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Sindaci delle Periferie

A Lecce, nelle passate settimane, un intero sistema è finito sotto la lente della Magistratura. Tanto che, in una notte, tra arresti e denunce a piede libero, amministratori pubblici, dirigenti ed impiegati comunali ed addirittura un senatore, sono saliti agli onori della cronaca, assieme a due sacristi del capoluogo, come organizzatori di un sistema criminale che su un piatto della bilancia metteva i consensi elettorali, sull’altro assegnazioni di alloggi popolari e favori sessuali.

Le verità, in Italia, le scrivono le sentenze per fatti come questi. Il condizionale, dunque, è d’obbligo. E però, la vicenda, intera e così com’è, deve farci riflettere.

imagesAl netto dei risvolti osò della vicenda, sembra che il cuore di tutto fosse lo scambio reale tra interi pacchetti di voti ed alloggi. Quello che non è definitivamente chiaro è se chi agiva – i sacristi coinvolti – promettessero ed orientassero i voti in cambio di una personalissima facilitazione (ti ripago la casa per me con un tot di consensi tacciabili) oppure il loro sforzo in campagna elettorale e nell’orientare i votanti all’urna fosse ripagato col diritto di decidere ed imporre assegnazioni per conto terzi. E qui la storia si farebbe decisamente più complessa. Più preoccupante. Ma allo stesso tempo più utile.

Utile a cosa? Utile a ricordare che è proprio annidata dentro le maglie di quello scambio, quel preciso scambio, la capacità delle mafie di radicarsi, fare proseliti ed accreditarsi presso pezzi interi del nostro blocco sociale come “soggetti politici”. 49a91a962de32973abb16e69f49243f6--giovanni-jungleE’ proprio attraverso scambi e gestioni di rapporti di questo tipo che, negli anni, alcuni boss a Bari ed i Puglia – ecco, Lecce sembra non fare eccezione – hanno costruito la propria fortuna di interlocutori sociali e politici. Basta guardare alla parabola di Savino Parisi a Japigia, basta una banalissima, semplice scorsa agli atti del processo BlueMoon, per vedere come, proprio nella capacità di orientare consenso in cambio di potere presso gli uffici case popolari ci stia annidato il potere di un capocorda. La sua capacità di diventare Sindaco del Rione.

Non va sottovalutata, questa faccenda. Non va sottovalutata perché ci racconta ancora tre dettagli importantissimi per capire quanto, effettivamente, tante parti della nostra società risultino ancora esclusi dai giochi e vulnerabili a sirene criminali.
Innanzitutto ci dice che c’è sempre una concreta probabilità che le competizioni elettorali risultino inquinate. Ancora, ci dice che quello del diritto alla casa è ancora un terreno su cui lo scontro e l’allarme sociale deve rimanere alto – perché, lo si voglia o no, una costante di tutti questi procedimenti è sempre e comunque il contraccambio promesso dai politici in cambio di voti: la casa. bari-pru-japigia-5-4In ultimo, ci dice che è ancora molto facile, a fronte di manciate di voti e consensi, per un boss, riuscire a governare un meccanismo delicato che esclude o riconosce diritti – ed è quindi assolutamente evidente quanto sia semplice, per soggetti del genere, accreditarsi sempre più come agenzie sociali invece che come agenti dell’illegalità.
In Puglia, purtroppo, una storia di cui Lecce è solo l’ultimo capitolo scritto. Una storia che non accenna ad avviarsi alla fine!

