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In Ferrari sul sagrato della chiesa

Il Boss delle cerimonie ha fatto scuola anche a Bari. Del resto, la partenopeizzazione della malavita barese è cosa antica. Per dire… si chiama anche Camorra quella barese, e non è un caso.

E così, a chi scrive, il fatto che sul sagrato di una chiesa del quartiere Libertà sia comparsa una Ferrari come auto che accompagnava un figlio di un  boss a fare la prima comunione, non stupisce affatto. Del resto, basta dare un occhiata a certi profili instagram e Facebook di personaggi che contano, nel panorama criminale barese, per rendersi conto che il gusto pacchiano e sfrontato dell’esibizione è ormai il tema ridondante di ogni cerimonia che si rispetti. Ferrari o Limousine, poco importa. L’importante è che sia griffato, sia lussuoso, sia esibito nel modo più plateale possibile.

Di che ci meravigliamo, in un paese che ha sdoganato in prima serata gli eccessi alla Casamonica del popolino napoletano, attraverso un format televisivo come “IL boss delle Cerimonie”? Di che ci stupiamo, in una città dove non solo i neomelodici napoletani, ma anche alcuni volti trash-pop delle tv locali si prestano a comparsate alle ricorrenze dei figli e delle figlie di certi concittadini? Chi scrive, davvero, fa fatica a capirlo.

E ancor più si fa fatica a leggere questo stupore, quando, poi, quotidianamente, la tradizione orale del quartiere, quella che non sempre finisce sui giornali – semplicemente perchè non c’è un morto di cui parlare – raccontano di un luogo a legalità variabile. Racontano di giardinetti blindati e requisiti per le ricorrenze delle famiglie che “appartengono”. Le strade del quartiere sono presidiate in più punti, in modo nemmeno troppo occulto, da chi quel quartiere criminalmente lo abita, lo dirige e lo governa. Il tutto, nel generale silenzio, nella generale indifferenza, più che nella paura da omertà e disagio.

Sarà che ci si è abituati ad una presenza costante e apparentemente ineluttabile? Sarà che quando il mondo reale, invece di impattare drammaticamente con le cronache che ci circondano, ne diventa la copia in sedicesimi, tutto sembra ed appare di colpo lecito. Oppure diventa il fenomeno di cui parlare per un giorno, il feticcio accanto a cui farsi un selfie? Probabile. Una cosa è certa: la dura presa di posizione del parroco della chiesa è legittima: un momento sacro e intimassimo come quello del sacramento della comunione, con la Ferrari, decisamente non ha nulla a che fare. E sacrosanto è anche il diritto di cronaca, ci mancherebbe altro.

Il problema, per chi scrive, è l’oblio dei restanti 364 giorni, rispetto a tante peggiori storture che caratterizzano quelle strade e quei quartieri. Perchè non è possibile auspicare la stessa solerzia di cronaca in occasione delle feste che finiscono sempre nella requisizione di giardinetti e pacchetti? Perchè non si comincia a dare notizia degli spettacoli pirotecnici con cui le famiglie danno segnali là fuori? Perchè non si cerca di avviare un vero e proprio censimento di tutti quegli arredi urbani e quelle infrastrutture che, nel quartiere, la mala usa a proprio piacimento? E ancora, in quel quartiere, nel Libertà, che per parte sta diventando un luna park del sesso e per parte è ancora il buco nero in cui vivono, senza una reale regolarità amministrativa tantissimi cittadini regolari – poco importa il colore della loro pelle – che ne è stato della crociata del sindaco Decaro contro l’abusivismo? UN titolo, una pagina una sui numeri di questo fenomeno? Si chiede troppo?

Lasciamo al bambino il suo giorno da “Boss delle cerimonie”, per cortesia. Le emergenze criminali del quartiere sono una cosa un po’ diversa dalla riproduzione in sedicesimi di un mondo pacchiano e di pessimo gusto. Ci sono cose un pelino più serie di cui dovremmo tutti cominciare ad occuparci, quando guardiamo alla sicurezza ed alla legalità.

