: ad una dimensione più metropolitana di Bari fa da contraltare una visione più ridotta e “di paese” a Foggia. Ed è quindi fisiologico che, rispetto ad un parterre di interessi e possibilità economiche che si percepisce più risicato, la possibilità che due gruppi comunque consistenti accettino una mutua spartizione di interessi e influenze è impensabile.

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Proprio per questo, però, entrambi i gruppi avevano sviluppato linee di interesse molto diversificate. Altra differenza con la situazione barese. Se nel capoluogo di regione tanti clan si specializzano in determinati e precisi settori, ciò non può dirsi nel capoluogo danno, dove la tentazione espansionistica totale porta i clan a colpire tutti i settori economici ed a predare tutte le occasioni offerte dal panorama.

Ed infatti, oltre ai classici traffici di droga ed armi, ormai pesantemente condizionati sul versante dello stupefacente dalla propria capacità di mantenere saldi legami con la provincia di Bari e con i grossi fornitori baresi, i settori più attenzioni dalla Società erano quelli delle estorsioni e del controllo del gioco d’azzardo, attraverso una filiera che si occupava della gestione delle macchinette, dalla programmazione alla manutenzione all’installazione e riscossione. A fianco, tutto un sistema che si occupava non solo di taglieggiare le imprese e gli esercenti, ma che infiltrava parte del tessuto economico, soprattutto nel settore del caro estinto ed in quello della piccola distribuzione. Interessante anche il filone di inchiesta nato a margine di una investigazione sportiva sul Foggia Calcio, secondo cui nella società e nel pagamento di alcune mensilità sarebbe finito anche denaro riciclato.

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Un sistema interessante da studiare. Perchè confinato in un territorio tutto sommato parecchio contenuto. Ma proprio per questo capace di fare di necessità virtù rispetto ad un programma di intenti ben preciso. E se, quindi, il pallino era il controllo totale del territorio della città di Foggia, gioco forza i gruppi dovevano essere capaci di sviluppare competenze a 360°. Arrivando anche a foraggiare – così credono i pm – una società sportiva professionistica. Al tempo stesso, però, la mancata maturazione dei clan sta tutta spiegata nel rapporto che questi tenevano con il territorio. Se l’intuizione di puntare ovunque era corretta, così performante non era di certo la modalità con cui si agiva. Ad esempio, è stato di certo provato l’interesse verso il settore dell’edilizia, ma in questo caso, a fronte di una incapacità di infiltrare attraverso ditte compiacenti o aziende fittizie, ci si limitava a predare con il metodo estensivo questi attori commerciali. Un Sistema, insomma, che non è ancora riuscito a fare quel salto di qualità inquietante che lo leghi alle stanze dei bottoni. Anzi, a dirla tutta, un Sistema che a questo ancora non ambisce direttamente. Ma che è in grado di zavorrare e strangolare le aspettative legittime di un intero territorio e di una intera comunità.

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Decima Azione di sicuro da un colpo fortissimo ad una delle organizzazioni criminali che compongono quella che un tempo – erroneamente – si credeva una Quarta Mafia. E lo fa con chiarezza, mettendo sotto gli occhi di tutti quanto grave, in Capitanata, sia la situazione e quanto urgente la strutturazione complessiva di un sistema efficiente di antimafia che lavori in sinergia. Allo stesso momento, però, questa operazione non può permettere che l’attenzione cali su altri territori della stessa provincia, dove le mafie sono differenti e dove i Sistemi funzionano in modo completamente difforme da quello della Società Foggiana.

“Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!”

Sì, torno sul discorso dei ragazzini con cui sto lavorando perchè poi, alla fine, c’è un dettaglio che mi fa una incredibile tenerezza. Ed è quella pietrina che portano come contributo anche i più incontenibili. Quelli indisciplinati per contratto con se stessi. Quelli che, se te li metti a fianco, finisce che la lezione la fanno loro. Perchè ne sanno tanto. Perchè hanno tanta voglia di dire – a volte anche solo per rimarcare un proprio ruolo in quella comunità – ma se stimolati nel modo giusto, ad un protagonismo costruttivo, sono i migliori assistenti che si possa avere.

