Archivi tag: omicidio

Sono giorni orribili!

Quelli che le comunità di San Severo e Rignano Gargano hanno attraversato nella scorsa settimana sono giorni davvero terribili. E non solo perché, sempre e comunque, una morte come quella del Maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro è un evento traumatico, impossibile da digerire. Ma anche e soprattutto perchè tira giù il velo su un contesto ed una situazione che è triste. Preoccupante davvero.

L’omicidio di Vincenzo è un atto grave. Una dichiarazione di guerra precisa, diretta. All’uomo ed alle Istituzioni che quell’uomo rappresentava, col suo lavoro e la sua divisa. Ma a muovere guerra allo Stato, quel giorno, con quelle revolverate, a Rignano, non sono state le mafie. L’assassino, se non per lievi punti di contatto, con le organizzazioni criminali non c’entrava nulla. Ed è questo il dato più grave. Perchè a dichiarare guerra allo Stato ed a tutti noi, con quelle revolverate, è stato un comune spacciatore, un criminale di mezza tacca.

Questo sta a dimostrare, una volta di più, che a muovere guerra a tutti noi, in alcuni contesti precisi – e quello del Gargano è un contesto di questi – è una sub-cultura intera. E’ un intero pezzo di cittadinanza, per quanto minoritario esso sia. E’ un blocco intero di cittadini che decide scientificamente ed a sangue freddo – lo dice chiaro l’assassino quando parla di “vendetta” – di sparare contro un carabiniere, sapendo di sparare contro tutti noi. E contro un presidio irrinunciabile: quello della legalità e dello stare insieme secondo le regole di giustizia.

Se consideriamo, poi, che le revolverate di Rignano fanno il paio con le porte dei municipi incendiate, con le teste di bestie lasciate sui parabrezza delle auto, con i proiettili imbustati e indirizzati agli amministratori ed ai funzionari, con le bombe del microracket che esplodono e inciendiano, il quadro è tristemente completo.

La DIA, subito, a Foggia… CERTO! I Cacciatori di Calabria sul Gargano ed il reparto Anticrimine; subito… e a tempo indeterminato.

Ma ora, adesso, prima che sia davvero troppo tardi: un patto vero per un pezzo di SUD che nel silenzio generale sta deragliando. Perchè a Foggia, oggi, raccogliamo i frutti di una messe quarantennale. Come li raccogliamo a Bari, con i maxiprocessi e le guerre di quartiere. Come li raccogliamo a Lecce, con i nuovi sacristi che tornano liberi e rimettono a profitto i guadagni di una vita di malaffare. E un patto vero vuol dire non solo ATTENZIONE E REPRESSIONE, ma anche e soprattutto INVESTIMENTI SANI IN LAVORO, INFRASTRUTTURE, RETI DI SOCIALITA’. Ed un lavoro attento e costante sulla cosa pubblica, perchè le amministrazioni siano PROTETTE, le elezioni siano REGOLARI, i presidi di rappresentanza PULITI.

Altrimenti, non solo il sacrificio insopportabile di Vincenzo sarà davvero vano… ma torneremo presto a parlare di Foggia, del Gargano, del Tavoliere. E non saranno notizie migliori. L’abbiamo visto già, questo film… e non è il caso di ripeterci!

Annunci

Conferme sulla guerra di mala a Japigia

Come se non fossero già stati sufficienti gli arresti della fine estate 2017, su entrambi i fronti in lotta, ecco un blitz che colpisce uno dei due sodalizi, quello dichiaratamente riconducibile alla figura di Antonio Busco. Gli arresti di venerdì scorso sono il segnale chiaro che in coda alla guerra di Japigia, la magistratura aveva attivato una pressante attività investigativa per cercare di ricostruire in modo corretto i retroscena che avevano portato all’esplosione del conflitto.

Con l’operazione che ha portato in cella Busco ed otto suoi uomini di estrema fiducia, si chiarisce anche il peso di quel contendere che era riuscito a causare, in un quartiere in cui non si era praticamente mai sparato prima, un conflitto costato la vita a tre persone – ma il cui bilancio rischiava di essere drammaticamente più grave, visti i luoghi e gli orari degli agguati.

