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Carabinieri alla Manifattura Tabacchi

No, non è il titolo di un film. E’ l’altro augurio sincero che da queste righe facciamo al sindaco Decaro. Si riflette da anni sul quartiere Libertà. Da anni, proprio da queste pagine, continuiamo ad attirare l’attenzione su un pezzo di città che è periferia e marginalizzazione pur essendo perfettamente integrato con il resto di Bari, tanto da essere addirittura contiguo al Salotto Buono del quartiere Murat. Da anni si riflette anche su tutta una serie di beni comuni, presenti nel quartiere, che hanno potenziale rigenerativo e hanno di sicuro bisogno di un generale ripensamento che li renda centrali proprio nell’operazione di rigenerazione urbana e di ricucitura del tessuto cittadino.

Gli edifici della ex Manifattura Tabacchi sono questo. Sono la grande sfida di rigenerazione e di rinascita del quartiere. Almeno, così vengono da tempo dipinti.

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Ecco, da anni si ragiona sulla collocazione di uffici di agenzie come “Porta futuro”. Si era anche proposta la possibilità che parte degli edifici potessero ospitare realtà operative di ricerca – su questo però il CNR, interpellato, non si è dimostrato davvero entusiasta. Uno dei progetti più concreti e fattibili, invece, riguarderebbe la creazione, all’interno della struttura, di un presidio fisso dei Carabinieri. Anche per incontrare le esigenze manifestate da tanti cittadini che sperimentano una condizione di insicurezza costante e chiedono risposte all’amministrazione.

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Anche questa è ricucitura. E si manifesta in un intervento concreto.
Che parte di una struttura venga riutilizzata per garantire ad un pezzo di città un presidio di legalità e sicurezza è un bene, solo un bene. Ed è un’ottima notizia che proprio ad inizio d’anno se ne torni a parlare, dopo gli studi di fattibilità del 2018, affermando che la pratica corre ormai spedita e i sogni possono trasformarsi in realtà.

Attenzione, però. Attenzione a non pensare che basti delegare alle forze di sicurezza e legalità tutto il lavoro. Un presidio come una caserma dei Carabinieri è il minimo sindacale, quando si parla di quartieri degradati, ad alta densità criminale. Il rischio, però, è che si acchiappi il coltello dalla lama invece che dal manico. Perchè, nella percezione di blocchi sociali già feriti da esclusione e difficoltà concrete legate a povertà, carenze di welfare, all’accesso alla cultura, limitarsi alla blindatura attraverso una caserma E SOLO UNA CASERMA rischia esclusivamente di esacerbare gli animi. Rischia di avviare un percorso emotivo in cui gli esclusi cominciano a percepirsi anche come “i pericolosi”, gli “indesiderati”. E non è questo che si vuole.

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Allora l’augurio non è solo quello che nella Manifattura Tabacchi arrivi finalmente quel presidio di legalità indispensabile a ripristinare le regole del vivere sereno e civile…
L’augurio più grande è un altro: assieme ai lavori per quella caserma, vada spedita anche  una progettazione concreta che renda parte di quei locali non tanto e non solo una porta per il futuro, ma anche e soprattutto una stanza per il presente. E questo presente significhi: presidio sanitario di prossimità, nido e doposcuola sociale, centro di ascolto.
Perchè assieme alla sicurezza dal crimine, i cittadini di quel quartiere, tanti di loro, hanno bisogno di sicurezza nel crescere i propri figli lontani dalla povertà, dall’esclusione culturale, dal degrado. Ed è necessario assicurare dalle basi ottimi standard di sanità e istruzione, prima di ogni altra cosa. Farlo in un luogo che è così centrale, nel punto più problematico del quartiere ed è così “tela bianca”, ancora nella caratterizzazione di tante sue parti, sarebbe un ottimo modo di rammendare strappi vecchi di sessant’anni, nel rapporto tra quel quartiere ed il resto della città.

