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CEP – San Paolo: qualche riflessione

Molto interessante, da recuperare, il dibattito nato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Bari, venerdì scorso. Un confronto a più voci sul tema della rigenerazione del quartiere Cep – San Paolo. Una rigenerazione che è stata di sicuro urbana e strutturale, ma non può decisamente definirsi compiuta in termini culturali.

In realtà, modestissimo parere di chi scrive, parlare di rigenerazione per un quartiere che solo negli ultimi anni ha potuto sperimentare a pieno quella che avrebbe dovuto essere inizialmente la sua forma e la sua dotazione strutturale di servizi, pare leggermente inappropriato. Forse converrebbe parlare di una esperienza, per il San Paolo, non tanto di rigenerazione, quanto più che altro di forma ormai pressoché compiuta. Possiamo magari chiederci se l’upgrade delle strutture e dei servizi, aggiornati al tempo presente, non sia poi in fin dei conti una rigenerazione. Ma non possiamo non partire da questo dato, nel leggere il San Paolo: il quartiere, solo negli ultimi quindici anni, può davvero definirsi completo e pressoché autosufficiente. Con un ritardo di cinquant’anni che, lo si voglia o no, le nuove generazioni le ha segnate.

Interessante il passaggio che si fa su un discorso più profondo, che attiene alle narrazioni di quel luogo come Comunità, più che come semplice Quartiere. Si parla finalmente di ricucitura. Ed è un bene! Finalmente. Perchè fermarsi al dato semplice e strutturale di una rigenerazione urbana limita i campi d’intervento a quello estetico funzionale, limita le scienze in campo a quelle dell’urbanistica. E facendo così, ancora una volta, taglia fuori dalla discussione il protagonismo delle persone, delle loro narrazioni individuali, familiari, di vicinato, collettive. Fermarci al rigenerare, guardando alle strutture ed all’hardware che fa funzionare un quartiere, non vale a ricucire quello strappo profondo che, dalla periferia, lacera ancora una comunità intera, una comunità che pesa più di 30mila residenti. Sì, il San Paolo – CEP è un pezzo di città da ricucire al resto. Indicativo come i residenti, ancora, parlino del centro come di una città diversa, distante. Ecco: ricucire significa colmare quella distanza. Che non è solo fisica, ma continua ad essere anche interiore.

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Più ancora, ricucire quella distanza significa cominciare a sanare un peccato originale che vizia il CEP dalla sua nascita: quello dello strappo profondo e lacerante tra pezzi interi di comunità e famiglie. Strappo che ha generato, piaccia o no, in quel luogo, tutte le condizioni perchè la disperazione si trasformasse in delinquenza di sopravvivenza, prima, ed in camorra dopo.

Che fare? Si riflette e tanto sulla necessità di creare aspettative e protagonismo positivo, di sostituire le parole dell’assistenza – troppo passive – con quelle del sostegno, dell’accompagnare, del prendere coscienza e adoperare strumenti sociali nuovi. Certo. E Bene! Si parla del lavoro, quello buono, formante. Quello che per sua stessa natura è capace innanzitutto di garantire diritti e libertà, di generare consapevolezza e spirito critico, prima che mero reddito – che sarebbe comunque già qualcosa.
Questo è il fine. Questa è e deve essere la stella polare di un percorso chiaro e preciso. Un percorso che ricucia attraverso l’inclusione. Innanzitutto nel mondo dei diritti e del lavoro, della cittadinanza attiva e soprattutto consapevole.

Allo stesso tempo, però, sia chiaro: in quel quartiere esistono emergenze che vanno guardate in faccia con serenità, certo, ma anche con fermezza. E su questo una risposta concreta, reale, quel confronto, così come riportato, non la da. Rigenerazione, ricucitura, lavoro, cittadinanza attiva. Sono al tempo stesso ricette ed ingredienti indispensabili. Prima, però, è necessario investire forze ed energie in percorsi concreti di legalità. Che passino tutti, nessuno escluso, da una lotta ferrea e senza quartiere alle storture che cinquanta e più anni di amministrazione distorta di quel pezzo di città – più che distorta, criminale – hanno generato.

