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A un mese e mezzo dalla grande kermesse di piazza…

Purtroppo, una riflessione amara non posso censurarmela.
Un mese e mezzo fa, dopo l’aggressione deliberata di militanti di Casapound contro alcuni partecipanti alla manifestazione contro le politiche salviniane, scrissi qui che era auspicabile ripartire da quel momento di riaggregazione per lanciare non solo un segnale forte, ma una campagna concreta che riportasse centrale, nella agenda dei partiti e delle organizzazioni, il tema della discussione sociale. E che riportasse quei partiti e quelle organizzazioni per le strade, per quelle strade prima che altre, a fare politica. Ad interessarsi delle reali emergenze, dei reali bisogni. A supportare chi aveva bisogno di aiuto per elaborare una denuncia e difendere il proprio diritto alla casa, per esempio. Ne abbiamo parlato solo due post fa, di quello che continua ad accadere al Libertà. Lo avevo scritto, ne avevo sentito il bisogno, perchè vedevo, in quella manifestazione, i tratti tipici di quelle kermesse nostalgiche, ad uso e consumo dello spirito di spogliatoio.

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Speravo di sbagliarmi. Macché!

Non solo non si parla più di Antifascismo, in una situazione nella quale si aspettano solo le emergenze perchè i temi emergano. Si attendono solo i titoli perchè le questioni siano sollevate. Per capirci: Casapound è ancora lì. Il quartiere ha disvelato una serie di problemi gravissimi, su cui esiste materiale per mille battaglie. Non è chiaro cosa stia facendo quel corpus che non ha avuto alcun tentennamento a farsi ritrova in piazza, petto gonfio e bandierina al seguito, tutti a cantare le canzoncine di quando si era piccoli, giovani, belli e ribelli. Di sicuro non sta praticando nemmeno quell’antifascismo concreto che voleva dire non già ronde militanti… ma quantomeno riflessione, discussione, politica diretta. Peccato che nel quartiere ci sia chi quotidianamente è lasciato solo – riconoscibile e debole anche solo per questo – ad affrontare quotidianamente le emergenze. Peccato che le piattaforme di discussione sulle politiche salviniane – che avevano tirato in piazza le forze politiche poi aggredite – non siano più nell’agenda di tanti. Restano a campeggiare le testimonianze vigorose di antifascismo – solitamente consumate nel breve giro di uno stato temporaneo su Facebook, associato ad una foto molto rivoluzionaria.

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Peccato ci si sia dimenticati che esiste una emergenza marginalizzazione nella quale il neofascismo cerca di mettere vetrini in coltura.

Ecco: quando mi parlano di kermesse penso sempre a quegli happening fatti di lustrini, colonne sonore e scenografie, che, terminati, lasciano anche un bel po’ di amaro in bocca per la ridondanza di certi stilemi. Io, di quella giornata, ho solo il ricordo di un pensiero, lucido, elaborato mentre andavo via. “Tranquillo, compitino finito, puoi tornare a casa…”

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Legalità al Libertà – Lavori in corso

Chissà cosa avrà da dire Salvini? Chissà cosa avrà da dire Romito? Nessuno si è espresso, in merito. Eppure entrambi avevano tuonato sui problemi reali del Libertà. Salvo poi non accorgersi che questi si chiamava degrado, povertà, esclusione sociale ed anche abusivismo. L’abusivismo praticato dai baresi contro concittadini e migranti.

E l’abuso altro non era che la concessione, in affitto, di tuguri, garage, depositi, catapecchie. Senza nessun tipo di contratto, anzi con quella che si configurava in tutti i modi come una truffa ai danni quantomeno del catasto. E delle tasche di tutti noi, che invece alle imposte relative agli immobili (IMU e simili) facciamo fronte in modo limpido.

Di questa illegalità divenuta nei fatti “legale” nessuno vuole parlare. Nemmeno quello che la Lega continua a chiamare Candidato Sindaco. Fabio Romito, che è quello che poi tutta questa bagarre l’ha per fortuna – e suo malgrado – scatenata con la sua passeggiata nel rione Libertà – quella in cui andavano scovati i neri irregolari che delinquevano, tace. Troppo impegnato a capire se saranno le primarie a stabilire chi condurrà il centrodestra nelle prossime amministrative o riuscirà a deciderlo il tavolo politico dei signori del centrodestra.

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Di questa illegalità non tace invece l’amministrazione. Che si sta occupando da un mese di censire lo stato dell’abusivismo e sta intimando – con tempi brevissimi – una messa in legalità delle situazioni. Bene, davvero.

