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Sulle vie dell’oro verde, i baresi sono appena manovali.

Scottante attualità: il processo alla articolazione su costa italiana dell’organizzazione che dal Paese delle Aquile gestiva il traffico di Marijuana verso il territorio italiano. Ne abbiamo tanto parlato di questa nuova frontiera del narcotraffico. proviamo a inquadrare meglio quello che le cronache ci consegnano scendendo un po’ più nel dettaglio.

Abbiamo detto, ma lo ricordiamo, che dalla caduta del Muro le organizzazioni criminali albanesi si sono articolate per cartelli. Abbiamo anche detto che questi cartelli, negli anni, hanno selezionato alcuni business nativi. Il primo ed il più importante è quello dato dal commercio della marijuana. Questa fase di radicamento e professionalizzazione di un business che nemmeno trent’anni fa è cominciato in maniera amatoriale ha conosciuto 3 step:
– Formazione ed ambientamento
– Produzione in appalto su suolo estero
– Produzione e filiera chiusa dall’interno dei confini.

foto1(5)Con il primo step le organizzazioni hanno inviato propri emissari a fare formazione ed apprendistato presso le organizzazioni pugliesi con cui erano in contatto grazie ai traffici di sigarette ed armi. Questo avveniva nell’ultimo decennio del 900. Nello stesso tempo, i clan sostenevano e finanziavano quella che viene definita “diaspora albanese” con l’investimento dei capitali maturati a margine del contrabbando e del traffico d’armi in attività produttive legali – quasi sempre collegate al mondo dell’edilizia. Mentre alcuni emissari comprendevano il funzionamento del grande narcotraffico i contabili moltiplicavano soldi. Anche grazie alla nascita dello stato Kosovaro, da subito identificato come strategico crocevia tanto economico quanto geografico per triangolazioni importanti coi paesi di religione islamica – anche grazie alla sinergia religiosa tra albanesi e mondo musulmano.

Il secondo step comincia all’inizio del millennio con la creazione, su territorio italiano, di un network di piccoli produttori, agganciati ai grandi clan pugliesi, finanziato con capitale esclusivamente albanese. Il tutto mentre nel paese delle Aquile la grande Marijuana Connection installava, nelle province interne, le prime grandi piantagioni. Il beta test su suolo italico serviva non tanto a lanciare un brand quanto a testare sul campo la rete che si andava costituendo, per verificare affidabilità ed efficienza dei manovali all’opera e per testare i primi collegamenti con l’Italia settentrionale e con le altre regioni meridionali. Questo permetteva agli operativi su territorio italico di creare saldature con le organizzazioni extrapugliesi e inaugurare i primi rapporti commerciali.

Pronte le piantagioni in casa, si passa alla fase tre, ossia alla chiusura della filiera. Da un paio d’anni a questa parte, proprio come col contrabbando, l’Albania è divenuta la centrale operativa del narcotraffico di marijuana. I cartelli dei produttori forniscono la materia prima al prezzo che loro e solo loro stabiliscono. E le rotte che vengono utilizzate sono quelle garantite da logistica legata ai clan albanesi. I gruppi locali, baresi e leccesi, non fanno altro che garantire stoccaggio, recupero, guardiania e contatti con i network di acquirenti pugliesi all’ingrosso.

marijuana-in-Albania.pngQuesto vuol dire che per il business irrinunciabile dello spaccio, siamo ormai completamente dipendenti da un cartello estero che si è proposto come leader indiscusso e monopolista a livello europeo. Lo dimostrano gli studi sulle articolazioni logistiche in tutta europa. L’erba albanese è quella che inonda il mercato europeo. In questo traffico, i pugliesi, per la prima volta, sono semplicemente un ingranaggio minimo. Perchè mentre per il contrabbando erano i terminali di un traffico che, però, una volta arrivato in Italia, si riarticolato – garantendo alla SCU ed alla Camorra Barese la possibilità di definire prezzi e strategie rispetto alla commercializzazione del prodotto – ora, con l’erba, nessuno dei passaggi è appaltato agli italiani. Con l’evidente duro colpo di troncare tutte le opportunità, per i pugliesi, di proporsi al mondo come referenti di un commercio nodale. Mentre con le sigarette tutti dovevano trattare con i pugliesi, per l’erba questi ultimi stanno a guardare, al massimo si occupano di “spicciare” questioni di poco conto.

