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Modugno e le Sante Alleanze

Ci è voluta una nuova inchiesta della procura di Bari a mandare alla sbarra l’ennesima articolazione di Camorra Barese nell’hinterland. Con più precisione, nel comune di Modugno, in quella zona liquida in bilico tra status di comune autonomo e territorio contiguo al CEP – San Paolo e alla zona industriale del capoluogo. Insomma… un hinterland che è sempre più inglobato nella città. Un hinterland che si fa fatica a definire tale.

Tant’è comunque. Le forze dell’ordine hanno sgominato, nelle scorse settimane, una organizzazione criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti che agiva indisturbata in situazione di assoluto ed indiscusso monopolio nel comune, rifornendo le piazze di spaccio della cittadina e gestendo in modo verticistico anche il lavoro di alcuni dettaglianti free-lance che non avevano alcuna possibilità di rendersi autonomi sulla piazza.

Il dato interessante dell’inchiesta che ha portato in carcere trentadue persone ed ha dovuto dare anche avvio ad una serie di pratiche di affido di minori – alcuni anche coinvolti direttamente nello spaccio – è che l’organizzazione non era assolutamente autonoma. A dirla tutta, più che un clan a se stante, essa si proponeva come diretta articolazione di un cartello criminale di primissimo piano nel panorama camorristico barese. I riferimenti del gruppo, capeggiato da figure del calibro di Siciliani Lorenzo e Martino Valentino – già nel mirino degli investigatori dall’anno passato, operazione Pandora – erano, nemmeno a dirlo, i clan Diomede e Capriati. Per essere più precisi, il cartello di famiglie che questi due sodalizi compongono a far data ormai dal 1990.Ed infatti, per Siciliani e Martino, i riferimenti erano chiari: Cesare e Nicola Diomede a Carrassi ed i Capriati a Bari Vecchia. E quando le figure di cui sopra, per morte o sopraggiunto arresto, non hanno più potuto gestire i rapporti in prima persona, ecco i supplenti, sempre legati a quelle storie, a quelle famiglie, a quelle tradizioni. Erano i Capriati ed i Diomede a rifornire il gruppo attivo su Modugno, garantendosi introiti considerevoli dalla cessione all’ingrosso di marijuana e cocaina – oltre ad assicurarsi il controllo su un territorio strategico, per le sue peculiarità di cerniera e cintura rispetto a più territori differenti.

Una dimostrazione, qualora ancora ve ne fosse bisogno, del fatto che alcune famiglie ed alcuni cartelli, pur se falcidiati da indagini e inchieste, pur se alla sbarra in processi complessi e con carichi di pena molto importanti, riescono comunque a mantenere il controllo su determinate enclave e da quelle mantenere attive linee auree che rappresentano forme di sostentamento e sopravvivenza irrinunciabili. La dimostrazione, senza dubbio alcuno, che molto è ancora il lavoro da fare rispetto alla Camorra ed a certe famiglie che sembrano non morire mai.

Quella tra i Capriati ed i Diomede è una alleanza antica, storica, nelle vicende della Camorra Barese. Affonda le sue radici nella prima vera guerra di mafia a Bari, quella combattuta per il controllo della piazza di spaccio del San Paolo nei primi anni ’90. Allora, Antonio Capriati e Michele Diomede, i boss delle due famiglie, decisero di unire le proprie forze per affrontare la banda – successivamente clan – capeggiata da Andrea Montani, per affermare sul grande quartiere popolare a ovest di Bari una supremazia nel traffico di stupefacenti.

Sono ormai anni che i Diomede hanno dovuto abbandonare il campo e che i Capriati non riescono a riemergere dalla loro roccaforte di Piazzetta San Pietro, nella città vecchia. Eppure, anche se minati da lutti, arresti e processi, entrambi i clan mantengono il controllo saldo su territori esterni alla città. E proprio attraverso questi riescono a tenere viva la loro posizione di assoluta autorevolezza.

Una sintesi del problema Cannabis depotenziata

Questo non è un sito proibizionista!
Questo è un sito di analisi sul fenomeno dei sistemi criminali organizzati. Si occupa principalmente di Camorra barese.

Ciò premesso… le critiche mosse nell’articolo uscito lo scorso venerdì su Epolis non posso essere semplicisticamente liquidate come proibizionismo.

E’ chiaro e lampante che sia necessaria una normativa che superi la criminalizzazione del consumo di Cannabis. Le risultanze scientifiche rispetto ai danni che un consumo episodico e consapevole possono avere su un organismo sano stanno lì a dirci chiaramente che lo Stato autorizza consumi ben più pericolosi. Ed è innegabile che acquisendo un controllo diretto sulla sostanza, sulla sua produzione e sulla sua commercializzazione, sarebbe possibile erodere un business enorme alla criminalità. Ed al tempo stesso negarle la possibilità di quel maledetto primo contatto tra giovani esterni ai tessuti criminali e gruppi contigui alla Camorra.

Tutto vero e tutto sottoscritto in ogni momento.