Buoni propositi da augurare

C’è un concetto che è un po’ il filo rosso che tiene assieme tutta la mia recente produzione. E un po’ tutte le chiacchierate che animano i dibattiti e le presentazioni che faccio – dei miei lavori e di quelli di colleghi.
Ricucitura: il concetto è questo. Ricucitura: una bella parola, almeno per me.
Una parola che prova a tenere assieme storie, narrazioni e più concretamente pezzi, con un lavoro di rammendo che richiama anche una cura antica – anche reminiscenza di affetto. I pezzi di cui parliamo, le narrazioni, sono quelle di una città e di una cittadinanza. I pezzi sono i quartieri di Bari, le narrazioni sono le vite, le storie, singolari e collettive, dei tanti corpi sociali di questa città.

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L’anno comincia con una brutta notizia, a Bari. Va a fuoco l’edificio che ospitava i mercati generali del Quartiere San Paolo. Un luogo simbolico e concreto fondamentale per la comunità di quel quartiere. Da un lato presidio concreto e tangibile di un intervento pubblico – seppur tardivo, rispetto alla consegna del quartiere e all’inizio di quella narrazione. Dall’altro, esso stesso, narrazione di un pezzo concreto di storia collettiva che intreccia e tiene assieme – come un nodo, come un hub – frammenti innumerevoli di innumerevoli narrazioni singole e private. E qui parliamo di ricordi, storie, vite: quelle di chi ci ha lavorato, quelle di chi ci ha comprato, quelle di chi ci passava ogni giorno e quelle di chi, quel luogo, lo riutilizzava e viveva in maniera differente. Come luogo di incontro, come povero “centro” in sedicesimi per una comunità che continua a sentirsi esclusa da Bari, tanto da continuare a dire “Vado a Bari” invece che “Vado in centro”.
Bene: quel mercato è stato parzialmente distrutto da un incendio. E ora avrà bisogno, davvero, di interventi pubblici seri e consistenti. Immediati. Non procrastinabili. Perché quanto prima quel luogo deve ricominciare a vivere e animarsi. Deve tornare ad essere hub, nodo, di narrazioni, esistenze, vite. E deve ritornare a vivere anche come luogo di lavoro, di commercio, di vita, per un quartiere che per molti anni, addirittura, non ha nemmeno avuto negozi al piano stradale dove poter declinare autonomamente lo scambio di sussistenza minimo – quello del genere alimentare minuto.
Ricucire è anche e soprattutto questo. Di più, però, ricucire deve essere anche, per forza, dare un follow up concreto a quell’intervento di ricostruzione. Deve essere un impegno reale di cura costante di un luogo comune, di un bene comune, di una narrazione collettiva. Perchè, molto probabilmente, è anche una costante sciatteria ed una mancata cura quotidiana, la sciagura alla base di questo incendio.
Ricucire: non solo rimettere in piedi, ma continuare a curare.
Rinsaldare i punti di cucitura con tempistiche e modalità certe, attraverso l’aggiornamento degli impianti, la presenza di un presidio di legalità e sicurezza costante, il sostegno al mondo del piccolo commercio ambulante e fisso.

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Eccolo un augurio per Antonio Decaro. Trovare le quadre di bilancio per intervenire sul mercato del San Paolo prima che in qualsiasi altro luogo. Subito. Perchè i fili delle narrazioni non si dissolvano sfilandosi da un nodo bruciato. E assieme alla grana, trovare il coraggio di derubricare, in questo momento, qualsiasi altro intervento, con uno sforzo di buona amministrazione enorme. Perchè il San Paolo, come tutte le periferie di Bari, ha bisogno di ritrovarsi parte di un abito, di una narrazione. E ne ha bisogno quanto prima… perché certe ferite nuove riaprono sofferenze vecchie. E portano con sé quella sensazione di esclusione che nessuna narrazione urbana merita mai.

