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Tommaso Parisi va processato anche per mafia

A dirlo è la corte suprema, con una sentenza che ribalta le decisioni del Riesame. Il processo di cui si parla è quello contro Vito Martiradonna e figli, Tommaso Parisi ed altre primule rosse delle mafie italiane, per la creazione di quel noto cartello criminale che triangolando capitali di dubbia provenienza tra Malta ed altri paradisi fiscali, aveva acquisito il controllo su determinati gangli del mondo delle scommesse online.

A Parisi, cui era stata contestata l’intestazione fittizia di beni con aggravante del metodo mafioso, per il controllo, attraverso prestanomi, di agenzie di scommesse collegate al circuito doppio di alcuni borker di scommesse, si era vista stralciare l’aggravante dalla corte del riesame. Secondo quei giudici, non era corretto estendere a Tommaso Parisi, il cui ruolo sarebbe stato solo quello di proprietario occulto ai alcuni punti scommessa, l’aggravante del metodo mafioso, poiché non era assolutamente provato un suo ruolo nella costruzione del sistema Martiradonna.

I giudici della Cassazione, con la loro sentenza che accoglieva il ricorso della magistratura inquirente, hanno invece affermato che l’aggravante della mafiosità può e deve essere esteso anche a Tommaso Parisi. Per due motivi ben precisi. Il primo: ci sono troppe testimonianze concordanti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili su tutte le loro affermazioni, che sosterrebbero come l’attività di Tommaso Parisi fosse finalizzata anche al riciclaggio ed alla pulizia di capitali illeciti. In secondo luogo, la Suprema Corte afferma anche che la fittissima rete di contatti tra Tommaso Parisi, Vito MArtiradonna ed uomini di strettissima fiducia del Martiradonna stesso – tutti interessati nel processo dall’aggravante della mafiosità – non permette l’esclusione di quella aggravante per il solo Parisi. Come a dire, insomma, che chi è in affari e tratta con una organizzazione mafisa non può mai esserne considerato estraneo, soprattutto se è ben al corrente, come si afferma Parisi fosse, del carattere mafioso di quella organizzazione.

Un colpo che di sicuro avrà ripercussioni sulla storia criminale di quella famiglia e di Japigia, se si considera che fino ad ora, proprio la figura di Tommaso Parisi era stata tenuta al riparo anche dalle delazioni di pentiti e collaboratori. Un colpo da tenere d’occhio costantemente, proprio ora che la tradizione criminale dei Parisi sembra avviata al viale del tramonto.

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La Camorra aristocratica, quella del click-click

Voleva gente che facesse click click, Vito Martiradonna, al secolo Vitino l’Enel, per decenni indicato come il cassiere e la mente economica dietro il vecchio boss Antonio Capriati. I cani feroci del bus bus, quelli che pensano solo a spacciare, li chiamava quattro scemi. Poveracci, rispetto ai “grandi universitari” che reclutava.
Aveva messo in piedi un sistema che tirava fuori dalle cantine e dai bassi vecchi arnesi di Camorra e li metteva assieme a giovani e caricatissimi rampolli dell’aristocrazia camorristica, come Tommaso Parisi, figlio di Savino, ancora una volta accostato dalla magistratura al clan del padre.
E assieme, Vito Martiradonna s’era tirato appresso gente del clan Santapaola e gente delle cosche della ‘Ndrangheta – i vecchi amori che non si scordano, per il sistema barese.

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Si occupavano di scommesse. Per dirla tutta, secondo l’accusa, grazie a triangolazioni tra paradisi fiscali e forti di una cassa spropositatamente enorme, si erano nei fatti inseriti nei circuiti di alcune grandi marche del betting – non solo online – e si erano assicurati, attraverso prestanome, il controllo di una serie di punti scommessa fisici. Giocavano con le fiscalità dispari dei portali online, veicolando il grosso sui circuiti del “.com” esterni al controllo dell’ADM (agenzia dogane e monopoli). E grazie alle tassazioni irrisorie di Malta e della Romania (paesi dove avevano infiltrato altre agenzie come la Centurion) riciclavano e ripulivano grossissime somme moltiplicandole.