Perchè quello che sta emergendo è uno spaccato triste, squallido. Uno spaccato che coinvolge per primi i baresi, che quelle unità immobiliari le affittavano. Uno spaccato degradato in cui, però, l’unica cosa che esce salva è la dignità di chi, in quelle condizioni, era costretto a viverci. Una dignità che si fa pudore, vergogna, nel mostrare le condizioni in cui si viene tenuti. Una dignità che si fa pretesa, nel momento in cui si chiede di poter vedere la propria situazione regolarizzata, come diritto.

Quel che lascia attoniti, in tutto questo, è il silenzio delle forze di Sinistra di questa città. Per capirci, quelle istituzionali. Perchè poi, al Libertà, attivi su questa vicenda, ci sono i comitati spontanei, ci sono le solidarietà di vicinato, ci sono le realtà di base. Mancano le forze che istituzionalmente si indignano per la presenza di Casapound tra quelle strade… e però non spendono un rigo, sui social, nelle interviste, nelle lettere con preghiera di pubblicazione ai giornali, per dire qualcosa su una questione che a Bari è centrale. Perchè incrocia le questioni della marginalizzazione a quelle della legalità, le questioni della fiscalità a quelle della criminalità. No, su questo non si parla. Ed è un peccato. Anzi, è Il Peccato. Perchè proprio Bari, che di problemi di marginalizzazione vive e della ricucitura delle periferie avrebbe un gran bisogno, negli scorsi mesi si è vista scippare grossa parte dei finanziamenti per i bandi periferie. Ed incrociare le battaglie, quando ci sono sinergie possibili, è sempre una scommessa vincente.

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Nel frattempo, per fortuna, l’impegno per la legalità dell’amministrazione non si ferma. E questo è un merito che a questa amministrazione va riconosciuto – sebbene ancora troppi siano i demeriti delle passate gestioni a stessa targa politica perchè il conto possa definirsi a saldo zero. Continua l’impegno per l’emersione delle situazioni nere, grigi, illegali. E si finisce per scoprire che un altro quartiere popolare, San Pasquale, sconta le stesse problematiche, seppur in tono minore. Ed in salsa quasi completamente barese.

C’è margine, prima di invocare le grandi questioni di sistema e le piccole tristi faccende di poltrone e giacchette, per una riflessione seria non tanto sullo stato dell’arte – che è impietosamente sotto lo sguardo di chi voglia vedere – quanto più sul “che fare?” A guardare le discussioni delle ultime settimane, viene da rispondere tristemente di no.

I centauri

Attenzione a liquidare certi fenomeni come “residuali” e certi comportamenti come “bravate”. Soprattutto, attenzione a non chiamare le cose col proprio nome. Nelle ultime settimane è sotto gli occhi di tutti, per le vie del quartiere Libertà, quanto pericoloso possa essere sottovalutare un fenomeno. Soprattutto quando a farlo sono le istituzioni nazionali. Quando a farlo è un candidato sindaco in pectore. Quando a farlo è un Ministro degli Interni – non l’ultimo arrivato in materia di sicurezza, ordine pubblico, legalità. bari-672x372

“Spacciatori, immigrati… le ore contate!” Non una parola, una, per sbaglio, né da Salvini, né da Romito, sulla Camorra che nel quartiere Libertà ha una delle sue centrali operative. Ed ecco che le cosche, indisturbate e rassicurate, rialzano la testa. A modo loro, col carsismo tipico di chi ha fatto scuola presso i grandi vecchi di Sicilia, Campania e Calabria. O anche “le serali” da una vecchia volpe come Donato Laraspata – il primo, vero Camorrista, a Bari, a riconoscere ed innalzare i giovani rampanti del quartiere a veri e propri Boss. Perché, anche senza sparare e senza spezzare le gambe a qualche negoziante in ritardo col pizzo, la Camorra per strada sta rialzando la testa. In un modo più subdolo e meno impattante, a livello strettamente giurisprudenziale. Ma con una ferocia sottesa che di certo non sfugge alla stragrande maggioranza dei residenti. Persone oneste e piene di dignità che con queste storie hanno paura a convivere. Si chiama carsismo: la tendenza dei fenomeni ad immergersi, fino scomparire quasi agli occhi. Eppure restare in agguato, fermi, conservando energie, risistemando linee e gerarchie, aspettando che un pericolo o una emergenza passi. E nello stesso tempo, continuando a far danni e guasti. Come l’acqua che si infiltra tra le intercapedini e sembra sparire. Ma dopo un mese butta fuori muffa, ferri corrosi, intonaci sgretolati.