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Sul Gargano si spara ancora…

No, non abbiamo fatto in tempo a finire di ragionare di una apposita direzione distrettuale antimafia. E non abbiamo nemmeno fatto in tempo a mettere benzina nei serbati di tutti i mezzi a disposizione dei Cacciatori di Puglia. Sono cambiati i Ministri… Ma l’emergenza rimane. E l’emergenza si chiama Mafia del Gargano. Letto bene: Mafia. Non l’indistinta masnada di pecorai e mandriani dediti all’abigeato ed alla faida in salsa di tragedia greca. 084059911-c3e47657-eeae-4777-9bc7-525866db5854Non i clan di montanari, che si ammazzano e si abbattono come bestie per mere questioni di pascolo. No: l’emergenza si chiama Mafia. E quella del Gargano non è seconda a nessuno. E – chiariamolo subito – con quella della città di Foggia – che si chiama Società – e con la Mala del Tavoliere, quella che imperversa nel sanseverese e nel cerignolano, con gruppi distinti e separati, non ha nulla a che vedere.

Quella del Gargano è una Mafia a se stante. Ha i suoi riti ed i suoi codici – quelli, sì, forse ancora arcaici e legati ai tempi che furono, ai tempi in cui quelli che animavano la criminalità dello sperone erano pastori che si contendevano a fucilate greggi e pascoli, perché quella e solo quella era la ricchezza in quelle terre. Quella del Gargano, però, è una mafia che è cresciuta e si è innovata. Moltissimo, soprattutto negli ultimi venti o trent’anni. Innanzitutto con un progressivo affrancamento dal suo primo nume tutelare: Raffaele Cutolo. Ed in seconda istanza, con una cosciente e pervicace politica di autarchia ed indipendenza dalle altre consorterie criminali tanto pugliesi quanto nazionali. I clan del Gargano nella Sacra Corona Unita ed in tutto quello che sarebbe venuto dopo non vollero mai entrare. mafia-gargano-omicidi-2-1132x670E tennero alla porta anche gente come Giosuè Rizzi, il padrino più autorevole della provincia, il fondatore della Società. I clan del Gargano hanno sempre fatto storia a sé, sviluppando un mercato a domanda chiusa che si orientava su due traffici precisi: sigarette e stupefacenti. Ed in paesi e comunità piccoli, chiusi, difficilmente raggiungibili e tragicamente scollegati dal resto della provincia e della regione, hanno imposto regole e mercati, fatto i prezzi e governato lo scambio. Mettendo da parte, in brevissimo tempo, cifre astronomiche.

Quando sono stati forti davvero di un margine economico invidiabile, poi, i clan hanno fatto un vero e proprio salto di qualità, puntando dritti ad economie precise: quelle turistiche. E coi soldi hanno infiltrato amministrazioni e tessuti imprenditoriali, garantendosi il diritto all’ultima parola sullo sviluppo turistico di un intero comparto. Arrivando, quando le cose non andavano come loro disponevano, anche a minacciare le istituzioni, colpire i sindaci e gli amministratori. Oppure mettere letteralmente a ferro e fuoco una provincia. Con l’arma oscena e distruttiva dell’incendio doloso, della distruzione dei boschi, del governo violento sui pascoli. Ed hanno imposto radici e regole così salde al loro territorio, che alla fine anche gli altri gruppi criminali, inizialmente considerati più forti, autorevoli e capaci, hanno dovuto abbandonare il campo. Non c’è un camorrista campano nemmeno a pagarlo, sui monti del Gargano. Nè vi s’azzardano a sconfinare i gangster di San Severo o di Cerignola. Perché i montanari hanno anche sviluppato la rara capacità di fare sistema anche quando alle spalle hanno guerre, faide, sangue scorso. E fanno sistema ogni qual volta una minaccia esterna incombe. Tanto da essere arrivati, alla fine, anche ad invadere territori differenti. L’importante è che si dimostrassero attrattivi, vantaggiosi. Guardiamo Manfredonia? E’ solo un esempio.

imagesBene, a tutti quelli che sono convinti che basti la semplice presenza dello Stato e di un reparto carabinieri come quello dei Cacciatori di Puglia, per scoraggiare quella che ancora, in troppi, leggono come una masnada di montanari, mi auguro basti una scorsa ai giornali della passata settimana. Ed una attenta lettura di tutti i pezzi che hanno parlato del blitz contro le batterie di Monte Sant’Angelo. Leggete le intercettazioni ambientali, cercate le ricostruzioni degli agguati. E guardate alla spregiudicatezza ed al potere militare dei gruppi smantellati. Considerate che si tratta di gruppi cui già lo Stato aveva mozzato la testa, incarcerando i vertici di entrambi i sodalizi.

