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Bari – Carbonara: un tranquillo far west di paura.

Ad una settimana dalla commemorazione per i quindici anni dalla morte di Gaetano Marchitelli, studente la mattina e pizza-express la sera per aiutare in casa, ammazzato perchè capitato sulla linea di tiro di due bande di camorristi che si contendevano la piazza di Carbonara a suon di piombo, in mezzo alla gente.
A meno di una settimana dall’agguato che ha lasciato gravemente ferito un piccolo delinquente di quartiere, a Madonnella, molto probabilmente per vicende legate al controllo dello spaccio di erba e fumo nel quadrilatero di case popolari dietro Piazza Diaz, sul Lungomare.
Nella città dove Salvini ignora che esista la mafia, tanto da dimenticarsene nel suo comizio nel quartiere Libertà, dove, a sentire il Ministro, le emergenze sarebbero solo legate a qualche spacciatore ed agli immigrati irregolari – che nessuno, tra vigili e poliziotti, ha trovato in mezzo ai tantissimi migranti in regola col permesso di soggiorno che vivono quel pezzo di città difficile.
Nelle ore in cui una città torna a spaccarsi sulla ovvia presenza di una sede di una sede di Casapound in una periferia ad alta densità migrante – unico luogo a Bari dove chi soffia sulle paure e sulla xenofobia, chi parla agli intestini più che alla testa, possa avere speranza di radicarsi e fare reclutamento. Del resto, che possiamo aspettarci visto il continuo sdoganamento di quelle parole d’ordine da parte di un Ministro della Repubblica, per giunta titolare del Viminale?!

1537791399265.jpg--In questa città, con queste coordinate spaziali e temporali, ci troviamo costretti a stravolgere la normale programmazione del blog per dare conto dell’ennesimo, gravissimo fatto di sangue. Lunedì pomeriggio, tra Carbonara e gli stradoni che costeggiano lo Stadio San Nicola, un’auto ha inseguito una moto sparando all’impazzata. Fino a che non si è avuta la certezza che i centauri non avessero avuto la peggio. Chi fuggiva su due ruote, dalla frazione di Carbonara, inseguito dal piombo, non era “uno qualsiasi”.  A bordo della moto c’erano i due figli dello storico boss di Madonnella: Vincenzo Rafaschieri, ucciso nel 1994 su ordine di Domenico Monti a due passi da casa, in mezzo alla gente. Dei due, il più giovane, Walter, è morto. Alessandro, il maggiore, è rimasto gravemente ferito. Coinvolta anche un’altra auto, schiantata nella carambola tra chi fuggiva e chi sparava. E coinvolto anche un’altro innocente passante a cui i killer hanno sequestrato l’auto, pistole in pungo, per fuggire via. Quando la seconda auto è stata ritrovata, a bordo due giubbotti antiproiettile: un delitto pronto e preparato da tempo, evidentemente. Oppure il segnale chiaro che esistono, a disposizione dei boss e di chi comanda, a Bari, squadre “pronte all’uso” come si suol dire tra Camorristi. Bocche di fuoco sempre pronte ad intervenire al cenno. Squadre che oggi si sono attivate subito dopo che i due fratelli Rafaschieri sono entrati in un territorio come quello di Carbonara – un tempo feudo degli amici Di Cosola, ora drammaticamente senza padrone, diviso tra i giovani feroci degli Strisciuglio e quel che resta di un vecchio clan ormai senza più vertici.

1537790173766.jpg--carabinieriC’è tutta un’indagine da costruire, questo è certo. C’è tutta una storia da decifrare dietro l’ennesima follia scatenata dai camorristi che controllano indisturbati pezzi interi di questa città. Quel che è certo è che questo duplice omicidio, a pochi giorni dall’agguato a Madonnella, tira al centro della discussione un quartiere spesso dimenticato. Un quartiere che ha sempre fatto da cerniera tra poli differenti, tutti molto importanti – Japigia e Bari Vecchia, per capirci. E però, nello stesso tempo, un quartiere che non ha mai espresso una malavita agguerrita e capace di rivaleggiare con gli altri clan. E che da un po’ di tempo, ha calamitato su di sé appetiti particolari e diversi.
Avevamo scelto di parlare approfonditamente di questa particolare situazione di Madonnella nei prossimi giorni. Abbiamo dovuto stravolgere la programmazione e potrete leggere il contributo focus sul quartiere già dopodomani.

