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Gli attentati non si fermano nel foggiano

A chi crede che esistano Mafie con la maiuscola e mafie minuscole e di terza classe, andrebbe ricordato che in Italia, da ormai un anno, c’è una trincea ben delineata sulla quale si stanno scontrando le amministrazioni e la criminalità organizzata. Una trincea che taglia a metà la provincia di Foggia, dividendo nettamente chi sta dalla parte della legalità da chi è convinto che il “bene comune” e l’amministrare siano faccende da gestire con metodi e logiche criminali.

Di Foggia abbiamo già parlato. Ma è triste dover ammettere che non si riesce a finire di scrivere un articolo, che si deve correre ad aggiornare quello che si è messo nero su bianco. Perché questa battaglia continua non si ferma.

Un mese fa, ormai, è toccato al sindaco di Poggio Imperiale, Alfonso D’Aloiso, che s’è ritrovato il muro di casa imbrattato da vernice grigia ed una molotov all’uscio. Il sindaco, in quel momento, non era in casa.

103625951-18552d99-eb6c-4b93-9c5e-deeeed90b9f5E’ un contatore triste, quello che ci si trova ad aggiornare e mandare avanti di settimana in settimana. La conta delle amministrazioni di trincea si aggiorna. E con questo crescere degli attentati, delle intimidazioni, delle “avvisaglie” ci ritroviamo a fare i conti con una realtà, quella foggiana, che si sta facendo giorno dopo giorno sempre più feroce. Determinata ad imporre la propria volontà su una provincia che è terribilmente appetibile. Perché povera, eppure ricca di enormi potenzialità per chi abbia voglia di investire o riciclare. Perché caratterizzata da una economia che storicamente si è sempre trovata a fare di necessità (criminali) virtù, soprattutto nel settore trainante dell’agricoltura. Perché ancora poco attrezzata, sul fronte giudiziario, per una lotta serrata e profonda ai sistemi criminali.

Perché arrivassero i “Cacciatori di Puglia” s’è dovuta aspettare la strage. E poi si è lavorato per la Direzione Distrettuale Antimafia. Ma è evidente dagli arresti, dai sequestri, dallo stillicidio di aggressioni, conflitti a fuoco, ferimenti, agguati… E’ evidente che la situazione si fa di giorno in giorno sempre più esplosiva. Anche perché, sempre di più, gli interessi in ballo crescono e si diversificano. E mutano ad horas i panorami e gli scenari operativi.
Col contrasto al caporalato ed il controllo serrato sulle comunità migranti, molte delle organizzazioni che attorno a quel settore si raggrumavano hanno preferito tornare ai vecchi business. Ed è chiaro che, in una sola provincia, lo spazio sta cominciando a farsi sempre più piccolo. I traffici e le zone di influenza si sovrappongono. I clan della piana tornano ad aggredire la città. E sulle montagne, la faida non si ferma. Se a questo si aggiunge che chi aveva ricominciato ad affacciarsi sul territorio di Manfredonia e del Golfo sta tragicamente cercando nuovi spazi per evitare la concorrenza dei clan della montagna, ci rendiamo conto immediatamente che il “mix” è davvero instabile.
Tempo fa ricordavamo quanto i clan del Gargano siano ancora in una fase di violenta effervescenza. Oggi ci troviamo a dover ricordare che, però, questa non è solo una guerra che questi criminali combattono tra loro. Perché – l’attentato al sindaco sembra dimostrarlo – è anche contro le amministrazioni, contro chi è chiamato ad imporre e far rispettare le regole, che queste cosche si scagliano.

I Sindaci del foggiano non possono e non devono essere lasciati da soli!

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Sul Gargano si spara ancora…

No, non abbiamo fatto in tempo a finire di ragionare di una apposita direzione distrettuale antimafia. E non abbiamo nemmeno fatto in tempo a mettere benzina nei serbati di tutti i mezzi a disposizione dei Cacciatori di Puglia. Sono cambiati i Ministri… Ma l’emergenza rimane. E l’emergenza si chiama Mafia del Gargano. Letto bene: Mafia. Non l’indistinta masnada di pecorai e mandriani dediti all’abigeato ed alla faida in salsa di tragedia greca. 084059911-c3e47657-eeae-4777-9bc7-525866db5854Non i clan di montanari, che si ammazzano e si abbattono come bestie per mere questioni di pascolo. No: l’emergenza si chiama Mafia. E quella del Gargano non è seconda a nessuno. E – chiariamolo subito – con quella della città di Foggia – che si chiama Società – e con la Mala del Tavoliere, quella che imperversa nel sanseverese e nel cerignolano, con gruppi distinti e separati, non ha nulla a che vedere.

