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Il mercatino bio di Madonnella

Vi ricordate il macello successo a Piazza Chiurlia a Natale del 2016? Decaro decise di rivitalizzare l’ingresso a Bari Vecchia con un mercatino natalizio. I clan, che dovevano ancora fargli pagare la storiaccia delle forcelle del precedente San Nicola, mandarono a far chiasso, casino e taglieggio tutte le primavere delle loro famiglie, i ragazzini.

E finì che scattarono titoloni, vigilanza, socialità. Ed il mercatino di Piazza Chiurlia fu difeso. E visse belle giornate. Finì che la cittadinanza dimostrò vicinanza ad un percorso virtuoso come quello voluto da Decaro contro gli ambulanti abusivi, ma soprattutto contro le mani dei clan sulle feste patronali. Sul controllo criminale su pezzi del folklore, della tradizione, dell’economia.

A Madonnella, lo scorso Natale, è andato in scena un copione simile, eppure diverso. Il mercatino Bio non era promosso dal comune. E i clan di Madonnella non avevano “scorze” con l’amministrazione. Quello che è successo è un fatto più grave. Perchè p vero che tra le bancarelle del mercatino bio hanno cominciato a girare minacciosamente brutte facce del quartiere. Il problema è che quelle persone, in soccorso, le hanno chiamate alcuni esercenti del quartiere, preoccupati dalla possibile concorrenza delle bancarelle. Ed i vigili arrivati in soccorso si sono trovati davanti gente di sistema e commercianti, assieme, che a mezza voce suggerivano a tutti di chiuderla lì, smontare il mercatino. Perchè, evidentemente, lì comandavano altri.

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A poco è servita la vigilanza civile di quartiere, l’entusiasmo con cui tanti cittadini hanno difeso e dato solidarietà agli espositori: il mercatino ha fatto i bagagli ed è andato via.

Spiace. No, meglio, fa rabbia.
Perchè anche questo ci racconta di una città troppo abituata a vivere gomito a gomito con il Sistema, con la Camorra, con le famiglie. Ci racconta di una città e più ancora di un corpo sociale che è davvero troppo abituato a chiamarli coi vezzeggiativi i boss. Ed a credere che in nome di un qualche rapporto di vicinato – che a Madonnella il racket sui negozi non esiste come fenomeno endemico – si sia in diritto di chiamare a difesa la “malagente” solo e soltanto per vantare una propria prepotenza.

Oppure è ormai tristemente vero che ci sono pezzi interi di questa città che, nella contiguità con certi ambienti e certe figure, finiscono per credere che “certi sani e vecchi metodi” siano quelli giusti per far valere, non si capisce a quale titolo, un diritto che tra le brave persone ha solo il nome di prepotenza?

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Grande è la confusione…

Una riflessione va dedicata alle operazioni delle forze dell’ordine condotte nelle prime giornate di dicembre contro differenti articolazioni della Camorra cittadina. Nella fattispecie sono stati arrestati 13 elementi riconducibili a tre diverse cosche, apparentemente in guerra tra loro. Si tratta di operativi e figure di riferimento del clan Rafaschieri- Di Cosimo, di operativi della articolazione Strisciuglio del San Paolo CEP e di un uomo collegato al gruppo Palermiti-Milella, egemone su Japigia da quando il clan Parisi ha – apparentemente – abbandonato il campo dello spaccio di stupefacenti.

La ricostruzione degli inquirenti getta luce su un momento molto delicato di frizione tra le due anime del gruppo una volta egemone nel quartiere Madonnella: i Rafaschieri-Di Cosimo. Da una parte Emanuele Rafaschieri, fratello del fondatore del clan, Vincenzo – Bibì, morto nel ’94 su ordine di Domenico Monti – intenzionato a mantenere salda e stabile l’alleanza con il gruppo di Japigia (leggi, ormai, Palermiti). Dall’altra i fratelli Di Cosimo, spalleggiati dalla seconda generazione del clan Rafaschieri, rappresentata da Alessandro e Walter, figli di Vincenzo. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni, da tempo erano intenzionati a saldarsi con alcuni dei gruppi federati agli Strisciuglio – segnatamente, il gruppo del San Paolo.
Una ridefinizione di equilibri interna che avrebbe visto, a quel punto, schierate sui due fronti contrapposti, le cosche dei Palermiti da una parte e degli Strisciuglio/San Paolo dall’altra.
Si spiegherebbero così il ferimento di Fachechi e l’agguato mortale contro i fratelli Rafaschieri. Si spiegherebbero così anche le deliranti affermazioni di Emanuele Rafaschieri su vendette da far pagare al proprio nipote Alessanro, colpevole di una serie di sgarbi nei confronti dei vecchi alleati. E probabilmente, anche nei confronti dei Di Cosimo, da tempo detentori di un peso specifico maggiore negli equilibri del clan. Nel mezzo una paranza nuova di criminali, composta da facce vecchie e nuove, tutte quante riconducibili al San Paolo e tutte quante orbitanti nella grande galassia Strisciuglio. Questo gruppo, non identificabile ancora a livello di appartenenze reali, avrebbe poi organizzato e pianificato una serie di risposte, sventate dall’intervento delle forze di polizia.

