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La paura si nebulizza.

Ancora quartiere Libertà: lo abbiamo spiegato ieri il perché.

Abbiamo provato a chiederci se la categoria di “liquidità” come stato della paura possa ancora essere considerata calzante ed attuale per la nostra città. E abbiamo dovuto convenire che di sicuro è stata adeguata, come definizione, almeno fino a qualche anno fa. Dobbiamo rivedere questa certezza. Alla luce di alcuni fatti importanti che vanno segnalati. Perché alcuni anni sono bastati, davvero. E le cose sono drasticamente cambiate.

Guardiamo alla criminalità organizzata, innanzitutto. Del resto è la vera emergenza del quartiere. Almeno, una delle tre che abbiamo scelto come vetrino di confronto.
La criminalità è molto cambiata. Negli ultimi cinque anni più che mai. Libertà resta la centrale operativa della Federazione. Eppure, la scopriamo luogo conteso, tra Strisciuglio (in qualsiasi delle loro denominazioni presenti nel quartiere) e gruppo storico dei Mercante. Homini novi contro vecchi senatori della Camorra barese, vecchi padri fondatori. Ed infatti, negli ultimi sei anni, il Libertà ha convissuto con uno stato di guerra permanente – e neppure troppo a bassa intensità – per il predominio criminale sul territorio. Nulla di nuovo, rispetto a quello che dicevamo ieri? Non proprio. Perché le guerre hanno sempre un vincente ed un perdente. E perché la storia, quella da tramandare in alcuni contesti, solitamente è quella che scrive chi ha vinto. E se un vincente può essere identificato, negli ultimi cinque anni, al Libertà, beh questo è il blocco che fa capo alla Federazione Strisciuglio. Perché è quello che si è imposto militarmente sull’altro. E perché, per alterne vicende processuali, attualmente è quello che ne è uscito meno malconcio, dalla guerra in Aula con la Giustizia. E se è vero che sono i vincenti a scrivere una Storia, proponendo ed imponendo i propri modelli, allora è anche vero che le generazioni nuove di malavita, i millenials della Camorra, al Libertà hanno già pronto un imprinting che disconosce da subito i modelli storici della criminalità barese, quelli granitici e solidi. E ne sposa di nuovi, più liquidi. Al contempo, però, innovandoli. Non dimentichiamocelo: i millenials della camorra, oggi, hanno già passato un apprendistato almeno, al Libertà. Ed assistito già a due guerre. Hanno modelli che spesso non hanno neppure il doppio dei loro anni. Con questi modelli sviluppano una continuità di pensiero, relazioni, emotività, strumenti, molto più forte di quella che svilupperebbero con un “vecchio” di camorra. Cosa ancora più grave e preoccupante, dettaglio che ci fa capire come anche la liquidità sia inadeguata, applicano le lezioni e le perfezionano, le aggiornano.

