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Japigia: alla ricerca delle armi perdute

E’ storia della settimana scorsa. Non fa nemmeno troppo rumore, così, messa tra gli articoli di cronaca. Ma è una notizia che fa riflettere.

A Japigia e nell’hinterland un tempo controllato dai gruppi vicini al boss Savino Parisi si cerca disperatamente quello che era il vecchio arsenale del clan. Un arsenale che, stando a quanto ricostruito da pentiti ed analisti criminali, nei suoi trent’anni – più o meno – di implementazione, vanterebbe al suo interno pezzi da guerra di inestimabile valore militare. Probabilmente anche armi pesanti – per capirci bazooka e lanciagranate.

Non ci si deve stupire: interlocutori del clan, per decenni, sono stati i pezzi più marci dei sistemi politici della ex Jugoslavia – montenegrini su tutti – ed albanesi, in massima parte quelli all’epoca collegati ai clan in tramonto vicini a Hoxa e convertitisi a Berisha. Chi ha fatto affari coi Parisi, assieme alle sigarette, ha concesso benefit incredibili anche sul fronte dell’approvvigionamento militare. Garantendo forniture di pezzi interi di caserme. E non solo, visto che a tanti degli armieri del clan, negli anni, sono stati anche garantiti periodi di apprendistato militare con formatori che arrivavano direttamente dalle caserme della polizia e dell’intelligence militare.

Quello di Japigia è l’arsenale più pericoloso, certo. E la ragione non sta solo nella varietà di pezzi e nella pericolosità di ciascuno di essi. Il fatto, grave, adesso, è che quell’arsenale non è più nelle mani di un uomo come Savino Parisi, che aveva fatto della dottrina della deterrenza la sua filosofia di vita. No. Attualmente quell’arsenale è senza padroni dichiarati. Alla mercé di chiunque, potenzialmente. Per quel che ne sappiamo, non ha padroni. Ed è pericoloso, a Bari, che un arsenale così non sia nelle mani salde di qualcuno.

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Suggestioni interessanti

A margine di una delle tante iniziative belle e formative che gli amici di Carbonara mettono su, ho avuto modo di riflettere su un aneddoto raccontato dal dottor Rossi, Procuratore Aggiunto a Bari.
Si parlava di “nome”, di “ragione sociale dei clan” come strumento per incutere paura e rinsaldare il vincolo tra quartiere e paranza. E del nome come “arma” che gli uomini del gruppo usano per ottenere quel che vogliono, come minaccia diretta.

Bene, il dottor Rossi raccontava un aneddoto interessante, scaturito da indagini collegate al clan Parisi ed al suo periodo di estorsioni nei cantieri edili. Da tempo la malavita ha capito che è molto più sicuro e remunerativo obbligare gli imprenditori all’assunzione di personale legato al clan piuttosto che obbligarli al pagamento diretto di una decima. Quantomeno, in questo modo, il vantaggio economico non è materiale, diretto e facilmente contestabile. E così capita sempre più spesso che alla solita e conosciuta richiesta estensiva si sostituisca l’obbligo di assunzione di guardiani e maestranze. Per i cantieri più piccoli; quando si parla di grandi imprese, ad essere imposti sono sempre più spesso i subappaltatori.

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Orbene: ci sta il fratello, uno dei fratelli, di Savino Parisi che avvicina un imprenditore NON barese. Un imprenditore anche abbastanza grosso e titolato. E con l’affermazione
“Mi manda Savinuccio, devi metterti assunti questi due o tre operai!” cerca di imporre la propria presenza ed il proprio controllo criminale. L’imprenditore, che il nome di Savinuccio non lo conosceva, più di una volta finisce per glissare con “faccia sincera” dimostrando che lui, con un certo Savino, non ha mai preso accordi e quindi non vede perchè debba accettare l’imposizione del signore di cui sopra.
Per stessa ammissione delle parti, il Dottor Rossi ha potuto verificare che la reazione del fratello del boss di Japigia fu quella di un uomo caduto in confusione, balbettante. Come la risolveva, adesso, la faccenda… Ora che il nome di Savinuccio non diceva nulla alla futura, sperata vittima? L’estorsione non si concretizzò. Gli uomini di Savino Parisi quel cantiere lo lasciarono perdere.