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Tutti, ma proprio tutti, prima o poi, nell’arco di quelle ore che passiamo insieme, mi chiedono se non ho paura di essere ucciso. Mi chiedono se non ho paura di parlare. Mi chiedono se guardare non mi fa paura. Alcuni lo fanno con negli occhi anche una certa sfida. E quella sfida si spegne sempre davanti ad una semplice parola, una questione di metodo: “Non ho paura, perchè non sono uno sbirro…” Sì, l’uso di sbirro non è secondario. Con loro bisogna anche essere capaci di usare un gergo che li rassicuri. “Io non sono un poliziotto. Non dico nulla, prima che succeda. Il mio lavoro è scrivere libri, non mettere in galera le persone… per quello c’è la polizia e i tribunali…” – “Scusa e allora che scrivi a fare?” Perchè a quel punto hanno davvero bisogno di capire. E questo la dice lunga sul fatto che molto spesso non leggono terze parti in una guerra di fronte. Non riconoscono terze parti. Ragionano nell’ottica primitiva del “io contro te”.
“Io scrivo perchè una volta che ho guardato ed ho capito perchè succedono certe cose…” – “Quali?” – “Tipo perchè un quartiere intero diventa una piazza di spaccio…” – “Beh…” – “Io scrivo perchè quella cosa succede. E ti dico come fare perchè non succeda…” – “Tipo come arrestare…” – “Ancora? Io non scrivo per i poliziotti.” – “E come fai a non farla succedere, allora?” – “Adesso devono farlo i poliziotti. Poi io ti dico come fare per non farlo succedere più. Come cambiare le cose, così la gente che spaccia è di meno… capito?” – “Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!” (così, senza la O finale!).

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Anche solo quando ci arrivano, a capire che cosa sei e che cosa fai, pur se in maniera confusa, ti sorridono. L’aria di sfida diventa un’aria complice. Di colpo. Da una parte perchè di colpo non sei più un “nemico”, uno “della borghese”… Dall’altra perchè, sotto sotto, nemmeno il più vulcanico di questi bambini può ignorare la stigma che si porta addosso, sempre. E capire che esiste chi quel “marchio” sa leggerlo ed è capace di non stare sempre a guardarlo li rassicura.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

Lavorare coi ragazzini dei quartieri

Spesso, grazie alla vulcanica Rosa Ferro del “Nuovo Fantarca”, m capitano delle vere e proprie occasioni. Occasioni di “lavoro” ma anche e soprattutto di confronto con la realtà che studio. Grazie alla collaborazione con lei, capita ormai molto spesso di essere chiamato a organizzare incontri, dibattiti, lezioni, chiacchierate, nella cornice di progetti sociali ed educativi i più disparati. Da quelli rivolti ai ragazzi che si trovano in situazione di affidamento ai servizi per ragioni collegate con l’esecuzione penale minorile, a semplici incontri di tipo sociologico educativo nelle scuole, nel quadro dei tanti progetti che nelle medie e nelle superiori si possono organizzare per parlare ed educare alla legalità.

Ultimo, in ordine di tempo, un cartellone di incontri organizzati coi ragazzi di alcune scuole medie della città. Classi di terza media alle quali parlare del fenomeno delle baby-gang. Sono momenti importanti per chi come me studia e si occupa di fenomeni criminali e sociali – collegati a devianza e crimine. E sono importanti perchè, a Bari, città che studio più a fondo e più da vicino, questi incontri sono capaci di fornire una serie di feed-baci rispetto a teorie e riflessioni.
Lavorare, su temi di attualità criminale, con ragazzi che vivono il contesto difficile di alcuni quartieri problematici, in questi giorni, è stato stimolante. Ed utilissimo.