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Cosa ci dice la relazione semestrale della DIA?

Siamo al solito: purtroppo dobbiamo commentare dati che hanno un anno buono di delay, rispetto alla situazione attuale. E se è vero, com’è vero, che nel commentario che aiuta nella lettura, sono presenti spunti di attualizzazione del documento di analisi in questione, è anche – purtroppo – vero che molte delle affermazioni e dei suggerimenti del documento sono da validare ancora rispetto a quelle che saranno le risultanze di alcuni processi. E di alcune linee di indagine ancora aperte.

Bari è una città criminale, pesantemente condizionata nel proprio sviluppo da una criminalità organizzata agguerrita e molto evoluta. Ancora una volta, censiamo la spaccatura del corpo criminale barese in due tronconi precisi: quello che fa capo alle aristocrazie criminali delle dinastie fondatrici – Capirati, Mercante, Parisi e Di Cosola – e quello che invece si ritrova assiepato nella federazione Strisciuglio, ormai consolidata come realtà cittadina e non più novità nel catalogo della Camorra Barese. Come negli anni passati, per questa ultima consorteria, è possibile censire anche una lista di batterie aderenti, federate, parcellizzate per quartiere di appartenenza e per territorio di operatività. Caldarola, Campanale e Milloni sono i sodalizi con maggiore margine di autonomia e più consolidata autorevolezza. A seguire, negli altri territori, i blocchi affermati sulla scia di investiture della seconda ora – reggenti nominati dai massimi vertici. In questo caso parliamo di Ruta e Faccilongo, responsabili delle paranze di Enziteto e San Girolamo – in assenza del padrone di casa storico, Campanale. Discorso a parte merita l’enclave di Carbonara, dove da sempre regalo incontrastati gli Strisciuglio attraverso la sicurezza del gruppo facente capo a Baresi. Ora che quest’ultimo è dietro le sbarre, a testimonianza della irrinunciabili di quel luogo, la piazza è passata nelle mani del gruppo che la magistratura ritiene vicino alla famiglia Valentino – Vito, figlio del pentito Giacomo e di Angela Raggi, è l’elemento di spicco. In questo caso parliamo di una investitura che collega direttamente il gruppo di Carbonara ai vertici del Libertà, visti i rapporti strettissimi di parentela tra la moglie del boss del Libertà Lorenzo e la famiglia di Vito Valentino – attraverso la madre. Ad indicare la assoluta strategici e importanza logistica della ex frazione contadina.

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Fin qui la mappa, che non è sostanzialmente mutata dalla fine del 2017.

Quel che è importante analizzare, invece, è il passaggio denso di informazioni che la DIA concede ai traffici che le consorterie scelgono, come core business. E’ importante perché pone delle solide conferme rispetto alle analisi che qui abbiamo fatto nell’ultimo trimestre. La Camorra barese è spaccata a metà: l’aristocrazia sta lentamente abbandonando la strada, oppure mantenendo il controllo su di essa, attraverso la droga, solo per ragioni di cassa corrente. Tutti i vecchi sodalizi si stanno convertendo a forme di penetrazione del tessuto economico chiaro, attraverso prestanome o operazioni commerciali e burocratiche, per poter mettere a profitto in modo meno rischioso e più autorevole il tesoro messo da parte negli ultimi quarant’anni. Sarebbe, stando a questa traccia investigativa, il caso dei Capriati, che avrebbero esteso il proprio controllo e dominio indiscusso sul porto di Bari e su alcuni eventi di rilievo. Allo stesso tempo sarebbe il caso del clan Parisi, mai distaccato dal traffico di stupefacenti e concentrato in una serie di operazioni di riciclaggio e acquisizione di beni e imprese. Allo stesso tempo sarebbe il caso anche del gruppo contiguo al boss Mercante, che avrebbe identificato nel controllo di usura e concessioni per installazioni di videopoker il proprio business primario. Gli Strisciuglio mantengono invece un controllo sulla strada e sui territori di tipo predatorio: spaccio ed estorsioni. Ma si guardano attorno, identificando anche nella logistica per grandi eventi e nel taglieggiamento dei business a margine di questi un mercato da aggredire, conquistare e poi difendere.
Come a dire che esistono due camorre: una più primitiva, l’altra già ormai oltre la strada. Merito, in quest’ultimo caso, dei contatti e del know how acquisito in trenta e più anni di esperienza. E merito, anche, di un tessuto economico, burocratico e politico poco corazzato, in quanto ad anticorpi sociali.