I-funerali-di-MesutiE’ di qualche giorno fa la notizia della diffusione di un nuovo, pericolosissimo passatempo tra i giovanissimi di Camorra: la sfida a colpi di sgasate, a cavallo di moto rombanti, per le strade del quartiere. A margine, un giro di scommesse clandestine. Attorno un sistema rodato per garantire che queste attività si svolgano senza che nessuno disturbi. Cos’è questa, che ormai è tradizione ed abitudine consolidata, se non una forma ancora più gassosa di controllo del territorio? Pochi anni fa, un fatto aveva sconvolto la comunità: un cittadino albanese, Florian Mesuti, in visita a Bari a degli amici, solo perché intervenuto in difesa di un ragazzino che conosceva, aggredito durante una rissa di strada, era stato letteralmente giustiziato. Per la strada, tra la gente. Colpevole, col suo intervento, di aver messo in discussione l’autorità criminale di un gruppo di ragazzini – secondo la Procura capeggiati da uno dei figli del boss Caldarola. Ed infatti, a processo per quell’omicidio, il fratello maggiore di quel ragazzino sarà riconosciuto colpevole di omicidio e si prenderà 14 anni; il primogenito di Lorenzo Caldarola. Quell’omicidio, l’esecuzione di un uomo estraneo alle logiche ed alle strutture della malavita, giustiziato solo perché aveva messo in discussione una autorità differentemente costituita, era già da solo la testimonianza di quanto ormai la malavita non fosse più un blocco granitico, fermo in un punto, lontano dal quale si può vivere tranquilli. No, la malavita, al Libertà, con quell’omicidio barbaro, testimoniava come potesse raggiungere altri luoghi, altri contesti, normalmente estranei ad un mondo. Normalmente al sicuro. Passare sotto le porte, incunearsi, proprio come fanno i liquidi. Le corse in moto come strumento criminale di appropriazione di un luogo sono un passo ulteriore. Perché eliminano anche le ragioni di un contatto. Florian Mesuti era morto perché la “camorra” ormai invadeva gli spazi di un vivere civile, inquinava i rapporti tra pari, modificava le linee gerarchiche… e però, Florian Mesuti, con quello schiaffo dato ad un ragazzino di camorra in difesa di un ragazzino estraneo a quel mondo, aveva scelto di entrare in contatto con un mondo. Aveva messo il piede nella pozza della Camorra. Inconsapevolmente aveva scelto di confrontarsi con un mondo che aveva delle regole. I motorini che rombano, le ronde che chiudono le strade, i centauri che se ne fregano se qualcuno attraversa… quelli già da soli valgono a dire che la scelta è solo tra “vivere” un luogo dove la Camorra, quel che deve far Paura, è nell’aria. Oppure non viverlo, perché si smette di respirare. Ecco perché, forse, a guardare il Libertà, viene da chiedersi se la paura, lì, abbia più un senso immaginarsela liquida.

1f52b6e0-70ef-11e5-ab4e-f326bdb84cacE di esempi potremmo farne tanti. I giovanissimi spacciatori che intercettano i giovanissimi coetanei “perbene” ed attraverso la cessione dello stupefacente, progressivamente, offrono ai compratori una affiliazione liquida che permetta loro – ai ragazzini dei clan – di raggiungere luoghi fino ad allora preclusi, come i licei o le secondarie superiori? Guardate bene e considerate che stiamo parlando di percezione, non di forma. Come percepireste la cosa se foste il genitore di quel ragazzino usato come cavallo di troia? La scelta di un contatto può farci apparire la situazione ancora accettabile, ancora liquida. Ma chiedetevi, davvero, se l’attuale depenalizzazione, nel sentire comune, dell’uso di “erba e fumo” tra i giovani, possa farci avvertire quel contatto come la scelta di un “nuovo gioco” cui giocare. A quei ragazzini i millenials della Camorra del Libertà non propongono una rapina, attenzione. Propongono una “fumata”. E se tutti, diffusamente, smettiamo di ritenere il rapporto tra spacciatore ed acquirente SEMPRE un comportamento criminale, allora in quel contatto non siamo più capaci di percepire il “piede nella pozza”. E quel contatto diventa gassoso. E proprio per questo, spaventa di più.

Fermiamoci qui. Ancora, ai soliti tre indizi che fanno una prova. Credo, però, ci siano delle valide ragioni, abbastanza evidenti, per affermare che ormai la paura, in alcuni luoghi e contesti, ha fatto un preoccupante salto di stato.