Purtroppo, però, non possiamo che constatare che questa legge, così come è stata concepita e scritta, non va in questa direzione. Non è chiaro nulla, una volta che si esce dall’alveo di discussione sulla produzione della sostanza. E sono sacche di incertezza di questo tipo il carburante per fare frittate anche peggiori di quelle che si vogliono scacciare dalla tavola.

Perchè in una situazione così, la criminalità ha gioco libero nel taglieggiare gli esercenti, nell’imporre dinamiche. Soprattutto, con controlli così scarsi, ha modo di infilarcisi dentro. E lucrare. Espandendo di molto il proprio monte contatti.

Attenzione a dimostrarci entusiasti nei confronti di discipline legislative pasticciate, disattente, scollate dal tessuto dello Stato Reale. Perchè invece di combattere la Camorra sul terreno dello spacci, con questa legge le diamo solo una gran mano!

Una riflessione sui rischi collegati alla vendita di Cannabis depotenziata

Oggi, su EpolisBari, un mio articolo approccia il problema delle reti di vendita della cannabis depotenziata. Con una analisi su inquietanti episodi avvenuti in provincia, sulle pericolose lacune legislative in materia di vendita e consumo e sul pecche la Camorra soffra moltissimo l’eventualità che si affermi un consumo di questo tipo.

Non perdetelo!

Sulle vie dell’oro verde, i baresi sono appena manovali.

Scottante attualità: il processo alla articolazione su costa italiana dell’organizzazione che dal Paese delle Aquile gestiva il traffico di Marijuana verso il territorio italiano. Ne abbiamo tanto parlato di questa nuova frontiera del narcotraffico. proviamo a inquadrare meglio quello che le cronache ci consegnano scendendo un po’ più nel dettaglio.

Abbiamo detto, ma lo ricordiamo, che dalla caduta del Muro le organizzazioni criminali albanesi si sono articolate per cartelli. Abbiamo anche detto che questi cartelli, negli anni, hanno selezionato alcuni business nativi. Il primo ed il più importante è quello dato dal commercio della marijuana. Questa fase di radicamento e professionalizzazione di un business che nemmeno trent’anni fa è cominciato in maniera amatoriale ha conosciuto 3 step:
– Formazione ed ambientamento
– Produzione in appalto su suolo estero
– Produzione e filiera chiusa dall’interno dei confini.

foto1(5)Con il primo step le organizzazioni hanno inviato propri emissari a fare formazione ed apprendistato presso le organizzazioni pugliesi con cui erano in contatto grazie ai traffici di sigarette ed armi. Questo avveniva nell’ultimo decennio del 900. Nello stesso tempo, i clan sostenevano e finanziavano quella che viene definita “diaspora albanese” con l’investimento dei capitali maturati a margine del contrabbando e del traffico d’armi in attività produttive legali – quasi sempre collegate al mondo dell’edilizia. Mentre alcuni emissari comprendevano il funzionamento del grande narcotraffico i contabili moltiplicavano soldi. Anche grazie alla nascita dello stato Kosovaro, da subito identificato come strategico crocevia tanto economico quanto geografico per triangolazioni importanti coi paesi di religione islamica – anche grazie alla sinergia religiosa tra albanesi e mondo musulmano.

Il secondo step comincia all’inizio del millennio con la creazione, su territorio italiano, di un network di piccoli produttori, agganciati ai grandi clan pugliesi, finanziato con capitale esclusivamente albanese. Il tutto mentre nel paese delle Aquile la grande Marijuana Connection installava, nelle province interne, le prime grandi piantagioni. Il beta test su suolo italico serviva non tanto a lanciare un brand quanto a testare sul campo la rete che si andava costituendo, per verificare affidabilità ed efficienza dei manovali all’opera e per testare i primi collegamenti con l’Italia settentrionale e con le altre regioni meridionali. Questo permetteva agli operativi su territorio italico di creare saldature con le organizzazioni extrapugliesi e inaugurare i primi rapporti commerciali.

Pronte le piantagioni in casa, si passa alla fase tre, ossia alla chiusura della filiera. Da un paio d’anni a questa parte, proprio come col contrabbando, l’Albania è divenuta la centrale operativa del narcotraffico di marijuana. I cartelli dei produttori forniscono la materia prima al prezzo che loro e solo loro stabiliscono. E le rotte che vengono utilizzate sono quelle garantite da logistica legata ai clan albanesi. I gruppi locali, baresi e leccesi, non fanno altro che garantire stoccaggio, recupero, guardiania e contatti con i network di acquirenti pugliesi all’ingrosso.

marijuana-in-Albania.pngQuesto vuol dire che per il business irrinunciabile dello spaccio, siamo ormai completamente dipendenti da un cartello estero che si è proposto come leader indiscusso e monopolista a livello europeo. Lo dimostrano gli studi sulle articolazioni logistiche in tutta europa. L’erba albanese è quella che inonda il mercato europeo. In questo traffico, i pugliesi, per la prima volta, sono semplicemente un ingranaggio minimo. Perchè mentre per il contrabbando erano i terminali di un traffico che, però, una volta arrivato in Italia, si riarticolato – garantendo alla SCU ed alla Camorra Barese la possibilità di definire prezzi e strategie rispetto alla commercializzazione del prodotto – ora, con l’erba, nessuno dei passaggi è appaltato agli italiani. Con l’evidente duro colpo di troncare tutte le opportunità, per i pugliesi, di proporsi al mondo come referenti di un commercio nodale. Mentre con le sigarette tutti dovevano trattare con i pugliesi, per l’erba questi ultimi stanno a guardare, al massimo si occupano di “spicciare” questioni di poco conto.

