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Una sintesi del problema Cannabis depotenziata

Questo non è un sito proibizionista!
Questo è un sito di analisi sul fenomeno dei sistemi criminali organizzati. Si occupa principalmente di Camorra barese.

Ciò premesso… le critiche mosse nell’articolo uscito lo scorso venerdì su Epolis non posso essere semplicisticamente liquidate come proibizionismo.

E’ chiaro e lampante che sia necessaria una normativa che superi la criminalizzazione del consumo di Cannabis. Le risultanze scientifiche rispetto ai danni che un consumo episodico e consapevole possono avere su un organismo sano stanno lì a dirci chiaramente che lo Stato autorizza consumi ben più pericolosi. Ed è innegabile che acquisendo un controllo diretto sulla sostanza, sulla sua produzione e sulla sua commercializzazione, sarebbe possibile erodere un business enorme alla criminalità. Ed al tempo stesso negarle la possibilità di quel maledetto primo contatto tra giovani esterni ai tessuti criminali e gruppi contigui alla Camorra.

Tutto vero e tutto sottoscritto in ogni momento.

Purtroppo, però, non possiamo che constatare che questa legge, così come è stata concepita e scritta, non va in questa direzione. Non è chiaro nulla, una volta che si esce dall’alveo di discussione sulla produzione della sostanza. E sono sacche di incertezza di questo tipo il carburante per fare frittate anche peggiori di quelle che si vogliono scacciare dalla tavola.

Perchè in una situazione così, la criminalità ha gioco libero nel taglieggiare gli esercenti, nell’imporre dinamiche. Soprattutto, con controlli così scarsi, ha modo di infilarcisi dentro. E lucrare. Espandendo di molto il proprio monte contatti.

Attenzione a dimostrarci entusiasti nei confronti di discipline legislative pasticciate, disattente, scollate dal tessuto dello Stato Reale. Perchè invece di combattere la Camorra sul terreno dello spacci, con questa legge le diamo solo una gran mano!

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Cambi al vertice – Il paradigma Carrassi

Di questori buona sostanza, si parla oggi nel mio articolo in uscita oggi su EPolisWeek. Di come un quartiere, per quanto possa essere protetto e difeso dall’intervento costante e radicale delle forze dell’ordine, sia sempre sotto il giogo della criminalità, quando la politica non interviene sulle ragioni di una profonda crisi, interna alla comunità che lo vive. E’ il caso di Carrassi, quartiere popolare di Bari, con stridenti contraddizioni all’interno del suo corpo sociale. Qui, da quando i Diomede hanno dovuto abbandonare il campo, sull’onda degli arresti del maxi-blitz Pandora, vecchie facce sono tornate a dettare legge. E su questa prateria, quelle batterie, hanno ripreso a praticare vecchie saldature con alcuni storici alleati.

Buona lettura!

Prima che escano le novità

Vale la pena rubare un attimo del vostro tempo per un piccolo spazio pubblicitario. Proprio in vista dell’uscita – ormai davvero imminente – di “Bari Cal.9” mi fa piacere invitarvi a cercare, per un mero approfondimento, nelle librerie reali e digitali, altri due testi. Si tratta dei primi studi sul fenomeno della Camorra barese. Sono libri datati, ma non troppo. Ed hanno il brutto vizio di essere – rispetto a quello che uscirà – molto più caratterizzati da un tagli scientifico ed un approfondimento mirato rispetto alle tematiche della sociologia del crimine e della devianza. E dell’analisi dei mutamenti urbani, di come questi costruiscano o contribuiscano a costruire fenomeni delinquenziali.

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Il primo libro si chiama semplicemente “Camorra barese”. Può essere reperito solo in e-book ed è un vero e proprio trattato di sociologia del crimine e criminologia che analizza non tanto la nascita quanto il funzionamento della Camorra barese ed i mutamenti strutturali che questo sistema criminale ha sperimentato nel corso dei decenni. Per chi si occupa di sistemi criminali può risultare molto utile, anche perché in merito alle mafie pugliesi la bibliografia risulta ancora scarsissima. Il libro è edito dalla Meridiana di Molfetta – una casa editrice coraggiosa a cui sarò sempre grato per aver scommesso sui miei testi.

Ancora, sempre per i tipi della Meridiana, c’è “San Pio, per tutti ancora Enziteto”. Questa è una analisi sociologica e criminologica su un quartiere particolare. Assieme al saggio reale che analizza gli aspetti criminogenetici del quartiere – come un sistema è nato – e criminodinamici del quartiere stesso – cosa succede ad Enziteto? Che ci fa lì la Camorra – trovate un “diario di bordo” che altro non è che il narrato – in forma di diario e di appunti – che ho tenuto durante l’anno di lavoro per la stesura del libro. Quella del “diario” è una importante abitudine per chi studia fenomeni complessi su larga scala temporale. Oltre ad essere spesso una lettura avvincente per chi si avvicina al testo: spiega molto di quel che si è letto e soprattutto mette a parte dei piccoli segreti, quasi magici, che aiutano il sociologo ed il criminologo nel suo lavoro e nelle sue intuizioni.