Piaccia o no, prima di tutto ci sono i clan da combattere.
Indispensabile, per esempio, è ricominciare ad avere un controllo capillare e reale sulle logiche di assegnazione e redistribuzione degli alloggi popolari. Perchè la casa è un diritto, concreto quanto il lavoro. E se continua ad essere, soprattutto per i gruppi sociali più marginalizzati, un “fatto” apparentemente nelle mani di pochi, pochi ma precisi, poi è difficile parlare di diritti, inclusione, lavoro. Perchè anche al CEP le case, alcune case, continuano a gestirle i clan.
Se non si comincia realmente e in profondità ad incidere sul modo concreto con cui i clan affermano il proprio predominio sul quartiere, diventa difficile, domani, sviluppare tutta un’altra serie di percorsi. Parimenti, piaccia o no, proprio al CEP-San Paolo, e molto presto, è necessario procedere ad una operazione di bonifica reale delle piazze di spaccio. Perchè è anche attraverso quelle che un clan si garantisce consenso e controllo. Oltre a diffondere, nella gente e nei giovani, la consapevolezza di poter offrire una alternativa concreta e redditizia alla disoccupazione. In questo, duole dirlo, complice è anche tutto un modello culturale che ha ormai da anni derubricato il consumo di droghe leggere a fatto di costume. Il CEP, a Bari, è attualmente la terza piazza di spaccio più grande. Rifornisce un mercato autarchico e assieme assicura un punto all’ingrosso strategico per molti gruppi criminali della provincia. Soprattutto per lo stupefacente leggero. Ed in questo percorso di affermazione criminale forgia generazioni sempre nuove.

Ragioniamo su tutto, facciamolo in modo costante, cosciente, anche creativo. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono emergenze reali da fronteggiare. E per quelle emergenze, purtroppo, nel brevissimo periodo la ricetta non può che essere quella deputata a magistratura e forze dell’ordine. E questo non per amore delle derive securitarie, ma per mero, indispensabile realismo. Ogni percorso di rammendo, ricucitura, rigenerazione, costruzione reale e concreta, non può essere pensato e declinato se non nel medio e lungo termine. In una finestra temporale che, piaccia o no, permette alle logiche dei clan di essere ancora quelle che offrono i “modelli vincenti”. E permette a quelle famiglie criminali, sempre le stesse, di estendere il proprio controllo e costringere alla propria narrazione anche figure fino ad ora “insospettabili”. Quei famosi ragazzi di famiglie finora estranee alle narrazioni di camorra che, impoveriti da una situazione che non offre casa, lavoro, formazione, certezze, finiscono per aderire a modelli che, invece, offrono una soddisfazione concreta e molto più rapida a bisogni altrettanto concreti. Offrono l’alternativa, concreta e praticabile. Se non svuoti le case da chi le occupa in nome e per conto dei clan, se non riconsegni le piazze e le strade ala legalità spezzando le gambe allo spaccio… Non ci sarà mai tempo per radicare percorsi di ricucitura, anche i più performanti.

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E’ un esempio che faccio spesso. Chissà perchè, i ragazzini dei quartieri, dal San Paolo al Libertà a Bari Vecchia, lo capiscono subito. Ci sta uno che non lavora. E ogni settimana si cambia le scarpe. Gucci, Luìuittò come dicono loro, Paciotti. Tutte originali. Io quelle scarpe le voglio, anche solo per fare lo stile. E lui mi spiega che se faccio come fa lui, se vivo come lui, pure io me le potrò comprare. La professoressa, il parroco, se hanno tempo e voglia mio padre e mia madre, mi dicono che un giorno me le potrò comprare pure io se lavoro. Ma il lavoro dove sta? Quello delle scarpe non lavora ma ha una casa. E  ha un amico che la casa te la trova. E certe volte ti trova pure il lavoro. Mia madre, mio padre, il parroco, la scuola… tutti fessi e bugiardi. Vado da quello a capire bene come si fa!

(tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Katia Moro e sono tratte da un suo reportage per Bari Inedita)

 

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Legalità al Libertà – Lavori in corso

Chissà cosa avrà da dire Salvini? Chissà cosa avrà da dire Romito? Nessuno si è espresso, in merito. Eppure entrambi avevano tuonato sui problemi reali del Libertà. Salvo poi non accorgersi che questi si chiamava degrado, povertà, esclusione sociale ed anche abusivismo. L’abusivismo praticato dai baresi contro concittadini e migranti.

