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La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?