Sarà interessante capire come il processo ai clan albanesi della marijuna – a Bari – andrà a finire. Perchè si tratta di una inchiesta complessa che tiene assieme pezzi di clan storici, costretti, per la prima volta, a casa propria, a fare da servitù. Sarà interessante perchè di certo aiuterà ad avere un quadro più chiaro sui pesi specifici delle organizzazioni che operano a livello nazionale e transnazionale su un mercato cui nessuna mafia può rinunciare. Staremo a vedere.

Adriatic connection

L’operazione antimafia che ha sgominato il gruppo criminale riconducibile a Domenico Velluto, tra giovedì e venerdì, svela retroscena molto interessanti su questioni nodali per la malavita organizzata. Perchè disarticola un sodalizio molto particolare. Specializzato. Così profondamente specializzato da costringerci a porci una domanda: “Una associazione a delinquere che non assedia direttamente il territorio con le piazze di spaccio e l’imposizione delle decime del pizzo, ma si limita al ruolo di trafficante di stupefacenti, spesso limitandosi a porre in comunicazione logistica domanda ed offerta, quanto può ritenersi estranea – giuridicamente parlando – alla galassia camorristica della città?”

whatsapp_image_2018_10_04_at_112530jPerchè è questo che viene da pensare, nel ricostruire la parabola dei Velluto, a Bari.
Un clan ristretto, limitato a pochi fidatissimi sodali, installato in un territorio molto ben preciso e da sempre battezzato come impermeabile o quanto meno a scarsissima permeabilità mafiosa. Scarsi, quasi nulli, i momenti di frizione e scontro del gruppo, che vanta una saldatura apparentemente tradizionale coi vecchi sodalizi della Camorra Barese. Attività ben definite, circoscritte agli affari che maturano nel grande traffico di stupefacenti tra le sponde dell’Adriatico, con contatti accertati con una serie di altri gruppi esterni al panorama cittadino (SCU salentina su tutti) ma sempre e solo finalizzati alla interposizione in affari nel traffico di marijuana.
Gli uomini di Velluto sono trafficanti di droga. Questo li tiene distanti dall’accusa di associazione di stampo mafioso? Lo diranno i giudici.
Sociologicamente, a leggere il tutto in una chiave meramente accademica, obiettivamente dobbiamo dire no. Non possiamo tenerli fuori dall’universo camorristico. Dobbiamo considerarli a tutti gli effetti un clan. Per un semplice motivo: sono un ingranaggio perfettamente combinato all’interno della catena che dalle regioni attorno ad Argirocastro fa arrivare nelle piazze di Bari la marijuana che i clan vendono per controllare il territorio e ridistribuire all’interno dei propri gruppi stipendi e servizi.

A leggere le ordinanze e le ricostruzioni a margine, questo sarebbero, gli uomini del gruppo smantellato tra Poggiofranco e Carrassi. Anzi, a dirla tutta, sarebbero uno dei pochi gruppi baresi ancora in grado di trattare direttamente coi fornitori senza bisogno di alcuna intermediazione tra la propria domanda e l’offerta dei cartelli albanesi. Questo, è un dato di estrema importanza, di fronte a cartelli camorristici baresi sempre meno dotati dell’autorevolezza criminale per “fare i prezzi”.