Libertà come vetrino…

Il quartiere Libertà, a chi legge, potrà sembrare una ossessione-compulsione del sottoscritto. Non è così. Il problema, a ben guardarlo, quel pezzo di città, è che di colpo ha acquisito un nuovo e triste protagonismo. Perché, conosciute e combattute le cosche che agivano nelle periferie storiche di Bari, è salito agli onori della cronaca, nell’ultimo decennio, come nuova frontiera criminale della città. Questo è stato possibile perché proprio nel quartiere Libertà, che un tempo era solo e soltanto un quartiere operaio vicino al centro della città, con il passare dei decenni le condizioni di vita sono drasticamente peggiorate. In un contesto di progressivo abbandono, complice anche l’assenza di una cosca storica che cementasse attorno a sé un nucleo stabile di criminali – e nello stesso momento li contenesse e li rendesse riconoscibili e fronteggiabili – quel che è proliferato sono le bande di spiantati e i gruppi di boss autoproclamati. Questi gruppuscoli, forgiati con la manovalanza mercenaria dai gruppi fondatori della Camorra barese – i Mercante soprattutto – oppure innalzati da gruppi più agguerriti e forgiati durante i conflitti di camorra – emblematica la parabola di alcuni sodalizi per la prima volta riconosciuti dai Laraspata – si sono successivamente imposti come blocco di rilevanza in quella che, nel nuovo millennio, è stata la grande e vera novità della Camorra Barese: la Federazione Strisciuglio. Non è un mistero che, attualmente, il quartiere Libertà sia da considerare la vera e propria centrale operativa della Federazione, visto che lì risiede stabilmente il sodalizio che fa capo a Lorenzo Caldarola, da molti processi ed inchieste indicato come presunta emanazione fuori dal carcere del boss Domenico Strisciuglio in persona.

Bari-Liberta-via-CrisanzioGià di per sé, questo dato è utile per capire come le forme del fare malavita, in quel quartiere, abbiano assunto uno “stato fisico” differente. Dal clan storico, tradizionale, lì si è sperimentato l’agire per gruppuscoli federati e batterie. Forme diverse per un nuovo modo di esercitare lo spaccio, le estorsioni, il controllo del territorio. Già l’essere qualcosa di nuovo, contro il quale non si è attrezzati, destabilizza. Se a questo aggiungiamo che proprio la magmatici della forma di questa federazione porta spesso gruppi aderenti allo stesso macro-sodalizio ad esprimere litigiosità e conflitto… il gioco è fatto. Ed in un quartiere che si crede tranquillo perché giardino di casa di un singolo boss… si scopre in atto una guerra a bassa intensità che è però fatta di conflitti a fuoco, gambizzazioni, esecuzioni. Quasi sempre condotte alla luce del sole, tra vie trafficate e popolate. Dato da non sottovalutare, questo. Si trasforma la camorra, mutando forma, si trasforma la paura che questa mette al cittadino.

3281704_634825_767x463Ancora, e più su larga scala: a mutare, negli anni, è stato il quartiere stesso. Per essere più precisi, il quartiere è immobile da più di cinquant’anni. Quel che è mutata è la qualità della vita che si conduce nel quartiere. Perché se è vero – com’è vero – che il Libertà era un luogo vivibile ed autosufficiente quando è stato nei fatti delimitato e circoscritto dagli interventi attorno, è anche vero che in cinquant’anni i servizi ed i pregi di quel luogo non sono mai stati aggiornati. Risultando poveri e malmessi già trent’anni fa. Il risultato è che, col passare degli anni e l’ingrigirsi dei luoghi, il Libertà è divenuto sempre meno vivibile, bello e sicuro per i residenti. Ci si è messa poi la crisi – a Bari sempre incredibilmente dispari nel modo di livellarsi sui cittadini. E tante delle piccole leve economiche di un quartiere che viveva di un commercio sostanzialmente medio-povero orientato al soddisfacimento della domanda autarchica hanno finito per chiudere. Con le vetrine serrande, i negozi chiusi, la crisi che morde e non risparmia, la comunità ha sviluppato una vera e propria involuzione a riccio. E tanti, che prima faticavano a sopravvivere nella legalità, hanno fatto di necessità virtù saldandosi ad una malavita diffusa che propinava la solita solfa dell’alternativa criminale di sopravvivenza. Anche perché, obiettivamente, il quartiere non lascia molo altro. Gli spazi comuni abbandonati sono divenuti appannaggio dello spaccio, le piccole attività commerciali hanno sperimentato un ritorno aggressivo del racket. Il tutto, si badi bene, a due passi dal centro. In un quartiere che, percorrendo al ritroso le grandi direttrici che conducono verso Via Sparano e Corso Cavour da Ovest, si distingue dalla “city” solo per il carattere incredibilmente degradante di quel che si ha attorno. Libertà è il centro, ma sempre più grigio, sempre più malmesso, sempre più buio e sporco. Non un dettaglio di poco conto, se si guarda a come un corpo sociale reagisce ai mutamenti del luogo in cui vive. E se già una periferia che va in malora fa paura, ma può essere espulsa facilmente dal sentire comune per il suo carattere distaccato e ghettizzato, rispetto al centro o ai multipli centri di una città, lo stesso non può dirsi di una parte interna, contigua con tutte le zone considerate più vivibili. E’ lì che si illiquidisce la paura: quando i confini si fanno labili ed è facile che i contenuti dell’uno e dell’altro recipiente si travasino. Del resto, è solo una convenzione amministrativa quella che segna la cesura tra Murat e Libertà all’altezza di via Quintino Sella, no?