Chiedetevi se alla luce di questi fatti, davvero si possa parlare di una masnada di pecorari e di montanari. O se davvero, anche a Foggia e con la massima urgenza, non sia il caso di intervenire per dotare le forze dell’ordine e la magistratura di tutti gli strumenti necessari a fronteggiare vere e proprie organizzazioni criminali, vere e proprie Mafie… e non solo sorelle minori.

La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?

Saldature inquietanti ed oro verde

Proseguiamo un breve focus sull questione “droghe leggere”. Con particolare attenzione alla marijuana. Sembra doveroso, perché nelle ultime due settimane, complice la coda agostana fatta ancora di movida estiva, ma anche e soprattutto di ripresa del regolare scorrere delle giornate, quel che accade in alcuni luoghi precisi della città finisce per forza di cose sotto la lente d’ingrandimento di cittadini e forze dell’ordine. E crea i presupposti per osservazioni, indagini, interventi.

Nelle ultime due settimane di agosto e nella prima di settembre sono state parecchie le micro-operazioni di polizia contro luoghi di spaccio di sostanze stupefacenti leggere. Gli interventi si sono concentrati soprattutto nelle zone della movida serale ed in alcune zone della città divenute, purtroppo, terra di nessuno. In quest’ultimo caso parliamo della centralissima Piazza Umberto e della vicina Piazza Battisti. Lì, a dieci passi dalla Stazione e da Via Sparano, oltre che dalle principali facoltà universitarie, ormai da un buon quinquennio, il controllo dello Stato appare sempre più debole. Ed i dialetti alberati e le panchine si sono nei fatti trasformati in una zona “franca” che comunica degrado, insicurezza, paura. In entrambe le zone, a più riprese, le forze dell’ordine hanno colpito in modo chirurgico smantellando piccoli network di spaccio di sostanze stupefacenti. Sostanze da fumo e cocaina sequestrate. Immigrati irregolari e cittadini baresi gli arrestati o denunciati a piede libero. Dato rilevante, l’ultimo, i soggetti baresi denunciati o arrestati sono facce note alle forze dell’ordine, ma esclusivamente per reati di bassissima manovalanza.

Il dato è utile per confermarci innanzitutto che sempre più il network di spaccio delle sostanze da fumo è uno strumento di inserimento tra le fila delle organizzazioni criminali. E’ la porta d’accesso al mondo del crimine. Ancora, come già detto pochi giorni fa, si rivela lo strumento con cui il clan applica la propria leva economica, creando ed irrobustendo la cassa corrente e nello stesso tempo permettendo introiti di sopravvivenza agli spacciatori di strada.