Un punto importante, l’ultimo, è quello della espansione in provincia e del controllo su territori esterni alla cinta muraria di Bari. In quest’ultimo caso, è ancora il controllo capillare della droga lo strumento primario di colonizzazione dei territori. La situazione, in provincia, è sostanzialmente in equilibrio, con paesi di fede aristocratica e paesi di fede Strisciuglio. Fuori da Bari, le guerre di mafia non esistono. Caso a sé fa Bitonto, che vanta la presenza – dopo la polverizzazione del vecchio macroclan a conduzione D’Elia nei primi anni ’90 – di almeno tre diverse paranze gelate da quella esperienza. Due di queste sono strettamente collegate ai vecchi clan, per il tramite di elementi importanti e storici della criminalità bitontina. In un caso parliamo del gruppo dei Conte, legato ai Capriati, nell’altro di quel che rimane del gruppo familiare di D’Elia – gruppo adesso retto dai Cassano – che inveceavrebbe nei Diomede e nei Mercante i propri riferimenti baresi. Sull’altra sponda gli Strisciuglio, rappresentati in città dal gruppo dei Cipriano. Quella bitontina resta una situazione molto delicata, soprattutto per la feroce effervescenza delle dinamiche criminali tra i gruppi.

E proprio sulla pericolosità del sistema Camorra, per la sua ferocia, è necessaria una chiusa purtroppo ancora in fieri. Sulla faida del Madonnella. La dissoluzione del macroclan Parisi e la affermazione come esclusivista nel campo degli stupefacenti del clan Palermiti ha creato frizioni tanto all’interno del quartiere Japigia – con la guerra esplosa tra Busco e Milella, il secondo uomo forte dei Palermiti, il primo un tempo nel giro di Parisi – quanto all’interno del vicino rione Madonnella, un tempo alleato storico del gruppo degli japigini. Pietra dello scandalo sarebbe da ricercare nel diniego, da parte dei figli del vecchio boss Rafaschieri, a mantenere in piedi l’alleanza con Palermiti. Se prima la figura di Parisi garantiva, oggi, l’affermazione dell’altro padrino non tiene i giovani di Madonnella tranquilli. Anche e soprattutto da quando a Japigia si è trasferito – sotto l’ala protettiva della camorra del rione – Domenico Monti, mandante dell’omicidio di Bibi Rafaschieri. Secondo alcune indiscrezioni investigative, la miccia corta che avrebbe allontanato i Rafaschieri da Japigia sarebbe proprio questa. Il padre dei due, all’epoca figlioccio proprio di Eugenio Palermiti, fu ucciso su ordine di Monti. IL fatto che quest’ultimo viva indisturbato a Japigia sarebbe risultato agli occhi dei giovani Rafaschieri, un vero e proprio affronto. Anche e soprattutto da parte del boss, che con la sua autorevolezza avrebbe potuto negare dimora al Monti. La guerra esplosa a valle di questo dissapore, con i giovani Rafaschieri intenzionati a federarsi al gruppo degli Strisciuglio che fa capo a Baresi, ha visto attimi di estrema pericolosità e violenza, che Bari non può decisamente permettersi.
Sullo sfondo, ma ancora senza un perchè, resta il brutale omicidio di Domenico Capriati, giustiziato sotto casa con una operazione paramilitare in grande stile. Una ferocia ed una determinazione così evidenti hanno di sicuro una spiegazione. Purtroppo, questa agli investigatori sembra ancora sfuggire.

