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Perché Salvini è pericoloso per il calcio, soprattutto a Bari?

Il ministro degli interni Salvini ha davvero fatto il diavolo a quattro per riuscire a farsi affidare la cura della sicurezza interna del nostro paese. Fatto gravissimo. Perché al netto di ogni possibile differenza ideologica e guardando SOLO tecnicamente la faccenda, è comunque molto grave che le questioni di promessa elettorale rappresentino poi la stella polare di una gestione. Soprattutto in materia di ordine pubblico e sicurezza, dove i desiderata devono sempre fare i conti con questioni più alte, più grandi, di maggiore importanza.

E finora, tranne alcuni pessimi esempi, tutti figli della urgenza di accontentare il proprio elettorato ed erodere consensi al M5S, tutti i tiri di Salvini sono pessimamente orientati. Esecrando il decreto sicurezza nella parte relativa alla gestione dei migranti.
Delirante e visionario rispetto alle questioni spicce di ordine pubblico.
Impreparato rispetto alla gestione delle conflittualità interne.
Immobile quando non pericolosamente ingenuo nelle parti relative al contrasto alla criminalità organizzata.
Pasticcione oltre ogni limite a guardare agli interventi in materia di Legittima Difesa e porto d’armi.

Un dicastero delicato come quello degli Interni, poi, in un mondo che corre veloce come il nostro, deve anche essere capace di esprimere prontezza di riflessi. Ed in questo, nella capacità di rispondere prontamente rispetto ad emergenze concrete, il ministro non brilla.

Anzi, come al solito dimostra di non conoscere le questioni di cui parla e cui pensa di poter porre rimedio.

Un esempio? La gestione dell’emergenza Ultras in Italia.
L’uomo comune riuscirebbe paradossalmente a far meglio. Proprio col buon senso.

  •  Salvini NON accetta la possibilità di sospendere le partite in presenza di atteggiamenti violenti o razzisti da parte delle tifoserie, all’interno dello stadio. Si nasconde dietro l’alibi di non darla vinta ai violenti. In realtà sa bene che richierebbe di perdere fette consistenti del consenso giovanile, soprattutto nelle grandi città a nord del Po, che esprimono grandissime tifoserie organizzate quasi mai orientate da un atteggiamento inclusivo e tollerante (ad eccezione della curva granata che è da sempre specchio di un diverso modo di fare tifo!)
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  • Salvini invoca il ritorno a tifoserie capaci di esprimere una organizzazione interna di tipo associato e capaci di confrontarsi per questo sulle grandi questioni delle trasferte organizzate. Terreno scivolosissimo, casato dalla nostra legislazione per due motivi.
    – Il primo è di mero ordine pubblico: il numero di sconti ed incidenti gravissimi avvenuti nel periodo delle trasferte organizzate era molto più alto, con esiti spesso drammaticamente più gravi. Se la nostra percezione è variata è perché è diverso il modo di informare, anche sulle microvicende, è diverso il nostro modo di ricevere le informazioni (la notifica è diversa dall’edizione del TG) e non perchè le trasferte autogestite con mezzi propri siano più pericolose. Crescono i numeri di scaramucce, diminuiscono molto i numeri collegati a fatti gravi. X capirci: la tragedia di Milano non si sarebbe evitata con un treno speciale… l’aggressione sarebbe stata portata con mezzi diversi direttamente al vagone, col rischio di esiti fatali molto più gravi.
    – Il secondo, ben più subdolo ma pesante: le tifoserie italiane, già senza una organizzazione come quella pretesa dal Ministro, sono infiltrate pesantemente dalla criminalità organizzata. Prendere a modello situazioni profondamente differenti, come l’Inghilterra, in cui non esiste la MAFIA, è folle. Il potere delle organizzazioni criminali italiane è enorme e la capacità di influenzare soggetti sociali – che il ministro pretende di trasformare in riconosciuti – così delicati come i gruppi di curva è una nobilitazione che si rischia di dare ed una amplificazione di potere ed autorevolezza criminale e sociale che l’Italia non può permettersi. Soprattutto in un universo debole come quello sportivo, che è già leva per traffici odiosi collegati alle mafie.
  • Salvini ciancia di celle negli stadi e sicurezza militarizzata. A quali tema guarda, Salvini? Quale mondo del calcio è il suo riferimento? Conosce Salvini la profonda differenza tra il mondo del pallone italiano (ormai da anni costretto a riscriversi per soggetti e limiti economici ogni giorno a causa della crisi generale economica che lo investe) e quello inglese (dove i denari affluiti da investitori stranieri sono così tanti che anche piccoli club di serie C hanno stadi di proprietà che costruiscono e gestiscono in autonomia e sicurezza privata che possono pagare)?

E veniamo appunto a Bari.Sì, vero, Salvini è convinto che la mafia a Bari sia solo quella Nigeriana, che i problemi del Libertà siano quelli di spacciatori e magnaccia, che uno Stadio come l’UFO di Renzo Piano possa essere un pilota di questa riforma, perchè da ristrutturare, da inserire in una riqualifica, perchè animato da una tifoseria grande e non troppo chiassosa, perchè nelle mani di un presidente danaroso.