bari quartiere liberta tribunaleAncora, ed in ultima battuta, per ora – solo per fermarci ai tre indizi che fanno una prova – c’è un altro dettaglio che spiega meglio di qualsiasi altro perché il Libertà sia il laboratorio dove poter osservare la paura che si fa liquida. E’ legato all’immigrazione ed a come i colori della pelle e le lingue parlate, al Libertà, si siano moltiplicate. Sì, perché quel quartiere è da due decenni buoni il luogo della città che ospita la maggior parte delle comunità immigrate residenti a Bari. E questo dato, che normalmente, in una periferia, senza le dovute accortezze, è già una miccia corta per la moltiplicazione del “sentire la paura”, a Bari amplifica di gran lunga il suo portato a causa della vera e propria sommissione della comunità immigrata. Neri, asiatici, slavi, vivono nel quartiere in condizioni di estrema povertà e marginalizzazione. Pur essendo in regola – per la stragrande maggioranza – con le leggi della nostra comunità, con i requisiti di accesso ai sistemi e con i documenti, non riescono ad emergere a causa di una offerta abitativa orientata in larghissima parte all’abusivismo più totale. Gruppi interi di famiglie occupano stabilmente porzioni intere di quartiere senza che nessuno, tra amministratori, uffici, burocrati, sia in condizione di saperlo. Di censirne il numero e scandagliarne i bisogni. Semplicemente perché, nel quartiere, la tendenza all’abusivismo in materia di locazioni, accatastamenti, identificazione delle proprietà, è un cancro che si è diffuso molto a fondo. Complice una storica – ma solo apparente – atomizzazione della proprietà, al Libertà è da decenni complesso identificare per bene chi sia proprietario di cosa, in larga parte del quartiere. Inoltre – ed è un vecchio vizio meridionale dei grandi quartieri popolari – molte soluzioni immobiliari non conformi con il concetto dignitoso di residenza, vengono comunque utilizzate come case. Pur non essendo possibile associare a quelle particelle catastali un regolare contratto di affitto ad uso abitativo. Va da sé, in un contesto del genere, che la marginalizzazione dei residenti sia pressoché assoluta. Molti si trovano nella condizione di non poter eleggere un domicilio – con tutto quel che ne consegue. Molti sono esclusi dalle liste di contribuzione all’affitto perché non possono regolarizzare la propria posizione – che semplicemente non c’è. Va da sé che in un contesto già gravato dalla presenza di criminalità e degrado, la presenza APPARENTE ma SOMMERSA di una comunità immigrata numerosa spaventa. Perché impalpabile. Perché avvertita ma indecifrabile. Liquida… per come sfugge alle mani. Spaventa questa condizione. Soprattutto i più poveri, soprattutto i meno attrezzati dal punto di vista sociale e culturale. Vedere un gruppo di ragazzi neri ma non poter sapere nulla di loro spaventa. Vederli comparire e poi sparire atterrisce. Ed anche questa è una peculiarità che il quartiere ha sviluppato in modo inedito nella storia di Bari negli ultimi quindici anni.

Tre indizi che fanno una prova. Rifletteteci anche voi. E ditemi anche voi se queste caratteristiche non sono uniche di quel pezzo preciso di città. Credo converrete anche voi, con me, che la liquidità della paura, fino a qualche mese fa, a Bari aveva un indirizzo ben preciso: il quartiere Libertà.

