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Polveriera foggiana

La fine di aprile ci ha regalato importanti novità sul territorio foggiano. Tutte, in coda alla tragica fine del maresciallo dei carabinieri ucciso a Cagnano Varano.

Nell’ordine: si è tornato a sparare nei territori che le mafie garganiche controllano e si contendono. Il primo a morire è stato il boss di Trinitapoli Cosimo Damiano Carbone, storico alleato dei Moretti di Foggia. Lo hanno ucciso sotto casa, la notte del 19 aprile. Ed è il secondo fatto di sangue a TRinitapoli dall’inizio dell’anno; il 20 gennaio a morire era stato Pietro De Rosa. Nella cittadina a cavallo tra le province BAT e Foggia sembra esplosa una guerra. E il dettaglio che a subire, per ora, siano i personaggi in qualche modo legati ai Moretti di Foggia ed a sparare siano le materie di nuovi criminali, collegati in qualche modo ai gruppi di Manfredonia la dice lunga sulla propensione di questi ultimi a tentare espansioni verso sud, andando ad occupare territori finora considerati cuscinetti verso la zona dell’andriese e la grande area controllata dalla Camorra Barese.

Ancora fuoco, questa volta a Vieste, dove a morire è stato il giovane boss Girolamo Perna, pezzo da novanta della Mafia Garganica. Ed è un omicidio interessante, dal punto di vista degli equilibri nel delicato scacchiere garganico, quello di Perna. Perché segnala una ripresa del conflitto tra il gruppo Raduano e quello Iannoli-Perna. Entrambe le batterie provengono dalla vecchia famiglia dei Notarangelo, egemone a Vieste fino ad una decina di anni fa. La dissoluzione delle precedenti linee di comando e la separazione dei due rami ha portato ad una escalation nel conflitto per il predominio sul territorio, con i Perna spalleggiati dai Libergolis ed i Romito a fianco dei Raduano. Quella che si delinea sul territorio di Vieste, importantissimo snodo economico per le mafie interessate al controllo sul traffico di stupefacenti in una rinomata località turistica ed al controllo su pizzo estorsioni e concessioni, è quindi una guerra non solo tra batterie criminali, ma tra pezzi interi di un sistema mafioso, interessati a ridisegnare confini e chiarire pesi e valori in campo.

Cosa si aspetti, ancora, per definire ad altissimo rischio la situazione in una serie diversa di territori della provincia, ad oggi, resta ancora un mistero.

Sono giorni orribili!

Quelli che le comunità di San Severo e Rignano Gargano hanno attraversato nella scorsa settimana sono giorni davvero terribili. E non solo perché, sempre e comunque, una morte come quella del Maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro è un evento traumatico, impossibile da digerire. Ma anche e soprattutto perchè tira giù il velo su un contesto ed una situazione che è triste. Preoccupante davvero.

L’omicidio di Vincenzo è un atto grave. Una dichiarazione di guerra precisa, diretta. All’uomo ed alle Istituzioni che quell’uomo rappresentava, col suo lavoro e la sua divisa. Ma a muovere guerra allo Stato, quel giorno, con quelle revolverate, a Rignano, non sono state le mafie. L’assassino, se non per lievi punti di contatto, con le organizzazioni criminali non c’entrava nulla. Ed è questo il dato più grave. Perchè a dichiarare guerra allo Stato ed a tutti noi, con quelle revolverate, è stato un comune spacciatore, un criminale di mezza tacca.

Questo sta a dimostrare, una volta di più, che a muovere guerra a tutti noi, in alcuni contesti precisi – e quello del Gargano è un contesto di questi – è una sub-cultura intera. E’ un intero pezzo di cittadinanza, per quanto minoritario esso sia. E’ un blocco intero di cittadini che decide scientificamente ed a sangue freddo – lo dice chiaro l’assassino quando parla di “vendetta” – di sparare contro un carabiniere, sapendo di sparare contro tutti noi. E contro un presidio irrinunciabile: quello della legalità e dello stare insieme secondo le regole di giustizia.

Se consideriamo, poi, che le revolverate di Rignano fanno il paio con le porte dei municipi incendiate, con le teste di bestie lasciate sui parabrezza delle auto, con i proiettili imbustati e indirizzati agli amministratori ed ai funzionari, con le bombe del microracket che esplodono e inciendiano, il quadro è tristemente completo.

La DIA, subito, a Foggia… CERTO! I Cacciatori di Calabria sul Gargano ed il reparto Anticrimine; subito… e a tempo indeterminato.

Ma ora, adesso, prima che sia davvero troppo tardi: un patto vero per un pezzo di SUD che nel silenzio generale sta deragliando. Perchè a Foggia, oggi, raccogliamo i frutti di una messe quarantennale. Come li raccogliamo a Bari, con i maxiprocessi e le guerre di quartiere. Come li raccogliamo a Lecce, con i nuovi sacristi che tornano liberi e rimettono a profitto i guadagni di una vita di malaffare. E un patto vero vuol dire non solo ATTENZIONE E REPRESSIONE, ma anche e soprattutto INVESTIMENTI SANI IN LAVORO, INFRASTRUTTURE, RETI DI SOCIALITA’. Ed un lavoro attento e costante sulla cosa pubblica, perchè le amministrazioni siano PROTETTE, le elezioni siano REGOLARI, i presidi di rappresentanza PULITI.

Altrimenti, non solo il sacrificio insopportabile di Vincenzo sarà davvero vano… ma torneremo presto a parlare di Foggia, del Gargano, del Tavoliere. E non saranno notizie migliori. L’abbiamo visto già, questo film… e non è il caso di ripeterci!