Salvini ignora che: a Bari la mafia c’è. Tanto che infesta la curva. Ne sono stati più volte provati i legami – tra tifoserie e clan – da una serie di processi. Ci sono stati DASPO ed arresti in seguito a risse e violenze scatenate in curva a margine non tanto di dissidi con altri gruppi, ma di questioni interne quasi sempre legate al mondo criminale e non a quello calcistico. C’è una tifoseria che negli anni si è incattivita, nell’ultimo anno ha collezionato una serie di sanzioni personali – complice un delirante percorso di svezzamento in serie D, dove gli scontri sono all’ordine del giorno ma non fanno notizia e l’attenzione delle forze dell’ordine è gioco forza limitata. C’è soprattutto uno stadio ormai inefficiente, tuto da rifare – vero – ma comunque di proprietà comunale. E c’è una proprietà che può anche scegliere di fare i salti mortali, ma ha a che fare con una tifoseria che supera di numero e di gran lunga anche colleghi di serie A. Peraltro con una sacca di mafiosità diretta, al suo interno, davvero preoccupante.

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Queste cose Salvini le sa? Ha bisogno di una bibliografia di riferimento? Ha pensato a parlarne con i Questori che a Bari, dal 2014, si sono succeduti? Ne ha parlato con il Sindaco di questa città? O si affida solo al suo Delfino Romito per farsi spiegare cos’è la mafia a Bari? Se così fosse c’è da vederla dura: il giovanotto di cui sopra non si è mai accorto che a Bari c’è la Camorra Barese. E ci auguriamo non vada mai in curva, a Bari. Perchè una cosa lo accomuna a Salvini: l’uso ossessivo dei social.
E c’è una foto che la dice tutta, sulla inattendibilità di Salvini quando parla di mettere le mani sulle faccende legate al razzismo nel mondo del calcio.
Questa qui sotto. Col signor Lucci, capoultras plurisegnalato ed indagato per una possibile collusione con agglomerati criminali calabresi, proprio a margine del suo ruolo di “uomo forte” della curva.

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Legalità al Libertà – Lavori in corso

Chissà cosa avrà da dire Salvini? Chissà cosa avrà da dire Romito? Nessuno si è espresso, in merito. Eppure entrambi avevano tuonato sui problemi reali del Libertà. Salvo poi non accorgersi che questi si chiamava degrado, povertà, esclusione sociale ed anche abusivismo. L’abusivismo praticato dai baresi contro concittadini e migranti.

E l’abuso altro non era che la concessione, in affitto, di tuguri, garage, depositi, catapecchie. Senza nessun tipo di contratto, anzi con quella che si configurava in tutti i modi come una truffa ai danni quantomeno del catasto. E delle tasche di tutti noi, che invece alle imposte relative agli immobili (IMU e simili) facciamo fronte in modo limpido.

Di questa illegalità divenuta nei fatti “legale” nessuno vuole parlare. Nemmeno quello che la Lega continua a chiamare Candidato Sindaco. Fabio Romito, che è quello che poi tutta questa bagarre l’ha per fortuna – e suo malgrado – scatenata con la sua passeggiata nel rione Libertà – quella in cui andavano scovati i neri irregolari che delinquevano, tace. Troppo impegnato a capire se saranno le primarie a stabilire chi condurrà il centrodestra nelle prossime amministrative o riuscirà a deciderlo il tavolo politico dei signori del centrodestra.

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Di questa illegalità non tace invece l’amministrazione. Che si sta occupando da un mese di censire lo stato dell’abusivismo e sta intimando – con tempi brevissimi – una messa in legalità delle situazioni. Bene, davvero.

Perchè quello che sta emergendo è uno spaccato triste, squallido. Uno spaccato che coinvolge per primi i baresi, che quelle unità immobiliari le affittavano. Uno spaccato degradato in cui, però, l’unica cosa che esce salva è la dignità di chi, in quelle condizioni, era costretto a viverci. Una dignità che si fa pudore, vergogna, nel mostrare le condizioni in cui si viene tenuti. Una dignità che si fa pretesa, nel momento in cui si chiede di poter vedere la propria situazione regolarizzata, come diritto.

Quel che lascia attoniti, in tutto questo, è il silenzio delle forze di Sinistra di questa città. Per capirci, quelle istituzionali. Perchè poi, al Libertà, attivi su questa vicenda, ci sono i comitati spontanei, ci sono le solidarietà di vicinato, ci sono le realtà di base. Mancano le forze che istituzionalmente si indignano per la presenza di Casapound tra quelle strade… e però non spendono un rigo, sui social, nelle interviste, nelle lettere con preghiera di pubblicazione ai giornali, per dire qualcosa su una questione che a Bari è centrale. Perchè incrocia le questioni della marginalizzazione a quelle della legalità, le questioni della fiscalità a quelle della criminalità. No, su questo non si parla. Ed è un peccato. Anzi, è Il Peccato. Perchè proprio Bari, che di problemi di marginalizzazione vive e della ricucitura delle periferie avrebbe un gran bisogno, negli scorsi mesi si è vista scippare grossa parte dei finanziamenti per i bandi periferie. Ed incrociare le battaglie, quando ci sono sinergie possibili, è sempre una scommessa vincente.