Sarà interessante capire come il processo ai clan albanesi della marijuna – a Bari – andrà a finire. Perchè si tratta di una inchiesta complessa che tiene assieme pezzi di clan storici, costretti, per la prima volta, a casa propria, a fare da servitù. Sarà interessante perchè di certo aiuterà ad avere un quadro più chiaro sui pesi specifici delle organizzazioni che operano a livello nazionale e transnazionale su un mercato cui nessuna mafia può rinunciare. Staremo a vedere.

Adriatic connection

L’operazione antimafia che ha sgominato il gruppo criminale riconducibile a Domenico Velluto, tra giovedì e venerdì, svela retroscena molto interessanti su questioni nodali per la malavita organizzata. Perchè disarticola un sodalizio molto particolare. Specializzato. Così profondamente specializzato da costringerci a porci una domanda: “Una associazione a delinquere che non assedia direttamente il territorio con le piazze di spaccio e l’imposizione delle decime del pizzo, ma si limita al ruolo di trafficante di stupefacenti, spesso limitandosi a porre in comunicazione logistica domanda ed offerta, quanto può ritenersi estranea – giuridicamente parlando – alla galassia camorristica della città?”

whatsapp_image_2018_10_04_at_112530jPerchè è questo che viene da pensare, nel ricostruire la parabola dei Velluto, a Bari.
Un clan ristretto, limitato a pochi fidatissimi sodali, installato in un territorio molto ben preciso e da sempre battezzato come impermeabile o quanto meno a scarsissima permeabilità mafiosa. Scarsi, quasi nulli, i momenti di frizione e scontro del gruppo, che vanta una saldatura apparentemente tradizionale coi vecchi sodalizi della Camorra Barese. Attività ben definite, circoscritte agli affari che maturano nel grande traffico di stupefacenti tra le sponde dell’Adriatico, con contatti accertati con una serie di altri gruppi esterni al panorama cittadino (SCU salentina su tutti) ma sempre e solo finalizzati alla interposizione in affari nel traffico di marijuana.
Gli uomini di Velluto sono trafficanti di droga. Questo li tiene distanti dall’accusa di associazione di stampo mafioso? Lo diranno i giudici.
Sociologicamente, a leggere il tutto in una chiave meramente accademica, obiettivamente dobbiamo dire no. Non possiamo tenerli fuori dall’universo camorristico. Dobbiamo considerarli a tutti gli effetti un clan. Per un semplice motivo: sono un ingranaggio perfettamente combinato all’interno della catena che dalle regioni attorno ad Argirocastro fa arrivare nelle piazze di Bari la marijuana che i clan vendono per controllare il territorio e ridistribuire all’interno dei propri gruppi stipendi e servizi.

A leggere le ordinanze e le ricostruzioni a margine, questo sarebbero, gli uomini del gruppo smantellato tra Poggiofranco e Carrassi. Anzi, a dirla tutta, sarebbero uno dei pochi gruppi baresi ancora in grado di trattare direttamente coi fornitori senza bisogno di alcuna intermediazione tra la propria domanda e l’offerta dei cartelli albanesi. Questo, è un dato di estrema importanza, di fronte a cartelli camorristici baresi sempre meno dotati dell’autorevolezza criminale per “fare i prezzi”.

3e1b1c_02_HomeIm_799x400.jpgEcco, quindi, che ci si palesa sotto gli occhi una precisa realtà che non possiamo ignorare. La galassia che chiamiamo Camorra Barese e che ancora qualcuno si ostina a liquidare in residuo provinciale della SCU, è in realtà un magma assolutamente peculiare ed indipendente. Così storicamente radicato e negli anni così perfettamente professionalizzato da avere, al suo interno, anche strutture che più che “fare direttamente malavita” concorrono, attraverso traffici criminali, al successo di altre strutture. Apparentemente senza sporcarsi le mani. Apparentemente, senza controllare criminalmente un territorio. Semplicemente perchè hanno scelto di inserirsi in quel mondo ed in quel mercato con un ruolo diverso. Ed insiste proprio su questo uno dei passaggi dell’ordinanza. Anche di fronte a guerre e controversie interne alla Camorra Barese, il gruppo dei Velluto – il condizionale però è d’obbligo – non avrebbe esitato a trattare a condizioni analoghe con gruppi in contrasto, scegliendo strategicamente di non favorire alcuno dei sodalizi. Feticismi di poco conto? Nient’affatto. Da aggiungere, dettaglio non di poco conto, che rispetto ai propri traffici storici il clan si è sempre dimostrato molto deciso a non perdere terreno. E non farsi passare mosche sotto il naso. E’ dello scorso anno la sentenza in abbreviato di primo grado che condanna Velluto a 20 anni di reclusione per un omicidio – quello di Rocco Sciannimanico – avvenuto per un debito di droga non pagato.