NRM01C’è dell’altro, però. Molto più importante. La presenza, tra gli spacciatori, di immigrati irregolari, infatti, contribuisce a collocare nello scenario un altro tassello utilissimo nella analisi delle dinamiche criminali a Bari. Fino ad oggi i network criminali di contrabbando e di spaccio, quelli per capirci che garantiscono ai clan cassa corrente continua e controllo del territorio, erano network inclusivi, utili per allargare la base dei sodali di basso livello, ma mai così tanto “a maglie larghe” da includere extracomunitari o soggetti ritenuti scarsamente affidabili sul piano della sicurezza interna del clan. Da alcuni anni, invece, soprattutto in alcuni luoghi della città, i network dello spaccio minuto sono aperti – quando non completamente appaltati – a manovalanza extracomunitaria. Perché questo avviene? Semplice: si pesa ancora una volta nel degrado, nella fame, nell’esclusione. Ma non basta. Quel che accade, in più, è anche che si interviene ancora una volta in luoghi in cui il radicamento della propria struttura è complicato, faticoso, troppo esposto allo sguardo delle forze dell’ordine. Quindi, per poter acquisire un controllo del territorio su zone lontane dalle proprie roccaforti, e per farlo senza destare sospetti, i clan nei fatti “subappaltano” la gestione minuta dello spaccio, in alcune piazze, a gruppi di extracomunitari già presenti in zona. E’ così che sono nate le batterie di spacciatori neri dei giardini attorno all’Ateneo. Questa operazione di fidelizzazione, quand’anche esterna, di gruppi eterogenei di immigrati alla causa del clan, inoltre, costruisce i presupposti di una pace sociale in altre zone della città dove la coabitazione con la disperazione e la marginalizzazione di quegli stessi immigrati potrebbe portare conseguenze nefaste. Permettere di spacciare a Piazza Umberto a gruppi di immigrati residenti al Libertà – sotto traccia, in zona grigia quando non completamente abusivi ed irregolari – garantisce innanzitutto il riconoscimento tra gruppi di un rapporto gerarchico. Inoltre assicura il fatto che quei gruppi di immigrati che scelgono di delinquere per ragioni di sussistenza, lo faranno lontano dal territorio del clan, con rischi minimi di moltiplicare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle proprie roccaforti. Ancora, ed in ultima analisi, l’inserimento morbido nella propria galassia criminale di gruppi di delinquenti ben riconoscibili e ben aggregati tra loro per ceppo etnico, tradizioni, culture e sub-culture, frena tra questi gruppi la tentazione di costruire organizzazioni criminali in proprio, strutturarsi come gang o come gruppo informale e radicarsi come tale sul territorio. Rischio per ora fortunatamente scongiurato in tutti i quartieri di Bari, dove la malavita degli immigrati si manifesta ancora coi canoni della mera sopravvivenza.

WhatsApp-Image-2017-01-24-at-07.42.32-696x392Non possiamo però ignorare che, proprio a partire da rapporti di riconoscimento mutuo di questo tipo, un domani le cose possano degenerare. Ed il fatto che gran parte di queste saldature si concretizza ai margini della quasbah del Libertà è un dato ancora più preoccupante. Perché le ultime indagini dimostrano che la malavita autoctona di quel quartiere, nell’ultimo biennio, benché vincente rispetto alla concorrenza, sta attraversando una delicata fase di crisi interna. Una fase fatta di riorganizzazione degli equilibri e delle linee di comando. Ed in fasi delicate e di riorganizzazione interna – come queste – con le grandi figure di riferimento e gli avversari storici in cella o in condizione di non nuocere, è facile per alcuni avvertire la tentazione di uno strappo nei confronti delle vecchie regole e delle vecchie gerarchie. Non è escluso, ovviamente, che tentazioni del genere possano far prudere il naso anche alle batterie degli immigrati conquistate alla causa. Anche perché, dalla loro, queste ultime hanno una compartimentazione ed un tratto indetitario che le rende molto più forti e coese. E soprattutto perché, sempre di più, il grande traffico di stupefacenti leggeri si muove su direttrici diverse da quelle italiane di riferimento. E quindi risulta molto più semplice, per gruppi diversi, entrare in contatto con le organizzazioni che si occupano di ingrosso e che fanno i prezzi. E un dato di questa portata, è intuitivo, ci aiuta a capire con quanta facilità si possa accedere a tutti gli strumenti per la creazione di un network di spaccio in proprio.

La “Quarta Mafia” non esiste!

Provocatorio, come titolo? Decisamente. E me ne assumo la responsabilità. Purtroppo, per smuovere gli stagni, a volte, è necessario lanciare un sasso. Ed allora lanciamolo, perché lo facciamo a ragion veduta. Prometto: è l’ultimo post programmatico che vi impongo. Credetemi, però, è davvero necessario.