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Efficace come aneddoto. Efficace perchè chiarisce una volta e per tutte che gli strumenti, alla fine, li abbiamo tutti. E che basta anche un po’ di faccia tosta – e tanto coraggio – per provare ad arginare le richieste e le pretese di questi signori. Anche perchè, in una città come Bari, dove la denuncia come sistema sta prendendo piede… è difficile che i clan possano concretamente arrivare a porre in essere escalation vere e proprie. Certo, Rossi lo precisa, ci sta il codino di questa vicenda che vede l’imprenditore inconsapevole – più che coraggioso – che si vede rimproverato da un collega barese… e questo la dice lunga sulla mala abitudine di non tenere a distanza di sicurezza certi brutti personaggi. Ma c’è anche tanta speranza che proprio gesti come questo possano fare scuola, davvero.

Conferme sulla guerra di mala a Japigia

Come se non fossero già stati sufficienti gli arresti della fine estate 2017, su entrambi i fronti in lotta, ecco un blitz che colpisce uno dei due sodalizi, quello dichiaratamente riconducibile alla figura di Antonio Busco. Gli arresti di venerdì scorso sono il segnale chiaro che in coda alla guerra di Japigia, la magistratura aveva attivato una pressante attività investigativa per cercare di ricostruire in modo corretto i retroscena che avevano portato all’esplosione del conflitto.

Con l’operazione che ha portato in cella Busco ed otto suoi uomini di estrema fiducia, si chiarisce anche il peso di quel contendere che era riuscito a causare, in un quartiere in cui non si era praticamente mai sparato prima, un conflitto costato la vita a tre persone – ma il cui bilancio rischiava di essere drammaticamente più grave, visti i luoghi e gli orari degli agguati.

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Dietro il conflitto un traffico di stupefacenti messo in piedi da una figura fino ad allora ritenuta assolutamente marginale – quella di Busco – che vantando un vecchio rapporto di fiducia con Savino Parisi, doveva aver pensato di potersi mettere alla testa di una paranza di spaccio senza dover sottostare alle logiche imposte da chi, quel quartiere, dal punto di vista dello spaccio di strada, lo controllava in modo pressoché monopolistico da almeno un quinquennio buono – il gruppo di Milella, riconducibile ai Palermiti. Il traffico gestito da Busco, però, non aveva certo un volume contenuto; non poteva passare così sotto silenzio. Secondo gli investigatori, si tratterebbe di un business di svariate decine di migliaia di euro al mese, con una stima al ribasso annua di quasi 700mila euro. All’avvio delle indagini ha notevolmente contribuito il fatto che il primo a morire nella guerra di Japigia, Francesco Barbieri, avesse nelle sue disponibilità uno dei cellulari che fungevano da strumento di contatto tra acquirenti e venditori. Proprio grazie a quella utenza telefonica gli uomini della mobile hanno potuto pesare con buona approssimazione il volume degli affari in questione

Sul fatto torneremo una volta che saranno più chiari i dati diffusi dalle forze dell’ordine. Per ora ci accontentiamo di una serie di conferme che queste operazioni di polizia assicurano.

Fondine, nipoti d’arte ed altre amenità

Capita, in giorni di quiete quasi totale – che non è mai un buon segnale nel mondo del crimine organizzato – di imbattersi in notizie di cronaca nera che più che mattinali di Questura paiono pezzi “di colore”. Folkloristici, nel tessuto criminale che descrivono.

E’ il caso dei tanti, tantissimi articoli che riportano l’arresto delle baby-fondine, dei ragazzi incensurati che si scoprono custodi della mala… o dei nipoti d’arte, figli di fratelli di grandi boss, di mammasantissima che hanno fatto la storia del crimine barese,e arrestati per reati che nemmeno un ladro di polli.

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E’ capitato ad uno dei nipoti di Savino Parisi, storico esponente della camorra barese e per decenni sovrano incontrastato del crimine sul quartiere Japigia. Il ragazzo, che dello zio porta anche il nome, è stato sorpreso e confinato ai domiciliari con altri due complici per il furto di tre paia di occhiali da vista in un ottico di un centro commerciale, peraltro ubicato proprio nel quartiere a sudest di Bari.

Verrebbe da sorridere, se non ci fosse, dietro questa vicenda, una ennesima conferma che deve farci riflettere e preparare al peggio.

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Chi domina un quartiere, solitamente, non ha bisogno di smargiassate di questo tipo. Impone con la sua presenza una “legge” e tanto gli basta ad uscire da quel luogo pulito e soddisfatto. Ancora, e di più, chi controlla e governa determinati traffici ha una disponibilità innegabile di denaro che gli permette di bypassare “lo sfizio” senza bisogno di ricorrere al furto. Se un pezzo della famiglia Parisi viene sorpreso con le mani nel barattolo – barattolino, vista la assoluta risibilità del malloppo – vuol dire che davvero qualcosa negli equilibri del quartiere è profondamente cambiato. E vuol dire che tutta la dottrina Japigia, così come la conoscevamo, va aggiornata e rivista di sana pianta. Perché quando i regni cambiano, sono molte le logiche che vanno comprese di nuovo, da capo. E questo, spesso, porta a periodi di assestamento a volte drammatici.

