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Libertà come vetrino…

Il quartiere Libertà, a chi legge, potrà sembrare una ossessione-compulsione del sottoscritto. Non è così. Il problema, a ben guardarlo, quel pezzo di città, è che di colpo ha acquisito un nuovo e triste protagonismo. Perché, conosciute e combattute le cosche che agivano nelle periferie storiche di Bari, è salito agli onori della cronaca, nell’ultimo decennio, come nuova frontiera criminale della città. Questo è stato possibile perché proprio nel quartiere Libertà, che un tempo era solo e soltanto un quartiere operaio vicino al centro della città, con il passare dei decenni le condizioni di vita sono drasticamente peggiorate. In un contesto di progressivo abbandono, complice anche l’assenza di una cosca storica che cementasse attorno a sé un nucleo stabile di criminali – e nello stesso momento li contenesse e li rendesse riconoscibili e fronteggiabili – quel che è proliferato sono le bande di spiantati e i gruppi di boss autoproclamati. Questi gruppuscoli, forgiati con la manovalanza mercenaria dai gruppi fondatori della Camorra barese – i Mercante soprattutto – oppure innalzati da gruppi più agguerriti e forgiati durante i conflitti di camorra – emblematica la parabola di alcuni sodalizi per la prima volta riconosciuti dai Laraspata – si sono successivamente imposti come blocco di rilevanza in quella che, nel nuovo millennio, è stata la grande e vera novità della Camorra Barese: la Federazione Strisciuglio. Non è un mistero che, attualmente, il quartiere Libertà sia da considerare la vera e propria centrale operativa della Federazione, visto che lì risiede stabilmente il sodalizio che fa capo a Lorenzo Caldarola, da molti processi ed inchieste indicato come presunta emanazione fuori dal carcere del boss Domenico Strisciuglio in persona.

Bari-Liberta-via-CrisanzioGià di per sé, questo dato è utile per capire come le forme del fare malavita, in quel quartiere, abbiano assunto uno “stato fisico” differente. Dal clan storico, tradizionale, lì si è sperimentato l’agire per gruppuscoli federati e batterie. Forme diverse per un nuovo modo di esercitare lo spaccio, le estorsioni, il controllo del territorio. Già l’essere qualcosa di nuovo, contro il quale non si è attrezzati, destabilizza. Se a questo aggiungiamo che proprio la magmatici della forma di questa federazione porta spesso gruppi aderenti allo stesso macro-sodalizio ad esprimere litigiosità e conflitto… il gioco è fatto. Ed in un quartiere che si crede tranquillo perché giardino di casa di un singolo boss… si scopre in atto una guerra a bassa intensità che è però fatta di conflitti a fuoco, gambizzazioni, esecuzioni. Quasi sempre condotte alla luce del sole, tra vie trafficate e popolate. Dato da non sottovalutare, questo. Si trasforma la camorra, mutando forma, si trasforma la paura che questa mette al cittadino.