-wFJ4f4NPerché, parliamoci chiaro – lo abbiamo accennato parlando della nebulizzazione della paura – cos’è questa novità delle gare su due ruote per le vie del quartiere se non una dimostrazione evidente che per quelle strade, tra quegli isolati, la legge la detta qualcuno di diverso dallo Stato? Cos’è se non una inquietante dimostrazione non solo di come un clan controlli il territorio, ma di come sia in grado di gestirlo, manipolarlo, disporne. Il tutto, come sempre, in modo non evidente, lontano da quelle strategie che finirebbero per attirare una reazione violenta delle forze dell’ordine. Appaltando il sistema di imposizione di una logica a ragazzini – spesso neppure imputabili – attraverso non reati ma “bravate”. Illeciti, dal punto di vista amministrativo. Bravate, ragazzate, a guardarle dal salotto di casa, lontano da Via Crisanzio, dal fondo di Via Dante o dalla Piazza del Redentore. A viverci, tra quelle strade, si impara invece presto a chimare quelle “bravate” in altro modo. Si impara presto a capire che i motori che sfrecciano, le staffette che bloccano il traffico, si chiamano “Qui comando io!” tuonato nemmeno fosse una raffica di mitra dal ragazzino figlio, nipote, fratello, cugino di…
http---i.huffpost.com-gen-1847287-images-n-DANIELINO-628x314E non dimentichiamoci una cosa: quando si parla di strategie di questo tipo non si può dimenticare che queste corse, alla fine, in un quartiere in cui bambini e ragazzini non hanno grandi alternative di svago e luoghi di socialità, tra strada ed oratorio, diventano anche comode vetrine per modelli sub-culturali. Oltre che occasioni e luoghi di reclutamento che null’altro può sostituire in un quartiere come quello.

Non chiamiamole bravate, insomma!

La paura si nebulizza.

Ancora quartiere Libertà: lo abbiamo spiegato ieri il perché.

Abbiamo provato a chiederci se la categoria di “liquidità” come stato della paura possa ancora essere considerata calzante ed attuale per la nostra città. E abbiamo dovuto convenire che di sicuro è stata adeguata, come definizione, almeno fino a qualche anno fa. Dobbiamo rivedere questa certezza. Alla luce di alcuni fatti importanti che vanno segnalati. Perché alcuni anni sono bastati, davvero. E le cose sono drasticamente cambiate.

Guardiamo alla criminalità organizzata, innanzitutto. Del resto è la vera emergenza del quartiere. Almeno, una delle tre che abbiamo scelto come vetrino di confronto.
La criminalità è molto cambiata. Negli ultimi cinque anni più che mai. Libertà resta la centrale operativa della Federazione. Eppure, la scopriamo luogo conteso, tra Strisciuglio (in qualsiasi delle loro denominazioni presenti nel quartiere) e gruppo storico dei Mercante. Homini novi contro vecchi senatori della Camorra barese, vecchi padri fondatori. Ed infatti, negli ultimi sei anni, il Libertà ha convissuto con uno stato di guerra permanente – e neppure troppo a bassa intensità – per il predominio criminale sul territorio. Nulla di nuovo, rispetto a quello che dicevamo ieri? Non proprio. Perché le guerre hanno sempre un vincente ed un perdente. E perché la storia, quella da tramandare in alcuni contesti, solitamente è quella che scrive chi ha vinto. E se un vincente può essere identificato, negli ultimi cinque anni, al Libertà, beh questo è il blocco che fa capo alla Federazione Strisciuglio. Perché è quello che si è imposto militarmente sull’altro. E perché, per alterne vicende processuali, attualmente è quello che ne è uscito meno malconcio, dalla guerra in Aula con la Giustizia. E se è vero che sono i vincenti a scrivere una Storia, proponendo ed imponendo i propri modelli, allora è anche vero che le generazioni nuove di malavita, i millenials della Camorra, al Libertà hanno già pronto un imprinting che disconosce da subito i modelli storici della criminalità barese, quelli granitici e solidi. E ne sposa di nuovi, più liquidi. Al contempo, però, innovandoli. Non dimentichiamocelo: i millenials della camorra, oggi, hanno già passato un apprendistato almeno, al Libertà. Ed assistito già a due guerre. Hanno modelli che spesso non hanno neppure il doppio dei loro anni. Con questi modelli sviluppano una continuità di pensiero, relazioni, emotività, strumenti, molto più forte di quella che svilupperebbero con un “vecchio” di camorra. Cosa ancora più grave e preoccupante, dettaglio che ci fa capire come anche la liquidità sia inadeguata, applicano le lezioni e le perfezionano, le aggiornano.