1484687848821.jpg--agguato_a_bari__ucciso_pregiudicato_40enne__indaga_l_antimafia.jpg

Dietro il conflitto un traffico di stupefacenti messo in piedi da una figura fino ad allora ritenuta assolutamente marginale – quella di Busco – che vantando un vecchio rapporto di fiducia con Savino Parisi, doveva aver pensato di potersi mettere alla testa di una paranza di spaccio senza dover sottostare alle logiche imposte da chi, quel quartiere, dal punto di vista dello spaccio di strada, lo controllava in modo pressoché monopolistico da almeno un quinquennio buono – il gruppo di Milella, riconducibile ai Palermiti. Il traffico gestito da Busco, però, non aveva certo un volume contenuto; non poteva passare così sotto silenzio. Secondo gli investigatori, si tratterebbe di un business di svariate decine di migliaia di euro al mese, con una stima al ribasso annua di quasi 700mila euro. All’avvio delle indagini ha notevolmente contribuito il fatto che il primo a morire nella guerra di Japigia, Francesco Barbieri, avesse nelle sue disponibilità uno dei cellulari che fungevano da strumento di contatto tra acquirenti e venditori. Proprio grazie a quella utenza telefonica gli uomini della mobile hanno potuto pesare con buona approssimazione il volume degli affari in questione

Sul fatto torneremo una volta che saranno più chiari i dati diffusi dalle forze dell’ordine. Per ora ci accontentiamo di una serie di conferme che queste operazioni di polizia assicurano.

Barletta: ucciso il boss Lattanzio – Che succede a Barletta?

L’omicidio di metà mese a Barletta ha dell’eclatante. E non solo per la zona in cui è avvenuto, già teatro di un altro efferato assassinio. Nemmeno, a ben guardare, per le modalità con cui l’agguato si è svolto – sebbene in una strada stretta e comunque popolosa, in un orario delicato. Il problema è il nome ed il cognome della vittima. Che proprio un qualunque non era.

A restare ucciso Ruggiero Lattanzio, conosciuto ai più con il soprannome NON LO SO. Pluripregiudicato vicino alla sessantina, da ormai quasi un ventennio era conosciuto come il mammasantissima della cittadina. Assieme ai sodali Cannito, con la sua famiglia, aveva esteso un controllo criminale capillare su una serie di attività come lo spaccio, l’estorsione ed il controllo sui mercati al dettaglio. Parliamo di un soggetto coinvolto a più riprese in tutte le faccende delinquenziali della cittadina, secondo le indagini. E secondo le semestrali della DIA parliamo di un vero e proprio boss, emerso nell’ultimo ventennio, in città. Da quando, cioè, il controllo di quel che rimaneva del clan di Annacondia – su Trani – si era estinto e le cosche andriesi erano impegnate nella risoluzione di conflitti interni. O alla sbarra dopo le carcerazioni di fine millennio.

Con il suo clan, spalleggiato dai sodali Cannito, aveva coinvolto Barletta nel primo reale salto di qualità da una malavita di paese ad una “mafia” autoctona, organizzata e pericolosa. Il tutto, dopo un ventennio di “occupazione mafiosa” delle piazze da parte degli uomini di Annacondia, che per imporre il proprio controllo, alla fine degli anni ’80, non avevano esitato a “fare sangue”.

Nel 2016 era scampato già ad un agguato mortale, costato invece la vita ad un altra persona. L’omicidio, nella rivendita ittica di proprietà di Lattanzio stesso, fu poi addebitato ad un altro pregiudicato che confermò la tesi dell’accusa: a morire, quel giorno, doveva essere proprio Ruggiero NON LO SO.

Il killer dell’uomo si è costituito: un ragazzo di 28 anni, pregiudicato, che avrebbe agito per timore di ritorsioni da parte della famiglia Lattanzio dopo un diverbio banale scoppiato a capodanno durante i festeggiamenti. Un omicidio “di sottovalutazione”, quindi. Esterno alle logiche criminali, se questa confessione risultasse genuina.