3281704_634825_767x463Ancora, e più su larga scala: a mutare, negli anni, è stato il quartiere stesso. Per essere più precisi, il quartiere è immobile da più di cinquant’anni. Quel che è mutata è la qualità della vita che si conduce nel quartiere. Perché se è vero – com’è vero – che il Libertà era un luogo vivibile ed autosufficiente quando è stato nei fatti delimitato e circoscritto dagli interventi attorno, è anche vero che in cinquant’anni i servizi ed i pregi di quel luogo non sono mai stati aggiornati. Risultando poveri e malmessi già trent’anni fa. Il risultato è che, col passare degli anni e l’ingrigirsi dei luoghi, il Libertà è divenuto sempre meno vivibile, bello e sicuro per i residenti. Ci si è messa poi la crisi – a Bari sempre incredibilmente dispari nel modo di livellarsi sui cittadini. E tante delle piccole leve economiche di un quartiere che viveva di un commercio sostanzialmente medio-povero orientato al soddisfacimento della domanda autarchica hanno finito per chiudere. Con le vetrine serrande, i negozi chiusi, la crisi che morde e non risparmia, la comunità ha sviluppato una vera e propria involuzione a riccio. E tanti, che prima faticavano a sopravvivere nella legalità, hanno fatto di necessità virtù saldandosi ad una malavita diffusa che propinava la solita solfa dell’alternativa criminale di sopravvivenza. Anche perché, obiettivamente, il quartiere non lascia molo altro. Gli spazi comuni abbandonati sono divenuti appannaggio dello spaccio, le piccole attività commerciali hanno sperimentato un ritorno aggressivo del racket. Il tutto, si badi bene, a due passi dal centro. In un quartiere che, percorrendo al ritroso le grandi direttrici che conducono verso Via Sparano e Corso Cavour da Ovest, si distingue dalla “city” solo per il carattere incredibilmente degradante di quel che si ha attorno. Libertà è il centro, ma sempre più grigio, sempre più malmesso, sempre più buio e sporco. Non un dettaglio di poco conto, se si guarda a come un corpo sociale reagisce ai mutamenti del luogo in cui vive. E se già una periferia che va in malora fa paura, ma può essere espulsa facilmente dal sentire comune per il suo carattere distaccato e ghettizzato, rispetto al centro o ai multipli centri di una città, lo stesso non può dirsi di una parte interna, contigua con tutte le zone considerate più vivibili. E’ lì che si illiquidisce la paura: quando i confini si fanno labili ed è facile che i contenuti dell’uno e dell’altro recipiente si travasino. Del resto, è solo una convenzione amministrativa quella che segna la cesura tra Murat e Libertà all’altezza di via Quintino Sella, no?

bari quartiere liberta tribunaleAncora, ed in ultima battuta, per ora – solo per fermarci ai tre indizi che fanno una prova – c’è un altro dettaglio che spiega meglio di qualsiasi altro perché il Libertà sia il laboratorio dove poter osservare la paura che si fa liquida. E’ legato all’immigrazione ed a come i colori della pelle e le lingue parlate, al Libertà, si siano moltiplicate. Sì, perché quel quartiere è da due decenni buoni il luogo della città che ospita la maggior parte delle comunità immigrate residenti a Bari. E questo dato, che normalmente, in una periferia, senza le dovute accortezze, è già una miccia corta per la moltiplicazione del “sentire la paura”, a Bari amplifica di gran lunga il suo portato a causa della vera e propria sommissione della comunità immigrata. Neri, asiatici, slavi, vivono nel quartiere in condizioni di estrema povertà e marginalizzazione. Pur essendo in regola – per la stragrande maggioranza – con le leggi della nostra comunità, con i requisiti di accesso ai sistemi e con i documenti, non riescono ad emergere a causa di una offerta abitativa orientata in larghissima parte all’abusivismo più totale. Gruppi interi di famiglie occupano stabilmente porzioni intere di quartiere senza che nessuno, tra amministratori, uffici, burocrati, sia in condizione di saperlo. Di censirne il numero e scandagliarne i bisogni. Semplicemente perché, nel quartiere, la tendenza all’abusivismo in materia di locazioni, accatastamenti, identificazione delle proprietà, è un cancro che si è diffuso molto a fondo. Complice una storica – ma solo apparente – atomizzazione della proprietà, al Libertà è da decenni complesso identificare per bene chi sia proprietario di cosa, in larga parte del quartiere. Inoltre – ed è un vecchio vizio meridionale dei grandi quartieri popolari – molte soluzioni immobiliari non conformi con il concetto dignitoso di residenza, vengono comunque utilizzate come case. Pur non essendo possibile associare a quelle particelle catastali un regolare contratto di affitto ad uso abitativo. Va da sé, in un contesto del genere, che la marginalizzazione dei residenti sia pressoché assoluta. Molti si trovano nella condizione di non poter eleggere un domicilio – con tutto quel che ne consegue. Molti sono esclusi dalle liste di contribuzione all’affitto perché non possono regolarizzare la propria posizione – che semplicemente non c’è. Va da sé che in un contesto già gravato dalla presenza di criminalità e degrado, la presenza APPARENTE ma SOMMERSA di una comunità immigrata numerosa spaventa. Perché impalpabile. Perché avvertita ma indecifrabile. Liquida… per come sfugge alle mani. Spaventa questa condizione. Soprattutto i più poveri, soprattutto i meno attrezzati dal punto di vista sociale e culturale. Vedere un gruppo di ragazzi neri ma non poter sapere nulla di loro spaventa. Vederli comparire e poi sparire atterrisce. Ed anche questa è una peculiarità che il quartiere ha sviluppato in modo inedito nella storia di Bari negli ultimi quindici anni.