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Perchè ciascuno dei piccoli “studenti” che ha partecipato a quelle chiacchierate – mi è difficile chiamarle lezioni, per come le imposto, soprattutto – ha portato un sassolino al muro del mio lavoro. Anche i più indisciplinati e vulcanici sono stati capaci di stimolare una riflessione ed una validazione alle mie tesi. Oppure suggerirmi che, probabilmente, alcuni pensieri andrebbero calibrati meglio.

Fin qui il bello, di un lavoro del genere. Purtroppo, esistono anche risvolti negativi per esperienze così. Negativi perchè tristi. Spesso, più che tristi, tristemente rassegnati. Certo, è positivo verificare come sia assolutamente corretta la mia teoria sul “classismo” di certi fenomeni, e sull’uso improprio di alcune categorie; è di certo una conferma felice. Dietro, però, ci sta la amara consapevolezza che se le baby gang, a Bari, possono essere solo un fenomeno scimmiottato, tutto da inserire nell’alveo dei riti di maturazione e delle necessità di organizzare “risposte feroci” per difendersi dalla ferocia di un “mondo esterno” in cui si deve entrare e che si teme – come non temerlo, visto il bombardamento continuo di stimoli negativi e l’assenza di una rete un minimo solida di riferimenti rassicuranti – questo avviene non perchè, nei quartieri poveri, i ragazzi non avvertano le stesse necessità e non si attrezzino per dare risposte feroci a quel mondo. Il problema è che, in alcuni quartieri dove all’esclusione sociale tanti hanno risposto con le formule del crimine organizzato, lì i ragazzini si raggruppano secondo le formule non della gang, ma del clan. E lo dicono, ne fanno un vanto, un tratto distintivo ed indennitario. E qui, la replica precisa è quella dei modelli paterni, fraterni. Qui non c’è bisogno di ricorrere ai colori delle gang statunitensi o ai miti delle baby-pandillas meneghine. Qui ci sono “papà e fratmò” a dare l’esempio. E ci sono ragazzine che sanno già tutto, di come si entri nella “malavita” – la chiamano così ed è inquietante, perchè tra loro, i camorristi baresi, il loro sistema lo chiamano ancora così. E conoscono i sistemi di affiliazione diretta e di affiliazione liquida. E qualcuna di loro, nel parlarne, fa gli stessi simpatici errori lessicali, semina gli stessi refusi parlanti che sente in casa. Refusi ed errori che non sono casuali, ma sono “l’esatta norma” in quel mondo.

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Per uno studioso, ricevere conferme a valanga come quelle che mi hanno investito in questi giorni è di certo molto importante. Vi assicuro, però, che ci vogliono le spalle forti, davanti a questa realtà. Più ancora, ci vuole spalla e fegato nel rapportare questo mondo, quello che vive e pulsa e si prepara a venire al mondo – come sempre più feroce e determinato di quello che lo ha preceduto  – al mondo della politica e dell’intervento che li attende fuori, quei cuccioli di uomo. Ci vuole spalla e ci vuole fegato perchè, pur con quarant’anni e più di Camorra barese alle spalle, la classe politica e dirigenziale di questa città, dei suoi sistemi socio-etno-criminali conosce davvero molto poco. E rischia di far danno, perchè suppone di saperne.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

La quiete

Chiunque studi i fenomeni collegati a mafie e criminalità organizzate sa una cosa, per certo. La quiete non è mai il segnale migliore. E non lo si dice per una questione di scaramanzia, per mettere le mani avanti o per tirarsela. C’è un motivo se la quiete, di solito, preannuncia tempeste. O comunque situazioni nuove e spesso molto poco piacevoli. Le mafie, da decenni, hanno imparato a convivere con la pressione dello Stato, degli inquirenti, delle forze dell’ordine. Ed hanno sviluppato nel proprio DNA una vera e propria propensione al “carsismo”. Altro non è che la capacità di scomparire alla vista, effettuare vere e proprie ritirate strategiche, mantenere un profilo più che basso, mentre ci si riorganizza o si cerca di strutturarsi al meglio.