I-funerali-di-MesutiE’ di qualche giorno fa la notizia della diffusione di un nuovo, pericolosissimo passatempo tra i giovanissimi di Camorra: la sfida a colpi di sgasate, a cavallo di moto rombanti, per le strade del quartiere. A margine, un giro di scommesse clandestine. Attorno un sistema rodato per garantire che queste attività si svolgano senza che nessuno disturbi. Cos’è questa, che ormai è tradizione ed abitudine consolidata, se non una forma ancora più gassosa di controllo del territorio? Pochi anni fa, un fatto aveva sconvolto la comunità: un cittadino albanese, Florian Mesuti, in visita a Bari a degli amici, solo perché intervenuto in difesa di un ragazzino che conosceva, aggredito durante una rissa di strada, era stato letteralmente giustiziato. Per la strada, tra la gente. Colpevole, col suo intervento, di aver messo in discussione l’autorità criminale di un gruppo di ragazzini – secondo la Procura capeggiati da uno dei figli del boss Caldarola. Ed infatti, a processo per quell’omicidio, il fratello maggiore di quel ragazzino sarà riconosciuto colpevole di omicidio e si prenderà 14 anni; il primogenito di Lorenzo Caldarola. Quell’omicidio, l’esecuzione di un uomo estraneo alle logiche ed alle strutture della malavita, giustiziato solo perché aveva messo in discussione una autorità differentemente costituita, era già da solo la testimonianza di quanto ormai la malavita non fosse più un blocco granitico, fermo in un punto, lontano dal quale si può vivere tranquilli. No, la malavita, al Libertà, con quell’omicidio barbaro, testimoniava come potesse raggiungere altri luoghi, altri contesti, normalmente estranei ad un mondo. Normalmente al sicuro. Passare sotto le porte, incunearsi, proprio come fanno i liquidi. Le corse in moto come strumento criminale di appropriazione di un luogo sono un passo ulteriore. Perché eliminano anche le ragioni di un contatto. Florian Mesuti era morto perché la “camorra” ormai invadeva gli spazi di un vivere civile, inquinava i rapporti tra pari, modificava le linee gerarchiche… e però, Florian Mesuti, con quello schiaffo dato ad un ragazzino di camorra in difesa di un ragazzino estraneo a quel mondo, aveva scelto di entrare in contatto con un mondo. Aveva messo il piede nella pozza della Camorra. Inconsapevolmente aveva scelto di confrontarsi con un mondo che aveva delle regole. I motorini che rombano, le ronde che chiudono le strade, i centauri che se ne fregano se qualcuno attraversa… quelli già da soli valgono a dire che la scelta è solo tra “vivere” un luogo dove la Camorra, quel che deve far Paura, è nell’aria. Oppure non viverlo, perché si smette di respirare. Ecco perché, forse, a guardare il Libertà, viene da chiedersi se la paura, lì, abbia più un senso immaginarsela liquida.

1f52b6e0-70ef-11e5-ab4e-f326bdb84cacE di esempi potremmo farne tanti. I giovanissimi spacciatori che intercettano i giovanissimi coetanei “perbene” ed attraverso la cessione dello stupefacente, progressivamente, offrono ai compratori una affiliazione liquida che permetta loro – ai ragazzini dei clan – di raggiungere luoghi fino ad allora preclusi, come i licei o le secondarie superiori? Guardate bene e considerate che stiamo parlando di percezione, non di forma. Come percepireste la cosa se foste il genitore di quel ragazzino usato come cavallo di troia? La scelta di un contatto può farci apparire la situazione ancora accettabile, ancora liquida. Ma chiedetevi, davvero, se l’attuale depenalizzazione, nel sentire comune, dell’uso di “erba e fumo” tra i giovani, possa farci avvertire quel contatto come la scelta di un “nuovo gioco” cui giocare. A quei ragazzini i millenials della Camorra del Libertà non propongono una rapina, attenzione. Propongono una “fumata”. E se tutti, diffusamente, smettiamo di ritenere il rapporto tra spacciatore ed acquirente SEMPRE un comportamento criminale, allora in quel contatto non siamo più capaci di percepire il “piede nella pozza”. E quel contatto diventa gassoso. E proprio per questo, spaventa di più.

Fermiamoci qui. Ancora, ai soliti tre indizi che fanno una prova. Credo, però, ci siano delle valide ragioni, abbastanza evidenti, per affermare che ormai la paura, in alcuni luoghi e contesti, ha fatto un preoccupante salto di stato.