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Lo trovate tranquillamente il libreria, oppure in ebook.

A “San Pio…” ci sono molto molto affezionato. Perchè è un libro che tanti hanno definito eretico. E perchè a qualche anno di distanza dalla sua pubblicazione, continua ad essere una testimonianza, per me, di quanto irrinunciabile, per chi studia il mondo, sia la propria indipendenza. Dalle bandiere, dalle scuderie, dalle consorterie. Pur restando fedele alla propria idea di Mondo: a come lo vorresti, a come vorresti che girasse.

Primarie del Centrodestra. Quel che mi piacerebbe chiedere ai candidati, se li intervistassi…

Sottotitolo imperativo: perché ci sono questioni che fanno la differenza, soprattutto quando si parla di amministrare una città.

Partiamo subito con il botto: Secondo lei esiste una emergenza, a Bari, che si chiama Camorra Barese, ma per comodità possiamo tranquillamente chiamare “mafia” se preferisce?

Nell’ultimo quindicennio, sul rapporto tra Amministrazione e Periferie si sono confrontate diverse e differenti ricette. Tutte partivano da un presupposto. Le periferie vanno curate con maggiore attenzione. Ha solo un verbo a disposizione – infinito presente – per descrivermi il rapporto che vorrebbe, come amministratore, instaurare con le periferie di Bari.

Quartiere Libertà: quanto è importante il colore della pelle quando si parla di devianza, criminalità, sicurezza. E sempre parlando di Quartiere Libertà: cosa mi dice rispetto ai dati serenamente reperibili in Questura sugli autori dei reati di spaccio e prostituzione? Chi delinque in questi campi? Come agire?

Questione mercati generali e piccolo commercio: esiste il pizzo a Bari? Come amministrazione cosa è intenzionato a fare in merito al problema, per sostenere un comparto produttivo essenziale per la città?

Questione sicurezza: telecamere. Sì o no? E se sì dove? se no, perchè?

Questione abitativa: qual’è attualmente il tasso stimato di irregolarità nel campo dell’abitare? Intenda, per irregolarità tanto quelle dei proprietari, quanto quelle degli assegnatari in caso di alloggio popolare. Se non conosce il dato preciso 2017 andrà benissimo un aggettivo o un numero su una scala da 1 a 10.

Periferie – Disoccupazione – Giovani: sempre che a suo parere esista mafia a Bari, crede esista una connessione tra quel trinomio e la propensione a delinquere dei giovani? Che tipo di interventi, nel caso, ha in mente per il prossimo quinquennio?

Madonnella, Bari Vecchia: Movida. Che tipo di rapporto ha intenzione di instaurare con gli operatori del settore. E come intende sposare le giuste aspirazioni del settore ristorativi e dell’entertaining con quelle dei residenti e dei cittadini che reclamano sicurezza a margine?

Che interventi pensa possibili per la periferia NORD di Bari ed i quartieri di Enziteto e Catino? E per il CEP – San Paolo, dove a due passi dagli uffici dell’amministrazione, in via Ricchioni, indisturbata, da tempo, ha il proprio quartier generale una agguerrita paranza di camorra? (lo dicono i magistrati)

Quanti immigrati risiedono, vivono, frequentano stabilmente il quartiere di San Pio, Enziteto?Quali le emergenze di sicurezza di quel quartiere?

 

Grazie per la gentilissima disponibilità!

Quelli di Gomorra?!

Sì, si facevano chiamare così. Li conoscevano coi nomi dei protagonisti della serie di Sollima e Saviano. Oppure con nomi di battaglia eloquenti: la pit-bull, ad esempio.
Si erano dati alla “latitanza” o meglio, alla vita social di “malavita” da un paio d’anni. Da quando, smessi i panni dei bravi ragazzi di famiglie esterne al mondo della criminalità organizzata, avevano deciso di entrare a pieno titolo nel Sistema. Mettendosi a spacciare. Acquistando, non è ancora chiaro da chi, all’ingrosso e rifornendo un giro di clientele selezionate e solvibili. Non spaccio di strada, quindi, ma servizio di rifornimento per soggetti precisi, conosciuti e fidelizzato.