Questi, letti organicamente, in modo scientifico, tutti assieme, sono la dimostrazione che esiste una struttura ormai autonoma ed indipendente dalle vecchie mafie. Anzi, in grado di essere protagonista sui palcoscenici internazionali e di trattare da pari con i grandi gruppi del crimine transnazionale. Esiste una Camorra, a Bari, che non ha nulla da invidiare a nessuno. Anzi, che in modernità, può davvero dare più di una lezione in giro per l’Italia. E sarebbe davvero bene che chi ha il dovere di interrogarsi su come difenderci, chi ha il dovere di formarsi su come contrastare al meglio le minacce al nostro corpo sociale, se ne faccia quanto prima una ragione. E cominci a studiare davvero.

Madonnella: una cerniera particolare

Esistono luoghi di una città che sono particolari per il loro essere incredibilmente indecifrabili. A Bari, soprattutto dal punto di vista dell’analisi criminale, sono due i luoghi che appaiono, all’occhio dell’osservatore attento, due veri e propri rompicapi. San Pasquale e Madonnella. Due quartieri dichiaratamente residenziali senza apparenti e particolari criticità. Due quartieri a prima vista ben miscelati, con pezzi popolari che si agganciano ad isolati di edilizia a mercato libero. Due rioni dotati di negozi e servizi, collegati al resto della città e ad essa in realtà contigui. Anzi, nel caso di Madonnella, direttamente agganciati al salotto buono del centro. Due quartieri nei quali, a leggere le vicende della Camorra barese come strettamente connesse ai luoghi e ai mutamenti di questa città, non dovrebbero esserci particolari emergenze legate alla criminalità organizzata. Invece no!

Di San Pasquale di certo ci sarà modo e tempo di parlare. La cronaca delle ultime due o tre settimane, invece, ci impone una riflessione sul quartiere Madonnella. Perché proprio tra le vie di quel quartiere a fine settembre si è tornato a sparare. E non capitava da tempo. Certo, sempre nei pressi del quadrilatero popolare stretto tra Via Dalmazia ed il Lungomare, quindi in una zona del quartiere che si può definire “particolare”… ma si è comunque sparato per strada, tra la gente. Peraltro con una determinazione che non sembrerebbe giustificata, a guardare la vittima dell’agguato: un piccolo criminale con risibili precedenti collegati al mondo che fa dello spaccio minuto la propria forma di sopravvivenza.

A guardarla bene, invece, la vicenda, tutto drammaticamente torna. E si ritrovano chiari anche gli indizi sul perché Madonnella, un quartiere così diverso dai ghetti cui Bari ci ha abituato, sia un quartiere da tenere in considerazione.

1537303077477.jpg--.jpgCriminalmente Madonnella esprime una propria batteria di camorra autoctona, quella dei Rafaschieri-Di Cosimo. Dallo scorso anno, però, è anche diventata l’esilio dorato del gruppo collegato a Busco, l’emergente un tempo organico al gruppo di Parisi e Palermiti che all’inizio del 2017 scatenò a Japigia una guerra sanguinaria per ritagliare uno spazio di autonomia nel controllo del traffico di stupefacenti. Allo stesso tempo, soprattutto nella zona più contigua al centro cittadino vero e proprio, il quartiere si caratterizza per una offerta notturna improntata alla movida di alto livello. E – lo abbiamo visto – si tratta di una offerta sempre molto ben considerata dalle cosche perché, disciolta tra la clientela dei locali, si annida una fetta interessante di acquirenti di marijuana e hashish. Va da sé che un luogo così, peraltro cerniera perfetta tra un quartiere problematico come Japigia e una Mecca come il centro, facilmente possa diventare terreno di scontro. O presunta zona franca in cui a qualche cane sciolto possa venire l’infelice idea di addentrarsi. E poi, una variabile importante, nella zona frontaliera al lungomare, proprio a due passi da quel quadrilatero popolare territorio della cosca, ci sono piazzette e giardini che storicamente, da anni, sono punto di ritrovo neutrale dove la malavita cittadina si incontra, si riunisce, discute, approfittando della tradizione tutta barese del passeggio e della sosta sul Lungomare. Un luogo, quindi, in cui è facile anche che per sciocchezze si finisca per venire a contatto. C’è un altro dato importante da considerare quando si parla di Madonnella: la sua caratterizzazione progressivamente spostata verso un quartiere di meticciato. Perché anche in questa parte di città, molto meno che a Libertà ma decisamente più che altrove, lentamente si stanno installando piccole comunità di immigrati. Soprattutto nelle zone più povere del quartiere. E  seppur quelli del Madonnella sono quelli “che se la passano meglio” tanto da potersi permettere una contrattazione in un luogo decisamente più costoso rispetto al Libertà, è pur vero che anche in quel quartiere la marginalizzazione – qui soprattutto economica – si fa sentire per le comunità immigrate. Ed è provata, anche se davvero minima, la presenza di riferimenti di spaccio minuto anche tra i migranti.