Libertà come vetrino…

Il quartiere Libertà, a chi legge, potrà sembrare una ossessione-compulsione del sottoscritto. Non è così. Il problema, a ben guardarlo, quel pezzo di città, è che di colpo ha acquisito un nuovo e triste protagonismo. Perché, conosciute e combattute le cosche che agivano nelle periferie storiche di Bari, è salito agli onori della cronaca, nell’ultimo decennio, come nuova frontiera criminale della città. Questo è stato possibile perché proprio nel quartiere Libertà, che un tempo era solo e soltanto un quartiere operaio vicino al centro della città, con il passare dei decenni le condizioni di vita sono drasticamente peggiorate. In un contesto di progressivo abbandono, complice anche l’assenza di una cosca storica che cementasse attorno a sé un nucleo stabile di criminali – e nello stesso momento li contenesse e li rendesse riconoscibili e fronteggiabili – quel che è proliferato sono le bande di spiantati e i gruppi di boss autoproclamati. Questi gruppuscoli, forgiati con la manovalanza mercenaria dai gruppi fondatori della Camorra barese – i Mercante soprattutto – oppure innalzati da gruppi più agguerriti e forgiati durante i conflitti di camorra – emblematica la parabola di alcuni sodalizi per la prima volta riconosciuti dai Laraspata – si sono successivamente imposti come blocco di rilevanza in quella che, nel nuovo millennio, è stata la grande e vera novità della Camorra Barese: la Federazione Strisciuglio. Non è un mistero che, attualmente, il quartiere Libertà sia da considerare la vera e propria centrale operativa della Federazione, visto che lì risiede stabilmente il sodalizio che fa capo a Lorenzo Caldarola, da molti processi ed inchieste indicato come presunta emanazione fuori dal carcere del boss Domenico Strisciuglio in persona.

Bari-Liberta-via-CrisanzioGià di per sé, questo dato è utile per capire come le forme del fare malavita, in quel quartiere, abbiano assunto uno “stato fisico” differente. Dal clan storico, tradizionale, lì si è sperimentato l’agire per gruppuscoli federati e batterie. Forme diverse per un nuovo modo di esercitare lo spaccio, le estorsioni, il controllo del territorio. Già l’essere qualcosa di nuovo, contro il quale non si è attrezzati, destabilizza. Se a questo aggiungiamo che proprio la magmatici della forma di questa federazione porta spesso gruppi aderenti allo stesso macro-sodalizio ad esprimere litigiosità e conflitto… il gioco è fatto. Ed in un quartiere che si crede tranquillo perché giardino di casa di un singolo boss… si scopre in atto una guerra a bassa intensità che è però fatta di conflitti a fuoco, gambizzazioni, esecuzioni. Quasi sempre condotte alla luce del sole, tra vie trafficate e popolate. Dato da non sottovalutare, questo. Si trasforma la camorra, mutando forma, si trasforma la paura che questa mette al cittadino.

3281704_634825_767x463Ancora, e più su larga scala: a mutare, negli anni, è stato il quartiere stesso. Per essere più precisi, il quartiere è immobile da più di cinquant’anni. Quel che è mutata è la qualità della vita che si conduce nel quartiere. Perché se è vero – com’è vero – che il Libertà era un luogo vivibile ed autosufficiente quando è stato nei fatti delimitato e circoscritto dagli interventi attorno, è anche vero che in cinquant’anni i servizi ed i pregi di quel luogo non sono mai stati aggiornati. Risultando poveri e malmessi già trent’anni fa. Il risultato è che, col passare degli anni e l’ingrigirsi dei luoghi, il Libertà è divenuto sempre meno vivibile, bello e sicuro per i residenti. Ci si è messa poi la crisi – a Bari sempre incredibilmente dispari nel modo di livellarsi sui cittadini. E tante delle piccole leve economiche di un quartiere che viveva di un commercio sostanzialmente medio-povero orientato al soddisfacimento della domanda autarchica hanno finito per chiudere. Con le vetrine serrande, i negozi chiusi, la crisi che morde e non risparmia, la comunità ha sviluppato una vera e propria involuzione a riccio. E tanti, che prima faticavano a sopravvivere nella legalità, hanno fatto di necessità virtù saldandosi ad una malavita diffusa che propinava la solita solfa dell’alternativa criminale di sopravvivenza. Anche perché, obiettivamente, il quartiere non lascia molo altro. Gli spazi comuni abbandonati sono divenuti appannaggio dello spaccio, le piccole attività commerciali hanno sperimentato un ritorno aggressivo del racket. Il tutto, si badi bene, a due passi dal centro. In un quartiere che, percorrendo al ritroso le grandi direttrici che conducono verso Via Sparano e Corso Cavour da Ovest, si distingue dalla “city” solo per il carattere incredibilmente degradante di quel che si ha attorno. Libertà è il centro, ma sempre più grigio, sempre più malmesso, sempre più buio e sporco. Non un dettaglio di poco conto, se si guarda a come un corpo sociale reagisce ai mutamenti del luogo in cui vive. E se già una periferia che va in malora fa paura, ma può essere espulsa facilmente dal sentire comune per il suo carattere distaccato e ghettizzato, rispetto al centro o ai multipli centri di una città, lo stesso non può dirsi di una parte interna, contigua con tutte le zone considerate più vivibili. E’ lì che si illiquidisce la paura: quando i confini si fanno labili ed è facile che i contenuti dell’uno e dell’altro recipiente si travasino. Del resto, è solo una convenzione amministrativa quella che segna la cesura tra Murat e Libertà all’altezza di via Quintino Sella, no?