Ingegneria sociale… ci avete mai pensato?

D’accordo. Forse molti non coglieranno subito la ragione per cui oggi scegliamo di parlare di un tema che può apparire parecchio distante da quelle che sono le tematiche solite del blog. Sarà magari chiaro tra qualche riga. Intanto prendetela come una divagazione criminologica e di intelligence ed analisi su un mutamento sociale.

terlizzi-4.jpgPochi hanno davvero contezza di quante siano le variabili sotto la lente di ingrandimento degli analisti quando si parla di “mutamenti sociali” di una nazione. Uno dei più importanti, il meno considerato ed il meno conosciuto è quello che punta ad evidenziare “qualitativamente” e non “quantitativamente” come ed in cosa cambiano i profili di sicurezza interna di quella nazione. In altri termini, come cambia il rapporto tra il singolo cittadino ed il resto del corpo sociale quando il tramite tra il primo ed il secondo è un intervento delle Forze dell’Ordine. Mettendola ancora più semplicemente, come cambiano le regole che lo Stato impone alle sue forze di polizia per l’espletamento delle loro funzioni. Come cambia il lavoro dei poliziotti, come cambiano i loro doveri, le loro regole di ingaggio. Cosa possono e non possono fare, cosa sono tenuti ad utilizzare, quali strumenti, quali armamenti, quali divise.

tsit-default.jpgNegli ultimi venti anni la nostra società è MOLTO cambiata, secondo questo indicatore.
Il primo, ENORME, mutamento si è avuto con la preparazione del G8 di Genova. Per essere precisi, sotto il governo di Massimo D’Alema. IN quei due anni, Ministro degli Interni Bianco, si sono introdotte una serie di consistenti modifiche nel modus operandi delle forze di polizia. In particolare, quello che è radicalmente mutata è la frazione di Polizia che si occupa di Ordine Pubblico: i reparti Mobili – la Celere. E questo perché ci si ritrovava a fronteggiare un mondo PRE 11-9 nel quale il “nemico” identificato era il variegato mondo della CONTESTAZIONE. Ora: al netto di ogni discussione politica che si può aprire sull’etica di modifiche di questo tipo, è evidente che uno Stato, inserito in contesti in cui la sua Sovranità è per parte delegata, sceglie secondo una propria scala di valori cosa sia più meritevole di tutela e cosa meno e quali siano gli strumenti più adeguati. A noi interessa rimarcare che, a seguito di quelle modifiche, la nostra società è cambiata. Un esempio? Presto detto: le manovre di contenzione, trasmesse attraverso formazione apposita USA al personale scelto della Polizia e dei Carabinieri sono tristemente state trasmesse – con autorizzazione – a tutti gli operatori di Pubblica Sicurezza delle varie forze. Inclusi i Vigili Urbani. E’ di triste attualità il fatto che quel tipo di manovre uccida.  E che sia spesso utilizzato improvvidamente e senza la corretta preparazione. Al tempo stesso, fateci caso, da molto tempo in operazioni di polizia particolari e simili, invece delle manette sono comparse le fascette di plastica. Roba di poco conto? Sì, comprensibile che la vediate così. Io però qui ho il dovere di invitarvi a riflettere su quale sia la ragione per cui si stravolge un mezzo ed un metodo standardizzato in secoli. Semplice: la posizione cui quello strumento costringe l’arrestato è di gestione molto più agevole per l’operatore di sicurezza. Allo stesso tempo, però, può esporre il “costretto” a danni anche molto seri. Danni a carico dell’apparato respiratorio e cardiaco. Danni che possono arrivare fino al detestabile “esito fatale”: la morte.