Tre indizi che fanno una prova. Rifletteteci anche voi. E ditemi anche voi se queste caratteristiche non sono uniche di quel pezzo preciso di città. Credo converrete anche voi, con me, che la liquidità della paura, fino a qualche mese fa, a Bari aveva un indirizzo ben preciso: il quartiere Libertà.

Salvini al Libertà? Parliamone!

salvini a bari (3)Detto questo: due note importanti a margine di una riflessione. Ci apprestiamo a vivere una brutta campagna elettorale a Bari se Romito sarà davvero il candidato del CDX. Per una banalissima, semplicissima ragione. Quel comizietto era a due passi dal vecchio Tribunale. Un politico che parla di agenti in più per contrastare l’illegalità – di qualsiasi colore essa sia – è evidente, ignora le più banali regole della vita democratica. Oltre che la giurisprudenza ed il funzionamento base dell’apparato penale e repressivo. L’emergenza, a Bari, non è il controllo del territorio. Ma l’impossibilità di processare e l’enorme difficoltà con cui si procede alla parte burocratica e fascicolare delle indagini. E – piaccia o no – in uno stato di diritto come il nostro… Beh… è di un tribunale efficiente in primis che c’è bisogno. Visto che di agenti, a Bari, ce n’è! Terrificante corollario di questa prima riflessione? Accanto al bamboccione cui si cuce addosso il lavoro di candidato sindaco, c’è un signore che è Ministro degli Interni. Primo deputato alla gestione della SICUREZZA E DELL’ORDINE PUBBLICO. Che sia lui, in prima persona, megafono di baggianate simili, a Bari, dove la giustizia è terremotata, la procura cade a pezzi e gli uffici sono uno spezzatino… ATTERRISCE. Vanno in secondo piano – vi prego di cominciare a metterle in secondo piano tutti – le considerazioni sulla retorica del razzismo all’incontrario o del “bianchirossiverdinerigialli”. E’ la retorica vincente – VI PIACCIA O NO – che parla alla pancia tranquillizzandola e dicendole: “Ci sono qui io a dirti come non sembrare il razzista che sei!”. E’ lo stesso meccanismo con cui si conia la parola orco o mostro perché non si accetta di avere dall’altra parte un uomo. Si chiama rimozione. Si chiama Mitopoiesi del male. Si chiama “retorica staliniana”.
093336673-395ca0d4-336e-41d5-9fd4-7bb462e01dd6La cosa più importante, però, come promesso, sta alla fine. Quella che deve premere di più, che deve essere maggiormente considerata. Al netto di qualsiasi altra riflessione, c’è da sottolineare un grande assente. Va rimarcato un terrificante vocabolo taciuto, nel discorso di Salvini come degli altri due. Avete sentito per sbaglio la parola mafia? La parola mafioso? La parola Camorra? Erano al Quartiere Libertà, dove da anni l’emergenza è la presenza sul territorio delle centrali direzionali delle cosche più agguerrite e pericolose che la città di Bari abbia mai conosciuto. Una menzione? Sentito qualcosa? NO! E non posso credere che un Ministro degli Interni non sappia. Il problema, per loro, è portare a casa risultati apparenti che non mettano in discussione il “quieto vivere” del barese medio. Non lo mettano di fronte alle proprie contraddizioni. Ecco dunque sparire la Camorra Barese. Ed ecco sparire l’altro grande problema del Libertà: l’abusivismo. Perché anche di quella stramaledetta sospensione del “diritto” che avvolge case, proprietà, certezze non si è parlato. Ed è anche quella che permette all’esclusione ed alla marginalizzazione di tanti – soprattutto IMMIGRATI REGOLARI – di apparire devastante. Perché se campi in un container, sconosciuto alla larga parte degli uffici comunali e delle amministrazioni, che ti piaccia o no, non solo appari, ma SEI marginalizzato.
Riflettiamo tanto, su quello che si dice e su come lo si dice. Ma vi prego, sempre, dopo, fermiamoci anche a riflettere su quello che non viene detto, che viene taciuto. Spesso, quasi sempre, è più importante!