bari quartiere liberta tribunaleAncora, ed in ultima battuta, per ora – solo per fermarci ai tre indizi che fanno una prova – c’è un altro dettaglio che spiega meglio di qualsiasi altro perché il Libertà sia il laboratorio dove poter osservare la paura che si fa liquida. E’ legato all’immigrazione ed a come i colori della pelle e le lingue parlate, al Libertà, si siano moltiplicate. Sì, perché quel quartiere è da due decenni buoni il luogo della città che ospita la maggior parte delle comunità immigrate residenti a Bari. E questo dato, che normalmente, in una periferia, senza le dovute accortezze, è già una miccia corta per la moltiplicazione del “sentire la paura”, a Bari amplifica di gran lunga il suo portato a causa della vera e propria sommissione della comunità immigrata. Neri, asiatici, slavi, vivono nel quartiere in condizioni di estrema povertà e marginalizzazione. Pur essendo in regola – per la stragrande maggioranza – con le leggi della nostra comunità, con i requisiti di accesso ai sistemi e con i documenti, non riescono ad emergere a causa di una offerta abitativa orientata in larghissima parte all’abusivismo più totale. Gruppi interi di famiglie occupano stabilmente porzioni intere di quartiere senza che nessuno, tra amministratori, uffici, burocrati, sia in condizione di saperlo. Di censirne il numero e scandagliarne i bisogni. Semplicemente perché, nel quartiere, la tendenza all’abusivismo in materia di locazioni, accatastamenti, identificazione delle proprietà, è un cancro che si è diffuso molto a fondo. Complice una storica – ma solo apparente – atomizzazione della proprietà, al Libertà è da decenni complesso identificare per bene chi sia proprietario di cosa, in larga parte del quartiere. Inoltre – ed è un vecchio vizio meridionale dei grandi quartieri popolari – molte soluzioni immobiliari non conformi con il concetto dignitoso di residenza, vengono comunque utilizzate come case. Pur non essendo possibile associare a quelle particelle catastali un regolare contratto di affitto ad uso abitativo. Va da sé, in un contesto del genere, che la marginalizzazione dei residenti sia pressoché assoluta. Molti si trovano nella condizione di non poter eleggere un domicilio – con tutto quel che ne consegue. Molti sono esclusi dalle liste di contribuzione all’affitto perché non possono regolarizzare la propria posizione – che semplicemente non c’è. Va da sé che in un contesto già gravato dalla presenza di criminalità e degrado, la presenza APPARENTE ma SOMMERSA di una comunità immigrata numerosa spaventa. Perché impalpabile. Perché avvertita ma indecifrabile. Liquida… per come sfugge alle mani. Spaventa questa condizione. Soprattutto i più poveri, soprattutto i meno attrezzati dal punto di vista sociale e culturale. Vedere un gruppo di ragazzi neri ma non poter sapere nulla di loro spaventa. Vederli comparire e poi sparire atterrisce. Ed anche questa è una peculiarità che il quartiere ha sviluppato in modo inedito nella storia di Bari negli ultimi quindici anni.

Tre indizi che fanno una prova. Rifletteteci anche voi. E ditemi anche voi se queste caratteristiche non sono uniche di quel pezzo preciso di città. Credo converrete anche voi, con me, che la liquidità della paura, fino a qualche mese fa, a Bari aveva un indirizzo ben preciso: il quartiere Libertà.