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E tra questi soggetti acquirenti, c’era davvero di tutto. O meglio, c’era tutto quello che si potesse considerare estraneo al sottobosco criminale o a quello della disperazione tipica dei contesti di tossicodipendenza diffusa. Servivano quello che qualcuno continua a chiamare il mondo della “Bari-bene”. Tra gli acquirenti stabili anche un rappresentante istituzionale eletto nell’ultima tornata amministrativa. Il suo è lo spaccato più detestabile ed allo stesso tempo più istruttivo di un mondo, quello grigio della Bari che tanto bene non è, che si arrabatta tra debiti di droga e piccolo malaffare diffuso. Tra droga, festini e bell’apparire. Tanto da far dire al capetto della paranza di spacciatori, al vertice della Gomorra cittadina, che proprio lui, quel rappresentante del popolo nelle istituzioni, era la prova provata che la politica era “merda” (cit.)
Ovvio, assieme ai rampolli ed ai giovani rampanti, ci stavano pure i ragazzini delle superiori, quelli dei quartieri estranei alle guerre di mafia. Quelli di Poggiofranco e del centro, per capirci. Come pensarli estranei, in una Bari che ogni giorno si scopre meno distante dalle brutte storie della strada?

Sono finiti tutti dentro o ai domiciliari. Alcuni, pochi per dire la verità, sono indagati a piede libero. Per nessuno è stato invocato il 416 bis. Ma ci sarà da ragionarci su questa storia. Perchè dimostra che, alla fine, la fascinazione per questa vita al limite, oltre il limite, contigua e impastata di codici e camorra, evidentemente fa presa. E tanta. E forse, questa Bari-bene di cui tanti parlano per definire i contesti tradizionalmente estranei dal malaffare… forse non esiste poi davvero.

Lavorare coi ragazzini dei quartieri

Spesso, grazie alla vulcanica Rosa Ferro del “Nuovo Fantarca”, m capitano delle vere e proprie occasioni. Occasioni di “lavoro” ma anche e soprattutto di confronto con la realtà che studio. Grazie alla collaborazione con lei, capita ormai molto spesso di essere chiamato a organizzare incontri, dibattiti, lezioni, chiacchierate, nella cornice di progetti sociali ed educativi i più disparati. Da quelli rivolti ai ragazzi che si trovano in situazione di affidamento ai servizi per ragioni collegate con l’esecuzione penale minorile, a semplici incontri di tipo sociologico educativo nelle scuole, nel quadro dei tanti progetti che nelle medie e nelle superiori si possono organizzare per parlare ed educare alla legalità.

Ultimo, in ordine di tempo, un cartellone di incontri organizzati coi ragazzi di alcune scuole medie della città. Classi di terza media alle quali parlare del fenomeno delle baby-gang. Sono momenti importanti per chi come me studia e si occupa di fenomeni criminali e sociali – collegati a devianza e crimine. E sono importanti perchè, a Bari, città che studio più a fondo e più da vicino, questi incontri sono capaci di fornire una serie di feed-baci rispetto a teorie e riflessioni.
Lavorare, su temi di attualità criminale, con ragazzi che vivono il contesto difficile di alcuni quartieri problematici, in questi giorni, è stato stimolante. Ed utilissimo.

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Perchè ciascuno dei piccoli “studenti” che ha partecipato a quelle chiacchierate – mi è difficile chiamarle lezioni, per come le imposto, soprattutto – ha portato un sassolino al muro del mio lavoro. Anche i più indisciplinati e vulcanici sono stati capaci di stimolare una riflessione ed una validazione alle mie tesi. Oppure suggerirmi che, probabilmente, alcuni pensieri andrebbero calibrati meglio.

Fin qui il bello, di un lavoro del genere. Purtroppo, esistono anche risvolti negativi per esperienze così. Negativi perchè tristi. Spesso, più che tristi, tristemente rassegnati. Certo, è positivo verificare come sia assolutamente corretta la mia teoria sul “classismo” di certi fenomeni, e sull’uso improprio di alcune categorie; è di certo una conferma felice. Dietro, però, ci sta la amara consapevolezza che se le baby gang, a Bari, possono essere solo un fenomeno scimmiottato, tutto da inserire nell’alveo dei riti di maturazione e delle necessità di organizzare “risposte feroci” per difendersi dalla ferocia di un “mondo esterno” in cui si deve entrare e che si teme – come non temerlo, visto il bombardamento continuo di stimoli negativi e l’assenza di una rete un minimo solida di riferimenti rassicuranti – questo avviene non perchè, nei quartieri poveri, i ragazzi non avvertano le stesse necessità e non si attrezzino per dare risposte feroci a quel mondo. Il problema è che, in alcuni quartieri dove all’esclusione sociale tanti hanno risposto con le formule del crimine organizzato, lì i ragazzini si raggruppano secondo le formule non della gang, ma del clan. E lo dicono, ne fanno un vanto, un tratto distintivo ed indennitario. E qui, la replica precisa è quella dei modelli paterni, fraterni. Qui non c’è bisogno di ricorrere ai colori delle gang statunitensi o ai miti delle baby-pandillas meneghine. Qui ci sono “papà e fratmò” a dare l’esempio. E ci sono ragazzine che sanno già tutto, di come si entri nella “malavita” – la chiamano così ed è inquietante, perchè tra loro, i camorristi baresi, il loro sistema lo chiamano ancora così. E conoscono i sistemi di affiliazione diretta e di affiliazione liquida. E qualcuna di loro, nel parlarne, fa gli stessi simpatici errori lessicali, semina gli stessi refusi parlanti che sente in casa. Refusi ed errori che non sono casuali, ma sono “l’esatta norma” in quel mondo.