E l’abuso altro non era che la concessione, in affitto, di tuguri, garage, depositi, catapecchie. Senza nessun tipo di contratto, anzi con quella che si configurava in tutti i modi come una truffa ai danni quantomeno del catasto. E delle tasche di tutti noi, che invece alle imposte relative agli immobili (IMU e simili) facciamo fronte in modo limpido.

Di questa illegalità divenuta nei fatti “legale” nessuno vuole parlare. Nemmeno quello che la Lega continua a chiamare Candidato Sindaco. Fabio Romito, che è quello che poi tutta questa bagarre l’ha per fortuna – e suo malgrado – scatenata con la sua passeggiata nel rione Libertà – quella in cui andavano scovati i neri irregolari che delinquevano, tace. Troppo impegnato a capire se saranno le primarie a stabilire chi condurrà il centrodestra nelle prossime amministrative o riuscirà a deciderlo il tavolo politico dei signori del centrodestra.

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Di questa illegalità non tace invece l’amministrazione. Che si sta occupando da un mese di censire lo stato dell’abusivismo e sta intimando – con tempi brevissimi – una messa in legalità delle situazioni. Bene, davvero.

Perchè quello che sta emergendo è uno spaccato triste, squallido. Uno spaccato che coinvolge per primi i baresi, che quelle unità immobiliari le affittavano. Uno spaccato degradato in cui, però, l’unica cosa che esce salva è la dignità di chi, in quelle condizioni, era costretto a viverci. Una dignità che si fa pudore, vergogna, nel mostrare le condizioni in cui si viene tenuti. Una dignità che si fa pretesa, nel momento in cui si chiede di poter vedere la propria situazione regolarizzata, come diritto.

Quel che lascia attoniti, in tutto questo, è il silenzio delle forze di Sinistra di questa città. Per capirci, quelle istituzionali. Perchè poi, al Libertà, attivi su questa vicenda, ci sono i comitati spontanei, ci sono le solidarietà di vicinato, ci sono le realtà di base. Mancano le forze che istituzionalmente si indignano per la presenza di Casapound tra quelle strade… e però non spendono un rigo, sui social, nelle interviste, nelle lettere con preghiera di pubblicazione ai giornali, per dire qualcosa su una questione che a Bari è centrale. Perchè incrocia le questioni della marginalizzazione a quelle della legalità, le questioni della fiscalità a quelle della criminalità. No, su questo non si parla. Ed è un peccato. Anzi, è Il Peccato. Perchè proprio Bari, che di problemi di marginalizzazione vive e della ricucitura delle periferie avrebbe un gran bisogno, negli scorsi mesi si è vista scippare grossa parte dei finanziamenti per i bandi periferie. Ed incrociare le battaglie, quando ci sono sinergie possibili, è sempre una scommessa vincente.

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Nel frattempo, per fortuna, l’impegno per la legalità dell’amministrazione non si ferma. E questo è un merito che a questa amministrazione va riconosciuto – sebbene ancora troppi siano i demeriti delle passate gestioni a stessa targa politica perchè il conto possa definirsi a saldo zero. Continua l’impegno per l’emersione delle situazioni nere, grigi, illegali. E si finisce per scoprire che un altro quartiere popolare, San Pasquale, sconta le stesse problematiche, seppur in tono minore. Ed in salsa quasi completamente barese.

C’è margine, prima di invocare le grandi questioni di sistema e le piccole tristi faccende di poltrone e giacchette, per una riflessione seria non tanto sullo stato dell’arte – che è impietosamente sotto lo sguardo di chi voglia vedere – quanto più sul “che fare?” A guardare le discussioni delle ultime settimane, viene da rispondere tristemente di no.

Deve far paura il 21 settembre 2018 a Bari!