Ragazzi fuori

No, non scherziamo! Giuseppe Mercante è quanto di più lontano dalla definizione di ragazzo di malavita. I ragazzi, i guaglioni sono la bassissima manovalanza delle organizzazioni criminali. Gli apprendisti. A guardar bene, nemmeno proprio quelli, visto che l’apprendistato camorristico comincia con l’iniziazione vera e propria: il grado di picciotteria. Tanto che, impropriamente, si pensa ai guaglioni ai ragazzi come ai picciotti. No. I ragazzi sono i soggetti messi in coltivazione. E non c’è un nesso anagrafico tra il grado ed il soggetto. Si può essere ragazzi pure a sessant’anni suonati. Lo ricorda bene il giudice del processo Mayer a Donato Laraspata, quando gli ricorda che, alla fine, proprio ragazzi i suoi contrabbandieri non sono – c’era qualcuno davvero avanti con l’età. Disarmante ma carica di significato la risposta del boss: “Vostro onore, ma tra di noi quelli che dobbiamo vedere se stanno dentro o no così si chiamano…”

GiuseppeMercante-2Non divaghiamo, però. Torniamo a Giuseppe Mercante, che negli ultimi sei mesi è entrato ed uscito di galera due volte. Per due volte, in due distinte operazioni, pm ed agenti hanno confezionato per lui il gessato del boss, affermando che sarebbe lui al vertice di un sodalizio composito e agguerrito, di base al quartiere Libertà, ma con ramificazioni sul San Paolo e su Carrassi, grazie alla saldatura decennale, già provata dal processo SINGER, con il clan Diomede. Tanto che a lui ci si riferisce nella prima ordinanza d’arresto come vertice del clan Mercante operante nel quartiere Libertà. E nella seconda, quella per l’operazione Pandora, Giuseppe Mercante è dipinto come il leader assoluto della compagine Mercante-Diomede. In entrambi i casi, i suoi avvocati hanno fatto valere davanti al tribunale del riesame valide ragioni di salute ed ottenuto che la custodia cautelare in carcere fosse trasformata in arresti domiciliari. Da tempo, sembra, Giuseppe Mercante sarebbe gravemente ammalato. Del resto, solo cinque anni fa, è scampato alla morte per un soffio dopo un agguato che mirava ad ucciderlo. Ed assieme ai postumi di quell’esperienza, continua a portare addosso il peso di una vita condotta spesso al limite, seppur sempre nell’ombra. Il suo soprannome parla chiaro, del resto: Pinuccio il drogato. I giudici del riesame hanno dovuto accogliere, questa volta arrivando fino al grado d’appello, la richiesta degli avvocati. agguatoliberta3-2.jpgE Giuseppe Mercante è tornato libero. L’ennesima volta. Prosciolto dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso una serie di volte – l’ultima proprio qualche anno prima, a margine del processo Belfagor – eppure sempre condannato per associazioni a delinquere semplice, finalizzate al compimento di una serie di differenti reati – contrabbando, traffico di droga, estorsioni – all’interno di quadri più ampi di inchiesta contro i clan baresi. Nella sua carriera ha scontato – abbreviata dall’indulto – anche una pena per un reato di sangue. E se andiamo indietro, molto indietro nel tempo, il suo è tra i sei nomi dei soggetti indicati come responsabili della prima Sacra Corona Unita per il territorio di Bari. Anche in quel caso l’accusa fu derubricata ad associazione a delinquere semplice perché il giudici non ravvisarono fosse possibile che il sodalizio – pur provato – sviluppasse in breve tempo e dal carcere un reale assoggettamento mafioso sul territorio.

Una cosa è certa: dentro o fuori Giuseppe Mercante è un personaggio che conta nel panorama criminale barese. Ed i processi che nasceranno dalle inchieste a suo carico sono processi importanti, in grado di ricostruire davvero e fino in fondo la storia criminale di un quartiere – il Libertà – che da anni è ormai al centro della discussione sulla sicurezza. Un quartiere, definito dagli inquirenti territorio conteso proprio tra Mercante e Strisciuglio, che negli ultimi anni ha conquistato il ruolo di vera centrale operativa del crimine barese.

Madonnella: una cerniera particolare

Esistono luoghi di una città che sono particolari per il loro essere incredibilmente indecifrabili. A Bari, soprattutto dal punto di vista dell’analisi criminale, sono due i luoghi che appaiono, all’occhio dell’osservatore attento, due veri e propri rompicapi. San Pasquale e Madonnella. Due quartieri dichiaratamente residenziali senza apparenti e particolari criticità. Due quartieri a prima vista ben miscelati, con pezzi popolari che si agganciano ad isolati di edilizia a mercato libero. Due rioni dotati di negozi e servizi, collegati al resto della città e ad essa in realtà contigui. Anzi, nel caso di Madonnella, direttamente agganciati al salotto buono del centro. Due quartieri nei quali, a leggere le vicende della Camorra barese come strettamente connesse ai luoghi e ai mutamenti di questa città, non dovrebbero esserci particolari emergenze legate alla criminalità organizzata. Invece no!