Dopo Genova, per molto tempo, anche a fronte di cambiamenti epocali nel nostro mondo, non si sono registrate enormi modifiche. Non nel nostro paese. E’ del tutto evidente che il controllo estensivo e molto pervasivo che le agenzie di altri paesi operano sul mondo del web si riverbera automaticamente anche sulle nostre esistenze. Ma per quel che ci riguarda, fino a qualche anno fa, la polizia non è cambiata.

taser-2-1055500.jpgCon Salvini arriva invece una doppia modifica molto molto consistente nella galassia della sicurezza. Innanzitutto viene introdotto il Taser, la pistola elettrica. In seconda istanza, questo governo sta varando una modifica di interesse nel mondo del “porto d’armi” che è destinata a fare scuola. Non tanto perché autorizza chiunque abbia uno straccio di documento che attesti l’iscrizione presso un qualsiasi campo di tiro accreditato – incluse vere e proprie bocciofile del tiro a segno – ad acquistare armi da guerra come l’AK47, ma soprattutto perché non impone più l’informativa qualificata ai familiari del richiedente porto d’armi. Posso comprare armi e tenerle in casa anche senza dire nulla a mio marito o mia moglie. Fermatevi un attimo a riflettere su questo dato e sovrapponetelo al dato di omicidi in famiglia in Italia. Non vi chiedo neppure di sovrapporre a questi dati il ben più ridotto dato sulle rapine in casa e su reati predatori di tipo violento. E’ innegabile che in Italia la famiglia ammazzi più di qualsiasi altro soggetto. Eppure scegliamo di non ascoltare più i familiari prima di autorizzare qualcuno a detenere un’arma da fuoco.
190659459-4d399e2b-daa2-465f-9c2b-e1af885cd64a.jpgAncor più interessante è il caso del Taser in dotazione sperimentale ad alcuni reparti della Polizia di Stato. Al netto della dovuta ed accurata formazione che viene fatta, è innegabile che questo strumento si ponga come semplice “ausilio dissuasivo”. Non si sventa una rapina col Taser. Non ci si risolve un inseguimento. Allora… perché? Semplice: perché il Taser – che non uccide se non in casi particolari – è uno strumento comodissimo per mettere velocemente in condizione di non nuocere un bersaglio disarmato senza che l’operatore debba utilizzare troppa energia per farlo. Rendere inoffensivi a manganellate non è quella passeggiata di salute che si può immaginare, del resto. Usare un taser significa premere un grilletto. Non devo – credo – chiarirvi quanto, ancora una volta, questa modifica sia orientata non tanto a garantire una forma di contrasto reale e fattivo alla criminalità predatoria, quanto più uno strumento di contenzione e repressione più efficace nei confronti di problemi diversi, quasi tutti disciolti nel mare magnum non tanto della “difesa da una minaccia” quanto più della “rassicurazione di una paura”. Poi c’è la piazza, chiaro. Ma, per fortuna, ancora adesso, il Taser non risulta in dotazione diffusa ai reparti Celere. In ultimo, ma non per ultimo, piaccia o no a chi sta gestendo queste modifiche – perché analisi in merito ci sono, basta avere la pazienza di cercarle – ci spostiamo verso un rafforzamento di quella PAURA diffusa. Ed ampliamo COSCIENTEMENTE la nostra CERTEZZA DI ESSERE INSICURI. È questo che ci inocula il NUOVO diritto di detenere armi: il mio vicino è armato – tutti si armano – posso armarmi – devo armarmi? – lo hanno fatto tutti, sì, DEVO. Non dimenticate, poi, che anche il COME APPAIONO i tutori dell’Ordine è importante. Perché inconsciamente ci comunica DA CHI PROTEGGERCI. Chi è il nemico? E se la Polizia cambia e si dota di un’arma nuova che serve a contenere ‘uno uguale a me’… vuol dire che la minaccia è ovunque!

Siamo pronti alla NUOVA società della paura?

Riflettiamo su quanto cambia la società. Anche e soprattutto a partire da queste modifiche che appaiono banali. Che spesso non guardiamo neppure.
Davvero, nella nostra società, così per come essa è piuttosto che per come ci viene raccontata, il Taser e la pistola facile sono uno strumento che risolve problemi? E quand’anche appaiano risolutivi… quali problemi, davvero, risolvono? E come cambiano noi, più che la Polizia, queste modifiche?