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Nel frattempo, per fortuna, l’impegno per la legalità dell’amministrazione non si ferma. E questo è un merito che a questa amministrazione va riconosciuto – sebbene ancora troppi siano i demeriti delle passate gestioni a stessa targa politica perchè il conto possa definirsi a saldo zero. Continua l’impegno per l’emersione delle situazioni nere, grigi, illegali. E si finisce per scoprire che un altro quartiere popolare, San Pasquale, sconta le stesse problematiche, seppur in tono minore. Ed in salsa quasi completamente barese.

C’è margine, prima di invocare le grandi questioni di sistema e le piccole tristi faccende di poltrone e giacchette, per una riflessione seria non tanto sullo stato dell’arte – che è impietosamente sotto lo sguardo di chi voglia vedere – quanto più sul “che fare?” A guardare le discussioni delle ultime settimane, viene da rispondere tristemente di no.

I centauri

Attenzione a liquidare certi fenomeni come “residuali” e certi comportamenti come “bravate”. Soprattutto, attenzione a non chiamare le cose col proprio nome. Nelle ultime settimane è sotto gli occhi di tutti, per le vie del quartiere Libertà, quanto pericoloso possa essere sottovalutare un fenomeno. Soprattutto quando a farlo sono le istituzioni nazionali. Quando a farlo è un candidato sindaco in pectore. Quando a farlo è un Ministro degli Interni – non l’ultimo arrivato in materia di sicurezza, ordine pubblico, legalità. bari-672x372

“Spacciatori, immigrati… le ore contate!” Non una parola, una, per sbaglio, né da Salvini, né da Romito, sulla Camorra che nel quartiere Libertà ha una delle sue centrali operative. Ed ecco che le cosche, indisturbate e rassicurate, rialzano la testa. A modo loro, col carsismo tipico di chi ha fatto scuola presso i grandi vecchi di Sicilia, Campania e Calabria. O anche “le serali” da una vecchia volpe come Donato Laraspata – il primo, vero Camorrista, a Bari, a riconoscere ed innalzare i giovani rampanti del quartiere a veri e propri Boss. Perché, anche senza sparare e senza spezzare le gambe a qualche negoziante in ritardo col pizzo, la Camorra per strada sta rialzando la testa. In un modo più subdolo e meno impattante, a livello strettamente giurisprudenziale. Ma con una ferocia sottesa che di certo non sfugge alla stragrande maggioranza dei residenti. Persone oneste e piene di dignità che con queste storie hanno paura a convivere. Si chiama carsismo: la tendenza dei fenomeni ad immergersi, fino scomparire quasi agli occhi. Eppure restare in agguato, fermi, conservando energie, risistemando linee e gerarchie, aspettando che un pericolo o una emergenza passi. E nello stesso tempo, continuando a far danni e guasti. Come l’acqua che si infiltra tra le intercapedini e sembra sparire. Ma dopo un mese butta fuori muffa, ferri corrosi, intonaci sgretolati.

-wFJ4f4NPerché, parliamoci chiaro – lo abbiamo accennato parlando della nebulizzazione della paura – cos’è questa novità delle gare su due ruote per le vie del quartiere se non una dimostrazione evidente che per quelle strade, tra quegli isolati, la legge la detta qualcuno di diverso dallo Stato? Cos’è se non una inquietante dimostrazione non solo di come un clan controlli il territorio, ma di come sia in grado di gestirlo, manipolarlo, disporne. Il tutto, come sempre, in modo non evidente, lontano da quelle strategie che finirebbero per attirare una reazione violenta delle forze dell’ordine. Appaltando il sistema di imposizione di una logica a ragazzini – spesso neppure imputabili – attraverso non reati ma “bravate”. Illeciti, dal punto di vista amministrativo. Bravate, ragazzate, a guardarle dal salotto di casa, lontano da Via Crisanzio, dal fondo di Via Dante o dalla Piazza del Redentore. A viverci, tra quelle strade, si impara invece presto a chimare quelle “bravate” in altro modo. Si impara presto a capire che i motori che sfrecciano, le staffette che bloccano il traffico, si chiamano “Qui comando io!” tuonato nemmeno fosse una raffica di mitra dal ragazzino figlio, nipote, fratello, cugino di…
http---i.huffpost.com-gen-1847287-images-n-DANIELINO-628x314E non dimentichiamoci una cosa: quando si parla di strategie di questo tipo non si può dimenticare che queste corse, alla fine, in un quartiere in cui bambini e ragazzini non hanno grandi alternative di svago e luoghi di socialità, tra strada ed oratorio, diventano anche comode vetrine per modelli sub-culturali. Oltre che occasioni e luoghi di reclutamento che null’altro può sostituire in un quartiere come quello.

Non chiamiamole bravate, insomma!

Ingegneria sociale… ci avete mai pensato?

