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Perché Salvini è pericoloso per il calcio, soprattutto a Bari?

Il ministro degli interni Salvini ha davvero fatto il diavolo a quattro per riuscire a farsi affidare la cura della sicurezza interna del nostro paese. Fatto gravissimo. Perché al netto di ogni possibile differenza ideologica e guardando SOLO tecnicamente la faccenda, è comunque molto grave che le questioni di promessa elettorale rappresentino poi la stella polare di una gestione. Soprattutto in materia di ordine pubblico e sicurezza, dove i desiderata devono sempre fare i conti con questioni più alte, più grandi, di maggiore importanza.

E finora, tranne alcuni pessimi esempi, tutti figli della urgenza di accontentare il proprio elettorato ed erodere consensi al M5S, tutti i tiri di Salvini sono pessimamente orientati. Esecrando il decreto sicurezza nella parte relativa alla gestione dei migranti.
Delirante e visionario rispetto alle questioni spicce di ordine pubblico.
Impreparato rispetto alla gestione delle conflittualità interne.
Immobile quando non pericolosamente ingenuo nelle parti relative al contrasto alla criminalità organizzata.
Pasticcione oltre ogni limite a guardare agli interventi in materia di Legittima Difesa e porto d’armi.

Un dicastero delicato come quello degli Interni, poi, in un mondo che corre veloce come il nostro, deve anche essere capace di esprimere prontezza di riflessi. Ed in questo, nella capacità di rispondere prontamente rispetto ad emergenze concrete, il ministro non brilla.

Anzi, come al solito dimostra di non conoscere le questioni di cui parla e cui pensa di poter porre rimedio.

Un esempio? La gestione dell’emergenza Ultras in Italia.
L’uomo comune riuscirebbe paradossalmente a far meglio. Proprio col buon senso.

  •  Salvini NON accetta la possibilità di sospendere le partite in presenza di atteggiamenti violenti o razzisti da parte delle tifoserie, all’interno dello stadio. Si nasconde dietro l’alibi di non darla vinta ai violenti. In realtà sa bene che richierebbe di perdere fette consistenti del consenso giovanile, soprattutto nelle grandi città a nord del Po, che esprimono grandissime tifoserie organizzate quasi mai orientate da un atteggiamento inclusivo e tollerante (ad eccezione della curva granata che è da sempre specchio di un diverso modo di fare tifo!)
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  • Salvini invoca il ritorno a tifoserie capaci di esprimere una organizzazione interna di tipo associato e capaci di confrontarsi per questo sulle grandi questioni delle trasferte organizzate. Terreno scivolosissimo, casato dalla nostra legislazione per due motivi.
    – Il primo è di mero ordine pubblico: il numero di sconti ed incidenti gravissimi avvenuti nel periodo delle trasferte organizzate era molto più alto, con esiti spesso drammaticamente più gravi. Se la nostra percezione è variata è perché è diverso il modo di informare, anche sulle microvicende, è diverso il nostro modo di ricevere le informazioni (la notifica è diversa dall’edizione del TG) e non perchè le trasferte autogestite con mezzi propri siano più pericolose. Crescono i numeri di scaramucce, diminuiscono molto i numeri collegati a fatti gravi. X capirci: la tragedia di Milano non si sarebbe evitata con un treno speciale… l’aggressione sarebbe stata portata con mezzi diversi direttamente al vagone, col rischio di esiti fatali molto più gravi.
    – Il secondo, ben più subdolo ma pesante: le tifoserie italiane, già senza una organizzazione come quella pretesa dal Ministro, sono infiltrate pesantemente dalla criminalità organizzata. Prendere a modello situazioni profondamente differenti, come l’Inghilterra, in cui non esiste la MAFIA, è folle. Il potere delle organizzazioni criminali italiane è enorme e la capacità di influenzare soggetti sociali – che il ministro pretende di trasformare in riconosciuti – così delicati come i gruppi di curva è una nobilitazione che si rischia di dare ed una amplificazione di potere ed autorevolezza criminale e sociale che l’Italia non può permettersi. Soprattutto in un universo debole come quello sportivo, che è già leva per traffici odiosi collegati alle mafie.
  • Salvini ciancia di celle negli stadi e sicurezza militarizzata. A quali tema guarda, Salvini? Quale mondo del calcio è il suo riferimento? Conosce Salvini la profonda differenza tra il mondo del pallone italiano (ormai da anni costretto a riscriversi per soggetti e limiti economici ogni giorno a causa della crisi generale economica che lo investe) e quello inglese (dove i denari affluiti da investitori stranieri sono così tanti che anche piccoli club di serie C hanno stadi di proprietà che costruiscono e gestiscono in autonomia e sicurezza privata che possono pagare)?