Quella che Bari, da un mese e poco più, sta vivendo, è proprio una fase di questo tipo. Naturale e fisiologica, se si pensa che la situazione, per i clan, non è facile.

Sono in corso o in fase di avvio una serie di maxi-processi e processi molto delicati. Due a carico di un clan storico come quello dei Mercante (inclusa la loro articolazione Mercante-Diomede, diluita in vari settori economici su tutto il territorio cittadino). Allo stesso tempo, a margine di uno di questi due processi, il PANDORA, è coinvolto anche il clan Capriati, per le articolazioni extra cittadine. Alla sbarra, da ormai un decennio, in forme ricorrenti, ci finisce il clan Parisi. I Di Cosola hanno sperimentato che succede quando il boss, il capo dei capi vero e proprio, prima si pente e poi muore. E quello che rimaneva dello storico sodalizio legato al boss Andrea Montani, ormai ridotto a svaligiare appartamenti per vivere, è finito smantellato da una operazione anti usura che ha portato alla sbarra tutto quel che rimaneva della famiglia Montani-Mininni-Capodiferro. Come se non bastasse, un ingranaggio fondamentale per i business baresi, quello rappresentato dal gruppo criminale di Domenico Velluto, che importava e distribuiva all’ingrosso droghe leggere dall’Albania in Italia, è stato azzerato. Ovvio che, come dire, la Camorra barese possa apparire sconfitta. In realtà non è così.

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Quel che sta avvenendo è davvero pericoloso, ed è importante alzare il livello di attenzione. Senza apparente concorrenza sul territorio, le batterie legate alla Federazione Strisciuglio stanno imponendosi sulle piazze, balcanizzandole. Libertà è ormai cosa loro, come loro dependance è da tempo San Girolamo-Fesca ed Enziteto. Il CEP-San Paolo, con alla sbarra tutti i sodalizi storici, sta conoscendo il riemergere delle figure marginali prima legate ai clan Telegrafo e Montani e successivamente al gruppo di Misceo. Anche Carrassi, fino ad ora appannaggio quasi esclusivo della famiglia Diomede grazie alla presenza di Biagio e dei suoi figli, è tornato territorio conteso. Perchè gli Anemolo, per quanto piccoli ed all’apparenza sconfitti già quindici anni fa, sono di nuovo tutti in circolazione. E la loro saldatura storica con la famiglia Montani può rappresentare una ragione di interesse, se si conta il vuoto totale lasciato dai nemici storici tanto al San Paolo quanto oltre Via Capruzzi.

A Carbonara e Ceglie gli emissari degli Strisciuglio non hanno concorrenza né rivali e nemmeno troppo in silenzio, grazie anche alla incomprensibile latitanza delle istituzioni in quei territori, stanno assicurando al proprio fianco tutti i giovani rimasti orfani dei Di Cosola.
A Madonnella, dopo il rush sanguinosissimo di fine settembre, gli equilibri ristagnano. Con il vicino quartiere di Japigia, ormai territorio dei Palermiti, pronto alla spallata anche violenta per tenere lontani gli uomini degli Strisciuglio.

Quella che Bari vive, in queste settimane, quindi, è una fase delicatissima. Gli equilibri sono labili ed i nervi sono molto molto tesi. C’è una somiglianza incredibile tra questo momento e quello vissuto a Bari alla fine del 2004, inizi del 2005, prima che esplodessero conflitti sanguinari e incontrollati. Anche allora, a margine di processi di enorme importanza e di fatti di sangue che avevano scosso l’opinione pubblica, i clan siglarono un patto di ritirata strategica impegnativo per tutti. Salvo poi, due anni dopo, far divampare conflitti in ogni quartiere. Non abbassare la guardia è fondamentale.

Ludopatia, Usura, Azzardo… I business “in chiaro” della Camorra Barese

Allora: a margine delle giornate Micaeliche di Carbonara qualche coordinata in più.