1537567914739.JPG--aggressione_nel_quartiere_liberta_al_corteo__mai_con_salvini___2_feriti_gravi.JPGAttenzione a liquidare la storiaccia oscena di ieri sera, a Bari, quartiere Libertà, come una faccenda da due soldi. Come la solita vecchia solfa di fasci e cinesi che si acchiappano e si menano. Perché non è affatto così. Sebbene, ad uno sguardo poco attento, questo possa apparire.
I fatti: da decenni il quartiere Libertà vive una vera e propria condizione di ghettizzazione. Conseguenza di politiche sciagurate che non hanno sostenuto il quartiere nel mentre i suoi servizi degradavano, la crisi mordeva i calcagni, le fabbriche attorno chiudevano e per molti diventava sempre più difficile mettere un piatto a tavola lavorando onestamente. Da decenni, al quartiere Libertà, la Camorra barese ha potuto mettere radici indisturbata. E, in quel ghetto dimenticato, a due passi dal centro, ora, si è installata da un decennio buono una delle centrali operative della cosca più radicata e potente di Bari. img_20180211_110237.pngAncora i fatti: da un quindicennio buono, complice l’abbandono del quartiere da parte di chi poteva permetterselo, il Libertà è divenuto il luogo dove maggiormente ha radicato la propria residenza la comunità migrante che ha fatto di Bari la sua seconda casa. Si tratta nella stragrande maggioranza di cittadini in regola col permesso di soggiorno. Colorati, sulla pelle, nel vestire, nel parlare dieci lingue diverse. Ma sempre cittadini, in regola col permesso e con tutti gli adempimenti burocratici. No, per essere precisi non tutti: la comunità migrante di stanza a Bari, spesso, pur di avere un tetto sulla testa, al Libertà ha dovuto accettare un compromesso detestabile e tutto meridionale: quello del nero abitativo. Perché – e questo lo ha evidenziato anche un controllo a tappeto delle istituzioni comunali – al Libertà i baresi che affittano, soprattutto ai migranti – o lo fanno in nero, oppure lo fanno riciclando unità immobiliari dichiarate depositi, box, rimesse. E questo causa marginalizzazione ed invisibilità rispetto ai servizi pubblici, rispetto alla burocrazia, rispetto all’amministrazione. E questa marginalizzazione, negli anni, porta la gente intorno a guardarti con sospetto. Oltre, spesso, a metterti in condizioni disperate. Oltre a impedirti di accedere a molti servizi assistenziali del comune.
Aggressione-Libertà.jpgAncora i fatti: da un anno buono la nuova Lega, quella che invece di dividere l’Italia tra Nord e Sud vuole spaccarla tra Con Noi-Contro di noi, ha cominciato a soffiare sul fuoco della marginalizzazione e della crisi amplificando a dismisura per ragioni elettorali la xenofobia. Creando, sì, creando ad arte, una emergenza immigrazione che a Bari, nel quartiere, oltre la piccola e sporadica preoccupazione che è fisiologia in un quartiere così problematico, non si è mai conosciuta. Fino ad inventare un comizio di Salvini battezzato come oceanico, raccattando in giro per la provincia un paio di centinaia di supporter ad uso e consumo delle telecamere.
Comizio nel quale, per dieci minuti, in una città che ha la propria giustizia raminga e terremotata, il Ministro degli Interni ha detto che “Ci saranno per le strade del quartiere più poliziotti, per contrastare immigrati irregolari, spacciatori e papponi!” Non una parola sulla Camorra, che del quartiere, da decenni, è il vero problema. Come se non esistesse.
Ultimo fatto: da un po’ proprio in quel quartiere, complice l’emergenza costruita ad arte attorno alla comunità immigrata, si è installata in via Eritrea una sede di Casapound. Naturale, fisiologico: un gruppo politico va dove è convinto di poter “lavorare” su una “emergenza” per “espandere la propria base, fare reclutamento, avviare radicamento”.

Ieri sera, a margine di una iniziativa per l’integrazione del quartiere e nel quartiere e contro marginalizzazione e politiche salviniane, un gruppo di persone provenienti dalla sede di Casapound ha aggredito alcuni attivisti e promotori del corteo. Ferendo alcuni. Ne è nato un corteo che si è mosso verso il Libertà e la sede di Casapound. Corteo bloccato con violenza dalla Polizia.

I fatti di ieri, i fatti di avant’ieri e quelli indietro fino a quarant’anni fa stanno messi sopra, in fila uno dietro l’altro.