E veniamo appunto a Bari.Sì, vero, Salvini è convinto che la mafia a Bari sia solo quella Nigeriana, che i problemi del Libertà siano quelli di spacciatori e magnaccia, che uno Stadio come l’UFO di Renzo Piano possa essere un pilota di questa riforma, perchè da ristrutturare, da inserire in una riqualifica, perchè animato da una tifoseria grande e non troppo chiassosa, perchè nelle mani di un presidente danaroso.

Salvini ignora che: a Bari la mafia c’è. Tanto che infesta la curva. Ne sono stati più volte provati i legami – tra tifoserie e clan – da una serie di processi. Ci sono stati DASPO ed arresti in seguito a risse e violenze scatenate in curva a margine non tanto di dissidi con altri gruppi, ma di questioni interne quasi sempre legate al mondo criminale e non a quello calcistico. C’è una tifoseria che negli anni si è incattivita, nell’ultimo anno ha collezionato una serie di sanzioni personali – complice un delirante percorso di svezzamento in serie D, dove gli scontri sono all’ordine del giorno ma non fanno notizia e l’attenzione delle forze dell’ordine è gioco forza limitata. C’è soprattutto uno stadio ormai inefficiente, tuto da rifare – vero – ma comunque di proprietà comunale. E c’è una proprietà che può anche scegliere di fare i salti mortali, ma ha a che fare con una tifoseria che supera di numero e di gran lunga anche colleghi di serie A. Peraltro con una sacca di mafiosità diretta, al suo interno, davvero preoccupante.

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Queste cose Salvini le sa? Ha bisogno di una bibliografia di riferimento? Ha pensato a parlarne con i Questori che a Bari, dal 2014, si sono succeduti? Ne ha parlato con il Sindaco di questa città? O si affida solo al suo Delfino Romito per farsi spiegare cos’è la mafia a Bari? Se così fosse c’è da vederla dura: il giovanotto di cui sopra non si è mai accorto che a Bari c’è la Camorra Barese. E ci auguriamo non vada mai in curva, a Bari. Perchè una cosa lo accomuna a Salvini: l’uso ossessivo dei social.
E c’è una foto che la dice tutta, sulla inattendibilità di Salvini quando parla di mettere le mani sulle faccende legate al razzismo nel mondo del calcio.
Questa qui sotto. Col signor Lucci, capoultras plurisegnalato ed indagato per una possibile collusione con agglomerati criminali calabresi, proprio a margine del suo ruolo di “uomo forte” della curva.

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Pedonalizzare via Manzoni a Bari? Parliamone!

Le promesse che si fanno nei sei mesi prima di una competizione elettorale andrebbero sempre prese con le pinze. Soprattutto in un’era come questa, in cui, pur di sostenere una propria coerenza ed una propria inflessibilità rispetto alle promesse fatte, spesso si persevera nel dar seguito a veri e propri spot elettorali che rischiano di creare strappi peggiori dei buchi che si prefiggono di tappare.

La pedonalizzazione di alcuni pezzi del Libertà, dalle parti di Via Manzoni, rischia di diventare questo: una toppa che rovina tutto molto peggio dello strappo. Ed il rischio, questa volta, non è collegato all’idea in sè. Piuttosto, al modo in cui si mette in pratica una misura. Ed all’opera di costante follow up che una pedonalizzazione in un quartiere a rischio porta con sé.

Ci sono evidenti ragioni commerciali che suggerirebbero diinterdire la circolazione veicolare in quei quadrilateri. C’è da sostenere un commercio diventato tragicamente di prossimità per evitare che si estingua. C’è da sostenere le esigenze del quartiere di vedersi riconosciute altre aree di socialità diffusa. E sono ragioni incontrovertibili, verso le quali una buona amministrazione deve sempre muoversi.

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Non possiamo però non guardare al contesto della macro-area in cui si opera, quando volgiamo amministrare. Ed amministrare bene. Emblematico, su una scala più ampia, è tutto il percorso storico della realizzazione per esempio di Enziteto. Un quartiere pluripremiato ed osannato sulla carta come modello di progettazione su larga scala umana e socializzante. Divenuto, per il suo piazzamento scellerato e per altre vicende collegate alla gestione urbanistica ed all’amministrazione burocratica di quegli spazi un quartiere in cui la parola d’ordine è da sempre marginalità.