In Puglia non esiste una sola Mafia. E quindi parlare di Quarta Mafia, quando si ragiona di Puglia, è profondamente scorretto.
La Quarta Mafia, come struttura unica, è esistita solo sulla carta per un brevissimo periodo. Peraltro, solo dietro le sbarre dei carceri di Bari, Trani, Port Azzurro. La Quarta Mafia, conosciuta come Sacra Corona Unita, è già stata processata e riconosciuta come associazione a delinquere semplice, peraltro senza che ne fosse provata la mafiosità, nel lontano 1985. E da allora non esiste più. Non solo per diritto, ma anche nei fatti. Per le strade, nelle carceri, nelle nostre città.

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In Puglia, già dal 1985 e quindi ben prima che se ne cominciasse a parlare e ragionare, la Quarta Mafia già non esisteva più. Questo, ovvio, non vuol dire che non esista mafia in Puglia. Tutt’altro. Di sistemi criminali mafiosi, nella nostra regione, ne esistono almeno tre. Ben distinti tra loro. Ciascuno col proprio ambito territoriale di competenza. Ciascuno con le proprie logiche, i propri rituali, le proprie vocazioni. Ciascuno con un nome ed una struttura propria, differente dalle altre. Eppure, per sciatteria, disattenzione, mancanza di approfondimenti, spesso per una curiosa forma di sensazionalismo che si nutre di un interesse “mordi e fuggi” tanti continuano ancora ad usare, per la Puglia, termini come Quarta Mafia o Sacra Corona Unita. Come se bisognasse confrontarsi con una struttura unica. Con un nemico solo.

Non sono bastati quarant’anni di occasioni mancate, nella lotta ai sistemi criminali organizzati pugliesi, per capire che la definizione di Quarta Mafia è stata un’arma potentissima nelle mani delle mafie pugliesi per radicarsi al meglio e sfuggire con facilità alle maglie della giustizia. Ancora oggi, ancora in Commissione Antimafia, ancora nelle Prefetture, nelle Commissioni Regionali e sulle colonne dei quotidiani più autorevoli, non si smette di ragionare di mafie pugliesi in termini unitari. Ancora oggi si continua a sbagliare. Si continua ad accomunare la Mafia del Gargano alla Camorra Barese, la Società Foggiana alla (nuova) Sacra Corona Unita che opera nel profondo Salento. Ancora oggi si crede che chi da Napoli investa a Gallipoli lo faccia col benestare di una struttura unica che sovrintende ai traffici illeciti di una regione intera. Oppure, si è portati a credere che i cartelli albanesi, quelli che movimentano centinaia di tonnellate di marijuana sulle nostre coste, lo facciano in nome di una alleanza di cartello che vede, sulle nostre coste, un riferimento unitario. Davvero, niente di più sbagliato!

La speranza, con questo modesto ma costante contributo, è che si cominci, una buona volta, a ragionare in profondità di queste mafie così pericolose, moderne e spregiudicate. Prima che altre occasioni finiscano per essere mancate ed altre opportunità perse.

5 W che possono tornare utili…

Non sono un giornalista, sebbene tutti abbiano potuto leggere miei contributi, ospitati su una serie di testate a respiro regionale e locale. Non sono, però, un giornalista professionista. E però, lo ammetto, ho rispetto al mestiere del giornalista una fascinazione ed una tensione che tenere a freno, spesso, è difficile. Negli anni del dottorato, quello che il mio tutor mi rimproverava spesso, era un approccio – nello scrivere – poco accademico ed un po’ troppo giornalistico. Lo riconosco, lo ammetto: scrivere in “universities” non mi piace per nulla. Il registro del raccontare lo trovo più comodo da calzare su quel che scrivo. Su quel che studio e restituisco.

Forse è proprio in risposta alla antichissima regola delle 5 W che ho sentito il bisogno di tirare fuori un post come questo. 5 W che inquadrino quanto più possibile il luogo dove siamo. Perché chiunque, passando di qui, possa sapere cos’è, chi lo anima, cosa ci si deve aspettare frequentandolo. 5 domande secche per cinque risposte che valgano a definire in modo chiaro questo spazio, inquadrandone le finalità, le tempistiche, i contenuti.
Procediamo, allora.