Allo stesso tempo, in un momento in cui il clan barlettano è indebolito dalle carcerazioni degli uomini dei Cannito, l’omicidio costringe le forze dell’ordine e la magistratura ad una vigilanza concreta su una piazza delicata e importantissima, per il potere economico che esprime, in termini di spaccio potenziale e potenziali taglieggianti ad imprese e dettaglianti. Perché è indubbio che, da tempo, ci sono attorno a Barletta gruppi organizzati che non hanno rilanciato un’OPA sulla piazza della Disfida solo per la presenza di elementi autorevoli e agguerriti. Venuto meno Lattanzio, non è detto che, da fuori, non si provi a dare la spallata. A dimostrazione basti anche soltanto l’attentato contro una agenzia di scommesse avvenuto solo la notte successiva alla morte di Lattanzio. Non esplodevano bombe, nella cittadina, da molto. Un segnale inquietante, non trovate?

D’altra parte, però, da segnalare l’encomiabile e tempestivo operato delle forze dell’ordine, che, approfittando della situazione di disorientamento della malavita cittadina, hanno deciso di dare seguito concreto ad una serie di investigazioni in merito al mercato – fiorentissimo – della droga cittadino, disarticolando le 4 ramificazioni che si dividevano il territorio. Agli arresti 20 tra i soggetti apicali della malavita barlettana, rappresentanti di tutte e quattro le paranze. In questo modo, almeno, si scongiura l’eventualità che il delicato momento possa portare uno qualsiasi dei quattro gruppi a tentare violente spallate per il predominio sulla piazza.

La prossima settimana…

Lasciamo per oggi, nella riflessione, spazio all’articolo uscito su EPOlis. Il problema, ovviamente, è che i luoghi fisici del giornalismo sono spesso molto vincolati agli spazi fisici. E ci sono discorsi che è possibile, doveroso, approfondire con un taglio e destinatari diversi in altre sedi.

L’omicidio di due settimane fa è uno di quei casi in cui, per le ricostruzioni sociologiche, criminologiche e storiche, il giornalismo non può bastare. E l’informazione, pur facendo la sua parte in modo completo, preciso ed esaustivo, si ferma e cede il passo ad approfondimenti diversi.

Per questo prendiamo l’impegno, nella prossima settimana, di approfondire in modo chiaro i tre punti da cui l’articolo di oggi si muove. E chiarire, attraverso questo percorso, perchè quel che diciamo a fine del pezzo oggi in edicola è tristemente possibile. Chiarire perchè, l’omicidio di Domenico Capriati scuote dal profondo il magma della Camorra Barese rischiando di innescare un sisma di proporzioni terribili.

A lunedì, allora. E buona lettura su EPolis, oggi.

La pace è finita…

Attenzione: questo post va considerato una preview dell’articolo che potrete leggere nella giornata di venerdì su EPolisWeek Bari. Vi ricordo che la lettura di questo settimanale di approfondimento è gratuita, tanto in cartaceo, quanto in digitale tramite app. Quindi, davvero, non avete scuse. Ripeto: EPolisWeek Bari. Su FB basta scrivere EPolis Bari per cercare. E comunque troverete l’articolo linkato anche sulla pagina FB. Solo che, sarebbe bello se scaricaste la app e poteste leggere anche il resto del giornale. Non per semplice spirito di squadra, vi assicuro, si tratta di approfondimenti che riguardano la nostra città.

1542872595613.jpg--.jpg

Allora: il discorso di preview che vi propongo riguarda l’ultima esecuzione di camorra avvenuta a Bari appena due settimane fa. A morire, sotto il piombo di un commando organizzato in modo militare, che ha risposto a codici di comportamento molto precisi, è stato Domenico Capriati, fu Sabino, nipote di Antonio e boss indiscusso del clan Capriati dal ’92/’93 ad oggi.

Nell’articolo troverete analizzata in modo sintetico ma chiaro la sua figura e la sua parabola di leader di un sodalizio che ha contribuito da protagonista a scrivere la storia della Camorra Barese. Di più, Domenico Capriati è – lo dicono le sentenze – il boss a cui si deve, indirettamente, anche la nascita del clan Strisciuglio, come reazione alle modifiche che egli aveva imposto al grande clan di Bari Vecchia.

omicidio-800x445.jpg

Ancora, potrete leggere riflessioni sui luoghi dell’agguato: Japigia, Via Archimede. E capire perchè, spesso, nelle ricostruzioni storiche ma più ancora criminologiche e sociologiche, i luoghi NON SONO semplici palcoscenici.