Unknown.jpegQuel che non si deve ignorare, però, sta dietro le righe. Sta in mezzo alle parole. Nelle pieghe della Memoria. A Bari, quarant’anni fa e qualcosa di più, una situazione così si è già verificata. Lo scenario era quello di Bari Vecchia. Gli ingredienti tipici del ghetto marginalizzato c’erano tutti. Non c’erano gli immigrati ma degrado, disoccupazione, povertà, delinquenza di sopravvivenza… ci stava tutto. Mancava la fogna, per dirne una… ma questo più che attenuare le condizioni di cui sopra, magari le aggravava. In quella Bari Vecchia, una serie di cantieri di politica e socialità la sinistra li aveva inaugurati. E stava ottenendo risultati. Tanto da conquistare dalla sua anche alcune fette di quel blocco sociale che delinqueva nel contrabbando per portare il pane a casa, quando ancora la Camorra barese non esisteva. E quando Bari Vecchia era solo un ghetto di povertà e non una centrale operativa delle mafie cittadine. I fascisti a Bari Vecchia non ci potevano entrare. E quel bubbone rosso a due passi dal centro faceva paura a tanti. Perché era rosso. E perché era fatto degli ultimi veri. Degli straccioni. Dei barivecchiani. Così qualcuno pensò bene di ispirare una ventina di rampolli della Bari nera, di impastarli ad un’altra ventina di sciagurati e mezze tacche del crimine e di suggerire loro di fare casino. Di menare qualche rosso, magari di quelli che si permettevano di mettere la testa fuori dalla cloaca che era Bari Vecchia. E così qualcuno con la lama in tasca pensò bene di passare dai cazzotti alle coltellate. E con una vigliaccheria davvero degna di essere ricordata, in una scazzottata provocata ad arte, scelse di accanirsi sull’unico che non poteva scappare, perché poliomielitico: Benedetto Petrone. Com’è successo ieri, al Libertà, quando ad essere aggrediti sono stati cinque attivisti che stavano accompagnando a casa una ragazza nera col suo passeggino, col suo bambino. Pari pari.

b_978-88-8176-995-7.jpgMagari gli ispiratori di quel che è successo a Bari ieri non sono gli stessi di quarant’anni fa. Forse vengono fuori da sotto allo stesso vetrino di coltura. Però la strategia è la stessa. Picchiare, scatenare il panico, pestare perché ci sia una risposta violenta. E perché la risposta si declini lungo una direttrice sola: quella degli opposti estremismi. Chi ispira questo conosce bene i baresi. E sa che una cosa così è già successa. Dopo l’omicidio di Petrone. Quando la città si strappò in due. Tra chi diceva che c’era una emergenza fascista e chi diceva che infondo era solo crepata una zecca. Anzi, uno che zecca lo era due volte: barivecchiano e comunista. Sui due lembi di questa città strappata a metà, nessuno che ricordasse che quel che era successo era figlio di una lotta precisa. Una lotta che denunciava e cercava di colpire una emergenza: quella della ghettizzazione, della marginalizzazione, della disperazione che rischia di diventare altro. Come andò a finire? Che a Bari Vecchia i cantieri politici e sociali si chiusero. E che anche i contrabbandieri più rossi finirono per sbiadire. Ed emerse una nuova leva di delinquenti. Gente che più che delinquere per sopravvivere, lo faceva per arrivare, per arricchirsi, senza troppi scrupoli. Come andò a finire davvero? Che a Bari Vecchia nacque uno degli storici clan della Camorra Barese.

7135aggressione_bari.jpgLa città, sulla scazzottata di ieri, rischia di spaccarsi di nuovo. Anche perché i luoghi di discussione incontrollati dove di questo si ragionerà sono molto più potenti dei giornali e dei bar, delle sezioni e dei circoli ricreativi. Ed i rischi della replica di uno strappo, però, oggi sono molto più gravi. Perché Libertà è un ghetto molto più complesso di Bari Vecchia quarant’anni fa. Perché al Libertà oggi c’è ed è viva una comunità migrante regolare, onesta ed operosa nella sua maggioranza schiacciante. E però è una comunità sola e marginalizzata rispetto alle istituzioni. Soprattutto per colpa di chi a quella comunità da casa. Soprattutto per colpa dei baresi. Se la città si strappa su questo, in un quartiere dove la Camorra non ha nulla da imparare, anzi è attiva e già operosissima, modernissima, agguerrita, le minacce per tutti, dopodomani, saranno terribilmente più gravi. Restare lucidi dopo le botte è sempre difficile. Ma è necessario, centomila volte oggi più di ieri, che nessuno dimentichi che i fascisti non sono l’emergenza del Libertà, oggi, ma un sintomo dei problemi più gravi, più strutturali, più storici di quel luogo.

bari sparatoria-2.jpgSe ci dimentichiamo di questo, come quarant’anni fa, a banchettare saranno altri. Saranno i signori dimenticati o ignorati nei discorsi del Ministro e dei suoi scherani. Saranno i Camorristi. Ed i fascisti che sull’emergenza immigrazione continueranno a montare casi. Mentre chi fa crimine continuerà a farlo, sempre più. E chi oggi delinque per sopravvivere, bianco o nero che sia, domani, forse, sceglierà di fare un salto.