nazioni-1068x543.jpgBisogna quindi prestare molta attenzione al quartiere Madonnella. Vero: non esprime particolari criticità, come quelle che detonano altrove in città. Ma è un luogo molto densamente abitato. Peraltro da una classe media barese che ha sempre sperimentato una esistenza sostanzialmente tranquilla ed al riparo dalla paura della Camorra. Ed è proprio questa classe di cittadini, ora, la più sensibile ad eventuali recrudescenze. In un quartiere dove in questi anni una comunità migrante si sta installando, l’idea che possa essere quest’ultima la causa del problema va decisamente tenuta a distanza. E nello stesso momento è importante che si faccia vigilanza attiva tra quelle strade. Perché, per molti che altrove si sono fatti le ossa, l’idea che lì ci sia un gruppo debole, incapace di resistere, può ispirare propositi molto pericolosi. Ricordiamolo, e ricordiamolo per bene: potenzialmente, soprattutto a ridosso del centro, il mercato dello spaccio rappresenta una ghiottissima opportunità che presto sarà contesa in modo molto animato.

Bari – Carbonara: un tranquillo far west di paura.

Ad una settimana dalla commemorazione per i quindici anni dalla morte di Gaetano Marchitelli, studente la mattina e pizza-express la sera per aiutare in casa, ammazzato perchè capitato sulla linea di tiro di due bande di camorristi che si contendevano la piazza di Carbonara a suon di piombo, in mezzo alla gente.
A meno di una settimana dall’agguato che ha lasciato gravemente ferito un piccolo delinquente di quartiere, a Madonnella, molto probabilmente per vicende legate al controllo dello spaccio di erba e fumo nel quadrilatero di case popolari dietro Piazza Diaz, sul Lungomare.
Nella città dove Salvini ignora che esista la mafia, tanto da dimenticarsene nel suo comizio nel quartiere Libertà, dove, a sentire il Ministro, le emergenze sarebbero solo legate a qualche spacciatore ed agli immigrati irregolari – che nessuno, tra vigili e poliziotti, ha trovato in mezzo ai tantissimi migranti in regola col permesso di soggiorno che vivono quel pezzo di città difficile.
Nelle ore in cui una città torna a spaccarsi sulla ovvia presenza di una sede di una sede di Casapound in una periferia ad alta densità migrante – unico luogo a Bari dove chi soffia sulle paure e sulla xenofobia, chi parla agli intestini più che alla testa, possa avere speranza di radicarsi e fare reclutamento. Del resto, che possiamo aspettarci visto il continuo sdoganamento di quelle parole d’ordine da parte di un Ministro della Repubblica, per giunta titolare del Viminale?!

1537791399265.jpg--In questa città, con queste coordinate spaziali e temporali, ci troviamo costretti a stravolgere la normale programmazione del blog per dare conto dell’ennesimo, gravissimo fatto di sangue. Lunedì pomeriggio, tra Carbonara e gli stradoni che costeggiano lo Stadio San Nicola, un’auto ha inseguito una moto sparando all’impazzata. Fino a che non si è avuta la certezza che i centauri non avessero avuto la peggio. Chi fuggiva su due ruote, dalla frazione di Carbonara, inseguito dal piombo, non era “uno qualsiasi”.  A bordo della moto c’erano i due figli dello storico boss di Madonnella: Vincenzo Rafaschieri, ucciso nel 1994 su ordine di Domenico Monti a due passi da casa, in mezzo alla gente. Dei due, il più giovane, Walter, è morto. Alessandro, il maggiore, è rimasto gravemente ferito. Coinvolta anche un’altra auto, schiantata nella carambola tra chi fuggiva e chi sparava. E coinvolto anche un’altro innocente passante a cui i killer hanno sequestrato l’auto, pistole in pungo, per fuggire via. Quando la seconda auto è stata ritrovata, a bordo due giubbotti antiproiettile: un delitto pronto e preparato da tempo, evidentemente. Oppure il segnale chiaro che esistono, a disposizione dei boss e di chi comanda, a Bari, squadre “pronte all’uso” come si suol dire tra Camorristi. Bocche di fuoco sempre pronte ad intervenire al cenno. Squadre che oggi si sono attivate subito dopo che i due fratelli Rafaschieri sono entrati in un territorio come quello di Carbonara – un tempo feudo degli amici Di Cosola, ora drammaticamente senza padrone, diviso tra i giovani feroci degli Strisciuglio e quel che resta di un vecchio clan ormai senza più vertici.