Ed allora, se il Libertà è quello che è – un quartiere con enormi contraddizioni e con un livello di marginalizzazione ed esclusione altissimo, pensiamoci, a pedonalizzare una zona. Peraltro larga. Perché, se pedonalizziamo ma non diamo un concreto seguito alla pedonalizzazione, con una corretta e costante opera di vigilanza di prossimità – il vigile di quartiere mediatore, spogliato dagli orpelli securitari, come figura di contatto con la comunità più che con funzioni di repressione può essere un esempio – quel che otterremo è consegnare alla mala di quel posto un luogo che è contemporaneamente spazio di reclutamento per le giovanissime generazioni e luogo di spaccio e controllo del territorio per il resto della paranza. Creare una zona interdetta alla circolazione privata in un pezzo di quartiere innervato da arterie di smistamento importanti per quella circolazione, inoltre, crea logisticamente comode vie di fuga e buchi veri e propri nel sistema di sicurezza interna del Libertà.

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E se non bastasse l’analisi strategica su scala “militare”… beh ci basti guardare a quel che succederebbe quotidianamente in una zona nella quale si pedonalizzasse senza controllo: gli scooter e i mezzi su cui le giovani leve della mala si muovono ci metterebbero un attimo a conquistare gli spazi. Creando nei residenti e nei cittadini che fruiscono degli stessi la certezza di una assenza concreta dello Stato. Chi vuol vivere serenamente quegli spazi se ne allontanerebbe e quei luoghi sarebbero facilmente conquistati da chi li pretende per fare altro. Con la diretta conseguenza di marginalizzare ancor di più quella zona, rendendola insicura agli occhi di chi vuole frequentarla. Il commercio, da una situazione del genere, subirebbe solo contraccolpi violenti.

Appunto: le pezze peggio dei buchi.

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E allora, riflettiamoci sul quartiere, ma facciamolo per bene. Non mi si venga a dire che si tratta di un intervento facile e brutalmente doveroso. Non me lo si venga a dire in un quartiere refrattario a qualsiasi tipo di ordinanza. Un quartiere nel quale “lo sparo della mala” è un must a cui tutti si sono abituati ed in cui, in alcune zone, anche solo il regolare controllo di un passo carrabile rischia di diventare pericoloso per la pattuglia di vigili urbani che lo esercita.

La quiete

Chiunque studi i fenomeni collegati a mafie e criminalità organizzate sa una cosa, per certo. La quiete non è mai il segnale migliore. E non lo si dice per una questione di scaramanzia, per mettere le mani avanti o per tirarsela. C’è un motivo se la quiete, di solito, preannuncia tempeste. O comunque situazioni nuove e spesso molto poco piacevoli. Le mafie, da decenni, hanno imparato a convivere con la pressione dello Stato, degli inquirenti, delle forze dell’ordine. Ed hanno sviluppato nel proprio DNA una vera e propria propensione al “carsismo”. Altro non è che la capacità di scomparire alla vista, effettuare vere e proprie ritirate strategiche, mantenere un profilo più che basso, mentre ci si riorganizza o si cerca di strutturarsi al meglio.

Quella che Bari, da un mese e poco più, sta vivendo, è proprio una fase di questo tipo. Naturale e fisiologica, se si pensa che la situazione, per i clan, non è facile.

Sono in corso o in fase di avvio una serie di maxi-processi e processi molto delicati. Due a carico di un clan storico come quello dei Mercante (inclusa la loro articolazione Mercante-Diomede, diluita in vari settori economici su tutto il territorio cittadino). Allo stesso tempo, a margine di uno di questi due processi, il PANDORA, è coinvolto anche il clan Capriati, per le articolazioni extra cittadine. Alla sbarra, da ormai un decennio, in forme ricorrenti, ci finisce il clan Parisi. I Di Cosola hanno sperimentato che succede quando il boss, il capo dei capi vero e proprio, prima si pente e poi muore. E quello che rimaneva dello storico sodalizio legato al boss Andrea Montani, ormai ridotto a svaligiare appartamenti per vivere, è finito smantellato da una operazione anti usura che ha portato alla sbarra tutto quel che rimaneva della famiglia Montani-Mininni-Capodiferro. Come se non bastasse, un ingranaggio fondamentale per i business baresi, quello rappresentato dal gruppo criminale di Domenico Velluto, che importava e distribuiva all’ingrosso droghe leggere dall’Albania in Italia, è stato azzerato. Ovvio che, come dire, la Camorra barese possa apparire sconfitta. In realtà non è così.