3e1b1c_02_HomeIm_799x400.jpgEcco, quindi, che ci si palesa sotto gli occhi una precisa realtà che non possiamo ignorare. La galassia che chiamiamo Camorra Barese e che ancora qualcuno si ostina a liquidare in residuo provinciale della SCU, è in realtà un magma assolutamente peculiare ed indipendente. Così storicamente radicato e negli anni così perfettamente professionalizzato da avere, al suo interno, anche strutture che più che “fare direttamente malavita” concorrono, attraverso traffici criminali, al successo di altre strutture. Apparentemente senza sporcarsi le mani. Apparentemente, senza controllare criminalmente un territorio. Semplicemente perchè hanno scelto di inserirsi in quel mondo ed in quel mercato con un ruolo diverso. Ed insiste proprio su questo uno dei passaggi dell’ordinanza. Anche di fronte a guerre e controversie interne alla Camorra Barese, il gruppo dei Velluto – il condizionale però è d’obbligo – non avrebbe esitato a trattare a condizioni analoghe con gruppi in contrasto, scegliendo strategicamente di non favorire alcuno dei sodalizi. Feticismi di poco conto? Nient’affatto. Da aggiungere, dettaglio non di poco conto, che rispetto ai propri traffici storici il clan si è sempre dimostrato molto deciso a non perdere terreno. E non farsi passare mosche sotto il naso. E’ dello scorso anno la sentenza in abbreviato di primo grado che condanna Velluto a 20 anni di reclusione per un omicidio – quello di Rocco Sciannimanico – avvenuto per un debito di droga non pagato.

Questi, letti organicamente, in modo scientifico, tutti assieme, sono la dimostrazione che esiste una struttura ormai autonoma ed indipendente dalle vecchie mafie. Anzi, in grado di essere protagonista sui palcoscenici internazionali e di trattare da pari con i grandi gruppi del crimine transnazionale. Esiste una Camorra, a Bari, che non ha nulla da invidiare a nessuno. Anzi, che in modernità, può davvero dare più di una lezione in giro per l’Italia. E sarebbe davvero bene che chi ha il dovere di interrogarsi su come difenderci, chi ha il dovere di formarsi su come contrastare al meglio le minacce al nostro corpo sociale, se ne faccia quanto prima una ragione. E cominci a studiare davvero.

Sindaci delle Periferie

A Lecce, nelle passate settimane, un intero sistema è finito sotto la lente della Magistratura. Tanto che, in una notte, tra arresti e denunce a piede libero, amministratori pubblici, dirigenti ed impiegati comunali ed addirittura un senatore, sono saliti agli onori della cronaca, assieme a due sacristi del capoluogo, come organizzatori di un sistema criminale che su un piatto della bilancia metteva i consensi elettorali, sull’altro assegnazioni di alloggi popolari e favori sessuali.

Le verità, in Italia, le scrivono le sentenze per fatti come questi. Il condizionale, dunque, è d’obbligo. E però, la vicenda, intera e così com’è, deve farci riflettere.

imagesAl netto dei risvolti osò della vicenda, sembra che il cuore di tutto fosse lo scambio reale tra interi pacchetti di voti ed alloggi. Quello che non è definitivamente chiaro è se chi agiva – i sacristi coinvolti – promettessero ed orientassero i voti in cambio di una personalissima facilitazione (ti ripago la casa per me con un tot di consensi tacciabili) oppure il loro sforzo in campagna elettorale e nell’orientare i votanti all’urna fosse ripagato col diritto di decidere ed imporre assegnazioni per conto terzi. E qui la storia si farebbe decisamente più complessa. Più preoccupante. Ma allo stesso tempo più utile.

Utile a cosa? Utile a ricordare che è proprio annidata dentro le maglie di quello scambio, quel preciso scambio, la capacità delle mafie di radicarsi, fare proseliti ed accreditarsi presso pezzi interi del nostro blocco sociale come “soggetti politici”. 49a91a962de32973abb16e69f49243f6--giovanni-jungleE’ proprio attraverso scambi e gestioni di rapporti di questo tipo che, negli anni, alcuni boss a Bari ed i Puglia – ecco, Lecce sembra non fare eccezione – hanno costruito la propria fortuna di interlocutori sociali e politici. Basta guardare alla parabola di Savino Parisi a Japigia, basta una banalissima, semplice scorsa agli atti del processo BlueMoon, per vedere come, proprio nella capacità di orientare consenso in cambio di potere presso gli uffici case popolari ci stia annidato il potere di un capocorda. La sua capacità di diventare Sindaco del Rione.