Salvini al Libertà? Parliamone!

salvini a bari (3)Detto questo: due note importanti a margine di una riflessione. Ci apprestiamo a vivere una brutta campagna elettorale a Bari se Romito sarà davvero il candidato del CDX. Per una banalissima, semplicissima ragione. Quel comizietto era a due passi dal vecchio Tribunale. Un politico che parla di agenti in più per contrastare l’illegalità – di qualsiasi colore essa sia – è evidente, ignora le più banali regole della vita democratica. Oltre che la giurisprudenza ed il funzionamento base dell’apparato penale e repressivo. L’emergenza, a Bari, non è il controllo del territorio. Ma l’impossibilità di processare e l’enorme difficoltà con cui si procede alla parte burocratica e fascicolare delle indagini. E – piaccia o no – in uno stato di diritto come il nostro… Beh… è di un tribunale efficiente in primis che c’è bisogno. Visto che di agenti, a Bari, ce n’è! Terrificante corollario di questa prima riflessione? Accanto al bamboccione cui si cuce addosso il lavoro di candidato sindaco, c’è un signore che è Ministro degli Interni. Primo deputato alla gestione della SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO. Che sia lui, in prima persona, megafono di baggianate simili, a Bari, dove la giustizia è terremotata, la procura cade a pezzi e gli uffici sono uno spezzatino… ATTERRISCE. Vanno in secondo piano – vi prego di cominciare a metterle in secondo piano tutti – le considerazioni sulla retorica del razzismo all’incontrario o del “bianchirossiverdinerigialli”. E’ la retorica vincente – VI PIACCIA O NO – che parla alla pancia tranquillizzandola e dicendole: “Ci sono qui io a dirti come non sembrare il razzista che sei!”. E’ lo stesso meccanismo con cui si conia la parola orco o mostro perché non si accetta di avere dall’altra parte un uomo. Si chiama rimozione. Si chiama Mitopoiesi del male. Si chiama “retorica staliniana”.
093336673-395ca0d4-336e-41d5-9fd4-7bb462e01dd6La cosa più importante, però, come promesso, sta alla fine. Quella che deve premere di più, che deve essere maggiormente considerata. Al netto di qualsiasi altra riflessione, c’è da sottolineare un grande assente. Va rimarcato un terrificante vocabolo taciuto, nel discorso di Salvini come degli altri due. Avete sentito per sbaglio la parola mafia? La parola mafioso? La parola Camorra? Erano al Quartiere Libertà, dove da anni l’emergenza è la presenza sul territorio delle centrali direzionali delle cosche più agguerrite e pericolose che la città di Bari abbia mai conosciuto. Una menzione? Sentito qualcosa? NO! E non posso credere che un Ministro degli Interni non sappia. Il problema, per loro, è portare a casa risultati apparenti che non mettano in discussione il “quieto vivere” del barese medio. Non lo mettano di fronte alle proprie contraddizioni. Ecco dunque sparire la Camorra Barese. Ed ecco sparire l’altro grande problema del Libertà: l’abusivismo. Perché anche di quella stramaledetta sospensione del “diritto” che avvolge case, proprietà, certezze non si è parlato. Ed è anche quella che permette all’esclusione ed alla marginalizzazione di tanti – soprattutto IMMIGRATI REGOLARI – di apparire devastante. Perché se campi in un container, sconosciuto alla larga parte degli uffici comunali e delle amministrazioni, che ti piaccia o no, non solo appari, ma SEI marginalizzato.
Riflettiamo tanto, su quello che si dice e su come lo si dice. Ma vi prego, sempre, dopo, fermiamoci anche a riflettere su quello che non viene detto, che viene taciuto. Spesso, quasi sempre, è più importante!