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Per uno studioso, ricevere conferme a valanga come quelle che mi hanno investito in questi giorni è di certo molto importante. Vi assicuro, però, che ci vogliono le spalle forti, davanti a questa realtà. Più ancora, ci vuole spalla e fegato nel rapportare questo mondo, quello che vive e pulsa e si prepara a venire al mondo – come sempre più feroce e determinato di quello che lo ha preceduto  – al mondo della politica e dell’intervento che li attende fuori, quei cuccioli di uomo. Ci vuole spalla e ci vuole fegato perchè, pur con quarant’anni e più di Camorra barese alle spalle, la classe politica e dirigenziale di questa città, dei suoi sistemi socio-etno-criminali conosce davvero molto poco. E rischia di far danno, perchè suppone di saperne.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

A un mese e mezzo dalla grande kermesse di piazza…

Purtroppo, una riflessione amara non posso censurarmela.
Un mese e mezzo fa, dopo l’aggressione deliberata di militanti di Casapound contro alcuni partecipanti alla manifestazione contro le politiche salviniane, scrissi qui che era auspicabile ripartire da quel momento di riaggregazione per lanciare non solo un segnale forte, ma una campagna concreta che riportasse centrale, nella agenda dei partiti e delle organizzazioni, il tema della discussione sociale. E che riportasse quei partiti e quelle organizzazioni per le strade, per quelle strade prima che altre, a fare politica. Ad interessarsi delle reali emergenze, dei reali bisogni. A supportare chi aveva bisogno di aiuto per elaborare una denuncia e difendere il proprio diritto alla casa, per esempio. Ne abbiamo parlato solo due post fa, di quello che continua ad accadere al Libertà. Lo avevo scritto, ne avevo sentito il bisogno, perchè vedevo, in quella manifestazione, i tratti tipici di quelle kermesse nostalgiche, ad uso e consumo dello spirito di spogliatoio.

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Speravo di sbagliarmi. Macché!

Non solo non si parla più di Antifascismo, in una situazione nella quale si aspettano solo le emergenze perchè i temi emergano. Si attendono solo i titoli perchè le questioni siano sollevate. Per capirci: Casapound è ancora lì. Il quartiere ha disvelato una serie di problemi gravissimi, su cui esiste materiale per mille battaglie. Non è chiaro cosa stia facendo quel corpus che non ha avuto alcun tentennamento a farsi ritrova in piazza, petto gonfio e bandierina al seguito, tutti a cantare le canzoncine di quando si era piccoli, giovani, belli e ribelli. Di sicuro non sta praticando nemmeno quell’antifascismo concreto che voleva dire non già ronde militanti… ma quantomeno riflessione, discussione, politica diretta. Peccato che nel quartiere ci sia chi quotidianamente è lasciato solo – riconoscibile e debole anche solo per questo – ad affrontare quotidianamente le emergenze. Peccato che le piattaforme di discussione sulle politiche salviniane – che avevano tirato in piazza le forze politiche poi aggredite – non siano più nell’agenda di tanti. Restano a campeggiare le testimonianze vigorose di antifascismo – solitamente consumate nel breve giro di uno stato temporaneo su Facebook, associato ad una foto molto rivoluzionaria.

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Peccato ci si sia dimenticati che esiste una emergenza marginalizzazione nella quale il neofascismo cerca di mettere vetrini in coltura.

Ecco: quando mi parlano di kermesse penso sempre a quegli happening fatti di lustrini, colonne sonore e scenografie, che, terminati, lasciano anche un bel po’ di amaro in bocca per la ridondanza di certi stilemi. Io, di quella giornata, ho solo il ricordo di un pensiero, lucido, elaborato mentre andavo via. “Tranquillo, compitino finito, puoi tornare a casa…”