D’accordo. Forse molti non coglieranno subito la ragione per cui oggi scegliamo di parlare di un tema che può apparire parecchio distante da quelle che sono le tematiche solite del blog. Sarà magari chiaro tra qualche riga. Intanto prendetela come una divagazione criminologica e di intelligence ed analisi su un mutamento sociale.

terlizzi-4.jpgPochi hanno davvero contezza di quante siano le variabili sotto la lente di ingrandimento degli analisti quando si parla di “mutamenti sociali” di una nazione. Uno dei più importanti, il meno considerato ed il meno conosciuto è quello che punta ad evidenziare “qualitativamente” e non “quantitativamente” come ed in cosa cambiano i profili di sicurezza interna di quella nazione. In altri termini, come cambia il rapporto tra il singolo cittadino ed il resto del corpo sociale quando il tramite tra il primo ed il secondo è un intervento delle Forze dell’Ordine. Mettendola ancora più semplicemente, come cambiano le regole che lo Stato impone alle sue forze di polizia per l’espletamento delle loro funzioni. Come cambia il lavoro dei poliziotti, come cambiano i loro doveri, le loro regole di ingaggio. Cosa possono e non possono fare, cosa sono tenuti ad utilizzare, quali strumenti, quali armamenti, quali divise.

tsit-default.jpgNegli ultimi venti anni la nostra società è MOLTO cambiata, secondo questo indicatore.
Il primo, ENORME, mutamento si è avuto con la preparazione del G8 di Genova. Per essere precisi, sotto il governo di Massimo D’Alema. IN quei due anni, Ministro degli Interni Bianco, si sono introdotte una serie di consistenti modifiche nel modus operandi delle forze di polizia. In particolare, quello che è radicalmente mutata è la frazione di Polizia che si occupa di Ordine Pubblico: i reparti Mobili – la Celere. E questo perché ci si ritrovava a fronteggiare un mondo PRE 11-9 nel quale il “nemico” identificato era il variegato mondo della CONTESTAZIONE. Ora: al netto di ogni discussione politica che si può aprire sull’etica di modifiche di questo tipo, è evidente che uno Stato, inserito in contesti in cui la sua Sovranità è per parte delegata, sceglie secondo una propria scala di valori cosa sia più meritevole di tutela e cosa meno e quali siano gli strumenti più adeguati. A noi interessa rimarcare che, a seguito di quelle modifiche, la nostra società è cambiata. Un esempio? Presto detto: le manovre di contenzione, trasmesse attraverso formazione apposita USA al personale scelto della Polizia e dei Carabinieri sono tristemente state trasmesse – con autorizzazione – a tutti gli operatori di Pubblica Sicurezza delle varie forze. Inclusi i Vigili Urbani. E’ di triste attualità il fatto che quel tipo di manovre uccida.  E che sia spesso utilizzato improvvidamente e senza la corretta preparazione. Al tempo stesso, fateci caso, da molto tempo in operazioni di polizia particolari e simili, invece delle manette sono comparse le fascette di plastica. Roba di poco conto? Sì, comprensibile che la vediate così. Io però qui ho il dovere di invitarvi a riflettere su quale sia la ragione per cui si stravolge un mezzo ed un metodo standardizzato in secoli. Semplice: la posizione cui quello strumento costringe l’arrestato è di gestione molto più agevole per l’operatore di sicurezza. Allo stesso tempo, però, può esporre il “costretto” a danni anche molto seri. Danni a carico dell’apparato respiratorio e cardiaco. Danni che possono arrivare fino al detestabile “esito fatale”: la morte.

Dopo Genova, per molto tempo, anche a fronte di cambiamenti epocali nel nostro mondo, non si sono registrate enormi modifiche. Non nel nostro paese. E’ del tutto evidente che il controllo estensivo e molto pervasivo che le agenzie di altri paesi operano sul mondo del web si riverbera automaticamente anche sulle nostre esistenze. Ma per quel che ci riguarda, fino a qualche anno fa, la polizia non è cambiata.

taser-2-1055500.jpgCon Salvini arriva invece una doppia modifica molto molto consistente nella galassia della sicurezza. Innanzitutto viene introdotto il Taser, la pistola elettrica. In seconda istanza, questo governo sta varando una modifica di interesse nel mondo del “porto d’armi” che è destinata a fare scuola. Non tanto perché autorizza chiunque abbia uno straccio di documento che attesti l’iscrizione presso un qualsiasi campo di tiro accreditato – incluse vere e proprie bocciofile del tiro a segno – ad acquistare armi da guerra come l’AK47, ma soprattutto perché non impone più l’informativa qualificata ai familiari del richiedente porto d’armi. Posso comprare armi e tenerle in casa anche senza dire nulla a mio marito o mia moglie. Fermatevi un attimo a riflettere su questo dato e sovrapponetelo al dato di omicidi in famiglia in Italia. Non vi chiedo neppure di sovrapporre a questi dati il ben più ridotto dato sulle rapine in casa e su reati predatori di tipo violento. E’ innegabile che in Italia la famiglia ammazzi più di qualsiasi altro soggetto. Eppure scegliamo di non ascoltare più i familiari prima di autorizzare qualcuno a detenere un’arma da fuoco.
190659459-4d399e2b-daa2-465f-9c2b-e1af885cd64a.jpgAncor più interessante è il caso del Taser in dotazione sperimentale ad alcuni reparti della Polizia di Stato. Al netto della dovuta ed accurata formazione che viene fatta, è innegabile che questo strumento si ponga come semplice “ausilio dissuasivo”. Non si sventa una rapina col Taser. Non ci si risolve un inseguimento. Allora… perché? Semplice: perché il Taser – che non uccide se non in casi particolari – è uno strumento comodissimo per mettere velocemente in condizione di non nuocere un bersaglio disarmato senza che l’operatore debba utilizzare troppa energia per farlo. Rendere inoffensivi a manganellate non è quella passeggiata di salute che si può immaginare, del resto. Usare un taser significa premere un grilletto. Non devo – credo – chiarirvi quanto, ancora una volta, questa modifica sia orientata non tanto a garantire una forma di contrasto reale e fattivo alla criminalità predatoria, quanto più uno strumento di contenzione e repressione più efficace nei confronti di problemi diversi, quasi tutti disciolti nel mare magnum non tanto della “difesa da una minaccia” quanto più della “rassicurazione di una paura”. Poi c’è la piazza, chiaro. Ma, per fortuna, ancora adesso, il Taser non risulta in dotazione diffusa ai reparti Celere. In ultimo, ma non per ultimo, piaccia o no a chi sta gestendo queste modifiche – perché analisi in merito ci sono, basta avere la pazienza di cercarle – ci spostiamo verso un rafforzamento di quella PAURA diffusa. Ed ampliamo COSCIENTEMENTE la nostra CERTEZZA DI ESSERE INSICURI. È questo che ci inocula il NUOVO diritto di detenere armi: il mio vicino è armato – tutti si armano – posso armarmi – devo armarmi? – lo hanno fatto tutti, sì, DEVO. Non dimenticate, poi, che anche il COME APPAIONO i tutori dell’Ordine è importante. Perché inconsciamente ci comunica DA CHI PROTEGGERCI. Chi è il nemico? E se la Polizia cambia e si dota di un’arma nuova che serve a contenere ‘uno uguale a me’… vuol dire che la minaccia è ovunque!