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Quel che sta avvenendo è davvero pericoloso, ed è importante alzare il livello di attenzione. Senza apparente concorrenza sul territorio, le batterie legate alla Federazione Strisciuglio stanno imponendosi sulle piazze, balcanizzandole. Libertà è ormai cosa loro, come loro dependance è da tempo San Girolamo-Fesca ed Enziteto. Il CEP-San Paolo, con alla sbarra tutti i sodalizi storici, sta conoscendo il riemergere delle figure marginali prima legate ai clan Telegrafo e Montani e successivamente al gruppo di Misceo. Anche Carrassi, fino ad ora appannaggio quasi esclusivo della famiglia Diomede grazie alla presenza di Biagio e dei suoi figli, è tornato territorio conteso. Perchè gli Anemolo, per quanto piccoli ed all’apparenza sconfitti già quindici anni fa, sono di nuovo tutti in circolazione. E la loro saldatura storica con la famiglia Montani può rappresentare una ragione di interesse, se si conta il vuoto totale lasciato dai nemici storici tanto al San Paolo quanto oltre Via Capruzzi.

A Carbonara e Ceglie gli emissari degli Strisciuglio non hanno concorrenza né rivali e nemmeno troppo in silenzio, grazie anche alla incomprensibile latitanza delle istituzioni in quei territori, stanno assicurando al proprio fianco tutti i giovani rimasti orfani dei Di Cosola.
A Madonnella, dopo il rush sanguinosissimo di fine settembre, gli equilibri ristagnano. Con il vicino quartiere di Japigia, ormai territorio dei Palermiti, pronto alla spallata anche violenta per tenere lontani gli uomini degli Strisciuglio.

Quella che Bari vive, in queste settimane, quindi, è una fase delicatissima. Gli equilibri sono labili ed i nervi sono molto molto tesi. C’è una somiglianza incredibile tra questo momento e quello vissuto a Bari alla fine del 2004, inizi del 2005, prima che esplodessero conflitti sanguinari e incontrollati. Anche allora, a margine di processi di enorme importanza e di fatti di sangue che avevano scosso l’opinione pubblica, i clan siglarono un patto di ritirata strategica impegnativo per tutti. Salvo poi, due anni dopo, far divampare conflitti in ogni quartiere. Non abbassare la guardia è fondamentale.

I centauri

Attenzione a liquidare certi fenomeni come “residuali” e certi comportamenti come “bravate”. Soprattutto, attenzione a non chiamare le cose col proprio nome. Nelle ultime settimane è sotto gli occhi di tutti, per le vie del quartiere Libertà, quanto pericoloso possa essere sottovalutare un fenomeno. Soprattutto quando a farlo sono le istituzioni nazionali. Quando a farlo è un candidato sindaco in pectore. Quando a farlo è un Ministro degli Interni – non l’ultimo arrivato in materia di sicurezza, ordine pubblico, legalità. bari-672x372

“Spacciatori, immigrati… le ore contate!” Non una parola, una, per sbaglio, né da Salvini, né da Romito, sulla Camorra che nel quartiere Libertà ha una delle sue centrali operative. Ed ecco che le cosche, indisturbate e rassicurate, rialzano la testa. A modo loro, col carsismo tipico di chi ha fatto scuola presso i grandi vecchi di Sicilia, Campania e Calabria. O anche “le serali” da una vecchia volpe come Donato Laraspata – il primo, vero Camorrista, a Bari, a riconoscere ed innalzare i giovani rampanti del quartiere a veri e propri Boss. Perché, anche senza sparare e senza spezzare le gambe a qualche negoziante in ritardo col pizzo, la Camorra per strada sta rialzando la testa. In un modo più subdolo e meno impattante, a livello strettamente giurisprudenziale. Ma con una ferocia sottesa che di certo non sfugge alla stragrande maggioranza dei residenti. Persone oneste e piene di dignità che con queste storie hanno paura a convivere. Si chiama carsismo: la tendenza dei fenomeni ad immergersi, fino scomparire quasi agli occhi. Eppure restare in agguato, fermi, conservando energie, risistemando linee e gerarchie, aspettando che un pericolo o una emergenza passi. E nello stesso tempo, continuando a far danni e guasti. Come l’acqua che si infiltra tra le intercapedini e sembra sparire. Ma dopo un mese butta fuori muffa, ferri corrosi, intonaci sgretolati.