Una sintesi del problema Cannabis depotenziata

Questo non è un sito proibizionista!
Questo è un sito di analisi sul fenomeno dei sistemi criminali organizzati. Si occupa principalmente di Camorra barese.

Ciò premesso… le critiche mosse nell’articolo uscito lo scorso venerdì su Epolis non posso essere semplicisticamente liquidate come proibizionismo.

E’ chiaro e lampante che sia necessaria una normativa che superi la criminalizzazione del consumo di Cannabis. Le risultanze scientifiche rispetto ai danni che un consumo episodico e consapevole possono avere su un organismo sano stanno lì a dirci chiaramente che lo Stato autorizza consumi ben più pericolosi. Ed è innegabile che acquisendo un controllo diretto sulla sostanza, sulla sua produzione e sulla sua commercializzazione, sarebbe possibile erodere un business enorme alla criminalità. Ed al tempo stesso negarle la possibilità di quel maledetto primo contatto tra giovani esterni ai tessuti criminali e gruppi contigui alla Camorra.

Tutto vero e tutto sottoscritto in ogni momento.

Purtroppo, però, non possiamo che constatare che questa legge, così come è stata concepita e scritta, non va in questa direzione. Non è chiaro nulla, una volta che si esce dall’alveo di discussione sulla produzione della sostanza. E sono sacche di incertezza di questo tipo il carburante per fare frittate anche peggiori di quelle che si vogliono scacciare dalla tavola.

Perchè in una situazione così, la criminalità ha gioco libero nel taglieggiare gli esercenti, nell’imporre dinamiche. Soprattutto, con controlli così scarsi, ha modo di infilarcisi dentro. E lucrare. Espandendo di molto il proprio monte contatti.

Attenzione a dimostrarci entusiasti nei confronti di discipline legislative pasticciate, disattente, scollate dal tessuto dello Stato Reale. Perchè invece di combattere la Camorra sul terreno dello spacci, con questa legge le diamo solo una gran mano!

Una riflessione sui rischi collegati alla vendita di Cannabis depotenziata

Oggi, su EpolisBari, un mio articolo approccia il problema delle reti di vendita della cannabis depotenziata. Con una analisi su inquietanti episodi avvenuti in provincia, sulle pericolose lacune legislative in materia di vendita e consumo e sul pecche la Camorra soffra moltissimo l’eventualità che si affermi un consumo di questo tipo.

Non perdetelo!

Enziteto: abbattere il monumento al male?

Quando ho cominciato a frequentare per la mia indagine il quartiere di Enziteto, a chi mi chiedeva quale fosse il simbolo dello scempio, rispondevo sempre con una certa sicurezza: il mercato coperto. Credevo – e credo – che in quella struttura si annidi il peggio di quell’esperienza urbanistica. Un mercato coperto costruito ad uso e consumo di un quartiere che aveva ambizioni di aprirsi al resto della città, confinato in un luogo inaccessibile ai più, lontano da tutto e da tutti. Un memento allo spreco di denaro ed uno schiaffo alla voglia di radicamento, avvicinamento, riscatto, di una comunità.