Siamo pronti alla NUOVA società della paura?

Riflettiamo su quanto cambia la società. Anche e soprattutto a partire da queste modifiche che appaiono banali. Che spesso non guardiamo neppure.
Davvero, nella nostra società, così per come essa è piuttosto che per come ci viene raccontata, il Taser e la pistola facile sono uno strumento che risolve problemi? E quand’anche appaiano risolutivi… quali problemi, davvero, risolvono? E come cambiano noi, più che la Polizia, queste modifiche?

Qualche riflessione sulla manifestazione antifascista di ieri. Più che altro un appello…

Lo dico con profonda serenità. Ieri al presidio antifascista ci sono stato perchè era ed è imperativo esserci, a difesa dell’agibilità democratica. Sempre. Ma sono tornato a casa deluso. Molto.
Perchè, tranne che per alcune parole di Claudio Riccio e per l’intervento di Annalinda Lupis – che però il palco se lo è dovuto conquistare visto che gli organizzatori le avevano negato la possibilità di parlare – credo nessuno abbia voluto davvero guardare, negli interventi rigorosamente controllati dal palco, alle reali emergenze di questa città. Che si chiamano ghettizzazione, esclusione sociale, camorra. Ed a Bari, nei quartieri marginalizzati, dove i partiti ieri in piazza non sono più in grado di elaborare risposte ai problemi concreti, evidentemente non basta più nemmeno la cronaca nera per spiegare quanto urgenti siano le riflessioni su dove pezzi interi della nostra comunità si stanno muovendo.
42490476_272535053468635_7047119181782712320_nA Bari si spara e si ammazza. A Bari le comunità migranti faticano ad integrarsi completamente perchè vengono tenute ai margini anche da chi offre loro tuguri a nero come fossero casa – al Libertà più che mai, ma il PD che amministra ha bisogno che a farglielo sapere siano i vigili urbani, perchè nel quartiere non c’è più una sua presenza, attività politica, vigilanza. A Bari, in queste ore, si spara per conquistare il controllo sulle zone della movida della “Bari bene”, dove lo spaccio è una occasione irrinunciabile di cassa e controllo del territorio. Si spara e si ammazza tra la gente. Mentre ieri si parlava di fascismi, di chiusura dei covi. Senza un minimo di visione a lungo termine che impone anche la riflessione del “E dopo?” Nessuno che provasse a suggerire che forse, con pratiche di politica reale e quotidiana, incontro alle esigenze di ricucitura di quelle comunità ai margini, forse il “covo fascista” chiude da solo per impraticabilità del campo. E chi vive il quartiere torna a riconoscere a sinistra degli interlocutori credibili, validi, da ascoltare non solo quando ti parlano dei problemi quotidiani, ma anche quando provano a spiegarti quanto fascista ed inutile sia il decreto Sicurezza. Quanto pericoloso sia un Ministro degli Interni che non nomina la mafia quando parla del quartiere Libertà.
A Bari c’è un ritorno del fascismo? Forse. Un riaffacciarsi, magari. Ma è conseguenza dell’abbandono di determinati campi da parte della sinistra. Casapound, oggi, a Bari, corre ad occupare spazi colpevolmente lasciati vuoti da chi ha chiuso le sezioni di partito ed ha aperto i comitati elettorali – alcuni a due passi dalla casa dei boss, come in via Petrelli 17, a Bari, dove ci stava Realtà Italia, alleata del PD e concorrente alle primarie. Nessuno, però, che ieri si sia azzardato a ricordarlo, come mea culpa, che il Libertà è stato abbandonato. Ed in piazza, ieri, c’ho visto facce che in via Trevisani, dove stava la Federazione del PCI, mi è stato dato di vedere mille e mille volte, da piccolino, quando per non staccarmi da mio padre lo seguivo anche lì. Al Libertà ci stava la Federazione di Rifondazione Comunista. Lì i Comitati Politici Federali li ho frequentati come rappresentante del circolo di Giovinazzo. Ma in quel quartiere c’era Rifondazione come c’era stato il PCI. E quel quartiere ci riconosceva come interlocutori. Di quella vecchia pratica del territorio come luogo di confronto e creazione del consenso non si ricorda più nessuno? Eh no! Ieri no. Eppure, l’antifascismo è anche questo. Soprattutto questo. O vogliamo derubricare tutto e solo ad una questione da caserme e questure? O qualcuno ha forse la tentazione di risolvere tutto ad un fatto da Via Pal, Hazet36 e catene? Se l’antifascismo va praticato, è con la presenza, col corpo, coi contenuti. Nei luoghi del conflitto che oggi sono sempre di più quartieri marginali di questa città. Ecco: nessuno ne ha parlato.
A Bari c’è una grande occasione: quella di ricucire la città. E farlo, in attesa dei piani urban e dei quattrini scippati da Salvini, prima di tutto con la politica e la riattivazione reale, concreta, delle energie democratiche sul territorio. Farlo dal basso. Ma questa occasione passa dalla scelta di un campo più ampio di discussione. Passa dalla scelta della marginalizzazione e della ghettizzazione come temi della discussione. Perchè è combattendo quelle emergenze che si sconfiggono le mafie. E si anestetizzano definitivamente le tentazioni di trenta teppisti e di chi li manovra.
C’è una grande occasione per cominciare a farlo (cliccate sul link a fianco): la manifestazione in ricordo di Gaetano Marchitelli, studente e pizza express, morto quindici anni fa perchè fuori dalla pizzeria dove lavorava i commandos dei Di Cosola e degli Strisciuglio si affrontarono armi in pungo, in mezzo ai cittadini di Carbonara. Gaetano con quelle storiche non c’entrava niente. Studiava e lavorava per non pesare a casa. L’ha ammazzato la Camorra di questa città perchè, per boss e soldati di quell’esercito, non conta chi resta morto a terra, se si tratta di decidere chi comanda.
Essere tutti presenti, in quel momento, è importante. E proprio quello della lotta alle mafie ed alla marginalizzazione di pezzi interi delle nostre comunità può sicuramente essere un momento importante da cui ripartire. Per ricucire la città e assieme trovare un modo di ricucire la buona politica a questa città