CEP – San Paolo: qualche riflessione

Molto interessante, da recuperare, il dibattito nato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Bari, venerdì scorso. Un confronto a più voci sul tema della rigenerazione del quartiere Cep – San Paolo. Una rigenerazione che è stata di sicuro urbana e strutturale, ma non può decisamente definirsi compiuta in termini culturali.

In realtà, modestissimo parere di chi scrive, parlare di rigenerazione per un quartiere che solo negli ultimi anni ha potuto sperimentare a pieno quella che avrebbe dovuto essere inizialmente la sua forma e la sua dotazione strutturale di servizi, pare leggermente inappropriato. Forse converrebbe parlare di una esperienza, per il San Paolo, non tanto di rigenerazione, quanto più che altro di forma ormai pressoché compiuta. Possiamo magari chiederci se l’upgrade delle strutture e dei servizi, aggiornati al tempo presente, non sia poi in fin dei conti una rigenerazione. Ma non possiamo non partire da questo dato, nel leggere il San Paolo: il quartiere, solo negli ultimi quindici anni, può davvero definirsi completo e pressoché autosufficiente. Con un ritardo di cinquant’anni che, lo si voglia o no, le nuove generazioni le ha segnate.

Interessante il passaggio che si fa su un discorso più profondo, che attiene alle narrazioni di quel luogo come Comunità, più che come semplice Quartiere. Si parla finalmente di ricucitura. Ed è un bene! Finalmente. Perchè fermarsi al dato semplice e strutturale di una rigenerazione urbana limita i campi d’intervento a quello estetico funzionale, limita le scienze in campo a quelle dell’urbanistica. E facendo così, ancora una volta, taglia fuori dalla discussione il protagonismo delle persone, delle loro narrazioni individuali, familiari, di vicinato, collettive. Fermarci al rigenerare, guardando alle strutture ed all’hardware che fa funzionare un quartiere, non vale a ricucire quello strappo profondo che, dalla periferia, lacera ancora una comunità intera, una comunità che pesa più di 30mila residenti. Sì, il San Paolo – CEP è un pezzo di città da ricucire al resto. Indicativo come i residenti, ancora, parlino del centro come di una città diversa, distante. Ecco: ricucire significa colmare quella distanza. Che non è solo fisica, ma continua ad essere anche interiore.

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Più ancora, ricucire quella distanza significa cominciare a sanare un peccato originale che vizia il CEP dalla sua nascita: quello dello strappo profondo e lacerante tra pezzi interi di comunità e famiglie. Strappo che ha generato, piaccia o no, in quel luogo, tutte le condizioni perchè la disperazione si trasformasse in delinquenza di sopravvivenza, prima, ed in camorra dopo.

Che fare? Si riflette e tanto sulla necessità di creare aspettative e protagonismo positivo, di sostituire le parole dell’assistenza – troppo passive – con quelle del sostegno, dell’accompagnare, del prendere coscienza e adoperare strumenti sociali nuovi. Certo. E Bene! Si parla del lavoro, quello buono, formante. Quello che per sua stessa natura è capace innanzitutto di garantire diritti e libertà, di generare consapevolezza e spirito critico, prima che mero reddito – che sarebbe comunque già qualcosa.
Questo è il fine. Questa è e deve essere la stella polare di un percorso chiaro e preciso. Un percorso che ricucia attraverso l’inclusione. Innanzitutto nel mondo dei diritti e del lavoro, della cittadinanza attiva e soprattutto consapevole.

Allo stesso tempo, però, sia chiaro: in quel quartiere esistono emergenze che vanno guardate in faccia con serenità, certo, ma anche con fermezza. E su questo una risposta concreta, reale, quel confronto, così come riportato, non la da. Rigenerazione, ricucitura, lavoro, cittadinanza attiva. Sono al tempo stesso ricette ed ingredienti indispensabili. Prima, però, è necessario investire forze ed energie in percorsi concreti di legalità. Che passino tutti, nessuno escluso, da una lotta ferrea e senza quartiere alle storture che cinquanta e più anni di amministrazione distorta di quel pezzo di città – più che distorta, criminale – hanno generato.