-wFJ4f4NPerché, parliamoci chiaro – lo abbiamo accennato parlando della nebulizzazione della paura – cos’è questa novità delle gare su due ruote per le vie del quartiere se non una dimostrazione evidente che per quelle strade, tra quegli isolati, la legge la detta qualcuno di diverso dallo Stato? Cos’è se non una inquietante dimostrazione non solo di come un clan controlli il territorio, ma di come sia in grado di gestirlo, manipolarlo, disporne. Il tutto, come sempre, in modo non evidente, lontano da quelle strategie che finirebbero per attirare una reazione violenta delle forze dell’ordine. Appaltando il sistema di imposizione di una logica a ragazzini – spesso neppure imputabili – attraverso non reati ma “bravate”. Illeciti, dal punto di vista amministrativo. Bravate, ragazzate, a guardarle dal salotto di casa, lontano da Via Crisanzio, dal fondo di Via Dante o dalla Piazza del Redentore. A viverci, tra quelle strade, si impara invece presto a chimare quelle “bravate” in altro modo. Si impara presto a capire che i motori che sfrecciano, le staffette che bloccano il traffico, si chiamano “Qui comando io!” tuonato nemmeno fosse una raffica di mitra dal ragazzino figlio, nipote, fratello, cugino di…
http---i.huffpost.com-gen-1847287-images-n-DANIELINO-628x314E non dimentichiamoci una cosa: quando si parla di strategie di questo tipo non si può dimenticare che queste corse, alla fine, in un quartiere in cui bambini e ragazzini non hanno grandi alternative di svago e luoghi di socialità, tra strada ed oratorio, diventano anche comode vetrine per modelli sub-culturali. Oltre che occasioni e luoghi di reclutamento che null’altro può sostituire in un quartiere come quello.

Non chiamiamole bravate, insomma!

La paura sta evaporando…

Questa è solo una premessa ad un discorso più ampio. Spezzetto molto le discussioni per una ragione semplice: il tempo medio di lettura di un testo da un device è molto breve. Si è parecchio accorciata la nostra soglia di attenzione. Si è illividita la nostra capacità di concentrazione rispetto a testi che forniscano informazioni e che elaborino pensieri, concetti, teorie. Un trattato – anche brevissimo – che parta da alcune basi tutte da enunciare e si sviluppi con tesi e antitesi per raggiungere una sintesi, qui, impiegherebbe 3 o 4mila parole. Tempo di lettura? 30 minuti. Siamo seri… non ci si arriverebbe infondo. Allora preferisco spezzettare i passaggi, sperando restino più facilmente impressi.

Voglio parlarvi di un mutamento che avverto, soprattutto nei luoghi che studio e per studio frequento ed osservo. Voglio parlarvene anche ispirato dalla trasmissione Presa Diretta del 16 settembre – che sicuramente potete trovare online disponibile sugli archivi di raiplay. Perché Iacona con quella trasmissione ha messo molta carne al fuoco sul piatto della sicurezza/insicurezza urbana. E sul piatto della paura. E forse non lo sa neppure, ma in molti passaggi ha spazzato via con un sol colpo di spugna quello che un sociologo come Bauman ha teorizzato in un decennio: la liquefazione della paura. Le periferie di Iacona, ieri, narravano di una paura che si è fatta ancora qualcosa di diverso, tanto dai solidi del “Muro” del “Noi e Voi”, del “Nemico conosciuto” quanto dai liquidi del “loro” del “tutt’attorno” del “sono assediato” del “sono solo”.

Andiamo con ordine e definiamo il concetti di liquidità e quello che temo di poter provocatoriamente proporre come upgrade. Anni fa, un maestro e decano della sociologia – Bauman, qualcuno lo avrà almeno sentito nominare – cominciò sul serio a fare fortuna pubblicando una montagna di libri che, nei fati, indagavano un mutamento evidente nella nostra società. Un mutamento che pervadeva – meglio, sommergeva – moltissimi degli aspetti del nostro vivere sociale. Definì questo mutamento discioglimento. E da lì sfornò una serie di volumi i cui titoli contenevano sempre l’aggettivo LIQUID*. Intendete, ovviamente, l’asterisco come segno che il genere dell’aggettivo, a seconda del nome che definiva, poteva cambiare da maschile a femminile. E così: Vita, Amore, Paura diventarono LIQUIDI.