Non va sottovalutata, questa faccenda. Non va sottovalutata perché ci racconta ancora tre dettagli importantissimi per capire quanto, effettivamente, tante parti della nostra società risultino ancora esclusi dai giochi e vulnerabili a sirene criminali.
Innanzitutto ci dice che c’è sempre una concreta probabilità che le competizioni elettorali risultino inquinate. Ancora, ci dice che quello del diritto alla casa è ancora un terreno su cui lo scontro e l’allarme sociale deve rimanere alto – perché, lo si voglia o no, una costante di tutti questi procedimenti è sempre e comunque il contraccambio promesso dai politici in cambio di voti: la casa. bari-pru-japigia-5-4In ultimo, ci dice che è ancora molto facile, a fronte di manciate di voti e consensi, per un boss, riuscire a governare un meccanismo delicato che esclude o riconosce diritti – ed è quindi assolutamente evidente quanto sia semplice, per soggetti del genere, accreditarsi sempre più come agenzie sociali invece che come agenti dell’illegalità.
In Puglia, purtroppo, una storia di cui Lecce è solo l’ultimo capitolo scritto. Una storia che non accenna ad avviarsi alla fine!

La “Quarta Mafia” non esiste!

Provocatorio, come titolo? Decisamente. E me ne assumo la responsabilità. Purtroppo, per smuovere gli stagni, a volte, è necessario lanciare un sasso. Ed allora lanciamolo, perché lo facciamo a ragion veduta. Prometto: è l’ultimo post programmatico che vi impongo. Credetemi, però, è davvero necessario.

In Puglia non esiste una sola Mafia. E quindi parlare di Quarta Mafia, quando si ragiona di Puglia, è profondamente scorretto.
La Quarta Mafia, come struttura unica, è esistita solo sulla carta per un brevissimo periodo. Peraltro, solo dietro le sbarre dei carceri di Bari, Trani, Port Azzurro. La Quarta Mafia, conosciuta come Sacra Corona Unita, è già stata processata e riconosciuta come associazione a delinquere semplice, peraltro senza che ne fosse provata la mafiosità, nel lontano 1985. E da allora non esiste più. Non solo per diritto, ma anche nei fatti. Per le strade, nelle carceri, nelle nostre città.

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In Puglia, già dal 1985 e quindi ben prima che se ne cominciasse a parlare e ragionare, la Quarta Mafia già non esisteva più. Questo, ovvio, non vuol dire che non esista mafia in Puglia. Tutt’altro. Di sistemi criminali mafiosi, nella nostra regione, ne esistono almeno tre. Ben distinti tra loro. Ciascuno col proprio ambito territoriale di competenza. Ciascuno con le proprie logiche, i propri rituali, le proprie vocazioni. Ciascuno con un nome ed una struttura propria, differente dalle altre. Eppure, per sciatteria, disattenzione, mancanza di approfondimenti, spesso per una curiosa forma di sensazionalismo che si nutre di un interesse “mordi e fuggi” tanti continuano ancora ad usare, per la Puglia, termini come Quarta Mafia o Sacra Corona Unita. Come se bisognasse confrontarsi con una struttura unica. Con un nemico solo.