Piaccia o no, prima di tutto ci sono i clan da combattere.
Indispensabile, per esempio, è ricominciare ad avere un controllo capillare e reale sulle logiche di assegnazione e redistribuzione degli alloggi popolari. Perchè la casa è un diritto, concreto quanto il lavoro. E se continua ad essere, soprattutto per i gruppi sociali più marginalizzati, un “fatto” apparentemente nelle mani di pochi, pochi ma precisi, poi è difficile parlare di diritti, inclusione, lavoro. Perchè anche al CEP le case, alcune case, continuano a gestirle i clan.
Se non si comincia realmente e in profondità ad incidere sul modo concreto con cui i clan affermano il proprio predominio sul quartiere, diventa difficile, domani, sviluppare tutta un’altra serie di percorsi. Parimenti, piaccia o no, proprio al CEP-San Paolo, e molto presto, è necessario procedere ad una operazione di bonifica reale delle piazze di spaccio. Perchè è anche attraverso quelle che un clan si garantisce consenso e controllo. Oltre a diffondere, nella gente e nei giovani, la consapevolezza di poter offrire una alternativa concreta e redditizia alla disoccupazione. In questo, duole dirlo, complice è anche tutto un modello culturale che ha ormai da anni derubricato il consumo di droghe leggere a fatto di costume. Il CEP, a Bari, è attualmente la terza piazza di spaccio più grande. Rifornisce un mercato autarchico e assieme assicura un punto all’ingrosso strategico per molti gruppi criminali della provincia. Soprattutto per lo stupefacente leggero. Ed in questo percorso di affermazione criminale forgia generazioni sempre nuove.

Ragioniamo su tutto, facciamolo in modo costante, cosciente, anche creativo. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono emergenze reali da fronteggiare. E per quelle emergenze, purtroppo, nel brevissimo periodo la ricetta non può che essere quella deputata a magistratura e forze dell’ordine. E questo non per amore delle derive securitarie, ma per mero, indispensabile realismo. Ogni percorso di rammendo, ricucitura, rigenerazione, costruzione reale e concreta, non può essere pensato e declinato se non nel medio e lungo termine. In una finestra temporale che, piaccia o no, permette alle logiche dei clan di essere ancora quelle che offrono i “modelli vincenti”. E permette a quelle famiglie criminali, sempre le stesse, di estendere il proprio controllo e costringere alla propria narrazione anche figure fino ad ora “insospettabili”. Quei famosi ragazzi di famiglie finora estranee alle narrazioni di camorra che, impoveriti da una situazione che non offre casa, lavoro, formazione, certezze, finiscono per aderire a modelli che, invece, offrono una soddisfazione concreta e molto più rapida a bisogni altrettanto concreti. Offrono l’alternativa, concreta e praticabile. Se non svuoti le case da chi le occupa in nome e per conto dei clan, se non riconsegni le piazze e le strade ala legalità spezzando le gambe allo spaccio… Non ci sarà mai tempo per radicare percorsi di ricucitura, anche i più performanti.

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E’ un esempio che faccio spesso. Chissà perchè, i ragazzini dei quartieri, dal San Paolo al Libertà a Bari Vecchia, lo capiscono subito. Ci sta uno che non lavora. E ogni settimana si cambia le scarpe. Gucci, Luìuittò come dicono loro, Paciotti. Tutte originali. Io quelle scarpe le voglio, anche solo per fare lo stile. E lui mi spiega che se faccio come fa lui, se vivo come lui, pure io me le potrò comprare. La professoressa, il parroco, se hanno tempo e voglia mio padre e mia madre, mi dicono che un giorno me le potrò comprare pure io se lavoro. Ma il lavoro dove sta? Quello delle scarpe non lavora ma ha una casa. E  ha un amico che la casa te la trova. E certe volte ti trova pure il lavoro. Mia madre, mio padre, il parroco, la scuola… tutti fessi e bugiardi. Vado da quello a capire bene come si fa!

(tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Katia Moro e sono tratte da un suo reportage per Bari Inedita)

 

Salvini al Libertà? Parliamone!

salvini a bari (3)Detto questo: due note importanti a margine di una riflessione. Ci apprestiamo a vivere una brutta campagna elettorale a Bari se Romito sarà davvero il candidato del CDX. Per una banalissima, semplicissima ragione. Quel comizietto era a due passi dal vecchio Tribunale. Un politico che parla di agenti in più per contrastare l’illegalità – di qualsiasi colore essa sia – è evidente, ignora le più banali regole della vita democratica. Oltre che la giurisprudenza ed il funzionamento base dell’apparato penale e repressivo. L’emergenza, a Bari, non è il controllo del territorio. Ma l’impossibilità di processare e l’enorme difficoltà con cui si procede alla parte burocratica e fascicolare delle indagini. E – piaccia o no – in uno stato di diritto come il nostro… Beh… è di un tribunale efficiente in primis che c’è bisogno. Visto che di agenti, a Bari, ce n’è! Terrificante corollario di questa prima riflessione? Accanto al bamboccione cui si cuce addosso il lavoro di candidato sindaco, c’è un signore che è Ministro degli Interni. Primo deputato alla gestione della SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO. Che sia lui, in prima persona, megafono di baggianate simili, a Bari, dove la giustizia è terremotata, la procura cade a pezzi e gli uffici sono uno spezzatino… ATTERRISCE. Vanno in secondo piano – vi prego di cominciare a metterle in secondo piano tutti – le considerazioni sulla retorica del razzismo all’incontrario o del “bianchirossiverdinerigialli”. E’ la retorica vincente – VI PIACCIA O NO – che parla alla pancia tranquillizzandola e dicendole: “Ci sono qui io a dirti come non sembrare il razzista che sei!”. E’ lo stesso meccanismo con cui si conia la parola orco o mostro perché non si accetta di avere dall’altra parte un uomo. Si chiama rimozione. Si chiama Mitopoiesi del male. Si chiama “retorica staliniana”.
093336673-395ca0d4-336e-41d5-9fd4-7bb462e01dd6La cosa più importante, però, come promesso, sta alla fine. Quella che deve premere di più, che deve essere maggiormente considerata. Al netto di qualsiasi altra riflessione, c’è da sottolineare un grande assente. Va rimarcato un terrificante vocabolo taciuto, nel discorso di Salvini come degli altri due. Avete sentito per sbaglio la parola mafia? La parola mafioso? La parola Camorra? Erano al Quartiere Libertà, dove da anni l’emergenza è la presenza sul territorio delle centrali direzionali delle cosche più agguerrite e pericolose che la città di Bari abbia mai conosciuto. Una menzione? Sentito qualcosa? NO! E non posso credere che un Ministro degli Interni non sappia. Il problema, per loro, è portare a casa risultati apparenti che non mettano in discussione il “quieto vivere” del barese medio. Non lo mettano di fronte alle proprie contraddizioni. Ecco dunque sparire la Camorra Barese. Ed ecco sparire l’altro grande problema del Libertà: l’abusivismo. Perché anche di quella stramaledetta sospensione del “diritto” che avvolge case, proprietà, certezze non si è parlato. Ed è anche quella che permette all’esclusione ed alla marginalizzazione di tanti – soprattutto IMMIGRATI REGOLARI – di apparire devastante. Perché se campi in un container, sconosciuto alla larga parte degli uffici comunali e delle amministrazioni, che ti piaccia o no, non solo appari, ma SEI marginalizzato.
Riflettiamo tanto, su quello che si dice e su come lo si dice. Ma vi prego, sempre, dopo, fermiamoci anche a riflettere su quello che non viene detto, che viene taciuto. Spesso, quasi sempre, è più importante!