Di San Pasquale di certo ci sarà modo e tempo di parlare. La cronaca delle ultime due o tre settimane, invece, ci impone una riflessione sul quartiere Madonnella. Perché proprio tra le vie di quel quartiere a fine settembre si è tornato a sparare. E non capitava da tempo. Certo, sempre nei pressi del quadrilatero popolare stretto tra Via Dalmazia ed il Lungomare, quindi in una zona del quartiere che si può definire “particolare”… ma si è comunque sparato per strada, tra la gente. Peraltro con una determinazione che non sembrerebbe giustificata, a guardare la vittima dell’agguato: un piccolo criminale con risibili precedenti collegati al mondo che fa dello spaccio minuto la propria forma di sopravvivenza.

A guardarla bene, invece, la vicenda, tutto drammaticamente torna. E si ritrovano chiari anche gli indizi sul perché Madonnella, un quartiere così diverso dai ghetti cui Bari ci ha abituato, sia un quartiere da tenere in considerazione.

1537303077477.jpg--.jpgCriminalmente Madonnella esprime una propria batteria di camorra autoctona, quella dei Rafaschieri-Di Cosimo. Dallo scorso anno, però, è anche diventata l’esilio dorato del gruppo collegato a Busco, l’emergente un tempo organico al gruppo di Parisi e Palermiti che all’inizio del 2017 scatenò a Japigia una guerra sanguinaria per ritagliare uno spazio di autonomia nel controllo del traffico di stupefacenti. Allo stesso tempo, soprattutto nella zona più contigua al centro cittadino vero e proprio, il quartiere si caratterizza per una offerta notturna improntata alla movida di alto livello. E – lo abbiamo visto – si tratta di una offerta sempre molto ben considerata dalle cosche perché, disciolta tra la clientela dei locali, si annida una fetta interessante di acquirenti di marijuana e hashish. Va da sé che un luogo così, peraltro cerniera perfetta tra un quartiere problematico come Japigia e una Mecca come il centro, facilmente possa diventare terreno di scontro. O presunta zona franca in cui a qualche cane sciolto possa venire l’infelice idea di addentrarsi. E poi, una variabile importante, nella zona frontaliera al lungomare, proprio a due passi da quel quadrilatero popolare territorio della cosca, ci sono piazzette e giardini che storicamente, da anni, sono punto di ritrovo neutrale dove la malavita cittadina si incontra, si riunisce, discute, approfittando della tradizione tutta barese del passeggio e della sosta sul Lungomare. Un luogo, quindi, in cui è facile anche che per sciocchezze si finisca per venire a contatto. C’è un altro dato importante da considerare quando si parla di Madonnella: la sua caratterizzazione progressivamente spostata verso un quartiere di meticciato. Perché anche in questa parte di città, molto meno che a Libertà ma decisamente più che altrove, lentamente si stanno installando piccole comunità di immigrati. Soprattutto nelle zone più povere del quartiere. E  seppur quelli del Madonnella sono quelli “che se la passano meglio” tanto da potersi permettere una contrattazione in un luogo decisamente più costoso rispetto al Libertà, è pur vero che anche in quel quartiere la marginalizzazione – qui soprattutto economica – si fa sentire per le comunità immigrate. Ed è provata, anche se davvero minima, la presenza di riferimenti di spaccio minuto anche tra i migranti.

nazioni-1068x543.jpgBisogna quindi prestare molta attenzione al quartiere Madonnella. Vero: non esprime particolari criticità, come quelle che detonano altrove in città. Ma è un luogo molto densamente abitato. Peraltro da una classe media barese che ha sempre sperimentato una esistenza sostanzialmente tranquilla ed al riparo dalla paura della Camorra. Ed è proprio questa classe di cittadini, ora, la più sensibile ad eventuali recrudescenze. In un quartiere dove in questi anni una comunità migrante si sta installando, l’idea che possa essere quest’ultima la causa del problema va decisamente tenuta a distanza. E nello stesso momento è importante che si faccia vigilanza attiva tra quelle strade. Perché, per molti che altrove si sono fatti le ossa, l’idea che lì ci sia un gruppo debole, incapace di resistere, può ispirare propositi molto pericolosi. Ricordiamolo, e ricordiamolo per bene: potenzialmente, soprattutto a ridosso del centro, il mercato dello spaccio rappresenta una ghiottissima opportunità che presto sarà contesa in modo molto animato.