Nel frattempo, è davvero il caso di riflettere su cosa sta succedendo. E’ il caso di capire se questa città può permettersi ancora di perdere tempo, rispetto ad una emergenza che è endemica e che non risparmia nessun quartiere. E però è anche il caso di fare presto, prima di finire a piangere l’ennesimo innocente finito per caso sulla linea di fuoco di chi crede di poter disporre di chiunque e di qualunque luogo, come fosse “cosa sua”…

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Saldature inquietanti ed oro verde

Proseguiamo un breve focus sull questione “droghe leggere”. Con particolare attenzione alla marijuana. Sembra doveroso, perché nelle ultime due settimane, complice la coda agostana fatta ancora di movida estiva, ma anche e soprattutto di ripresa del regolare scorrere delle giornate, quel che accade in alcuni luoghi precisi della città finisce per forza di cose sotto la lente d’ingrandimento di cittadini e forze dell’ordine. E crea i presupposti per osservazioni, indagini, interventi.

Nelle ultime due settimane di agosto e nella prima di settembre sono state parecchie le micro-operazioni di polizia contro luoghi di spaccio di sostanze stupefacenti leggere. Gli interventi si sono concentrati soprattutto nelle zone della movida serale ed in alcune zone della città divenute, purtroppo, terra di nessuno. In quest’ultimo caso parliamo della centralissima Piazza Umberto e della vicina Piazza Battisti. Lì, a dieci passi dalla Stazione e da Via Sparano, oltre che dalle principali facoltà universitarie, ormai da un buon quinquennio, il controllo dello Stato appare sempre più debole. Ed i dialetti alberati e le panchine si sono nei fatti trasformati in una zona “franca” che comunica degrado, insicurezza, paura. In entrambe le zone, a più riprese, le forze dell’ordine hanno colpito in modo chirurgico smantellando piccoli network di spaccio di sostanze stupefacenti. Sostanze da fumo e cocaina sequestrate. Immigrati irregolari e cittadini baresi gli arrestati o denunciati a piede libero. Dato rilevante, l’ultimo, i soggetti baresi denunciati o arrestati sono facce note alle forze dell’ordine, ma esclusivamente per reati di bassissima manovalanza.

Il dato è utile per confermarci innanzitutto che sempre più il network di spaccio delle sostanze da fumo è uno strumento di inserimento tra le fila delle organizzazioni criminali. E’ la porta d’accesso al mondo del crimine. Ancora, come già detto pochi giorni fa, si rivela lo strumento con cui il clan applica la propria leva economica, creando ed irrobustendo la cassa corrente e nello stesso tempo permettendo introiti di sopravvivenza agli spacciatori di strada.

NRM01C’è dell’altro, però. Molto più importante. La presenza, tra gli spacciatori, di immigrati irregolari, infatti, contribuisce a collocare nello scenario un altro tassello utilissimo nella analisi delle dinamiche criminali a Bari. Fino ad oggi i network criminali di contrabbando e di spaccio, quelli per capirci che garantiscono ai clan cassa corrente continua e controllo del territorio, erano network inclusivi, utili per allargare la base dei sodali di basso livello, ma mai così tanto “a maglie larghe” da includere extracomunitari o soggetti ritenuti scarsamente affidabili sul piano della sicurezza interna del clan. Da alcuni anni, invece, soprattutto in alcuni luoghi della città, i network dello spaccio minuto sono aperti – quando non completamente appaltati – a manovalanza extracomunitaria. Perché questo avviene? Semplice: si pesa ancora una volta nel degrado, nella fame, nell’esclusione. Ma non basta. Quel che accade, in più, è anche che si interviene ancora una volta in luoghi in cui il radicamento della propria struttura è complicato, faticoso, troppo esposto allo sguardo delle forze dell’ordine. Quindi, per poter acquisire un controllo del territorio su zone lontane dalle proprie roccaforti, e per farlo senza destare sospetti, i clan nei fatti “subappaltano” la gestione minuta dello spaccio, in alcune piazze, a gruppi di extracomunitari già presenti in zona. E’ così che sono nate le batterie di spacciatori neri dei giardini attorno all’Ateneo. Questa operazione di fidelizzazione, quand’anche esterna, di gruppi eterogenei di immigrati alla causa del clan, inoltre, costruisce i presupposti di una pace sociale in altre zone della città dove la coabitazione con la disperazione e la marginalizzazione di quegli stessi immigrati potrebbe portare conseguenze nefaste. Permettere di spacciare a Piazza Umberto a gruppi di immigrati residenti al Libertà – sotto traccia, in zona grigia quando non completamente abusivi ed irregolari – garantisce innanzitutto il riconoscimento tra gruppi di un rapporto gerarchico. Inoltre assicura il fatto che quei gruppi di immigrati che scelgono di delinquere per ragioni di sussistenza, lo faranno lontano dal territorio del clan, con rischi minimi di moltiplicare le attenzioni delle forze dell’ordine sulle proprie roccaforti. Ancora, ed in ultima analisi, l’inserimento morbido nella propria galassia criminale di gruppi di delinquenti ben riconoscibili e ben aggregati tra loro per ceppo etnico, tradizioni, culture e sub-culture, frena tra questi gruppi la tentazione di costruire organizzazioni criminali in proprio, strutturarsi come gang o come gruppo informale e radicarsi come tale sul territorio. Rischio per ora fortunatamente scongiurato in tutti i quartieri di Bari, dove la malavita degli immigrati si manifesta ancora coi canoni della mera sopravvivenza.