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La tesi su un fermento reale e profondo nella Camorra barese, dunque, finisce confermata dalle indagini. E la causa di questo fermento è, come si evidenziava, di natura duplice: da una parte la necessità di figure di secondo piano ma storico lignaggio di riaffermare il proprio peso nel momento in cui vanno prese decisioni importanti. Dall’altro la ridefinizione di enormi blocchi di equilibrio dovuta ad alcuni eventi che hanno scompaginato i vecchi asset. E quindi, da una parte l’uscita di scena del vecchio e autorevole padrino Savino Parisi, dall’altra l’affermarsi sulla scena di un nuovo gruppo, spietato e molto più incline all’uso della violenza, come quello dei Palermiti. Un gruppo che ha chiarito sin da subito, con la guerra di due anni fa nel rione Japigia, di non ammettere dinieghi o ingerenze di alcuno, nei propri affari. Allo stesso tempo, però, per tutti, Eugenio Palermiti ed i suoi uomini di fiducia (Milella su tutti, a leggere le carte della Procura) non sarebbero soci di maggioranza cui piegarsi facilmente. E questo perchè, proprio alla fine dell’era Parisi – per quel che appare – avrebbero preteso attenzioni maggiori a quelle dovute, ingerendosi da padroni anche in traffici prima di allora lasciati ai titolari dei quartieri di riferimento. Un ombrello troppo scomodo, sotto cui mettersi, insomma.

Come una guerra del genere possa proseguire, nei prossimi mesi, non è dato ancora prevederlo. Quel che è certo, comunque, è che la ridefinizione degli equilibri nella città ha già scompaginato più di un vecchio cartello. E non è impassibile che nei prossimi mesi la fame di affermazione di alcuni giovani colonnelli possa determinare altri scossoni.

I boss nell’ombra

Passerebbe sotto silenzio o nell’indifferenza generale l’arresto che nemmeno due settimane fa ha riportato agli onori della cronaca la figura di Carlo Alberto Baresi, quarantacinquenne di Carbonara. Passerebbe sotto silenzio perchè si tratta del “solito vecchio arresto” spiccato contro un soggetto accusato di estorsione contro un imprenditore attivo nel settore della vigilanza e della sicurezza dei grandi eventi. Peraltro, la somma estorta, sempre stando a quel che viene riportato dalla stampa, sarebbe di quelle nemmeno gigantesche: diecimila euro.

Passerebbe sotto silenzio, questo fatto, se non fosse che coinvolge una figura che è da sempre ai vertici del clan Strisciuglio. Riconosciuto come uno dei più vivaci animatori del sodalizio, quando ancora non aveva mutato forma in federazione. Parliamo di uno dei vertici più importanti per il gruppo criminale. Peraltro, riconosciuto come il responsabile, con sentenza passata in giudicato, dell’organizzazione dello spaccio e il plenipotenziario della struttura criminale nella sua base logistica – già all’epoca irrinunciabile, di Carbonara.

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Condannato per questi fatti nel processo Eclissi, Baresi, però, è sempre stato capace di mantenere all’esterno un profilo bassissimo. Tanto che in molti, al sentirne il nome, ancora fanno fatica a mettere in fila le vicende.
Chi ha invece studiato i fatti della Camorra Barese dall’inizio sa bene che quella di cui si parla è una figura chiave per un gruppo criminale che, ormai, è da considerarsi quello egemone sulla città di Bari.
Sempre stando alle notizie diffuse dagli organi inquirenti e rimbalzate dai giornali, ora che Lorenzo Caldarola si trova nella condizione di dover mantenere un profilo basso a causa di processi e sentenze in arrivo, una serie di responsabilità di vertice sarebbero state girate proprio a Baresi, che fino all’arresto di qualche giorno fa, da Carbonara, avrebbe diretto il sodalizio, peraltro in una fase di ristrutturazione parecchio delicata.