paura-liquidaEra un concetto estremamente interessante ed assolutamente rivoluzionario. Baumann scandagliava tutti gli aspetti della nostra nuova vita, comparandoli con quelli che avevamo sperimentato fino solo a 50/60 anni fa. Anzi, per molte pagine, i paragoni si attestavano addirittura ad un ventennio prima della pubblicazione – per cui, microsecondi sul grande orologio del tempo umano qui in Terra. Guardava a come era cambiato il nostro rapporto con il mondo del lavoro ed a come questo cambiamento aveva investito a domino tutta una serie di altri aspetti della nostra esistenza – anche solo quello dell’organizzazione del tempo vita. Guardava all’avvento della socialità 2.0 (badate bene, Amore Liquido è il testo di riferimento ed è dei primi anni 2000… Facebook era ancora molto meno diffuso ed invasivo di oggi). Guardava alle chat, alla moltiplicazione dei luoghi di contatto virtuale tra persone anche lontanissime, che stringevano relazioni di vario tipo senza nemmeno essersi mai stretti la mano, a volte – estremizzo i punti focali, sia chiaro! Guardava anche alla PAURA ed a come questa era cambiata, divenendo non solo TIMORE DI UN NEMICO O DI UNA MINACCIA, ma molto spesso, addirittura, PAURA DEL VIVERE. Perché al fondo di tutti questi discioglienti, Baumann ci metteva un dato importante e molto spesso sottovalutato nella lettura degli ultimi decenni: l’avvento di una post-modernità invasiva ed aggressiva che aveva finito per corrodere in modo profondo tutte le certezze costruite negli ultimi due secoli di esperienza umana e sociale. I concetti solidi della stretta di mano, del lavoro come strutturazione di un percorso preciso che impegnava e caratterizzava l’esistenza… anche la presenza di un muro solido tra un NOI ED UN LORO lasciavano posto ad indistinti e nebulosi concetti – tutti però parecchio sedativi, al principio – come il poke, la chat, l’online/offline, la mobilità orizzontale e verticale (quando ancora il concetto di precarietà non era stato ben compreso) la minaccia impalpabile disciolta tra di noi. Ecco: amore, vita e paura diventavano di colpo concetti liquidi. E fermandoci alla PAURA – che è concetto essenziale quando si parla di sicurezza e criminologia – ecco, questa diventava di colpo indistinta. Non esistevano più i nemici dell’est e dell’ovest. La minaccia diveniva di colpo “globale”: terroristi capaci di colpire perché disciolti tra noi, spacciatori, gang, psicopatici della porta accanto, contestatori animati dal desiderio di sovvertire un ordine globale rassicurante – gli ordini, calati dall’alto, imposti, chissà perché sono sempre rassicuranti: deresponsabilizzano dall’obbligo di scegliere e costruire e dunque rasserenano. Le città mutavano forma, le periferie divenivano luoghi difficili, le auto si facevano mostri corazzati come i SUV, le armi ampliavano il proprio parterre includendo tra loro gadgetterie acquistabili online. Quel che assieme al mondo fuori mutava, oltre al crollo dei muri, era però anche e soprattutto il rapporto stesso tra INDIVIDUO e COMUNITA’… inteso anche e soprattutto come STATO. Quel che mutava era il rapporto tra un NOI sempre più declinato al singolare – nel concetto di cittadino – ed un NOI sempre più distante ed indefinibile quando si parlava di CITTADINANZA E SOCIETA’. Va da sé che, nel momento in cui le minacce si moltiplicano ed io non so bene a chi rivolgermi perché tutto si fa magmatico, indistinto, impersonale… la mia paura AUMENTA. E PERVADE… proprio come un liquido. Passa sotto le porte blindate, si infila negli interstizi del vivere. Muta forma per farsi ogni volta sempre più invasiva. Finisce per avvolgermi, sommergermi, annegarmi.

Zygmunt_Bauman_1Quando è liquida. Quando la PAURA ha comunque una sua forma più o meno INTUIBILE sebbene non chiaramente definibile. Un Liquido sta lì, lo vedo. Sono capace di motivarne la presenza, sono capace di descriverlo usando aggettivazioni chiare. E soprattutto, per quanto complesso, sono capace di sviluppare strategie adattive che mi permettano anche di arrivare a confrontarmi con quella paura. Maneggiarla e contenerla.
Bauman purtroppo se n’è andato da qualche tempo – pochissimo a dir la verità. Eppure, di sicuro, sarebbe pronto subito a riprendere in mano alcuni concetti e dover ammettere che questi vanno sottoposti ad un vigoroso, robusto aggiornamento.
Perché nella velocità incredibile con cui ci confrontiamo con una post-modernità che si supera di giorno in giorno, è molto probabile che anche i concetti di liquidità siano ormai non superati ma semplicemente passati ad uno stadio ancora più indefinito. E se sono le leggi della fisica a doverci condurre, perché queste sono quelle suggerite efficacemente dal maestro… allora forse è il caso di dire che siamo di fronte ad una società che da liquida sta passando allo stato gassoso. Una società che vede i concetti ed i capisaldi di VITA – RELAZIONI – PAURA mutare ancora e radicalmente forma, fino a nebulizzarsi nell’aria, diventare gas… essere per loro stessa natura dovunque senza sforzo. Non avere più forma ma riuscire ad arrivare davvero in ogni luogo. Ed essere sempre meno visibili, sempre più avvolgenti, sempre più subdoli. E non è tanto una questione di evaporazione… che per sua stessa natura lessicale ci suggerisce una prossima sparizione dell’oggetto in questione. Quasi fosse una provocazione vien da chiedersi se il breve momento di osservazione di Baumann non fosse solo un passaggio – peraltro rapidissimo – di un corpo da solido a gassoso.