WhatsApp-Image-2017-01-24-at-07.42.32-696x392Non possiamo però ignorare che, proprio a partire da rapporti di riconoscimento mutuo di questo tipo, un domani le cose possano degenerare. Ed il fatto che gran parte di queste saldature si concretizza ai margini della quasbah del Libertà è un dato ancora più preoccupante. Perché le ultime indagini dimostrano che la malavita autoctona di quel quartiere, nell’ultimo biennio, benché vincente rispetto alla concorrenza, sta attraversando una delicata fase di crisi interna. Una fase fatta di riorganizzazione degli equilibri e delle linee di comando. Ed in fasi delicate e di riorganizzazione interna – come queste – con le grandi figure di riferimento e gli avversari storici in cella o in condizione di non nuocere, è facile per alcuni avvertire la tentazione di uno strappo nei confronti delle vecchie regole e delle vecchie gerarchie. Non è escluso, ovviamente, che tentazioni del genere possano far prudere il naso anche alle batterie degli immigrati conquistate alla causa. Anche perché, dalla loro, queste ultime hanno una compartimentazione ed un tratto indetitario che le rende molto più forti e coese. E soprattutto perché, sempre di più, il grande traffico di stupefacenti leggeri si muove su direttrici diverse da quelle italiane di riferimento. E quindi risulta molto più semplice, per gruppi diversi, entrare in contatto con le organizzazioni che si occupano di ingrosso e che fanno i prezzi. E un dato di questa portata, è intuitivo, ci aiuta a capire con quanta facilità si possa accedere a tutti gli strumenti per la creazione di un network di spaccio in proprio.

Sono davvero solo droghe leggere?

C’è stato un tempo – a Bari erano i primi anni ’80 – in cui le famiglie di camorra avevano ancora bisogno di strutturarsi realmente. In primis, quello di cui più di tutto avevano bisogno, era una vena dell’oro. Una cassa garantita da introiti sicuri. All’epoca scelsero il contrabbando di tabacchi lavorati esteri: le sigarette. Era uno strumento comodo, affidabile, sicuro. Garantiva grandissimi guadagni, visto che il rezzo di acquisto della materia prima, all’epoca, era incredibilmente basso. Assicurava enorme agibilità, rispetto alle agenzie di repressione del crimine, perché il contrabbando, all’epoca, era un reato amministrativo ed esisteva, nel sentire comune, una forte sottovalutazione del fenomeno. showimg2Ancora, e di più, il contrabbando garantiva anche radicamento sociale e controllo del territorio. Il primo attraverso la possibilità di offrire e garantire un posto di lavoro ed un salario all’esercito degli inoccupati e degli inoccupabili che presidiava vicoli e ghetti della città, ai quali veniva offerta una gratifica per la loro mansione di dettaglianti del contrabbando. Il secondo, proprio attraverso la creazione di una rete di vendita strutturata sul territorio; rete che, allo stesso tempo, oltre a garantire il commercio e gli introiti, assicurava anche un presidio permanente all’interno del proprio territorio di competenza. Non erano questi i soli benefit di una attività criminale come il contrabbando, ma per la discussione odierna questi ci interessano.

Terminata la stagione del contrabbando di TLE, al volgere del millennio, le tante famiglie che sul traffico di bionde avevano strutturato un business capace di alimentare e tenere viva la cassa corrente – quella con cui si pagavano gli stipendi, gli avvocati il mantenimento dei carcerati – furono costrette a cercare altre fonti di sostentamento che garantissero, a fronte di rischi contenuti, gli stessi benefit: grandi guadagni per tenere vivo il welfare criminale del gruppo e allo stesso tempo controllo del territorio. I clan a Bari lo hanno trovato, questo business. E si sono specializzati nel traffico in grande scala delle sostanze stupefacenti leggere. Un business criminale che, a Bari, rappresenta ancora il core irrinunciabile per tutti i clan.

sequestro_dosi_droga_barijA pensarci bene, infatti, dalla sottovalutazione sociale dei rischi che questo reato porta con sé, alla enorme facilità con cui la materia prima si reperisce a costi contenuti, agli elevati ricarichi, gli ingredienti ci sono tutti. Più di ogni altra cosa, però, dovremmo costringerci a riflettere su un dato, forse il più importante. Di sicuro quello su cui concretamente come corpo sociale possiamo fare qualcosa.
La domanda è questa: possiamo davvero permetterci di liquidare il consumo di sostanza stupefacente leggera come un mero dato di cultura e come un semplice fenomeno di costume sociale? perché, purtroppo, nella discussione generale, molto spesso è con questa percezione che ci accostiamo al fenomeno. Possiamo permetterci di valutare quello che è il core business di gruppi criminali che pretendono di disporre a proprio piacimento dei nostri spazi, dei nostri tessuti sociali ed economici, del bene comune, davvero, solo col banale refrain due amici una chitarra ed uno spinello?
Temo di no. Credo di no!