Torna centrale, poi, con questa vicenda, il ruolo della piazzaforte di Carbonara, attualmente battezzata dalla DIA come sotto il controllo di una batteria precisa degli Strisciuglio, quella legata al pregiudicato Vito Valentino. Piazzaforte attorno alla quale si dipanano molti bandoli della matassa del crimine barese, se si considerare anche i fatti di sangue che hanno visti contrapposti i sodalizi autoctoni con quelli del quartiere Madonnella. Non ultima, una suggestione importante: l’impresa taglieggiata si sarebbe occupata anche della gestione della security nei grandi eventi. Altro business già indicato qui su queste pagine come importantissimo per i criminali baresi. Ennesima conferma che sono molti, i settori economici a Bari, nel mirino dei clan. E che tra questi, l’industria dell’entertaining per una serie di motivi è una delle predilette.

Madonnella: una cerniera particolare

Esistono luoghi di una città che sono particolari per il loro essere incredibilmente indecifrabili. A Bari, soprattutto dal punto di vista dell’analisi criminale, sono due i luoghi che appaiono, all’occhio dell’osservatore attento, due veri e propri rompicapi. San Pasquale e Madonnella. Due quartieri dichiaratamente residenziali senza apparenti e particolari criticità. Due quartieri a prima vista ben miscelati, con pezzi popolari che si agganciano ad isolati di edilizia a mercato libero. Due rioni dotati di negozi e servizi, collegati al resto della città e ad essa in realtà contigui. Anzi, nel caso di Madonnella, direttamente agganciati al salotto buono del centro. Due quartieri nei quali, a leggere le vicende della Camorra barese come strettamente connesse ai luoghi e ai mutamenti di questa città, non dovrebbero esserci particolari emergenze legate alla criminalità organizzata. Invece no!

Di San Pasquale di certo ci sarà modo e tempo di parlare. La cronaca delle ultime due o tre settimane, invece, ci impone una riflessione sul quartiere Madonnella. Perché proprio tra le vie di quel quartiere a fine settembre si è tornato a sparare. E non capitava da tempo. Certo, sempre nei pressi del quadrilatero popolare stretto tra Via Dalmazia ed il Lungomare, quindi in una zona del quartiere che si può definire “particolare”… ma si è comunque sparato per strada, tra la gente. Peraltro con una determinazione che non sembrerebbe giustificata, a guardare la vittima dell’agguato: un piccolo criminale con risibili precedenti collegati al mondo che fa dello spaccio minuto la propria forma di sopravvivenza.

A guardarla bene, invece, la vicenda, tutto drammaticamente torna. E si ritrovano chiari anche gli indizi sul perché Madonnella, un quartiere così diverso dai ghetti cui Bari ci ha abituato, sia un quartiere da tenere in considerazione.

1537303077477.jpg--.jpgCriminalmente Madonnella esprime una propria batteria di camorra autoctona, quella dei Rafaschieri-Di Cosimo. Dallo scorso anno, però, è anche diventata l’esilio dorato del gruppo collegato a Busco, l’emergente un tempo organico al gruppo di Parisi e Palermiti che all’inizio del 2017 scatenò a Japigia una guerra sanguinaria per ritagliare uno spazio di autonomia nel controllo del traffico di stupefacenti. Allo stesso tempo, soprattutto nella zona più contigua al centro cittadino vero e proprio, il quartiere si caratterizza per una offerta notturna improntata alla movida di alto livello. E – lo abbiamo visto – si tratta di una offerta sempre molto ben considerata dalle cosche perché, disciolta tra la clientela dei locali, si annida una fetta interessante di acquirenti di marijuana e hashish. Va da sé che un luogo così, peraltro cerniera perfetta tra un quartiere problematico come Japigia e una Mecca come il centro, facilmente possa diventare terreno di scontro. O presunta zona franca in cui a qualche cane sciolto possa venire l’infelice idea di addentrarsi. E poi, una variabile importante, nella zona frontaliera al lungomare, proprio a due passi da quel quadrilatero popolare territorio della cosca, ci sono piazzette e giardini che storicamente, da anni, sono punto di ritrovo neutrale dove la malavita cittadina si incontra, si riunisce, discute, approfittando della tradizione tutta barese del passeggio e della sosta sul Lungomare. Un luogo, quindi, in cui è facile anche che per sciocchezze si finisca per venire a contatto. C’è un altro dato importante da considerare quando si parla di Madonnella: la sua caratterizzazione progressivamente spostata verso un quartiere di meticciato. Perché anche in questa parte di città, molto meno che a Libertà ma decisamente più che altrove, lentamente si stanno installando piccole comunità di immigrati. Soprattutto nelle zone più povere del quartiere. E  seppur quelli del Madonnella sono quelli “che se la passano meglio” tanto da potersi permettere una contrattazione in un luogo decisamente più costoso rispetto al Libertà, è pur vero che anche in quel quartiere la marginalizzazione – qui soprattutto economica – si fa sentire per le comunità immigrate. Ed è provata, anche se davvero minima, la presenza di riferimenti di spaccio minuto anche tra i migranti.