Deve far paura il 21 settembre 2018 a Bari!

1537567914739.JPG--aggressione_nel_quartiere_liberta_al_corteo__mai_con_salvini___2_feriti_gravi.JPGAttenzione a liquidare la storiaccia oscena di ieri sera, a Bari, quartiere Libertà, come una faccenda da due soldi. Come la solita vecchia solfa di fasci e cinesi che si acchiappano e si menano. Perché non è affatto così. Sebbene, ad uno sguardo poco attento, questo possa apparire.
I fatti: da decenni il quartiere Libertà vive una vera e propria condizione di ghettizzazione. Conseguenza di politiche sciagurate che non hanno sostenuto il quartiere nel mentre i suoi servizi degradavano, la crisi mordeva i calcagni, le fabbriche attorno chiudevano e per molti diventava sempre più difficile mettere un piatto a tavola lavorando onestamente. Da decenni, al quartiere Libertà, la Camorra barese ha potuto mettere radici indisturbata. E, in quel ghetto dimenticato, a due passi dal centro, ora, si è installata da un decennio buono una delle centrali operative della cosca più radicata e potente di Bari. img_20180211_110237.pngAncora i fatti: da un quindicennio buono, complice l’abbandono del quartiere da parte di chi poteva permetterselo, il Libertà è divenuto il luogo dove maggiormente ha radicato la propria residenza la comunità migrante che ha fatto di Bari la sua seconda casa. Si tratta nella stragrande maggioranza di cittadini in regola col permesso di soggiorno. Colorati, sulla pelle, nel vestire, nel parlare dieci lingue diverse. Ma sempre cittadini, in regola col permesso e con tutti gli adempimenti burocratici. No, per essere precisi non tutti: la comunità migrante di stanza a Bari, spesso, pur di avere un tetto sulla testa, al Libertà ha dovuto accettare un compromesso detestabile e tutto meridionale: quello del nero abitativo. Perché – e questo lo ha evidenziato anche un controllo a tappeto delle istituzioni comunali – al Libertà i baresi che affittano, soprattutto ai migranti – o lo fanno in nero, oppure lo fanno riciclando unità immobiliari dichiarate depositi, box, rimesse. E questo causa marginalizzazione ed invisibilità rispetto ai servizi pubblici, rispetto alla burocrazia, rispetto all’amministrazione. E questa marginalizzazione, negli anni, porta la gente intorno a guardarti con sospetto. Oltre, spesso, a metterti in condizioni disperate. Oltre a impedirti di accedere a molti servizi assistenziali del comune.
Aggressione-Libertà.jpgAncora i fatti: da un anno buono la nuova Lega, quella che invece di dividere l’Italia tra Nord e Sud vuole spaccarla tra Con Noi-Contro di noi, ha cominciato a soffiare sul fuoco della marginalizzazione e della crisi amplificando a dismisura per ragioni elettorali la xenofobia. Creando, sì, creando ad arte, una emergenza immigrazione che a Bari, nel quartiere, oltre la piccola e sporadica preoccupazione che è fisiologia in un quartiere così problematico, non si è mai conosciuta. Fino ad inventare un comizio di Salvini battezzato come oceanico, raccattando in giro per la provincia un paio di centinaia di supporter ad uso e consumo delle telecamere.
Comizio nel quale, per dieci minuti, in una città che ha la propria giustizia raminga e terremotata, il Ministro degli Interni ha detto che “Ci saranno per le strade del quartiere più poliziotti, per contrastare immigrati irregolari, spacciatori e papponi!” Non una parola sulla Camorra, che del quartiere, da decenni, è il vero problema. Come se non esistesse.
Ultimo fatto: da un po’ proprio in quel quartiere, complice l’emergenza costruita ad arte attorno alla comunità immigrata, si è installata in via Eritrea una sede di Casapound. Naturale, fisiologico: un gruppo politico va dove è convinto di poter “lavorare” su una “emergenza” per “espandere la propria base, fare reclutamento, avviare radicamento”.