E se il maestro si fosse semplicemente trovato ad osservare la materia che repentinamente si faceva gas. E l’abbia colta solo nel momento in cui questa era instabilmente liquida? Mi ripeto, convinto che sia l’occasione per aprire un focus di riflessione sul mondo che più da vicino ci circonda. Se, tutto attorno, la minaccia si fosse semplicemente fatta aria che respiriamo? E di conseguenza la paura fosse semplicemente passata ad uno stato gassoso, nebulizzato tutto attorno? Io non lo so. Non ho l’autorevolezza, la formazione, l’esperienza per mettermi a confutare le teorie di un maestro come Bauman… ma quel che vedo – avendo studiato e ristudiato il suo Paura liquida, che peraltro si fa leggere davvero con enorme piacere – è che sempre più i concetti da lui enunciati in quel testo non resistono alla prova dei fatti. Sono uno strumento importante, ma a volte restano terribilmente indietro. Come atterriti anche loro, da una paura che giorno dopo giorno si fa sempre più asfissiante. E sempre più immotivata – quantomeno molto mal indirizzata.

Ingegneria sociale… ci avete mai pensato?

D’accordo. Forse molti non coglieranno subito la ragione per cui oggi scegliamo di parlare di un tema che può apparire parecchio distante da quelle che sono le tematiche solite del blog. Sarà magari chiaro tra qualche riga. Intanto prendetela come una divagazione criminologica e di intelligence ed analisi su un mutamento sociale.

terlizzi-4.jpgPochi hanno davvero contezza di quante siano le variabili sotto la lente di ingrandimento degli analisti quando si parla di “mutamenti sociali” di una nazione. Uno dei più importanti, il meno considerato ed il meno conosciuto è quello che punta ad evidenziare “qualitativamente” e non “quantitativamente” come ed in cosa cambiano i profili di sicurezza interna di quella nazione. In altri termini, come cambia il rapporto tra il singolo cittadino ed il resto del corpo sociale quando il tramite tra il primo ed il secondo è un intervento delle Forze dell’Ordine. Mettendola ancora più semplicemente, come cambiano le regole che lo Stato impone alle sue forze di polizia per l’espletamento delle loro funzioni. Come cambia il lavoro dei poliziotti, come cambiano i loro doveri, le loro regole di ingaggio. Cosa possono e non possono fare, cosa sono tenuti ad utilizzare, quali strumenti, quali armamenti, quali divise.

tsit-default.jpgNegli ultimi venti anni la nostra società è MOLTO cambiata, secondo questo indicatore.
Il primo, ENORME, mutamento si è avuto con la preparazione del G8 di Genova. Per essere precisi, sotto il governo di Massimo D’Alema. IN quei due anni, Ministro degli Interni Bianco, si sono introdotte una serie di consistenti modifiche nel modus operandi delle forze di polizia. In particolare, quello che è radicalmente mutata è la frazione di Polizia che si occupa di Ordine Pubblico: i reparti Mobili – la Celere. E questo perché ci si ritrovava a fronteggiare un mondo PRE 11-9 nel quale il “nemico” identificato era il variegato mondo della CONTESTAZIONE. Ora: al netto di ogni discussione politica che si può aprire sull’etica di modifiche di questo tipo, è evidente che uno Stato, inserito in contesti in cui la sua Sovranità è per parte delegata, sceglie secondo una propria scala di valori cosa sia più meritevole di tutela e cosa meno e quali siano gli strumenti più adeguati. A noi interessa rimarcare che, a seguito di quelle modifiche, la nostra società è cambiata. Un esempio? Presto detto: le manovre di contenzione, trasmesse attraverso formazione apposita USA al personale scelto della Polizia e dei Carabinieri sono tristemente state trasmesse – con autorizzazione – a tutti gli operatori di Pubblica Sicurezza delle varie forze. Inclusi i Vigili Urbani. E’ di triste attualità il fatto che quel tipo di manovre uccida.  E che sia spesso utilizzato improvvidamente e senza la corretta preparazione. Al tempo stesso, fateci caso, da molto tempo in operazioni di polizia particolari e simili, invece delle manette sono comparse le fascette di plastica. Roba di poco conto? Sì, comprensibile che la vediate così. Io però qui ho il dovere di invitarvi a riflettere su quale sia la ragione per cui si stravolge un mezzo ed un metodo standardizzato in secoli. Semplice: la posizione cui quello strumento costringe l’arrestato è di gestione molto più agevole per l’operatore di sicurezza. Allo stesso tempo, però, può esporre il “costretto” a danni anche molto seri. Danni a carico dell’apparato respiratorio e cardiaco. Danni che possono arrivare fino al detestabile “esito fatale”: la morte.