nazioni-1068x543.jpgBisogna quindi prestare molta attenzione al quartiere Madonnella. Vero: non esprime particolari criticità, come quelle che detonano altrove in città. Ma è un luogo molto densamente abitato. Peraltro da una classe media barese che ha sempre sperimentato una esistenza sostanzialmente tranquilla ed al riparo dalla paura della Camorra. Ed è proprio questa classe di cittadini, ora, la più sensibile ad eventuali recrudescenze. In un quartiere dove in questi anni una comunità migrante si sta installando, l’idea che possa essere quest’ultima la causa del problema va decisamente tenuta a distanza. E nello stesso momento è importante che si faccia vigilanza attiva tra quelle strade. Perché, per molti che altrove si sono fatti le ossa, l’idea che lì ci sia un gruppo debole, incapace di resistere, può ispirare propositi molto pericolosi. Ricordiamolo, e ricordiamolo per bene: potenzialmente, soprattutto a ridosso del centro, il mercato dello spaccio rappresenta una ghiottissima opportunità che presto sarà contesa in modo molto animato.

Bari – Carbonara: un tranquillo far west di paura.

Ad una settimana dalla commemorazione per i quindici anni dalla morte di Gaetano Marchitelli, studente la mattina e pizza-express la sera per aiutare in casa, ammazzato perchè capitato sulla linea di tiro di due bande di camorristi che si contendevano la piazza di Carbonara a suon di piombo, in mezzo alla gente.
A meno di una settimana dall’agguato che ha lasciato gravemente ferito un piccolo delinquente di quartiere, a Madonnella, molto probabilmente per vicende legate al controllo dello spaccio di erba e fumo nel quadrilatero di case popolari dietro Piazza Diaz, sul Lungomare.
Nella città dove Salvini ignora che esista la mafia, tanto da dimenticarsene nel suo comizio nel quartiere Libertà, dove, a sentire il Ministro, le emergenze sarebbero solo legate a qualche spacciatore ed agli immigrati irregolari – che nessuno, tra vigili e poliziotti, ha trovato in mezzo ai tantissimi migranti in regola col permesso di soggiorno che vivono quel pezzo di città difficile.
Nelle ore in cui una città torna a spaccarsi sulla ovvia presenza di una sede di una sede di Casapound in una periferia ad alta densità migrante – unico luogo a Bari dove chi soffia sulle paure e sulla xenofobia, chi parla agli intestini più che alla testa, possa avere speranza di radicarsi e fare reclutamento. Del resto, che possiamo aspettarci visto il continuo sdoganamento di quelle parole d’ordine da parte di un Ministro della Repubblica, per giunta titolare del Viminale?!

1537791399265.jpg--In questa città, con queste coordinate spaziali e temporali, ci troviamo costretti a stravolgere la normale programmazione del blog per dare conto dell’ennesimo, gravissimo fatto di sangue. Lunedì pomeriggio, tra Carbonara e gli stradoni che costeggiano lo Stadio San Nicola, un’auto ha inseguito una moto sparando all’impazzata. Fino a che non si è avuta la certezza che i centauri non avessero avuto la peggio. Chi fuggiva su due ruote, dalla frazione di Carbonara, inseguito dal piombo, non era “uno qualsiasi”.  A bordo della moto c’erano i due figli dello storico boss di Madonnella: Vincenzo Rafaschieri, ucciso nel 1994 su ordine di Domenico Monti a due passi da casa, in mezzo alla gente. Dei due, il più giovane, Walter, è morto. Alessandro, il maggiore, è rimasto gravemente ferito. Coinvolta anche un’altra auto, schiantata nella carambola tra chi fuggiva e chi sparava. E coinvolto anche un’altro innocente passante a cui i killer hanno sequestrato l’auto, pistole in pungo, per fuggire via. Quando la seconda auto è stata ritrovata, a bordo due giubbotti antiproiettile: un delitto pronto e preparato da tempo, evidentemente. Oppure il segnale chiaro che esistono, a disposizione dei boss e di chi comanda, a Bari, squadre “pronte all’uso” come si suol dire tra Camorristi. Bocche di fuoco sempre pronte ad intervenire al cenno. Squadre che oggi si sono attivate subito dopo che i due fratelli Rafaschieri sono entrati in un territorio come quello di Carbonara – un tempo feudo degli amici Di Cosola, ora drammaticamente senza padrone, diviso tra i giovani feroci degli Strisciuglio e quel che resta di un vecchio clan ormai senza più vertici.