Scherziamoci poco, quindi…

Japigia come scenografia…

Rimaniamo sull’ultimo fatto di sangue. Cercando anche di capire cosa ci dicono i luoghi in cui questo è avvenuto. Perchè anche questi ultimi parlano. E raccontano verità importanti. Che è fondamentale mettere nero su bianco, se si vuole raccontare e capire.

Japigia, da più di trent’anni considerata da tutti – a volte anche in modo esagerato – il giardino di casa del boss Savino Parisi. Japigia, per trent’anni piazza di spaccio più grande della provincia, ma anche hub logistico dei grandi traffici di stupefacente. Supermarket all’ingrosso e al dettaglio. Ancora una volta, da sempre considerata territorio dominato dal clan Parisi in condizione di assoluto monopolio.

Negli ultimi dieci anni almeno 3 grandi processi hanno interessato il clan in oggetto. Si è trattato di processi – alcuni ancora in corso – nei quali, al fianco dell’associazione a delinquere, agli imputati venivano contestati reati molto diversi da quelli legati al traffico degli stupefacenti. Indicativo, evidentemente, del fatto che le cose non stanno proprio come vuole raccontarle qualcuno. Indicativo, invece, del fatto che il clan Parisi, secondo gli investigatori, avrebbe invece compiuto un salto di qualità differente. Quello che fa balzare quella struttura dalla strada e dai commerci di strada al mondo dei business in chiaro, degli affari, di alcune stanze dei bottoni. Basta guardare i processi Domino, Domino Bis e Do Ut Des per capirlo: imprese collegate, prestanome, proprietà e imprese sotto sequestro, quote azionarie, appalti inquinati. A fianco estorsioni e condizionamento della libera concorrenza nel campo dell’imprenditoria edile. Ultima, in ordine di tempo, l’inchiesta che su base nazionale ha interessato una serie di compagnie di scommesse che secondo l’accusa sarebbero inquinate dalla presenza di uomini e capitali riconducibili a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra Barese (su quest’ultimo versante col coinvolgimento di Tommaso Parisi, figlio di Savino e di Vito Martiradonna).

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Diciamolo dunque con una certa serenità: Japigia è ancora una piazza di spaccio enorme, è ancora un hub strategico, è ancora il luogo in cui per tanti clan è possibile approvvigionarsi all’ingrosso. Ma di sicuro, da questo ristretto punto di vista, non è più un luogo dove i Parisi dettano legge in senso monopolistico. Questo omicidio, assieme alla guerra di mala dello scorso anno, danno solo la riprova di quanto stiamo dicendo. Perchè, nel trentennale regno di Parisi su quel quartiere, a Japigia non si era mai fatto sangue. Quantomeno, mai in questi termini. Questo sangue denuncia a chiare lettere un cambio di passo nella storia criminale di quel quartiere. E conferma, a fianco di quell’ipotesi di salto di qualità, anche un altro dettaglio: Savino Parisi, fiaccato dai continui processi, dalla detenzione, dall’attenzione asfissiante di investigatori e magistrati, avrebbe probabilmente abbandonato il campo. Quello legato al controllo diretto sul territorio e sulle sue dinamiche criminali, s’intende. Non si spiega diversamente, vero, il fatto che molti degli omicidi che si sono susseguiti nel quartiere abbiano come sfondo non semplicemente le vie di quel pezzo di città, ma il Quadrilatero, antico quartier generale del clan.

Per questo e solo per questo abbiamo inteso rimarcare il luogo come simbolico e importante. Perchè racconta chiaramente altro su altre vicende parimenti importanti. Perchè parla di un declino, di una mutazione, di un sovvertimento di gerarchie, codici e rituali, in seno alla criminalità organizzata barese. Perchè per la strada certifica il tramonto di una vicenda e di una narrazione enorme (quella legata ai Parisi) ed allo stesso tempo elimina una figura importante che della storica Camorra Barese è stato a suo modo un protagonista certificato (Domenico Capriati). Japigia, per tutto il resto, non ha alcun ruolo in questa vicenda.