Dopo Genova, per molto tempo, anche a fronte di cambiamenti epocali nel nostro mondo, non si sono registrate enormi modifiche. Non nel nostro paese. E’ del tutto evidente che il controllo estensivo e molto pervasivo che le agenzie di altri paesi operano sul mondo del web si riverbera automaticamente anche sulle nostre esistenze. Ma per quel che ci riguarda, fino a qualche anno fa, la polizia non è cambiata.

taser-2-1055500.jpgCon Salvini arriva invece una doppia modifica molto molto consistente nella galassia della sicurezza. Innanzitutto viene introdotto il Taser, la pistola elettrica. In seconda istanza, questo governo sta varando una modifica di interesse nel mondo del “porto d’armi” che è destinata a fare scuola. Non tanto perché autorizza chiunque abbia uno straccio di documento che attesti l’iscrizione presso un qualsiasi campo di tiro accreditato – incluse vere e proprie bocciofile del tiro a segno – ad acquistare armi da guerra come l’AK47, ma soprattutto perché non impone più l’informativa qualificata ai familiari del richiedente porto d’armi. Posso comprare armi e tenerle in casa anche senza dire nulla a mio marito o mia moglie. Fermatevi un attimo a riflettere su questo dato e sovrapponetelo al dato di omicidi in famiglia in Italia. Non vi chiedo neppure di sovrapporre a questi dati il ben più ridotto dato sulle rapine in casa e su reati predatori di tipo violento. E’ innegabile che in Italia la famiglia ammazzi più di qualsiasi altro soggetto. Eppure scegliamo di non ascoltare più i familiari prima di autorizzare qualcuno a detenere un’arma da fuoco.
190659459-4d399e2b-daa2-465f-9c2b-e1af885cd64a.jpgAncor più interessante è il caso del Taser in dotazione sperimentale ad alcuni reparti della Polizia di Stato. Al netto della dovuta ed accurata formazione che viene fatta, è innegabile che questo strumento si ponga come semplice “ausilio dissuasivo”. Non si sventa una rapina col Taser. Non ci si risolve un inseguimento. Allora… perché? Semplice: perché il Taser – che non uccide se non in casi particolari – è uno strumento comodissimo per mettere velocemente in condizione di non nuocere un bersaglio disarmato senza che l’operatore debba utilizzare troppa energia per farlo. Rendere inoffensivi a manganellate non è quella passeggiata di salute che si può immaginare, del resto. Usare un taser significa premere un grilletto. Non devo – credo – chiarirvi quanto, ancora una volta, questa modifica sia orientata non tanto a garantire una forma di contrasto reale e fattivo alla criminalità predatoria, quanto più uno strumento di contenzione e repressione più efficace nei confronti di problemi diversi, quasi tutti disciolti nel mare magnum non tanto della “difesa da una minaccia” quanto più della “rassicurazione di una paura”. Poi c’è la piazza, chiaro. Ma, per fortuna, ancora adesso, il Taser non risulta in dotazione diffusa ai reparti Celere. In ultimo, ma non per ultimo, piaccia o no a chi sta gestendo queste modifiche – perché analisi in merito ci sono, basta avere la pazienza di cercarle – ci spostiamo verso un rafforzamento di quella PAURA diffusa. Ed ampliamo COSCIENTEMENTE la nostra CERTEZZA DI ESSERE INSICURI. È questo che ci inocula il NUOVO diritto di detenere armi: il mio vicino è armato – tutti si armano – posso armarmi – devo armarmi? – lo hanno fatto tutti, sì, DEVO. Non dimenticate, poi, che anche il COME APPAIONO i tutori dell’Ordine è importante. Perché inconsciamente ci comunica DA CHI PROTEGGERCI. Chi è il nemico? E se la Polizia cambia e si dota di un’arma nuova che serve a contenere ‘uno uguale a me’… vuol dire che la minaccia è ovunque!

Siamo pronti alla NUOVA società della paura?

Riflettiamo su quanto cambia la società. Anche e soprattutto a partire da queste modifiche che appaiono banali. Che spesso non guardiamo neppure.
Davvero, nella nostra società, così per come essa è piuttosto che per come ci viene raccontata, il Taser e la pistola facile sono uno strumento che risolve problemi? E quand’anche appaiano risolutivi… quali problemi, davvero, risolvono? E come cambiano noi, più che la Polizia, queste modifiche?