1537790173766.jpg--carabinieriC’è tutta un’indagine da costruire, questo è certo. C’è tutta una storia da decifrare dietro l’ennesima follia scatenata dai camorristi che controllano indisturbati pezzi interi di questa città. Quel che è certo è che questo duplice omicidio, a pochi giorni dall’agguato a Madonnella, tira al centro della discussione un quartiere spesso dimenticato. Un quartiere che ha sempre fatto da cerniera tra poli differenti, tutti molto importanti – Japigia e Bari Vecchia, per capirci. E però, nello stesso tempo, un quartiere che non ha mai espresso una malavita agguerrita e capace di rivaleggiare con gli altri clan. E che da un po’ di tempo, ha calamitato su di sé appetiti particolari e diversi.
Avevamo scelto di parlare approfonditamente di questa particolare situazione di Madonnella nei prossimi giorni. Abbiamo dovuto stravolgere la programmazione e potrete leggere il contributo focus sul quartiere già dopodomani.

Nel frattempo, è davvero il caso di riflettere su cosa sta succedendo. E’ il caso di capire se questa città può permettersi ancora di perdere tempo, rispetto ad una emergenza che è endemica e che non risparmia nessun quartiere. E però è anche il caso di fare presto, prima di finire a piangere l’ennesimo innocente finito per caso sulla linea di fuoco di chi crede di poter disporre di chiunque e di qualunque luogo, come fosse “cosa sua”…

“Protocollo Movida”: lo spaccio come forma di racket

Porzioni intere della città di Bari, negli ultimi venticinque anni, hanno conosciuto una frizzante evoluzione grazie all’intraprendenza di una serie di imprenditori che, puntando sul mercato della ristorazione e dell’aggregazione, hanno riqualificato isolati, piazze, luoghi di ritrovo prima lasciati in abbandono. E’ con questa costante opera di apertura di pub, bar, pizzerie ed esercizi di ristorazione che, negli ultimi vent’anni, Bari vecchia e determinate porzioni del lungomare e del centro – quelle a ridosso del quartiere Madonnella, ai margini della city commerciale – hanno conosciuto un vero e proprio rinascimento in termini di presenze, aggregazione sociale, espressione economica e commerciale.

Come sempre, ovunque si sviluppino occasioni di mercato, la Camorra Barese si è presentata a porgere il conto. E cercare di sviluppare occasioni di arricchimento parassitando quello costruito dalle imprese.

hqdefault.jpgNei primi anni, le attenzioni pericolose delle famiglie di camorra baresi si sono espresse attraverso la forma del racket delle estorsioni, con richieste di denaro “in cambio di sicurezza”. Utilizzando un protocollo ben rodato: minacce, intimidazioni, incidenti causati ad arte a margine della movida per poi ripassare e suggerire – nei fatti imporre – agli esercenti il pagamento di una decima settimanale o mensile. Il tutto in cambio della possibilità di continuare ad operare tranquilli. E’ stato così, a Bari, per il primo lustro buono. E nei fatti, questa attenzione criminale, dopo poco si è tradotta nella crisi e nella chiusura di molti degli esercizi in questione, strangolati dalle richieste estorsive e dalle fisiologiche difficoltà di lanciare un settore fino ad allora sconosciuto in quelle zone della città. Nello stesso momento, però, l’evidenza che a Bari il racket contro gli esercizi ristorativi stesse prendendo piede, ha attirato anche l’attenzione delle forze dell’ordine che a più riprese sono intervenute per stroncare – o provare a contenere – il fenomeno. Anche perché, a margine del racket estensivo, quello che si verifica è l’aumento esponenziale dell’incidenza di altri reati: usura e riciclaggio in primis.

bari-carabinieri-650x250.jpgDopo un quinquennio buono di assestamento, le cose sono cambiate. Un nuovo rinascimento ha interessato le zone della movida barese – rimaste le stesse anche a distanza di un decennio. Nello stesso momento, però, quel che è apparso subito evidente è una diminuzione drastica di tutte quelle spie che aiutano a segnalare la presenza di un circuito estorsivo stabile ed aggressivo. La Camorra aveva abbandonato il campo? Tutt’altro. Perchè quel che si stava verificando era un cambio di strategia radicale delle organizzazioni criminali, rispetto ai mercati offerti dalla nuova movida. Non più in funzione parassitaria, no. Questa volta la Camorra recuperava un protagonismo fino ad allora sconosciuto e scendeva in campo con un network di nuova generazione: quello dello spaccio diluito all’interno della movida.