Enziteto non doveva sorgere lì, vero. E strutturata ed edificata correttamente, nel luogo inizialmente individuato, tutt’altro senso sarebbe leggibile nelle tracce di iniziativa commerciale che si sono sistemate nel quartiere. Tra Santo Spirito e Palese, un mercato coperto con quelle dotazioni avrebbe di sicuro creato un volano in termini di frequentazione del quartiere, di interscambio civico, soprattutto di opportunità di lavoro per tanti. Invece, lì buttato, assieme al pugno di case popolari che lo circondava, il mercato è stato sin da subito abbandonato. Tanto che, correva l’anno 2007, non era ancora stato proposto un regolamento di gestione comunale degli spazi dopo qualcosa come 15 anni. Tanto che, da subito, la mala del quartiere, intuendo le potenzialità di tutti quei box serranda, si era appropriata di quelli che sarebbero presto diventati depositi criminali in affitto – anche a lungo termine. Per la maggior parte, spazi che vennero appaltati alla mala bitontina che si occupava di grandi furti ai camion di merce che sulla 16 e sulla 98, spostavano beni lungo le direttrici verso nord. Dopo, con l’avvento degli Strisciuglio, il mercato divenne una grande cupa a cielo aperto, dove spesso era anche possibile esercitarsi nel tiro con armi da fuoco.

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Ora, mentre il quartiere continua a declinare la propria attività criminale, ma lo fa su scala fortemente ridotta, assolvendo solo alle necessità delle comunità di Santo Spirito e Palese, oltre che alla domanda interna, quel mercato è stato destinato all’abbattimento. Finalmente, certo. Perchè Enziteto ha già spazi commerciali sufficienti a soddisfare la propria domanda interna. E non ha allo stato attuale, alcuna forma di immigrazione di capitali. Meglio, molto meglio, uno spazio sociale, fosse anche un nuovo impianto sportivo destinato alla socialità di tutti. E’ un buon primo passo per cominciare. Perchè a volte, anche la simbolicità dello smantellare le cattedrali criminali, può rivelarsi importante!

Primarie del Centrodestra. Quel che mi piacerebbe chiedere ai candidati, se li intervistassi…

Sottotitolo imperativo: perché ci sono questioni che fanno la differenza, soprattutto quando si parla di amministrare una città.

Partiamo subito con il botto: Secondo lei esiste una emergenza, a Bari, che si chiama Camorra Barese, ma per comodità possiamo tranquillamente chiamare “mafia” se preferisce?

Nell’ultimo quindicennio, sul rapporto tra Amministrazione e Periferie si sono confrontate diverse e differenti ricette. Tutte partivano da un presupposto. Le periferie vanno curate con maggiore attenzione. Ha solo un verbo a disposizione – infinito presente – per descrivermi il rapporto che vorrebbe, come amministratore, instaurare con le periferie di Bari.

Quartiere Libertà: quanto è importante il colore della pelle quando si parla di devianza, criminalità, sicurezza. E sempre parlando di Quartiere Libertà: cosa mi dice rispetto ai dati serenamente reperibili in Questura sugli autori dei reati di spaccio e prostituzione? Chi delinque in questi campi? Come agire?

Questione mercati generali e piccolo commercio: esiste il pizzo a Bari? Come amministrazione cosa è intenzionato a fare in merito al problema, per sostenere un comparto produttivo essenziale per la città?

Questione sicurezza: telecamere. Sì o no? E se sì dove? se no, perchè?

Questione abitativa: qual’è attualmente il tasso stimato di irregolarità nel campo dell’abitare? Intenda, per irregolarità tanto quelle dei proprietari, quanto quelle degli assegnatari in caso di alloggio popolare. Se non conosce il dato preciso 2017 andrà benissimo un aggettivo o un numero su una scala da 1 a 10.

Periferie – Disoccupazione – Giovani: sempre che a suo parere esista mafia a Bari, crede esista una connessione tra quel trinomio e la propensione a delinquere dei giovani? Che tipo di interventi, nel caso, ha in mente per il prossimo quinquennio?

Madonnella, Bari Vecchia: Movida. Che tipo di rapporto ha intenzione di instaurare con gli operatori del settore. E come intende sposare le giuste aspirazioni del settore ristorativi e dell’entertaining con quelle dei residenti e dei cittadini che reclamano sicurezza a margine?