Infine, riflessioni chiare anche sulle modalità di questo agguato. Così arcaiche e così diverse da quelle dell’aggressione in cui Walter Rafaschieri – altro nome ingombrante – ha perso la vita solo un paio di mesi fa. Riflessioni sul come queste morti ci parlino anche per come si sono declinate. E ci dicono che i tempi che abbiamo di fronte, come città e soprattutto come comunità, rischiano di essere davvero bui.

A venerdì, allora. Sulle pagine di Epolis!

Bari – Carbonara: un tranquillo far west di paura.

Ad una settimana dalla commemorazione per i quindici anni dalla morte di Gaetano Marchitelli, studente la mattina e pizza-express la sera per aiutare in casa, ammazzato perchè capitato sulla linea di tiro di due bande di camorristi che si contendevano la piazza di Carbonara a suon di piombo, in mezzo alla gente.
A meno di una settimana dall’agguato che ha lasciato gravemente ferito un piccolo delinquente di quartiere, a Madonnella, molto probabilmente per vicende legate al controllo dello spaccio di erba e fumo nel quadrilatero di case popolari dietro Piazza Diaz, sul Lungomare.
Nella città dove Salvini ignora che esista la mafia, tanto da dimenticarsene nel suo comizio nel quartiere Libertà, dove, a sentire il Ministro, le emergenze sarebbero solo legate a qualche spacciatore ed agli immigrati irregolari – che nessuno, tra vigili e poliziotti, ha trovato in mezzo ai tantissimi migranti in regola col permesso di soggiorno che vivono quel pezzo di città difficile.
Nelle ore in cui una città torna a spaccarsi sulla ovvia presenza di una sede di una sede di Casapound in una periferia ad alta densità migrante – unico luogo a Bari dove chi soffia sulle paure e sulla xenofobia, chi parla agli intestini più che alla testa, possa avere speranza di radicarsi e fare reclutamento. Del resto, che possiamo aspettarci visto il continuo sdoganamento di quelle parole d’ordine da parte di un Ministro della Repubblica, per giunta titolare del Viminale?!

1537791399265.jpg--In questa città, con queste coordinate spaziali e temporali, ci troviamo costretti a stravolgere la normale programmazione del blog per dare conto dell’ennesimo, gravissimo fatto di sangue. Lunedì pomeriggio, tra Carbonara e gli stradoni che costeggiano lo Stadio San Nicola, un’auto ha inseguito una moto sparando all’impazzata. Fino a che non si è avuta la certezza che i centauri non avessero avuto la peggio. Chi fuggiva su due ruote, dalla frazione di Carbonara, inseguito dal piombo, non era “uno qualsiasi”.  A bordo della moto c’erano i due figli dello storico boss di Madonnella: Vincenzo Rafaschieri, ucciso nel 1994 su ordine di Domenico Monti a due passi da casa, in mezzo alla gente. Dei due, il più giovane, Walter, è morto. Alessandro, il maggiore, è rimasto gravemente ferito. Coinvolta anche un’altra auto, schiantata nella carambola tra chi fuggiva e chi sparava. E coinvolto anche un’altro innocente passante a cui i killer hanno sequestrato l’auto, pistole in pungo, per fuggire via. Quando la seconda auto è stata ritrovata, a bordo due giubbotti antiproiettile: un delitto pronto e preparato da tempo, evidentemente. Oppure il segnale chiaro che esistono, a disposizione dei boss e di chi comanda, a Bari, squadre “pronte all’uso” come si suol dire tra Camorristi. Bocche di fuoco sempre pronte ad intervenire al cenno. Squadre che oggi si sono attivate subito dopo che i due fratelli Rafaschieri sono entrati in un territorio come quello di Carbonara – un tempo feudo degli amici Di Cosola, ora drammaticamente senza padrone, diviso tra i giovani feroci degli Strisciuglio e quel che resta di un vecchio clan ormai senza più vertici.