Non sono bastati quarant’anni di occasioni mancate, nella lotta ai sistemi criminali organizzati pugliesi, per capire che la definizione di Quarta Mafia è stata un’arma potentissima nelle mani delle mafie pugliesi per radicarsi al meglio e sfuggire con facilità alle maglie della giustizia. Ancora oggi, ancora in Commissione Antimafia, ancora nelle Prefetture, nelle Commissioni Regionali e sulle colonne dei quotidiani più autorevoli, non si smette di ragionare di mafie pugliesi in termini unitari. Ancora oggi si continua a sbagliare. Si continua ad accomunare la Mafia del Gargano alla Camorra Barese, la Società Foggiana alla (nuova) Sacra Corona Unita che opera nel profondo Salento. Ancora oggi si crede che chi da Napoli investa a Gallipoli lo faccia col benestare di una struttura unica che sovrintende ai traffici illeciti di una regione intera. Oppure, si è portati a credere che i cartelli albanesi, quelli che movimentano centinaia di tonnellate di marijuana sulle nostre coste, lo facciano in nome di una alleanza di cartello che vede, sulle nostre coste, un riferimento unitario. Davvero, niente di più sbagliato!

La speranza, con questo modesto ma costante contributo, è che si cominci, una buona volta, a ragionare in profondità di queste mafie così pericolose, moderne e spregiudicate. Prima che altre occasioni finiscano per essere mancate ed altre opportunità perse.

Si comincia…

Benvenuti. Oggi vede la luce questo blog, con la voglia e l’ambizione di occuparsi di Camorra Barese dal punto di vista storico e sociologico. E’ quel che faccio, ormai da cinque anni buoni, sui giornali che ospitano i miei contributi. O nei libri che scrivo. Oppure, in modo per me anche molto più stimolante, durante le attività di formazione che svolgo assieme a giovani e meno giovani, a Bari e non solo.
Credo, però, sia arrivato il momento di creare un contenitore dove tenere assieme le mie riflessioni, le analisi, le ricostruzioni che continuo giorno per giorno a tracciare, sul fenomeno. Anche perché, presto – meglio dire finalmente – sarà pubblicato un mio libro che, come titolo, ha lo stesso di questo blog: La Camorra Barese. Ed è giusto che, di pari passo, sia possibile sostenere la diffusione di quell’opera con un contenitore che non sia solo “promozione e marketing”, ma anche e soprattutto rilancio costante della questione, dell’analisi, della ricostruzione. Perché ad una storia non si può mai, davvero, scrivere la parola fine… E perché ogni lavoro di ricostruzione storica deve essere aggiornato, alimentato, nutrito delle nuove osservazioni e delle nuove riflessioni che i tanti futuri possibili di quella vicenda hanno occasione di portare con sé.

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Mi piacerebbe, allora, dire che oggi quel che si apre è un luogo di osservazione, studio e discussione non solo sul fenomeno della Camorra Barese, ma anche uno spazio in cui poter ragionare in modo consapevole di mafie pugliesi. Al plurale, perché sono almeno tre, tutte diverse tra loro. Ragionare di come la (nuova) Sacra Corona Unita si sia trasformata nel decenni. Di come, lontana dalle cure e dalle attenzioni di chi la volle e la fondò, abbia mutato pelle, recuperando uno spirito originario. Differente, più spontaneo e disarticolato. Quasi campanilistico, ma non per questo meno pericoloso. Oppure, credo sia opportuno poter avere un luogo dove analizzare quel che sta succedendo tra i monti del Gargano, dove i rappresentanti delle Istituzioni, quotidianamente, si scontrano con la criminalità di montanari fin troppo moderni, oppure nelle città della Piana del Tavoliere, dove alle questioni storiche del traffico di droga e di armi, ormai da un decennio, si sono saldate quelle ancor più preoccupanti del caporalato e del governo sui flussi di migranti.

Soprattutto, mi piacerebbe dire che oggi nasce anche un luogo di incontro di esperienze, di competenze, di realtà, accomunate dall’interesse per i fenomeni criminali organizzati. Un luogo in cui realtà diverse possano confrontare i propri vissuti e le proprie chiavi di lettura. Con l’ambizione di poter anche fare rete, per praticare anche in un luogo che virtuale lo è sempre meno, quella Antimafia Sociale che a me piace chiamare Antimafia Dal Basso.

Ancora Benvenuti…