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Chi? Per rispondere a questa domanda, teoricamente, basterebbe cliccare sul menù a tendina in alto: c’è una voce apposita sull’autore, me medesimo. Non basta, però. Perché personalmente ho anche un’ambizione più alta: offrire qui spazio ed ospitalità a persone o realtà che si occupano di Antimafia Dal Basso sui nostri territori. Studiosi o semplici attivisti, animatori di associazioni o operatori sociali. Testimoni e vittime, anche, se sarà possibile. Perché questo diventi non solo un luogo di diffusione, ma anche di confronto e partecipazione attiva.

Cosa? Risposta difficile, da dare, soprattutto perché parecchio impegnativa con voi che leggete. Cosa trovare qui? Innanzitutto contributi di studio al fenomeno delle mafie pugliesi, con un interesse particolare verso il fenomeno della Camorra Barese che è quello in cui sono specializzato. Al fianco di contributi di studio, riflessioni, resoconti ed analisi, sarebbe bello poter offrire anche una sorta di rassegna stampa ragionata, che funga anche da cronologia e da osservatorio sul fenomeno – quantomeno su base provinciale. Delle ospitate, poi, abbiamo già parlato poco più su: sì, mi piacerebbe poter inserire delle interviste che siano chiacchierate. O anche, perché no, dei contributi esterni tematici. Vedremo cosa sarà possibile fare!

Dove? Non è retorica, la domanda. Perché in epoca di social e di web 2.0, i luoghi sono zone liquide. Mi piace pensarle come correnti, affluenti. Ogni spazio è specchio e contributo, allo stesso momento, di altri spazi simili – eppure differenti. Per cui, sì, la base operativa delle discussioni sarà questo blog e questo spazio. Ma ad esso saranno collegati una pagina Facebook, un account Twitter e – probabilmente, in futuro – un profilo Instagram. Scelta indispensabile che non disperde… ma moltiplica gli spazi di discussione, gli interlocutori, l’efficienza di questo luogo. Ovvio: i contenuti sulle altre pagine saranno differenti. Sarebbe bello ed utile, però, per chi può, cercare di seguire ciascuno di questi spazi.

Quando? Si sostiene da tempo che essere social e funzionali vuol dire essere sempre sul pezzo. Io, personalmente, ho sperimentato che la presenza ossessiva, tanto di contenuti, quanto di continui contributi a qualsiasi discussione, rischia di diventare nociva. Comunque è molesta. Oltre a questo, disperde una mole enorme di energie, spesso con una ricaduta minima. Non voglio nella maniera più assoluta che questo spazio e queste discussioni rischino da subito di passare come una rottura di scatole. Proprio per questo, i contributi saranno diluiti nel corso della settimana e proveranno a non essere mai più di due o tre. Del resto, per un instant post c’è un luogo come Twitter o Facebook, che è di sicuro più indicato per una riflessione immediata, istantanea, su una vicenda. Qui, dove saranno ospitati contributi e riflessioni più profonde, è anche giusto che ciascuno dei post meriti uno spazio di produzione, lettura e digestione adeguato.

Perché? Bella domanda! Provo a rispondere cercando di essere sintetico. Primo – e lo chiarisce in un certo qual modo anche il post di qui sopra – perché credo fermamente che, ragionando di mafie, soprattutto nella nostra regione ci sia un ritardo di competenze impressionante. Ritardo nello studio, nella diffusione, nella denuncia. Ritardo che non ha fatto altro che permettere alle mafie di radicarsi con molti meno ostacoli. E con molta più efficacia. Ancora, perché credo sia necessario fissare dei punti chiari e fermi in una discussione come quella sulle mafie pugliesi. Soprattutto davanti a studiosi che continuano colpevolmente a sottostimare la portata del fenomeno o a diluirla, in modo a volte imbarazzante, con approssimazioni pericolose ed inaccettabili sul piano accademico. In ultimo, perché mi sono riscoperto stanco ed arrabbiato per come tanti, troppi, nel mondo della politica, dell’accademia e dell’informazione non si rendano conto che quell’Antimafia Sociale che affermano di proporre e sostenere, impatta drammaticamente con un loro modo di vivere le comunità, comunicare, operare. Modo che inconsciamente – ne sono convinto – facilita il lavoro proprio alle mafie. Ed io credo invece sia utile e doveroso, proprio partendo dallo studio e dalla conoscenza delle mafie pugliesi, cominciare a praticare davvero quelle forme di Antimafia dal Basso che sono gli anticorpi più importanti. A partire, anche, dalla creazione di consapevolezze chiare, dalla applicazione quotidiana di buone pratiche, da impegni precisi – anche impopolari, magari – nel campo del proprio agito politico e professionale. A partire dalle consapevolezze minime, come quella del post qui su.