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Perchè Japigia, allora, per ammazzare Domenico Capriati? Semplice: quell’uomo abitava lì. Aveva scelto quella come residenza, come dimora. Ma nulla, per il resto, lo legava a quei luoghi ed a quelle vicende. Ovvio, come abbiamo detto, se si continua a leggere una storia per quella che non è e definire un soggetto per quello che non è, facili suggestioni possono balzare all’occhio. Ma stando ai fatti ed a quello che ci consegna la storia della Camorra Barese ricostruita dalle sentenze e dalle operazioni, Japigia è solo il teatro inconsapevole, solo la scenografia. Nel fatto, nel delitto, non ha alcuna parte attiva.

 

La pace è finita…

Attenzione: questo post va considerato una preview dell’articolo che potrete leggere nella giornata di venerdì su EPolisWeek Bari. Vi ricordo che la lettura di questo settimanale di approfondimento è gratuita, tanto in cartaceo, quanto in digitale tramite app. Quindi, davvero, non avete scuse. Ripeto: EPolisWeek Bari. Su FB basta scrivere EPolis Bari per cercare. E comunque troverete l’articolo linkato anche sulla pagina FB. Solo che, sarebbe bello se scaricaste la app e poteste leggere anche il resto del giornale. Non per semplice spirito di squadra, vi assicuro, si tratta di approfondimenti che riguardano la nostra città.

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Allora: il discorso di preview che vi propongo riguarda l’ultima esecuzione di camorra avvenuta a Bari appena due settimane fa. A morire, sotto il piombo di un commando organizzato in modo militare, che ha risposto a codici di comportamento molto precisi, è stato Domenico Capriati, fu Sabino, nipote di Antonio e boss indiscusso del clan Capriati dal ’92/’93 ad oggi.

Nell’articolo troverete analizzata in modo sintetico ma chiaro la sua figura e la sua parabola di leader di un sodalizio che ha contribuito da protagonista a scrivere la storia della Camorra Barese. Di più, Domenico Capriati è – lo dicono le sentenze – il boss a cui si deve, indirettamente, anche la nascita del clan Strisciuglio, come reazione alle modifiche che egli aveva imposto al grande clan di Bari Vecchia.

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Ancora, potrete leggere riflessioni sui luoghi dell’agguato: Japigia, Via Archimede. E capire perchè, spesso, nelle ricostruzioni storiche ma più ancora criminologiche e sociologiche, i luoghi NON SONO semplici palcoscenici.

Infine, riflessioni chiare anche sulle modalità di questo agguato. Così arcaiche e così diverse da quelle dell’aggressione in cui Walter Rafaschieri – altro nome ingombrante – ha perso la vita solo un paio di mesi fa. Riflessioni sul come queste morti ci parlino anche per come si sono declinate. E ci dicono che i tempi che abbiamo di fronte, come città e soprattutto come comunità, rischiano di essere davvero bui.

A venerdì, allora. Sulle pagine di Epolis!

Do Ut Des – Gli spaccati inquietanti nascosti dietro le solite sentenze

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La notizia non è quella delle condanne contro gli uomini del consolidato sodalizio Parisi. Quella non è più una notizia, soprattutto negli ultimi anni, che ci hanno abituato ad una lotta senza quartiere all’organizzazione che ha tenuto ben salde le redini della Camorra Barese a Japigia.

Quello che fa notizia, a margine del primo grado del processo sull’inchiesta “Do ut Des” è invece la condanna, per fiancheggiamento, di alcuni titolari di imprese edili. E fa notizia perchè, per la prima volta nero su bianco, questa sentenza certifica che, ormai, un pezzo del tessuto imprenditoriale cittadino non può dirsi estraneo alla questione della Camorra Barese. Ed assieme, vuol dire che non possiamo più mettere la mano sul fuoco sulla impenetrabilità del nostro tessuto produttivo alle infiltrazioni di tipo mafioso.

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Che questa fosse una triste realtà lo si era intuito già dal 1995, dall’epoca delle inchieste contro le Case di Cura Riunite. Che ci fossero problemi di riciclaggio attraverso imprese operative sl nostro territorio ce lo avevano detto già le inchieste Domino e Domino bis. In questi ultimi casi, però, quel che era finito sotto la lente degli inquirenti era l’eventualità che le ditte che partecipavano ad appalti pubblici fossero diretta emanazione, attraverso prestanome, dei boss cittadini. Oggi, invece, le sentenze certificano che una serie di ditte non direttamente riconducibili ai clan si lasciavano pilotare dalla regia occulta – nemmeno tanto – del clan Parisi per l’organizzazione della propria attività. E’ un dato che ci obbliga a riflettere. Perchè fino ad ora si era sempre parlato di imprenditoria come “vittima”. Oggi, anche a Bari, siamo costretti a constatare come non sia più così. Non sempre, almeno.