1537790173766.jpg--carabinieriC’è tutta un’indagine da costruire, questo è certo. C’è tutta una storia da decifrare dietro l’ennesima follia scatenata dai camorristi che controllano indisturbati pezzi interi di questa città. Quel che è certo è che questo duplice omicidio, a pochi giorni dall’agguato a Madonnella, tira al centro della discussione un quartiere spesso dimenticato. Un quartiere che ha sempre fatto da cerniera tra poli differenti, tutti molto importanti – Japigia e Bari Vecchia, per capirci. E però, nello stesso tempo, un quartiere che non ha mai espresso una malavita agguerrita e capace di rivaleggiare con gli altri clan. E che da un po’ di tempo, ha calamitato su di sé appetiti particolari e diversi.
Avevamo scelto di parlare approfonditamente di questa particolare situazione di Madonnella nei prossimi giorni. Abbiamo dovuto stravolgere la programmazione e potrete leggere il contributo focus sul quartiere già dopodomani.

Nel frattempo, è davvero il caso di riflettere su cosa sta succedendo. E’ il caso di capire se questa città può permettersi ancora di perdere tempo, rispetto ad una emergenza che è endemica e che non risparmia nessun quartiere. E però è anche il caso di fare presto, prima di finire a piangere l’ennesimo innocente finito per caso sulla linea di fuoco di chi crede di poter disporre di chiunque e di qualunque luogo, come fosse “cosa sua”…

Antonio Di Cosola: uno dei sei che la Camorra Barese la fondarono

La regolare programmazione di un blog, a volte, finisce scompaginata da eventi inaspettati. Fatti che impongono un intervento tempestivo in quello che si considerava un placido scorrere già programmato. Senza troppi scossoni. Beh, occupandosi di criminalità ed anche di ricostruzione storica sui fatti criminali, è un imprevisto che bisogna aspettarsi. Certo, sono sincero, un imprevisto come questo no, non me lo aspettavo. Nella sera di venerdì, a Monza, dov’era detenuto in regime di protezione collaboratori di giustizia, è morto Antonio Di Cosola, 64 anni, di Ceglie del Campo. Uno dei fondatori della Camorra Barese così come la conosciamo. Uno dei sei che Giuseppe Rogoli in persona scelse, fondando la prima versione della Sacra Corona Unita, come referente per la provincia di Bari.

Non uno qualunque, insomma, Antonio Di Cosola. A pensarci bene, dal 1983 entrava ed usciva dalle inchieste giudiziarie. Il suo nome, in vari momenti della storia criminale barese, è stato accostato ad una serie enorme di fatti, organizzazioni, avvenimenti. Molto spesso, senza che queste affermazioni, però, superassero il vaglio della magistratura. Su Antonio Di Cosola si è detto, in quarant’anni di storia di Camorra Barese, tutto ed il contrario di tutto. Si è ipotizzato fosse il più autorevole e pericoloso dei boss in circolazione. Tempo dopo si è sospettato fosse, invece, poco più che un criminale di campagna, testa di una organizzazione arcaica e primitiva incapace di alcun salto di qualità. Si è parlato di lui come di uno degli uomini di fiducia di Oronzo Romano, fondatore de “La Rosa”. Infine, alcuni hanno sospettato fosse lui il primo vero padrino della Camorra Barese. una cosa è certa: Antonio Di Cosola è stato e rimane, attraverso le sue dichiarazioni, una figura di fondamentale importanza nella storia dell’organizzazione criminale che strangola la città di Bari da 40 anni. Ed un altro fatto abbastanza certo è che, rispetto a ciascuna delle affermazioni che sulla sua figura si sono fatte, qualcosa di vero c’è sempre.

