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Buoni propositi da augurare

C’è un concetto che è un po’ il filo rosso che tiene assieme tutta la mia recente produzione. E un po’ tutte le chiacchierate che animano i dibattiti e le presentazioni che faccio – dei miei lavori e di quelli di colleghi.
Ricucitura: il concetto è questo. Ricucitura: una bella parola, almeno per me.
Una parola che prova a tenere assieme storie, narrazioni e più concretamente pezzi, con un lavoro di rammendo che richiama anche una cura antica – anche reminiscenza di affetto. I pezzi di cui parliamo, le narrazioni, sono quelle di una città e di una cittadinanza. I pezzi sono i quartieri di Bari, le narrazioni sono le vite, le storie, singolari e collettive, dei tanti corpi sociali di questa città.

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L’anno comincia con una brutta notizia, a Bari. Va a fuoco l’edificio che ospitava i mercati generali del Quartiere San Paolo. Un luogo simbolico e concreto fondamentale per la comunità di quel quartiere. Da un lato presidio concreto e tangibile di un intervento pubblico – seppur tardivo, rispetto alla consegna del quartiere e all’inizio di quella narrazione. Dall’altro, esso stesso, narrazione di un pezzo concreto di storia collettiva che intreccia e tiene assieme – come un nodo, come un hub – frammenti innumerevoli di innumerevoli narrazioni singole e private. E qui parliamo di ricordi, storie, vite: quelle di chi ci ha lavorato, quelle di chi ci ha comprato, quelle di chi ci passava ogni giorno e quelle di chi, quel luogo, lo riutilizzava e viveva in maniera differente. Come luogo di incontro, come povero “centro” in sedicesimi per una comunità che continua a sentirsi esclusa da Bari, tanto da continuare a dire “Vado a Bari” invece che “Vado in centro”.
Bene: quel mercato è stato parzialmente distrutto da un incendio. E ora avrà bisogno, davvero, di interventi pubblici seri e consistenti. Immediati. Non procrastinabili. Perché quanto prima quel luogo deve ricominciare a vivere e animarsi. Deve tornare ad essere hub, nodo, di narrazioni, esistenze, vite. E deve ritornare a vivere anche come luogo di lavoro, di commercio, di vita, per un quartiere che per molti anni, addirittura, non ha nemmeno avuto negozi al piano stradale dove poter declinare autonomamente lo scambio di sussistenza minimo – quello del genere alimentare minuto.
Ricucire è anche e soprattutto questo. Di più, però, ricucire deve essere anche, per forza, dare un follow up concreto a quell’intervento di ricostruzione. Deve essere un impegno reale di cura costante di un luogo comune, di un bene comune, di una narrazione collettiva. Perchè, molto probabilmente, è anche una costante sciatteria ed una mancata cura quotidiana, la sciagura alla base di questo incendio.
Ricucire: non solo rimettere in piedi, ma continuare a curare.
Rinsaldare i punti di cucitura con tempistiche e modalità certe, attraverso l’aggiornamento degli impianti, la presenza di un presidio di legalità e sicurezza costante, il sostegno al mondo del piccolo commercio ambulante e fisso.

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Eccolo un augurio per Antonio Decaro. Trovare le quadre di bilancio per intervenire sul mercato del San Paolo prima che in qualsiasi altro luogo. Subito. Perchè i fili delle narrazioni non si dissolvano sfilandosi da un nodo bruciato. E assieme alla grana, trovare il coraggio di derubricare, in questo momento, qualsiasi altro intervento, con uno sforzo di buona amministrazione enorme. Perchè il San Paolo, come tutte le periferie di Bari, ha bisogno di ritrovarsi parte di un abito, di una narrazione. E ne ha bisogno quanto prima… perché certe ferite nuove riaprono sofferenze vecchie. E portano con sé quella sensazione di esclusione che nessuna narrazione urbana merita mai.

Foggia: non solo Ultras

Attenzione a liquidare gli impazzimenti delle scorse settimane come reato comune a sfondo ultras. Come materiale di esclusivo appannaggio della DIGOS, insomma. Quel che è successo a Foggia, dopo il derby perso contro il Lecce ed a margine dell’esonero di  mister Padalino, è qualcosa di molto più grave ed inquietante.

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Gli attentati incendiari di quella notte, che hanno coinvolto società sportiva, aziende dei proprietari e giocatori, sono altro. Sono il segno evidente quantomeno di una città che vive un periodo di imbarbarimento forte, feroce, palpabile. Sono il segno di una città che, anche con la sua faccia più pulita, non riesce davvero ad emanciparsi completamente dalla forma aggressiva e feroce del reato, per discutere, arrabbiarsi, dibattere. E più ancora sono il segno di una infiltrazione pericolosa di ambienti contigui al crimine organizzato anche all’interno di piccole ma pericolosissime frange del tifo. Di quel mondo, insomma, che al fianco di una società sportiva occupa parte importante dell’agenda sociale di una comunità. E se è vero, com’è vero, che la tifoseria di Foggia, nella stragrande maggioranza, è composta da sportivi, entusiasti, tifosi veri, è pur vero che pezzi microscopici di quella galassia sono schegge impazzite pericolosissime. Sono schegge infiltrate da soggetti contigui a ben altri mondi. Schegge che evidentemente hanno maldigerito la gestione di una fase delicatissima come quella appena trascorsa… e sono pronti a porgere il conto alla nuova proprietà. Approfittando di un momento di debolezza evidente del gruppo di giocatori, minati nella fiducia da penalizzazioni e da scarsi risultati. Anche la situazione delle finanze societarie dell’ultimo trimestre sta contribuendo ad esacerbare gli animi, con la paventata ipotesi di una ulteriore penalizzazione per la squadra. Quelli che la società vive in questi giorni sono momenti molto delicati. Ma assieme ad essa dovrebbe vivere le stesse preoccupazioni tuta la città. Perchè una comunità che reagisce, anche solo per piccoli pezzi, col fuoco e con le bombe, nel silenzio e nell’omertà generale, è una città che non sarà mai al sicuro rispetto ad altre bombe ed altri attentati. Ed è una città che alza bandiera bianca. Foggia, però, questa resa, non la merita e non può affatto permettersela.