Ieri sera, a margine di una iniziativa per l’integrazione del quartiere e nel quartiere e contro marginalizzazione e politiche salviniane, un gruppo di persone provenienti dalla sede di Casapound ha aggredito alcuni attivisti e promotori del corteo. Ferendo alcuni. Ne è nato un corteo che si è mosso verso il Libertà e la sede di Casapound. Corteo bloccato con violenza dalla Polizia.

I fatti di ieri, i fatti di avant’ieri e quelli indietro fino a quarant’anni fa stanno messi sopra, in fila uno dietro l’altro.

Unknown.jpegQuel che non si deve ignorare, però, sta dietro le righe. Sta in mezzo alle parole. Nelle pieghe della Memoria. A Bari, quarant’anni fa e qualcosa di più, una situazione così si è già verificata. Lo scenario era quello di Bari Vecchia. Gli ingredienti tipici del ghetto marginalizzato c’erano tutti. Non c’erano gli immigrati ma degrado, disoccupazione, povertà, delinquenza di sopravvivenza… ci stava tutto. Mancava la fogna, per dirne una… ma questo più che attenuare le condizioni di cui sopra, magari le aggravava. In quella Bari Vecchia, una serie di cantieri di politica e socialità la sinistra li aveva inaugurati. E stava ottenendo risultati. Tanto da conquistare dalla sua anche alcune fette di quel blocco sociale che delinqueva nel contrabbando per portare il pane a casa, quando ancora la Camorra barese non esisteva. E quando Bari Vecchia era solo un ghetto di povertà e non una centrale operativa delle mafie cittadine. I fascisti a Bari Vecchia non ci potevano entrare. E quel bubbone rosso a due passi dal centro faceva paura a tanti. Perché era rosso. E perché era fatto degli ultimi veri. Degli straccioni. Dei barivecchiani. Così qualcuno pensò bene di ispirare una ventina di rampolli della Bari nera, di impastarli ad un’altra ventina di sciagurati e mezze tacche del crimine e di suggerire loro di fare casino. Di menare qualche rosso, magari di quelli che si permettevano di mettere la testa fuori dalla cloaca che era Bari Vecchia. E così qualcuno con la lama in tasca pensò bene di passare dai cazzotti alle coltellate. E con una vigliaccheria davvero degna di essere ricordata, in una scazzottata provocata ad arte, scelse di accanirsi sull’unico che non poteva scappare, perché poliomielitico: Benedetto Petrone. Com’è successo ieri, al Libertà, quando ad essere aggrediti sono stati cinque attivisti che stavano accompagnando a casa una ragazza nera col suo passeggino, col suo bambino. Pari pari.

b_978-88-8176-995-7.jpgMagari gli ispiratori di quel che è successo a Bari ieri non sono gli stessi di quarant’anni fa. Forse vengono fuori da sotto allo stesso vetrino di coltura. Però la strategia è la stessa. Picchiare, scatenare il panico, pestare perché ci sia una risposta violenta. E perché la risposta si declini lungo una direttrice sola: quella degli opposti estremismi. Chi ispira questo conosce bene i baresi. E sa che una cosa così è già successa. Dopo l’omicidio di Petrone. Quando la città si strappò in due. Tra chi diceva che c’era una emergenza fascista e chi diceva che infondo era solo crepata una zecca. Anzi, uno che zecca lo era due volte: barivecchiano e comunista. Sui due lembi di questa città strappata a metà, nessuno che ricordasse che quel che era successo era figlio di una lotta precisa. Una lotta che denunciava e cercava di colpire una emergenza: quella della ghettizzazione, della marginalizzazione, della disperazione che rischia di diventare altro. Come andò a finire? Che a Bari Vecchia i cantieri politici e sociali si chiusero. E che anche i contrabbandieri più rossi finirono per sbiadire. Ed emerse una nuova leva di delinquenti. Gente che più che delinquere per sopravvivere, lo faceva per arrivare, per arricchirsi, senza troppi scrupoli. Come andò a finire davvero? Che a Bari Vecchia nacque uno degli storici clan della Camorra Barese.