Parole come Manifesto e simili mi appaiono desuete. A tratti tristemente insignificanti. Diciamo che oggi ho davvero voluto prendere un impegno con voi. Vi assicuro che ce la metterò tutta.

 

Si comincia…

Benvenuti. Oggi vede la luce questo blog, con la voglia e l’ambizione di occuparsi di Camorra Barese dal punto di vista storico e sociologico. E’ quel che faccio, ormai da cinque anni buoni, sui giornali che ospitano i miei contributi. O nei libri che scrivo. Oppure, in modo per me anche molto più stimolante, durante le attività di formazione che svolgo assieme a giovani e meno giovani, a Bari e non solo.
Credo, però, sia arrivato il momento di creare un contenitore dove tenere assieme le mie riflessioni, le analisi, le ricostruzioni che continuo giorno per giorno a tracciare, sul fenomeno. Anche perché, presto – meglio dire finalmente – sarà pubblicato un mio libro che, come titolo, ha lo stesso di questo blog: La Camorra Barese. Ed è giusto che, di pari passo, sia possibile sostenere la diffusione di quell’opera con un contenitore che non sia solo “promozione e marketing”, ma anche e soprattutto rilancio costante della questione, dell’analisi, della ricostruzione. Perché ad una storia non si può mai, davvero, scrivere la parola fine… E perché ogni lavoro di ricostruzione storica deve essere aggiornato, alimentato, nutrito delle nuove osservazioni e delle nuove riflessioni che i tanti futuri possibili di quella vicenda hanno occasione di portare con sé.

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Mi piacerebbe, allora, dire che oggi quel che si apre è un luogo di osservazione, studio e discussione non solo sul fenomeno della Camorra Barese, ma anche uno spazio in cui poter ragionare in modo consapevole di mafie pugliesi. Al plurale, perché sono almeno tre, tutte diverse tra loro. Ragionare di come la (nuova) Sacra Corona Unita si sia trasformata nel decenni. Di come, lontana dalle cure e dalle attenzioni di chi la volle e la fondò, abbia mutato pelle, recuperando uno spirito originario. Differente, più spontaneo e disarticolato. Quasi campanilistico, ma non per questo meno pericoloso. Oppure, credo sia opportuno poter avere un luogo dove analizzare quel che sta succedendo tra i monti del Gargano, dove i rappresentanti delle Istituzioni, quotidianamente, si scontrano con la criminalità di montanari fin troppo moderni, oppure nelle città della Piana del Tavoliere, dove alle questioni storiche del traffico di droga e di armi, ormai da un decennio, si sono saldate quelle ancor più preoccupanti del caporalato e del governo sui flussi di migranti.

Soprattutto, mi piacerebbe dire che oggi nasce anche un luogo di incontro di esperienze, di competenze, di realtà, accomunate dall’interesse per i fenomeni criminali organizzati. Un luogo in cui realtà diverse possano confrontare i propri vissuti e le proprie chiavi di lettura. Con l’ambizione di poter anche fare rete, per praticare anche in un luogo che virtuale lo è sempre meno, quella Antimafia Sociale che a me piace chiamare Antimafia Dal Basso.

Ancora Benvenuti…