1537790173766.jpg--carabinieriC’è tutta un’indagine da costruire, questo è certo. C’è tutta una storia da decifrare dietro l’ennesima follia scatenata dai camorristi che controllano indisturbati pezzi interi di questa città. Quel che è certo è che questo duplice omicidio, a pochi giorni dall’agguato a Madonnella, tira al centro della discussione un quartiere spesso dimenticato. Un quartiere che ha sempre fatto da cerniera tra poli differenti, tutti molto importanti – Japigia e Bari Vecchia, per capirci. E però, nello stesso tempo, un quartiere che non ha mai espresso una malavita agguerrita e capace di rivaleggiare con gli altri clan. E che da un po’ di tempo, ha calamitato su di sé appetiti particolari e diversi.
Avevamo scelto di parlare approfonditamente di questa particolare situazione di Madonnella nei prossimi giorni. Abbiamo dovuto stravolgere la programmazione e potrete leggere il contributo focus sul quartiere già dopodomani.

Nel frattempo, è davvero il caso di riflettere su cosa sta succedendo. E’ il caso di capire se questa città può permettersi ancora di perdere tempo, rispetto ad una emergenza che è endemica e che non risparmia nessun quartiere. E però è anche il caso di fare presto, prima di finire a piangere l’ennesimo innocente finito per caso sulla linea di fuoco di chi crede di poter disporre di chiunque e di qualunque luogo, come fosse “cosa sua”…

“Protocollo Movida”: lo spaccio come forma di racket

Porzioni intere della città di Bari, negli ultimi venticinque anni, hanno conosciuto una frizzante evoluzione grazie all’intraprendenza di una serie di imprenditori che, puntando sul mercato della ristorazione e dell’aggregazione, hanno riqualificato isolati, piazze, luoghi di ritrovo prima lasciati in abbandono. E’ con questa costante opera di apertura di pub, bar, pizzerie ed esercizi di ristorazione che, negli ultimi vent’anni, Bari vecchia e determinate porzioni del lungomare e del centro – quelle a ridosso del quartiere Madonnella, ai margini della city commerciale – hanno conosciuto un vero e proprio rinascimento in termini di presenze, aggregazione sociale, espressione economica e commerciale.

Come sempre, ovunque si sviluppino occasioni di mercato, la Camorra Barese si è presentata a porgere il conto. E cercare di sviluppare occasioni di arricchimento parassitando quello costruito dalle imprese.

hqdefault.jpgNei primi anni, le attenzioni pericolose delle famiglie di camorra baresi si sono espresse attraverso la forma del racket delle estorsioni, con richieste di denaro “in cambio di sicurezza”. Utilizzando un protocollo ben rodato: minacce, intimidazioni, incidenti causati ad arte a margine della movida per poi ripassare e suggerire – nei fatti imporre – agli esercenti il pagamento di una decima settimanale o mensile. Il tutto in cambio della possibilità di continuare ad operare tranquilli. E’ stato così, a Bari, per il primo lustro buono. E nei fatti, questa attenzione criminale, dopo poco si è tradotta nella crisi e nella chiusura di molti degli esercizi in questione, strangolati dalle richieste estorsive e dalle fisiologiche difficoltà di lanciare un settore fino ad allora sconosciuto in quelle zone della città. Nello stesso momento, però, l’evidenza che a Bari il racket contro gli esercizi ristorativi stesse prendendo piede, ha attirato anche l’attenzione delle forze dell’ordine che a più riprese sono intervenute per stroncare – o provare a contenere – il fenomeno. Anche perché, a margine del racket estensivo, quello che si verifica è l’aumento esponenziale dell’incidenza di altri reati: usura e riciclaggio in primis.

bari-carabinieri-650x250.jpgDopo un quinquennio buono di assestamento, le cose sono cambiate. Un nuovo rinascimento ha interessato le zone della movida barese – rimaste le stesse anche a distanza di un decennio. Nello stesso momento, però, quel che è apparso subito evidente è una diminuzione drastica di tutte quelle spie che aiutano a segnalare la presenza di un circuito estorsivo stabile ed aggressivo. La Camorra aveva abbandonato il campo? Tutt’altro. Perchè quel che si stava verificando era un cambio di strategia radicale delle organizzazioni criminali, rispetto ai mercati offerti dalla nuova movida. Non più in funzione parassitaria, no. Questa volta la Camorra recuperava un protagonismo fino ad allora sconosciuto e scendeva in campo con un network di nuova generazione: quello dello spaccio diluito all’interno della movida.