1478337388478.jpg--cinque_secoli_a_clan_di_cosolaergastolo_al_nipote_del_bossNon è stato di sicuro il padre fondatore della Camorra Barese, Antonio Di Cosola, conosciuto anche col soprannome di “Strascinacuvert”. Di sicuro, però, alla sua mano – o quantomeno al suo dettato – si deve l’unica versione, tutt’ora in circolazione, di codice della Camorra Barese. Con tanto di giuramento di fedeltà all’unico padrino “Antonio Di Cosola”. Sarà stato questo dato a fuorviare più d’uno, certo. E’ vero, però: il codice “Di Cosola”, fino ad ora, è l’unica testimonianza scritta dell’esistenza della Camorra Barese – se si escludono, ovvio, gli atti processuali. Conviene partire proprio di qui per ricostruire la sua figura e la sua storia. Perché è attraverso quell’unico codice che tutte le voci su Di Cosola si spiegano. E che tutte le affermazioni sopra riportare trovano sostanza. Almeno, quella che, abbiamo detto, di sicuro c’è.

Il Codice Di Cosola viene ritrovato nella cella di uno dei familiari di Antonio, a Lecce. E’ chiosato e ricopiato in bella. Dentro, tutti i riferimenti cui magistrati e cronisti sono abituati. Quelli tipici che richiamano da una parte alla ‘Ndrangheta della Santa – Mazzini, Garibaldi, La Marmora – e dall’altra alla prima Sacra Corona Unita – con le citazioni a testimonianza di Conte Ugolino, Fiorentino di Russia e Cavaliere di Spagna. Di sicuro, dunque, è un codice che va datato dopo il 1983, anno in cui Rogoli aggiunse la formula identitaria “conte Ugolino, Fiorentin’ di Russia, Cavalier’ di Spagna”. Allo stesso tempo, però, col giuramento finale verso Di Cosola unico boss, un codice che interviene dopo il 1985, anno in cui, con la fine del processo alla prima S.C.U. i sei referenti di Rogoli su Bari, liberi dai vincoli della precedente organizzazione, fondarono, ciascuno per conto proprio, dei clan indipendenti con loro come vertici indiscussi. Di sicuro, quel codice lo pone un gradino sopra molti altri. Per essere precisi, nelle gerarchie criminali, alla stregua di Savino Parisi ed Antonio Capriati. Pari tra pari. A differenza loro, però, Di Cosola non fu mai un gangster di città. Coltivò la propria organizzazione più nell’hinterland dei paesini a sud e ad est di Bari. E nelle frazioni meridionali. Li governò in modo spiccio, spesso brutale. Per vent’anni, però, nessuno osò mettere in discussione il suo dominio in quei territori. Per quanto, rappresentassero un mercato incredibilmente redditizio per il traffico di sigarette e di droga. Per quale ragione? Semplice: perché Di Cosola, che di certo non era un boss moderno ed accreditato nell’ambiente della “Bari da bere”, aveva fatto della sua brutalità e del suo arcaismo, uno strumento di successo. Imponendo in modo pervicace la ritualità dei codici, l’obbligatorietà della gavetta e del cursus criminale, la violenza delle sanzioni criminali ogni volta che riteneva ve ne fosse bisogno per tenere salde le fila dell’organizzazione. Del resto, fu costretto a farlo, dovendo governare un territorio vasto, fatto di piccoli centri che da sempre esprimevano la propria malandrineria cittadina attraverso i classici delinquenti di paese. Era anche un boss arcaico, dunque. Un boss d’altri tempi, verrebbe da dire. Un “uomo d’onore” – almeno così pretendeva si dicesse e si pensasse. Tanto che, all’indomani della morte di Gaetano Marchietlli, pony express quindicenne ucciso per errore durante un conflitto a fuoco tra uomini del clan Di Cosola e uomini degli Strisciuglio, sulle colonne dei giornali, con una lettera indirizzata ai giudici, tuonò contro quelli che agivano nascondendosi dietro il suo nome. Sconfessò nei fatti anche un nipote, coinvolto in quell’omicidio, negandogli assistenza carceraria ed impedendo che qualcuno, fuori, potesse cercare di inquinare le prove perché il ragazzo fosse scagionato. Secondo molti, però, agì così semplicemente perché quello di Marchitelli era un delitto firmato, con tanto di intercettazioni ambientali che inchiodavano gli autori. Una cosa è certa: non era un primitivo, un vecchio arnese della vecchia guardia. E non era nemmeno un praticone, come Oronzo Romano, cui fu accostato per un periodo col sospetto che anche lui, a Ceglie, stesse per aderire alla fantomatica “Rosa”, la mafia del sud barese. Scagionato da quel processo, Di Cosola, nei fatti, non aderì mai a quella struttura. Per due motivi: la Rosa non esiste mai, davvero e nei fatti e Antonio Di Cosola non vi avrebbe comunque aderito perché già all’epoca, la sua potestà di Vangelo, riconosciuta direttamente da Giuseppe Rogoli, lo metteva già realisticamente più di un gradino sopra di Romano e dei suoi uomini. Altro che uomo di fiducia: un boss. Uno dei primi boss che la storia di Bari abbia conosciuto. Peraltro, un uomo il cui carisma e la cui autorevolezza criminale erano riconosciuti da tutti, amici e nemici. Tanto che avviene anche – incredibile ma vero – che Antonio Moretti, all’epoca uomo del clan Fiore, sospettato di aver ucciso Orazio Porro, un vecchio uomo del clan Di Cosola, di fronte alle pressioni dei Fiore che lo spingono a confessare, si rivolga proprio al padrino di Ceglie per ricevere un consiglio su cosa fare. Ed emblematica, a margine della confessione, è la dichiarazione che Di Cosola fece: “Dell’omicidio in sé lui non mi disse niente. Non confessò. Ed io non chiesi”. Del resto, Porro da tempo era stato sconfessato dal clan di “Strascinacuvert”.