Parliamo di ludopatia, azzardo ed usura, ancora. Perchè è di questi giorni anche la notizia che pentiti altamurani – i fratelli Nuzzi – coinvolti nelle inchieste sul clan Parisi, avrebbero affermato che proprio quel sodalizio criminale, attraverso piattaforme in chiaro riconducibili al figlio del boss, Tommaso, rappresenterebbero uno strumento di approvvigionamento di capitali davvero importante per il clan. amendola1Che attorno al gioco d’azzardo si concretizzassero da sempre gli appetiti dei clan, in città, è fatto storico e acclamato. Col controllo delle bische, già dai primi anni ’80, personaggi del calibro di Antonio Capriati si sono imposti all’attenzione di tutti come boss e uomini di camorra. Quel che è cambiato, negli ultimi quarant’anni, è che parte consistente del gioco si è fatta legale. E con gli smartphone e determinate applicazioni è possibile portarsi in tasca una sala giochi. I sodalizi di camorra più all’avanguardia questo lo hanno capito. E chi aveva capitali ed agganci giusti, probabilmente, è già stato in grado di fare il “salto”. Le dichiarazioni dei Nuzzi, quando parlano di piattaforme con un doppio canale – chiaro e nero – per il gioco, sono dunque non solo attendibili, ma concrete tracce di lavoro per gli inquirenti.

Quello che a noi preme rimarcare qui è che sempre più, in modo sempre più pervasivo, il gioco si sta affermando come strumento di riciclaggio di capitali, perchè davvero molto larghe sono le maglie non tanto delle concessioni pubbliche, quanto della fidelizzazione di agenzie per conto di altre realtà che SOLO FISCALMENTE sono riconosciute dallo Stato ma sulle quali gli enti e le amministrazioni operano controlli di sicurezza in entrata molto più blandi. eb4a450ad657e18c03474cfd69ee9eb8_169_xlE’ quindi sempre più concreto il rischio che si affilino a portali o grandi network di scommesse, in modo del tutto legale, soggetti riconducibili anche “alla lontana” ai clan. E che questo permetta a quei sodalizi due cose: innanzitutto riciclare in quelle società gran parte dei capitali sporchi. In seconda battuta, installare luoghi di azzardo legalizzato offre ai clan la possibilità di radicare, a margine di quei luoghi e quegli affari, giri pericolosissimi di usura di prossimità. Con la compiacenza quando non il concorso di gestori con pochi scrupoli che propongono una pratica non legale, quella del “quadretto”, ossia del conto aperto da saldare a fine mese. Questa pratica, è provato, nei fatti fa perdere drasticamente la percezione di spesa al cliente che, a fine mese, spesso, si ritrova con debiti difficilmente estinguibili – finendo per essere preda delle tentazioni di ricorrere al prestito di prossimità, che in luoghi come le sale giochi fa spesso rima con usura.

Ancora, e davvero in ultima analisi, appena come suggestione, tocca ricordare come inchieste passate abbiano disvelato i rapporti strettissimi intercorrenti tra le grandi mafie dell’est operanti nel grande business delle scommesse pilotate e i clan locali inseriti nel circuito del betting e delle sale d’azzardo. C_27_articolo_75862_immagineprincipaleSono molte le possibilità di sinergia praticabili a margine delle scommesse sportive. Anche grazie ad una fitta rete che lavora all’interno delle comunità migranti attraverso le connessioni social 1 a 1 (whatsapp e simili). Non è difficile, con le giuste connessioni con chi “movimenta capitali” all’interno di quelle comunità, lavorare alla lievitazione “ad arte” di determinate quote sportive per poi speculare su risultati di partite vendute. Il tutto, ovviamente, permettendo a chi gestisce le sale guadagni in chiaro enormi a margine di investimenti di denaro già sporco. A Bari è già successo che alcuni giocatori pagassero care determinate “cattive frequentazioni”.