Quella del Gargano è una Mafia a se stante. Ha i suoi riti ed i suoi codici – quelli, sì, forse ancora arcaici e legati ai tempi che furono, ai tempi in cui quelli che animavano la criminalità dello sperone erano pastori che si contendevano a fucilate greggi e pascoli, perché quella e solo quella era la ricchezza in quelle terre. Quella del Gargano, però, è una mafia che è cresciuta e si è innovata. Moltissimo, soprattutto negli ultimi venti o trent’anni. Innanzitutto con un progressivo affrancamento dal suo primo nume tutelare: Raffaele Cutolo. Ed in seconda istanza, con una cosciente e pervicace politica di autarchia ed indipendenza dalle altre consorterie criminali tanto pugliesi quanto nazionali. I clan del Gargano nella Sacra Corona Unita ed in tutto quello che sarebbe venuto dopo non vollero mai entrare. mafia-gargano-omicidi-2-1132x670E tennero alla porta anche gente come Giosuè Rizzi, il padrino più autorevole della provincia, il fondatore della Società. I clan del Gargano hanno sempre fatto storia a sé, sviluppando un mercato a domanda chiusa che si orientava su due traffici precisi: sigarette e stupefacenti. Ed in paesi e comunità piccoli, chiusi, difficilmente raggiungibili e tragicamente scollegati dal resto della provincia e della regione, hanno imposto regole e mercati, fatto i prezzi e governato lo scambio. Mettendo da parte, in brevissimo tempo, cifre astronomiche.

Quando sono stati forti davvero di un margine economico invidiabile, poi, i clan hanno fatto un vero e proprio salto di qualità, puntando dritti ad economie precise: quelle turistiche. E coi soldi hanno infiltrato amministrazioni e tessuti imprenditoriali, garantendosi il diritto all’ultima parola sullo sviluppo turistico di un intero comparto. Arrivando, quando le cose non andavano come loro disponevano, anche a minacciare le istituzioni, colpire i sindaci e gli amministratori. Oppure mettere letteralmente a ferro e fuoco una provincia. Con l’arma oscena e distruttiva dell’incendio doloso, della distruzione dei boschi, del governo violento sui pascoli. Ed hanno imposto radici e regole così salde al loro territorio, che alla fine anche gli altri gruppi criminali, inizialmente considerati più forti, autorevoli e capaci, hanno dovuto abbandonare il campo. Non c’è un camorrista campano nemmeno a pagarlo, sui monti del Gargano. Nè vi s’azzardano a sconfinare i gangster di San Severo o di Cerignola. Perché i montanari hanno anche sviluppato la rara capacità di fare sistema anche quando alle spalle hanno guerre, faide, sangue scorso. E fanno sistema ogni qual volta una minaccia esterna incombe. Tanto da essere arrivati, alla fine, anche ad invadere territori differenti. L’importante è che si dimostrassero attrattivi, vantaggiosi. Guardiamo Manfredonia? E’ solo un esempio.

imagesBene, a tutti quelli che sono convinti che basti la semplice presenza dello Stato e di un reparto carabinieri come quello dei Cacciatori di Puglia, per scoraggiare quella che ancora, in troppi, leggono come una masnada di montanari, mi auguro basti una scorsa ai giornali della passata settimana. Ed una attenta lettura di tutti i pezzi che hanno parlato del blitz contro le batterie di Monte Sant’Angelo. Leggete le intercettazioni ambientali, cercate le ricostruzioni degli agguati. E guardate alla spregiudicatezza ed al potere militare dei gruppi smantellati. Considerate che si tratta di gruppi cui già lo Stato aveva mozzato la testa, incarcerando i vertici di entrambi i sodalizi.

Chiedetevi se alla luce di questi fatti, davvero si possa parlare di una masnada di pecorari e di montanari. O se davvero, anche a Foggia e con la massima urgenza, non sia il caso di intervenire per dotare le forze dell’ordine e la magistratura di tutti gli strumenti necessari a fronteggiare vere e proprie organizzazioni criminali, vere e proprie Mafie… e non solo sorelle minori.

La “Quarta Mafia” non esiste!

Provocatorio, come titolo? Decisamente. E me ne assumo la responsabilità. Purtroppo, per smuovere gli stagni, a volte, è necessario lanciare un sasso. Ed allora lanciamolo, perché lo facciamo a ragion veduta. Prometto: è l’ultimo post programmatico che vi impongo. Credetemi, però, è davvero necessario.

In Puglia non esiste una sola Mafia. E quindi parlare di Quarta Mafia, quando si ragiona di Puglia, è profondamente scorretto.
La Quarta Mafia, come struttura unica, è esistita solo sulla carta per un brevissimo periodo. Peraltro, solo dietro le sbarre dei carceri di Bari, Trani, Port Azzurro. La Quarta Mafia, conosciuta come Sacra Corona Unita, è già stata processata e riconosciuta come associazione a delinquere semplice, peraltro senza che ne fosse provata la mafiosità, nel lontano 1985. E da allora non esiste più. Non solo per diritto, ma anche nei fatti. Per le strade, nelle carceri, nelle nostre città.