Che interventi pensa possibili per la periferia NORD di Bari ed i quartieri di Enziteto e Catino? E per il CEP – San Paolo, dove a due passi dagli uffici dell’amministrazione, in via Ricchioni, indisturbata, da tempo, ha il proprio quartier generale una agguerrita paranza di camorra? (lo dicono i magistrati)

Quanti immigrati risiedono, vivono, frequentano stabilmente il quartiere di San Pio, Enziteto?Quali le emergenze di sicurezza di quel quartiere?

 

Grazie per la gentilissima disponibilità!

Perché Salvini è pericoloso per il calcio, soprattutto a Bari?

Il ministro degli interni Salvini ha davvero fatto il diavolo a quattro per riuscire a farsi affidare la cura della sicurezza interna del nostro paese. Fatto gravissimo. Perché al netto di ogni possibile differenza ideologica e guardando SOLO tecnicamente la faccenda, è comunque molto grave che le questioni di promessa elettorale rappresentino poi la stella polare di una gestione. Soprattutto in materia di ordine pubblico e sicurezza, dove i desiderata devono sempre fare i conti con questioni più alte, più grandi, di maggiore importanza.

E finora, tranne alcuni pessimi esempi, tutti figli della urgenza di accontentare il proprio elettorato ed erodere consensi al M5S, tutti i tiri di Salvini sono pessimamente orientati. Esecrando il decreto sicurezza nella parte relativa alla gestione dei migranti.
Delirante e visionario rispetto alle questioni spicce di ordine pubblico.
Impreparato rispetto alla gestione delle conflittualità interne.
Immobile quando non pericolosamente ingenuo nelle parti relative al contrasto alla criminalità organizzata.
Pasticcione oltre ogni limite a guardare agli interventi in materia di Legittima Difesa e porto d’armi.

Un dicastero delicato come quello degli Interni, poi, in un mondo che corre veloce come il nostro, deve anche essere capace di esprimere prontezza di riflessi. Ed in questo, nella capacità di rispondere prontamente rispetto ad emergenze concrete, il ministro non brilla.

Anzi, come al solito dimostra di non conoscere le questioni di cui parla e cui pensa di poter porre rimedio.

Un esempio? La gestione dell’emergenza Ultras in Italia.
L’uomo comune riuscirebbe paradossalmente a far meglio. Proprio col buon senso.

  •  Salvini NON accetta la possibilità di sospendere le partite in presenza di atteggiamenti violenti o razzisti da parte delle tifoserie, all’interno dello stadio. Si nasconde dietro l’alibi di non darla vinta ai violenti. In realtà sa bene che richierebbe di perdere fette consistenti del consenso giovanile, soprattutto nelle grandi città a nord del Po, che esprimono grandissime tifoserie organizzate quasi mai orientate da un atteggiamento inclusivo e tollerante (ad eccezione della curva granata che è da sempre specchio di un diverso modo di fare tifo!)
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  • Salvini invoca il ritorno a tifoserie capaci di esprimere una organizzazione interna di tipo associato e capaci di confrontarsi per questo sulle grandi questioni delle trasferte organizzate. Terreno scivolosissimo, casato dalla nostra legislazione per due motivi.
    – Il primo è di mero ordine pubblico: il numero di sconti ed incidenti gravissimi avvenuti nel periodo delle trasferte organizzate era molto più alto, con esiti spesso drammaticamente più gravi. Se la nostra percezione è variata è perché è diverso il modo di informare, anche sulle microvicende, è diverso il nostro modo di ricevere le informazioni (la notifica è diversa dall’edizione del TG) e non perchè le trasferte autogestite con mezzi propri siano più pericolose. Crescono i numeri di scaramucce, diminuiscono molto i numeri collegati a fatti gravi. X capirci: la tragedia di Milano non si sarebbe evitata con un treno speciale… l’aggressione sarebbe stata portata con mezzi diversi direttamente al vagone, col rischio di esiti fatali molto più gravi.
    – Il secondo, ben più subdolo ma pesante: le tifoserie italiane, già senza una organizzazione come quella pretesa dal Ministro, sono infiltrate pesantemente dalla criminalità organizzata. Prendere a modello situazioni profondamente differenti, come l’Inghilterra, in cui non esiste la MAFIA, è folle. Il potere delle organizzazioni criminali italiane è enorme e la capacità di influenzare soggetti sociali – che il ministro pretende di trasformare in riconosciuti – così delicati come i gruppi di curva è una nobilitazione che si rischia di dare ed una amplificazione di potere ed autorevolezza criminale e sociale che l’Italia non può permettersi. Soprattutto in un universo debole come quello sportivo, che è già leva per traffici odiosi collegati alle mafie.
  • Salvini ciancia di celle negli stadi e sicurezza militarizzata. A quali tema guarda, Salvini? Quale mondo del calcio è il suo riferimento? Conosce Salvini la profonda differenza tra il mondo del pallone italiano (ormai da anni costretto a riscriversi per soggetti e limiti economici ogni giorno a causa della crisi generale economica che lo investe) e quello inglese (dove i denari affluiti da investitori stranieri sono così tanti che anche piccoli club di serie C hanno stadi di proprietà che costruiscono e gestiscono in autonomia e sicurezza privata che possono pagare)?