antonio-di-cosola.jpgGli ultimi processi lo hanno visto crollare sotto il peso del 41bis e scegliere di pentirsi e collaborare con la giustizia. Le accuse, del resto, si facevano sempre più pesanti. Nelle ricostruzioni degli inquirenti, i contorni di una figura che dal gangsterismo urbano declinato in spaccio, racket, usura e controllo del territorio era passato alle attività mafiose che contavano, quelle del secondo livello, agganciate alle imprese, alle partite IVA, alle amministrazioni pubbliche ed alle faccende degli appalti. Fu assolto dal processo Domino, nel quale, assieme a Savino Parisi – condannato – era accusato di aver inquinato il tessuto imprenditoriale barese arrivando fino agli appalti pubblici per la realizzazione del polo universitario Asclepios. Dall’altra parte, però, a margine proprio di quelle inchieste, fornì dichiarazioni importantissime per ricostruire come, negli ultimi anni, proprio grazie al suo clan ed a quello di Savino Parisi, in molti abbiano usato i territori agricoli dei comuni a sud est di Bari come discariche, svernandovi veleni, rifiuti tossici, reflui non meglio identificati. Rispetto a questo filone d’inchiesta, però, ancora non è stata accertata alcuna verità processuale. Restano però, sullo sfondo, inquietanti, le sue accuse ed il suo chiamarsi in correità: “Se bevi quest’acqua, muori subito!” Restano lì, incredibilmente spaventose, perché verosimili, visto che le campagne pugliesi, per decenni, hanno conosciuto appetiti criminali non troppo diversi da quelli che hanno trasformato pezzi interi di Campania nella “Terra dei fuochi”.

Con Antonio Di Cosola, insomma, scompare un pezzo da novanta della storia della criminalità cittadina. E si sigillano assieme a lui tante verità che il boss non ha fatto in tempo a raccontare. O che i magistrati non hanno fatto in tempo a chiedere. Una consolazione, però, ci rimane. Molte delle sue dichiarazioni fornite ai magistrati manterranno intatta la loro validità anche dopo la sua morte, in quanto cristallizzate nelle dinamiche indagine e processuali. Un colpo importante, se si pensa che in molti dei processi più delicati tuttora in corso, si ritrovano presenti sue importanti dichiarazioni. Quel che resta da capire, ora che ogni legame possibile tra il boss e la sua organizzazione è reciso, è cosa accadrà a quel vastissimo territorio che per quarant’anni è stato il suo giardino di casa. E come si ri-articoleranno gli uomini che alla sua corte e sotto il suo comando si sono fatti criminali.