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In Puglia, già dal 1985 e quindi ben prima che se ne cominciasse a parlare e ragionare, la Quarta Mafia già non esisteva più. Questo, ovvio, non vuol dire che non esista mafia in Puglia. Tutt’altro. Di sistemi criminali mafiosi, nella nostra regione, ne esistono almeno tre. Ben distinti tra loro. Ciascuno col proprio ambito territoriale di competenza. Ciascuno con le proprie logiche, i propri rituali, le proprie vocazioni. Ciascuno con un nome ed una struttura propria, differente dalle altre. Eppure, per sciatteria, disattenzione, mancanza di approfondimenti, spesso per una curiosa forma di sensazionalismo che si nutre di un interesse “mordi e fuggi” tanti continuano ancora ad usare, per la Puglia, termini come Quarta Mafia o Sacra Corona Unita. Come se bisognasse confrontarsi con una struttura unica. Con un nemico solo.

Non sono bastati quarant’anni di occasioni mancate, nella lotta ai sistemi criminali organizzati pugliesi, per capire che la definizione di Quarta Mafia è stata un’arma potentissima nelle mani delle mafie pugliesi per radicarsi al meglio e sfuggire con facilità alle maglie della giustizia. Ancora oggi, ancora in Commissione Antimafia, ancora nelle Prefetture, nelle Commissioni Regionali e sulle colonne dei quotidiani più autorevoli, non si smette di ragionare di mafie pugliesi in termini unitari. Ancora oggi si continua a sbagliare. Si continua ad accomunare la Mafia del Gargano alla Camorra Barese, la Società Foggiana alla (nuova) Sacra Corona Unita che opera nel profondo Salento. Ancora oggi si crede che chi da Napoli investa a Gallipoli lo faccia col benestare di una struttura unica che sovrintende ai traffici illeciti di una regione intera. Oppure, si è portati a credere che i cartelli albanesi, quelli che movimentano centinaia di tonnellate di marijuana sulle nostre coste, lo facciano in nome di una alleanza di cartello che vede, sulle nostre coste, un riferimento unitario. Davvero, niente di più sbagliato!

La speranza, con questo modesto ma costante contributo, è che si cominci, una buona volta, a ragionare in profondità di queste mafie così pericolose, moderne e spregiudicate. Prima che altre occasioni finiscano per essere mancate ed altre opportunità perse.

Si comincia…

Benvenuti. Oggi vede la luce questo blog, con la voglia e l’ambizione di occuparsi di Camorra Barese dal punto di vista storico e sociologico. E’ quel che faccio, ormai da cinque anni buoni, sui giornali che ospitano i miei contributi. O nei libri che scrivo. Oppure, in modo per me anche molto più stimolante, durante le attività di formazione che svolgo assieme a giovani e meno giovani, a Bari e non solo.
Credo, però, sia arrivato il momento di creare un contenitore dove tenere assieme le mie riflessioni, le analisi, le ricostruzioni che continuo giorno per giorno a tracciare, sul fenomeno. Anche perché, presto – meglio dire finalmente – sarà pubblicato un mio libro che, come titolo, ha lo stesso di questo blog: La Camorra Barese. Ed è giusto che, di pari passo, sia possibile sostenere la diffusione di quell’opera con un contenitore che non sia solo “promozione e marketing”, ma anche e soprattutto rilancio costante della questione, dell’analisi, della ricostruzione. Perché ad una storia non si può mai, davvero, scrivere la parola fine… E perché ogni lavoro di ricostruzione storica deve essere aggiornato, alimentato, nutrito delle nuove osservazioni e delle nuove riflessioni che i tanti futuri possibili di quella vicenda hanno occasione di portare con sé.

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Mi piacerebbe, allora, dire che oggi quel che si apre è un luogo di osservazione, studio e discussione non solo sul fenomeno della Camorra Barese, ma anche uno spazio in cui poter ragionare in modo consapevole di mafie pugliesi. Al plurale, perché sono almeno tre, tutte diverse tra loro. Ragionare di come la (nuova) Sacra Corona Unita si sia trasformata nel decenni. Di come, lontana dalle cure e dalle attenzioni di chi la volle e la fondò, abbia mutato pelle, recuperando uno spirito originario. Differente, più spontaneo e disarticolato. Quasi campanilistico, ma non per questo meno pericoloso. Oppure, credo sia opportuno poter avere un luogo dove analizzare quel che sta succedendo tra i monti del Gargano, dove i rappresentanti delle Istituzioni, quotidianamente, si scontrano con la criminalità di montanari fin troppo moderni, oppure nelle città della Piana del Tavoliere, dove alle questioni storiche del traffico di droga e di armi, ormai da un decennio, si sono saldate quelle ancor più preoccupanti del caporalato e del governo sui flussi di migranti.

Soprattutto, mi piacerebbe dire che oggi nasce anche un luogo di incontro di esperienze, di competenze, di realtà, accomunate dall’interesse per i fenomeni criminali organizzati. Un luogo in cui realtà diverse possano confrontare i propri vissuti e le proprie chiavi di lettura. Con l’ambizione di poter anche fare rete, per praticare anche in un luogo che virtuale lo è sempre meno, quella Antimafia Sociale che a me piace chiamare Antimafia Dal Basso.

Ancora Benvenuti…