E veniamo appunto a Bari.Sì, vero, Salvini è convinto che la mafia a Bari sia solo quella Nigeriana, che i problemi del Libertà siano quelli di spacciatori e magnaccia, che uno Stadio come l’UFO di Renzo Piano possa essere un pilota di questa riforma, perchè da ristrutturare, da inserire in una riqualifica, perchè animato da una tifoseria grande e non troppo chiassosa, perchè nelle mani di un presidente danaroso.

Salvini ignora che: a Bari la mafia c’è. Tanto che infesta la curva. Ne sono stati più volte provati i legami – tra tifoserie e clan – da una serie di processi. Ci sono stati DASPO ed arresti in seguito a risse e violenze scatenate in curva a margine non tanto di dissidi con altri gruppi, ma di questioni interne quasi sempre legate al mondo criminale e non a quello calcistico. C’è una tifoseria che negli anni si è incattivita, nell’ultimo anno ha collezionato una serie di sanzioni personali – complice un delirante percorso di svezzamento in serie D, dove gli scontri sono all’ordine del giorno ma non fanno notizia e l’attenzione delle forze dell’ordine è gioco forza limitata. C’è soprattutto uno stadio ormai inefficiente, tuto da rifare – vero – ma comunque di proprietà comunale. E c’è una proprietà che può anche scegliere di fare i salti mortali, ma ha a che fare con una tifoseria che supera di numero e di gran lunga anche colleghi di serie A. Peraltro con una sacca di mafiosità diretta, al suo interno, davvero preoccupante.

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Queste cose Salvini le sa? Ha bisogno di una bibliografia di riferimento? Ha pensato a parlarne con i Questori che a Bari, dal 2014, si sono succeduti? Ne ha parlato con il Sindaco di questa città? O si affida solo al suo Delfino Romito per farsi spiegare cos’è la mafia a Bari? Se così fosse c’è da vederla dura: il giovanotto di cui sopra non si è mai accorto che a Bari c’è la Camorra Barese. E ci auguriamo non vada mai in curva, a Bari. Perchè una cosa lo accomuna a Salvini: l’uso ossessivo dei social.
E c’è una foto che la dice tutta, sulla inattendibilità di Salvini quando parla di mettere le mani sulle faccende legate al razzismo nel mondo del calcio.
Questa qui sotto. Col signor Lucci, capoultras plurisegnalato ed indagato per una possibile collusione con agglomerati criminali calabresi, proprio a margine del suo ruolo di “uomo forte” della curva.

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