7135aggressione_bari.jpgLa città, sulla scazzottata di ieri, rischia di spaccarsi di nuovo. Anche perché i luoghi di discussione incontrollati dove di questo si ragionerà sono molto più potenti dei giornali e dei bar, delle sezioni e dei circoli ricreativi. Ed i rischi della replica di uno strappo, però, oggi sono molto più gravi. Perché Libertà è un ghetto molto più complesso di Bari Vecchia quarant’anni fa. Perché al Libertà oggi c’è ed è viva una comunità migrante regolare, onesta ed operosa nella sua maggioranza schiacciante. E però è una comunità sola e marginalizzata rispetto alle istituzioni. Soprattutto per colpa di chi a quella comunità da casa. Soprattutto per colpa dei baresi. Se la città si strappa su questo, in un quartiere dove la Camorra non ha nulla da imparare, anzi è attiva e già operosissima, modernissima, agguerrita, le minacce per tutti, dopodomani, saranno terribilmente più gravi. Restare lucidi dopo le botte è sempre difficile. Ma è necessario, centomila volte oggi più di ieri, che nessuno dimentichi che i fascisti non sono l’emergenza del Libertà, oggi, ma un sintomo dei problemi più gravi, più strutturali, più storici di quel luogo.

bari sparatoria-2.jpgSe ci dimentichiamo di questo, come quarant’anni fa, a banchettare saranno altri. Saranno i signori dimenticati o ignorati nei discorsi del Ministro e dei suoi scherani. Saranno i Camorristi. Ed i fascisti che sull’emergenza immigrazione continueranno a montare casi. Mentre chi fa crimine continuerà a farlo, sempre più. E chi oggi delinque per sopravvivere, bianco o nero che sia, domani, forse, sceglierà di fare un salto.

Salvini al Libertà? Parliamone!

salvini a bari (3)Detto questo: due note importanti a margine di una riflessione. Ci apprestiamo a vivere una brutta campagna elettorale a Bari se Romito sarà davvero il candidato del CDX. Per una banalissima, semplicissima ragione. Quel comizietto era a due passi dal vecchio Tribunale. Un politico che parla di agenti in più per contrastare l’illegalità – di qualsiasi colore essa sia – è evidente, ignora le più banali regole della vita democratica. Oltre che la giurisprudenza ed il funzionamento base dell’apparato penale e repressivo. L’emergenza, a Bari, non è il controllo del territorio. Ma l’impossibilità di processare e l’enorme difficoltà con cui si procede alla parte burocratica e fascicolare delle indagini. E – piaccia o no – in uno stato di diritto come il nostro… Beh… è di un tribunale efficiente in primis che c’è bisogno. Visto che di agenti, a Bari, ce n’è! Terrificante corollario di questa prima riflessione? Accanto al bamboccione cui si cuce addosso il lavoro di candidato sindaco, c’è un signore che è Ministro degli Interni. Primo deputato alla gestione della SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO. Che sia lui, in prima persona, megafono di baggianate simili, a Bari, dove la giustizia è terremotata, la procura cade a pezzi e gli uffici sono uno spezzatino… ATTERRISCE. Vanno in secondo piano – vi prego di cominciare a metterle in secondo piano tutti – le considerazioni sulla retorica del razzismo all’incontrario o del “bianchirossiverdinerigialli”. E’ la retorica vincente – VI PIACCIA O NO – che parla alla pancia tranquillizzandola e dicendole: “Ci sono qui io a dirti come non sembrare il razzista che sei!”. E’ lo stesso meccanismo con cui si conia la parola orco o mostro perché non si accetta di avere dall’altra parte un uomo. Si chiama rimozione. Si chiama Mitopoiesi del male. Si chiama “retorica staliniana”.
093336673-395ca0d4-336e-41d5-9fd4-7bb462e01dd6La cosa più importante, però, come promesso, sta alla fine. Quella che deve premere di più, che deve essere maggiormente considerata. Al netto di qualsiasi altra riflessione, c’è da sottolineare un grande assente. Va rimarcato un terrificante vocabolo taciuto, nel discorso di Salvini come degli altri due. Avete sentito per sbaglio la parola mafia? La parola mafioso? La parola Camorra? Erano al Quartiere Libertà, dove da anni l’emergenza è la presenza sul territorio delle centrali direzionali delle cosche più agguerrite e pericolose che la città di Bari abbia mai conosciuto. Una menzione? Sentito qualcosa? NO! E non posso credere che un Ministro degli Interni non sappia. Il problema, per loro, è portare a casa risultati apparenti che non mettano in discussione il “quieto vivere” del barese medio. Non lo mettano di fronte alle proprie contraddizioni. Ecco dunque sparire la Camorra Barese. Ed ecco sparire l’altro grande problema del Libertà: l’abusivismo. Perché anche di quella stramaledetta sospensione del “diritto” che avvolge case, proprietà, certezze non si è parlato. Ed è anche quella che permette all’esclusione ed alla marginalizzazione di tanti – soprattutto IMMIGRATI REGOLARI – di apparire devastante. Perché se campi in un container, sconosciuto alla larga parte degli uffici comunali e delle amministrazioni, che ti piaccia o no, non solo appari, ma SEI marginalizzato.
Riflettiamo tanto, su quello che si dice e su come lo si dice. Ma vi prego, sempre, dopo, fermiamoci anche a riflettere su quello che non viene detto, che viene taciuto. Spesso, quasi sempre, è più importante!