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Sono davvero solo droghe leggere?

C’è stato un tempo – a Bari erano i primi anni ’80 – in cui le famiglie di camorra avevano ancora bisogno di strutturarsi realmente. In primis, quello di cui più di tutto avevano bisogno, era una vena dell’oro. Una cassa garantita da introiti sicuri. All’epoca scelsero il contrabbando di tabacchi lavorati esteri: le sigarette. Era uno strumento comodo, affidabile, sicuro. Garantiva grandissimi guadagni, visto che il rezzo di acquisto della materia prima, all’epoca, era incredibilmente basso. Assicurava enorme agibilità, rispetto alle agenzie di repressione del crimine, perché il contrabbando, all’epoca, era un reato amministrativo ed esisteva, nel sentire comune, una forte sottovalutazione del fenomeno. showimg2Ancora, e di più, il contrabbando garantiva anche radicamento sociale e controllo del territorio. Il primo attraverso la possibilità di offrire e garantire un posto di lavoro ed un salario all’esercito degli inoccupati e degli inoccupabili che presidiava vicoli e ghetti della città, ai quali veniva offerta una gratifica per la loro mansione di dettaglianti del contrabbando. Il secondo, proprio attraverso la creazione di una rete di vendita strutturata sul territorio; rete che, allo stesso tempo, oltre a garantire il commercio e gli introiti, assicurava anche un presidio permanente all’interno del proprio territorio di competenza. Non erano questi i soli benefit di una attività criminale come il contrabbando, ma per la discussione odierna questi ci interessano.

Terminata la stagione del contrabbando di TLE, al volgere del millennio, le tante famiglie che sul traffico di bionde avevano strutturato un business capace di alimentare e tenere viva la cassa corrente – quella con cui si pagavano gli stipendi, gli avvocati il mantenimento dei carcerati – furono costrette a cercare altre fonti di sostentamento che garantissero, a fronte di rischi contenuti, gli stessi benefit: grandi guadagni per tenere vivo il welfare criminale del gruppo e allo stesso tempo controllo del territorio. I clan a Bari lo hanno trovato, questo business. E si sono specializzati nel traffico in grande scala delle sostanze stupefacenti leggere. Un business criminale che, a Bari, rappresenta ancora il core irrinunciabile per tutti i clan.

sequestro_dosi_droga_barijA pensarci bene, infatti, dalla sottovalutazione sociale dei rischi che questo reato porta con sé, alla enorme facilità con cui la materia prima si reperisce a costi contenuti, agli elevati ricarichi, gli ingredienti ci sono tutti. Più di ogni altra cosa, però, dovremmo costringerci a riflettere su un dato, forse il più importante. Di sicuro quello su cui concretamente come corpo sociale possiamo fare qualcosa.
La domanda è questa: possiamo davvero permetterci di liquidare il consumo di sostanza stupefacente leggera come un mero dato di cultura e come un semplice fenomeno di costume sociale? perché, purtroppo, nella discussione generale, molto spesso è con questa percezione che ci accostiamo al fenomeno. Possiamo permetterci di valutare quello che è il core business di gruppi criminali che pretendono di disporre a proprio piacimento dei nostri spazi, dei nostri tessuti sociali ed economici, del bene comune, davvero, solo col banale refrain due amici una chitarra ed uno spinello?
Temo di no. Credo di no!

Perché non posso ignorare che ogni dose venduta, per le vie di Bari e non solo, alimenta la stessa cassa con la quale questi gruppi strutturato ed irrobustiscono il proprio potere criminale, i propri arsenali, il proprio potere d’acquisto su mercati molto più rischiosi per tutti.
Ancora, perché non posso ignorare che è sul business della droga leggera che i clan, a Bari e non solo, sviluppano la prima rete di reclutamento esterna alla ristretta cerchia di familiari, affini e sodali fidelizzato. Quando cercano di espandere il proprio potere altrove, i clan selezionano in primis all’interno della cerchia dei propri contatti affidabili. E se non possono raggiungere quartieri o territori attraverso la presenza diretta, lo fanno con antenne selezionate e fidelizzate attraverso il contatto costante chili traffico di droghe leggere garantisce. Un cavallo di troia di cui ho parlato in un contributo per EPolisWeek (23giugno) denunciando l’opera di espansione di alcuni gruppi criminali – ormai da due anni – sul quartiere di Poggiofranco e nelle scuole superiori di quella zona. In un quartiere come quello, in cui non esistono le condizioni sociali per un rapido attecchimento di un clan, le batterie di spacciatori diventano talent-scout a caccia di elementi da acquisire alla causa.
Facendo leva proprio sul loro bisogno di consumatori o sul loro essere referenti di gruppi più larghi di consumatori. In un gioco criminale di offerta al ribasso, si fa intravedere la possibilità di divenire referenti esterni all’organizzazione, ma, nei fatti, si coopta al proprio interno elementi che, senza un mercato criminale delle sostanze stupefacenti leggere non avrebbero probabilmente avuto punti di contatto con i clan.

20160923_17enne_gambizzato_poggiofranco_agguatoAncora, perché non posso ignorare che, attualmente, in alcuni luoghi particolari ed in contesti specifici, il network dello spaccio sostituisce nei fatti il racket del pizzo. Bari vecchia è uno di questi luoghi. E bastano, credo, le motivazioni a sentenza di almeno tre maxi-processi di mafia per caratterizzare a dovere l’importanza del borgo antico per la Camorra Barese. Lì, tra i vicoli e nelle piazzette, i clan hanno ordinato di sostituire al racket delle estorsioni nei confronti dei negozi, la richiesta agli esercenti – velata o meno che sia – di tollerare la presenza di spacciatori nei pressi della propria attività. Questa forma di imposizione e controllo del territorio assicura ai clan ricarichi incredibili che mettono a profitto la grandissima massa di frequentatori della movida notturna. Tra i quali, è evidente, largo è il numero di consumatori di droghe leggere. In questo modo ci si garantisce una domanda costante che, altrimenti, il racket annullerebbe, con la drastica diminuzione dei locali in attività causa pizzo. Nello stesso momento, ci si assicura un efficace e discreto controllo del territorio, visto e considerato che dieci spacciatori fanno molto meno rumore e clamore di una saracinesca sventrata. O del silenzio di una Piazza Ferrarese/Mercantile chiusa per pizzo.

Sono giorni che si scrive, sulle colonne dei giornali, a Bari, parlando di droghe leggere e clan. E’ davvero così difficile capire che prima ed a monte di ogni discussione sulla opportunità o meno di depenalizzare, legalizzare, controllare attraverso le agenzie di Stato la vendita di hashish e marijuana è indispensabile avviare una politica di contrasto alla cultura del tanto è solo uno spinello? E’ così difficile capire che passa proprio dalla diffusione di un pensiero critico sulle droghe leggere – ALMENO FINO A QUANDO LE LEGGI RESTANO QUESTE – un primo consistente passo di antimafia sociale, di antimafia dal Basso? Non sono il primo a dirlo, sono forse il meno autorevole a ricordarlo, ma se non esiste il coraggio di aggredire i clan in quel che hanno di più caro e prezioso – Cassa Corrente e Controllo del Territorio – certe battaglie non si vincono. Non si possono cominciare neanche.

Nella prossima settimana, con dei brevi focus su ciascuno degli aspetti di forte pericolosità criminale del fenomeno, proverò a tratteggiare un quadro più esaustivo dei problemi “sul tavolo”. A voi lascerò le conclusioni.

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