Perché non posso ignorare che ogni dose venduta, per le vie di Bari e non solo, alimenta la stessa cassa con la quale questi gruppi strutturato ed irrobustiscono il proprio potere criminale, i propri arsenali, il proprio potere d’acquisto su mercati molto più rischiosi per tutti.
Ancora, perché non posso ignorare che è sul business della droga leggera che i clan, a Bari e non solo, sviluppano la prima rete di reclutamento esterna alla ristretta cerchia di familiari, affini e sodali fidelizzato. Quando cercano di espandere il proprio potere altrove, i clan selezionano in primis all’interno della cerchia dei propri contatti affidabili. E se non possono raggiungere quartieri o territori attraverso la presenza diretta, lo fanno con antenne selezionate e fidelizzate attraverso il contatto costante chili traffico di droghe leggere garantisce. Un cavallo di troia di cui ho parlato in un contributo per EPolisWeek (23giugno) denunciando l’opera di espansione di alcuni gruppi criminali – ormai da due anni – sul quartiere di Poggiofranco e nelle scuole superiori di quella zona. In un quartiere come quello, in cui non esistono le condizioni sociali per un rapido attecchimento di un clan, le batterie di spacciatori diventano talent-scout a caccia di elementi da acquisire alla causa.
Facendo leva proprio sul loro bisogno di consumatori o sul loro essere referenti di gruppi più larghi di consumatori. In un gioco criminale di offerta al ribasso, si fa intravedere la possibilità di divenire referenti esterni all’organizzazione, ma, nei fatti, si coopta al proprio interno elementi che, senza un mercato criminale delle sostanze stupefacenti leggere non avrebbero probabilmente avuto punti di contatto con i clan.

20160923_17enne_gambizzato_poggiofranco_agguatoAncora, perché non posso ignorare che, attualmente, in alcuni luoghi particolari ed in contesti specifici, il network dello spaccio sostituisce nei fatti il racket del pizzo. Bari vecchia è uno di questi luoghi. E bastano, credo, le motivazioni a sentenza di almeno tre maxi-processi di mafia per caratterizzare a dovere l’importanza del borgo antico per la Camorra Barese. Lì, tra i vicoli e nelle piazzette, i clan hanno ordinato di sostituire al racket delle estorsioni nei confronti dei negozi, la richiesta agli esercenti – velata o meno che sia – di tollerare la presenza di spacciatori nei pressi della propria attività. Questa forma di imposizione e controllo del territorio assicura ai clan ricarichi incredibili che mettono a profitto la grandissima massa di frequentatori della movida notturna. Tra i quali, è evidente, largo è il numero di consumatori di droghe leggere. In questo modo ci si garantisce una domanda costante che, altrimenti, il racket annullerebbe, con la drastica diminuzione dei locali in attività causa pizzo. Nello stesso momento, ci si assicura un efficace e discreto controllo del territorio, visto e considerato che dieci spacciatori fanno molto meno rumore e clamore di una saracinesca sventrata. O del silenzio di una Piazza Ferrarese/Mercantile chiusa per pizzo.

Sono giorni che si scrive, sulle colonne dei giornali, a Bari, parlando di droghe leggere e clan. E’ davvero così difficile capire che prima ed a monte di ogni discussione sulla opportunità o meno di depenalizzare, legalizzare, controllare attraverso le agenzie di Stato la vendita di hashish e marijuana è indispensabile avviare una politica di contrasto alla cultura del tanto è solo uno spinello? E’ così difficile capire che passa proprio dalla diffusione di un pensiero critico sulle droghe leggere – ALMENO FINO A QUANDO LE LEGGI RESTANO QUESTE – un primo consistente passo di antimafia sociale, di antimafia dal Basso? Non sono il primo a dirlo, sono forse il meno autorevole a ricordarlo, ma se non esiste il coraggio di aggredire i clan in quel che hanno di più caro e prezioso – Cassa Corrente e Controllo del Territorio – certe battaglie non si vincono. Non si possono cominciare neanche.

Nella prossima settimana, con dei brevi focus su ciascuno degli aspetti di forte pericolosità criminale del fenomeno, proverò a tratteggiare un quadro più esaustivo dei problemi “sul tavolo”. A voi lascerò le conclusioni.