Nei fatti, quello che i clan avevano notato era che a margine del grande mercato del divertimento e della ristorazione, ad aumentare era anche il bacino di utenti potenziali per il traffico di stupefacenti. Chi arrivava a Bari Vecchia o sul Lungomare in cerca di divertimento, di una bevuta o di una pizza, era spesso anche un potenziale consumatore di sostanze stupefacenti – soprattutto quelle leggere o quelle sintetiche. Ed era quindi auspicabile, per i clan, che non intervenissero cause esterne ad allontanare quel mondo di potenziali consumatori che si affacciava. Anzi, era preferibile che il mondo della movida proliferasse, nella speranza che questo aumento di utenti si traducesse anche in una crescita esponenziale della domanda. Allo stesso tempo, ai clan era stato subito evidente che strozzare l’economia della ristorazione avrebbe portato una robusta contrazione del mercato della droga, con un crollo dei ricavi conseguente. Per cui, i gruppi criminali hanno imposto per le strade una dottrina diversa: una rete di spacciatori inseriti all’interno dei circuiti della movida come frequentatori abituali di determinati luoghi e determinate piazze. Questi soggetti, autorizzati ad allestire un proprio mini-network di spaccio, hanno negli anni colonizzato i luoghi del divertimento garantendo un rifornimento continuo del mercato ed una soddisfazione generale della domanda. Il tutto, in una situazione di relativa “pace sociale” e tranquillità apparente garantita anche e soprattutto dalla loro presenza. L’ordine impartito dai clan, infatti, è da subito stato quello che non ci fossero problemi di ordine pubblico ad attirare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle zone della movida. Al tempo stesso, l’abbandono delle attività estorsive ha enormemente ridotto l’emergenza di reati spia, tranquillizzando, in un primo tempo, magistratura ed apparati repressivi.

spaccio-hashish.jpg.aspx.jpegNei fatti, però, la Camorra barese occupa stabilmente i luoghi di aggregazione e divertimento. Li condiziona e li controlla. Il tutto, sia chiaro, senza che ristoratori o esercenti possano essere considerati parte della filiera o soggetti coinvolti. Quando vi sono contatti, infatti, essi sono sempre di natura ricattatoria o persecutoria. Gli esercenti, i negozianti, i ristoratori, di fronte a questo nuovo protocollo, sono VITTIME. Il tutto, per almeno un decennio buono, nel silenzio e nella sottovalutazione generale del fenomeno. Il tutto, troppo spesso, mentre ci si ripeteva che, infondo, si trattava solo del commercio di sostanze leggere – un commercio sempre sottovalutato nella sua pericolosità. Intanto, però, in un decennio, la malavita barese ha ingrassato le proprie casse e costruito le proprie fortune anche su questo mercato. Ed ha sviluppato un controllo del territorio e delle dinamiche così forte da essere anche intervenuta, almeno in un caso, nel recente passato, anche con il tentativo del salto di qualità. In un caso, infatti, la magistratura ha anche provato pesanti infiltrazioni di un clan nella gestione di un grande e conosciuto ristorante della Città Vecchia. E sono in molti a sostenere, di fronte alle recenti assegnazioni demaniali per la gestione di spazi ristorativi a margine della muraglia, sul lungomare che dal porto arriva al Margherita, che la infiltrazione criminale sia stata così forte da condizionare gli esiti di alcuni bandi. Su questo, però, allo stato attuale, non c’è alcuna certezza – né risultano indagini o particolari osservazioni a riguardo.

Quel che invece è certo è che sia necessario intervenire con un controllo costante ed una attenzione maggiore sui luoghi della socialità barese. Soprattutto perché la “prateria libera” che finora i clan hanno sperimentato sul campo è una occasione ghiottissima, per le famiglie di camorra, per mettere radici in un sistema economico che, un domani, può offrire molte e più allettanti opportunità.

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