Nei fatti, quello che i clan avevano notato era che a margine del grande mercato del divertimento e della ristorazione, ad aumentare era anche il bacino di utenti potenziali per il traffico di stupefacenti. Chi arrivava a Bari Vecchia o sul Lungomare in cerca di divertimento, di una bevuta o di una pizza, era spesso anche un potenziale consumatore di sostanze stupefacenti – soprattutto quelle leggere o quelle sintetiche. Ed era quindi auspicabile, per i clan, che non intervenissero cause esterne ad allontanare quel mondo di potenziali consumatori che si affacciava. Anzi, era preferibile che il mondo della movida proliferasse, nella speranza che questo aumento di utenti si traducesse anche in una crescita esponenziale della domanda. Allo stesso tempo, ai clan era stato subito evidente che strozzare l’economia della ristorazione avrebbe portato una robusta contrazione del mercato della droga, con un crollo dei ricavi conseguente. Per cui, i gruppi criminali hanno imposto per le strade una dottrina diversa: una rete di spacciatori inseriti all’interno dei circuiti della movida come frequentatori abituali di determinati luoghi e determinate piazze. Questi soggetti, autorizzati ad allestire un proprio mini-network di spaccio, hanno negli anni colonizzato i luoghi del divertimento garantendo un rifornimento continuo del mercato ed una soddisfazione generale della domanda. Il tutto, in una situazione di relativa “pace sociale” e tranquillità apparente garantita anche e soprattutto dalla loro presenza. L’ordine impartito dai clan, infatti, è da subito stato quello che non ci fossero problemi di ordine pubblico ad attirare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle zone della movida. Al tempo stesso, l’abbandono delle attività estorsive ha enormemente ridotto l’emergenza di reati spia, tranquillizzando, in un primo tempo, magistratura ed apparati repressivi.

spaccio-hashish.jpg.aspx.jpegNei fatti, però, la Camorra barese occupa stabilmente i luoghi di aggregazione e divertimento. Li condiziona e li controlla. Il tutto, sia chiaro, senza che ristoratori o esercenti possano essere considerati parte della filiera o soggetti coinvolti. Quando vi sono contatti, infatti, essi sono sempre di natura ricattatoria o persecutoria. Gli esercenti, i negozianti, i ristoratori, di fronte a questo nuovo protocollo, sono VITTIME. Il tutto, per almeno un decennio buono, nel silenzio e nella sottovalutazione generale del fenomeno. Il tutto, troppo spesso, mentre ci si ripeteva che, infondo, si trattava solo del commercio di sostanze leggere – un commercio sempre sottovalutato nella sua pericolosità. Intanto, però, in un decennio, la malavita barese ha ingrassato le proprie casse e costruito le proprie fortune anche su questo mercato. Ed ha sviluppato un controllo del territorio e delle dinamiche così forte da essere anche intervenuta, almeno in un caso, nel recente passato, anche con il tentativo del salto di qualità. In un caso, infatti, la magistratura ha anche provato pesanti infiltrazioni di un clan nella gestione di un grande e conosciuto ristorante della Città Vecchia. E sono in molti a sostenere, di fronte alle recenti assegnazioni demaniali per la gestione di spazi ristorativi a margine della muraglia, sul lungomare che dal porto arriva al Margherita, che la infiltrazione criminale sia stata così forte da condizionare gli esiti di alcuni bandi. Su questo, però, allo stato attuale, non c’è alcuna certezza – né risultano indagini o particolari osservazioni a riguardo.

Quel che invece è certo è che sia necessario intervenire con un controllo costante ed una attenzione maggiore sui luoghi della socialità barese. Soprattutto perché la “prateria libera” che finora i clan hanno sperimentato sul campo è una occasione ghiottissima, per le famiglie di camorra, per mettere radici in un sistema economico che, un domani, può offrire molte e più allettanti opportunità.

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La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?

Saldature inquietanti ed oro verde

Proseguiamo un breve focus sull questione “droghe leggere”. Con particolare attenzione alla marijuana. Sembra doveroso, perché nelle ultime due settimane, complice la coda agostana fatta ancora di movida estiva, ma anche e soprattutto di ripresa del regolare scorrere delle giornate, quel che accade in alcuni luoghi precisi della città finisce per forza di cose sotto la lente d’ingrandimento di cittadini e forze dell’ordine. E crea i presupposti per osservazioni, indagini, interventi.

Nelle ultime due settimane di agosto e nella prima di settembre sono state parecchie le micro-operazioni di polizia contro luoghi di spaccio di sostanze stupefacenti leggere. Gli interventi si sono concentrati soprattutto nelle zone della movida serale ed in alcune zone della città divenute, purtroppo, terra di nessuno. In quest’ultimo caso parliamo della centralissima Piazza Umberto e della vicina Piazza Battisti. Lì, a dieci passi dalla Stazione e da Via Sparano, oltre che dalle principali facoltà universitarie, ormai da un buon quinquennio, il controllo dello Stato appare sempre più debole. Ed i dialetti alberati e le panchine si sono nei fatti trasformati in una zona “franca” che comunica degrado, insicurezza, paura. In entrambe le zone, a più riprese, le forze dell’ordine hanno colpito in modo chirurgico smantellando piccoli network di spaccio di sostanze stupefacenti. Sostanze da fumo e cocaina sequestrate. Immigrati irregolari e cittadini baresi gli arrestati o denunciati a piede libero. Dato rilevante, l’ultimo, i soggetti baresi denunciati o arrestati sono facce note alle forze dell’ordine, ma esclusivamente per reati di bassissima manovalanza.