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C’è molto ancora che bolle nel calderone delle indagini. Ci sono, a margine di altri processi, le dichiarazioni di due pentiti altamurani che indicano in Tommaso Parisi il referente di un sistema che proponeva l’affiliazione di sale scommesse a marchi precisi, sottolineando i vantaggi di associarsi a portali che mantenevano la doppia desinenza internet .it e .com. Il tutto, precisano i pentiti, senza bisogno di alzare nemmeno la voce, visto che l’affare, già da subito, appariva vantaggiosissimo. C’era solo da ringraziare la scaltrezza del proponente, a sentire i pentiti.
C’è molto nel calderone perchè nell’inchiesta sono coinvolti i paradisi fiscali europei e non, ci stanno in mezzo agenti dell’AISI. C’è, per esempio, il fronte siciliano legato ai Santapaola. Clan che ha con Malta e con la mafia di quell’isola già enormi legami, per esempio a margine dei grossi traffici di contrabbando di petrolio. E c’è tutta la frangia calabrese legata ai Bellocco, proprio quelli che diedero i natali alla struttura criminale Pugliese ormai quasi quarant’anni fa.

C’ tanto, davvero, da chiarire in questa inchiesta. Quel che però si capisce chiaramente è che pezzi interi della narrazione camorristica barese, quelli storici, che qui definiamo aristocratici perchè unici depositari, ancora, delle prime investiture ed unici ancora oggi a poter spendere con sicura autorevolezza il proprio nome, hanno fatto il salto di qualità.  E Martiradonna, che nel processo Borgo Antico – solo in quello – fu processato e condannato come pezzo di un sistema, sembra abbia saputo spendere bene il proprio nome. Come collegato ad uno dei sei fondatori della Camorra Barese. Quell’Antonio Capriati che, ancora oggi, è erroneamente considerato l’uomo che regge le fila di un clan intero – nei fatti ed in verità da tempo passato di mano ai suoi nipoti. Quell’Antonio Capriati che, si evince chiaramente da sue escandescenze durante i colloqui, su Martiradonna e sui suoi traffici non ha più alcun controllo.

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E’ una Camorra nuova, affaristica e spregiudicata. Ma è anche una Camorra – questa – che rappresenta la sparuta minoranza dei sistemi criminali attivi a Bari. Il grosso a quel salto di qualità non è ancora potuto arrivare. Semplicemente perchè la scarsa autorevolezza criminale riconosciuta preclude, a questi parvenue del crimine, l’accesso a certi livelli.

Do Ut Des – Gli spaccati inquietanti nascosti dietro le solite sentenze

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La notizia non è quella delle condanne contro gli uomini del consolidato sodalizio Parisi. Quella non è più una notizia, soprattutto negli ultimi anni, che ci hanno abituato ad una lotta senza quartiere all’organizzazione che ha tenuto ben salde le redini della Camorra Barese a Japigia.

Quello che fa notizia, a margine del primo grado del processo sull’inchiesta “Do ut Des” è invece la condanna, per fiancheggiamento, di alcuni titolari di imprese edili. E fa notizia perchè, per la prima volta nero su bianco, questa sentenza certifica che, ormai, un pezzo del tessuto imprenditoriale cittadino non può dirsi estraneo alla questione della Camorra Barese. Ed assieme, vuol dire che non possiamo più mettere la mano sul fuoco sulla impenetrabilità del nostro tessuto produttivo alle infiltrazioni di tipo mafioso.

Unknown

Che questa fosse una triste realtà lo si era intuito già dal 1995, dall’epoca delle inchieste contro le Case di Cura Riunite. Che ci fossero problemi di riciclaggio attraverso imprese operative sl nostro territorio ce lo avevano detto già le inchieste Domino e Domino bis. In questi ultimi casi, però, quel che era finito sotto la lente degli inquirenti era l’eventualità che le ditte che partecipavano ad appalti pubblici fossero diretta emanazione, attraverso prestanome, dei boss cittadini. Oggi, invece, le sentenze certificano che una serie di ditte non direttamente riconducibili ai clan si lasciavano pilotare dalla regia occulta – nemmeno tanto – del clan Parisi per l’organizzazione della propria attività. E’ un dato che ci obbliga a riflettere. Perchè fino ad ora si era sempre parlato di imprenditoria come “vittima”. Oggi, anche a Bari, siamo costretti a constatare come non sia più così. Non sempre, almeno.