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Barletta: ucciso il boss Lattanzio – Che succede a Barletta?

L’omicidio di metà mese a Barletta ha dell’eclatante. E non solo per la zona in cui è avvenuto, già teatro di un altro efferato assassinio. Nemmeno, a ben guardare, per le modalità con cui l’agguato si è svolto – sebbene in una strada stretta e comunque popolosa, in un orario delicato. Il problema è il nome ed il cognome della vittima. Che proprio un qualunque non era.

A restare ucciso Ruggiero Lattanzio, conosciuto ai più con il soprannome NON LO SO. Pluripregiudicato vicino alla sessantina, da ormai quasi un ventennio era conosciuto come il mammasantissima della cittadina. Assieme ai sodali Cannito, con la sua famiglia, aveva esteso un controllo criminale capillare su una serie di attività come lo spaccio, l’estorsione ed il controllo sui mercati al dettaglio. Parliamo di un soggetto coinvolto a più riprese in tutte le faccende delinquenziali della cittadina, secondo le indagini. E secondo le semestrali della DIA parliamo di un vero e proprio boss, emerso nell’ultimo ventennio, in città. Da quando, cioè, il controllo di quel che rimaneva del clan di Annacondia – su Trani – si era estinto e le cosche andriesi erano impegnate nella risoluzione di conflitti interni. O alla sbarra dopo le carcerazioni di fine millennio.

Con il suo clan, spalleggiato dai sodali Cannito, aveva coinvolto Barletta nel primo reale salto di qualità da una malavita di paese ad una “mafia” autoctona, organizzata e pericolosa. Il tutto, dopo un ventennio di “occupazione mafiosa” delle piazze da parte degli uomini di Annacondia, che per imporre il proprio controllo, alla fine degli anni ’80, non avevano esitato a “fare sangue”.

Nel 2016 era scampato già ad un agguato mortale, costato invece la vita ad un altra persona. L’omicidio, nella rivendita ittica di proprietà di Lattanzio stesso, fu poi addebitato ad un altro pregiudicato che confermò la tesi dell’accusa: a morire, quel giorno, doveva essere proprio Ruggiero NON LO SO.

Il killer dell’uomo si è costituito: un ragazzo di 28 anni, pregiudicato, che avrebbe agito per timore di ritorsioni da parte della famiglia Lattanzio dopo un diverbio banale scoppiato a capodanno durante i festeggiamenti. Un omicidio “di sottovalutazione”, quindi. Esterno alle logiche criminali, se questa confessione risultasse genuina.

Allo stesso tempo, in un momento in cui il clan barlettano è indebolito dalle carcerazioni degli uomini dei Cannito, l’omicidio costringe le forze dell’ordine e la magistratura ad una vigilanza concreta su una piazza delicata e importantissima, per il potere economico che esprime, in termini di spaccio potenziale e potenziali taglieggianti ad imprese e dettaglianti. Perché è indubbio che, da tempo, ci sono attorno a Barletta gruppi organizzati che non hanno rilanciato un’OPA sulla piazza della Disfida solo per la presenza di elementi autorevoli e agguerriti. Venuto meno Lattanzio, non è detto che, da fuori, non si provi a dare la spallata. A dimostrazione basti anche soltanto l’attentato contro una agenzia di scommesse avvenuto solo la notte successiva alla morte di Lattanzio. Non esplodevano bombe, nella cittadina, da molto. Un segnale inquietante, non trovate?

D’altra parte, però, da segnalare l’encomiabile e tempestivo operato delle forze dell’ordine, che, approfittando della situazione di disorientamento della malavita cittadina, hanno deciso di dare seguito concreto ad una serie di investigazioni in merito al mercato – fiorentissimo – della droga cittadino, disarticolando le 4 ramificazioni che si dividevano il territorio. Agli arresti 20 tra i soggetti apicali della malavita barlettana, rappresentanti di tutte e quattro le paranze. In questo modo, almeno, si scongiura l’eventualità che il delicato momento possa portare uno qualsiasi dei quattro gruppi a tentare violente spallate per il predominio sulla piazza.

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