Il dato è utile per confermarci innanzitutto che sempre più il network di spaccio delle sostanze da fumo è uno strumento di inserimento tra le fila delle organizzazioni criminali. E’ la porta d’accesso al mondo del crimine. Ancora, come già detto pochi giorni fa, si rivela lo strumento con cui il clan applica la propria leva economica, creando ed irrobustendo la cassa corrente e nello stesso tempo permettendo introiti di sopravvivenza agli spacciatori di strada.

NRM01C’è dell’altro, però. Molto più importante. La presenza, tra gli spacciatori, di immigrati irregolari, infatti, contribuisce a collocare nello scenario un altro tassello utilissimo nella analisi delle dinamiche criminali a Bari. Fino ad oggi i network criminali di contrabbando e di spaccio, quelli per capirci che garantiscono ai clan cassa corrente continua e controllo del territorio, erano network inclusivi, utili per allargare la base dei sodali di basso livello, ma mai così tanto “a maglie larghe” da includere extracomunitari o soggetti ritenuti scarsamente affidabili sul piano della sicurezza interna del clan. Da alcuni anni, invece, soprattutto in alcuni luoghi della città, i network dello spaccio minuto sono aperti – quando non completamente appaltati – a manovalanza extracomunitaria. Perché questo avviene? Semplice: si pesa ancora una volta nel degrado, nella fame, nell’esclusione. Ma non basta. Quel che accade, in più, è anche che si interviene ancora una volta in luoghi in cui il radicamento della propria struttura è complicato, faticoso, troppo esposto allo sguardo delle forze dell’ordine. Quindi, per poter acquisire un controllo del territorio su zone lontane dalle proprie roccaforti, e per farlo senza destare sospetti, i clan nei fatti “subappaltano” la gestione minuta dello spaccio, in alcune piazze, a gruppi di extracomunitari già presenti in zona. E’ così che sono nate le batterie di spacciatori neri dei giardini attorno all’Ateneo. Questa operazione di fidelizzazione, quand’anche esterna, di gruppi eterogenei di immigrati alla causa del clan, inoltre, costruisce i presupposti di una pace sociale in altre zone della città dove la coabitazione con la disperazione e la marginalizzazione di quegli stessi immigrati potrebbe portare conseguenze nefaste. Permettere di spacciare a Piazza Umberto a gruppi di immigrati residenti al Libertà – sotto traccia, in zona grigia quando non completamente abusivi ed irregolari – garantisce innanzitutto il riconoscimento tra gruppi di un rapporto gerarchico. Inoltre assicura il fatto che quei gruppi di immigrati che scelgono di delinquere per ragioni di sussistenza, lo faranno lontano dal territorio del clan, con rischi minimi di moltiplicare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle proprie roccaforti. Ancora, ed in ultima analisi, l’inserimento morbido nella propria galassia criminale di gruppi di delinquenti ben riconoscibili e ben aggregati tra loro per ceppo etnico, tradizioni, culture e sub-culture, frena tra questi gruppi la tentazione di costruire organizzazioni criminali in proprio, strutturarsi come gang o come gruppo informale e radicarsi come tale sul territorio. Rischio per ora fortunatamente scongiurato in tutti i quartieri di Bari, dove la malavita degli immigrati si manifesta ancora coi canoni della mera sopravvivenza.

WhatsApp-Image-2017-01-24-at-07.42.32-696x392Non possiamo però ignorare che, proprio a partire da rapporti di riconoscimento mutuo di questo tipo, un domani le cose possano degenerare. Ed il fatto che gran parte di queste saldature si concretizza ai margini della quasbah del Libertà è un dato ancora più preoccupante. Perché le ultime indagini dimostrano che la malavita autoctona di quel quartiere, nell’ultimo biennio, benché vincente rispetto alla concorrenza, sta attraversando una delicata fase di crisi interna. Una fase fatta di riorganizzazione degli equilibri e delle linee di comando. Ed in fasi delicate e di riorganizzazione interna – come queste – con le grandi figure di riferimento e gli avversari storici in cella o in condizione di non nuocere, è facile per alcuni avvertire la tentazione di uno strappo nei confronti delle vecchie regole e delle vecchie gerarchie. Non è escluso, ovviamente, che tentazioni del genere possano far prudere il naso anche alle batterie degli immigrati conquistate alla causa. Anche perché, dalla loro, queste ultime hanno una compartimentazione ed un tratto indetitario che le rende molto più forti e coese. E soprattutto perché, sempre di più, il grande traffico di stupefacenti leggeri si muove su direttrici diverse da quelle italiane di riferimento. E quindi risulta molto più semplice, per gruppi diversi, entrare in contatto con le organizzazioni che si occupano di ingrosso e che fanno i prezzi. E un dato di questa portata, è intuitivo, ci aiuta a capire con quanta facilità si possa accedere a tutti gli strumenti per la creazione di un network di spaccio in proprio.