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Donato Telegrafo scagionato. Non fu il mandante dell’agguato a Mercante.

La notizia è di metà mese. Abbiamo atteso a darla per le opportune verifiche. Donato Telegrafo, maggiore dei due figli di Nicola Telegrafo – il brigante – è stato scagionato in sede d’Appello dall’accusa di essere il mandante dell’agguato che nel 2012 stava per costare la vita al Vangelo di Camorra Giuseppe Mercante, storico boss della città. Confermate, invece, le accuse per i sicari individuati dalle indagini – tra i quali spicca il nome di Arcangelo Telegrafo, fratello minore di Donato.

Se, quindi, l’impianto accusatorio resta intatto per quel che riguarda movente di quell’agguato, dinamica e retroscena, viene meno il dettaglio su chi fu, nel clan Misceo Telegrafo Montani, ad ordinare quell’omicidio – non maturato solo per una purissima fatalità.

La sentenza, che restituisce per ora – in attesa di ricorso in Cassazione eventuale – all’innocenza Donatosi Telegrafo rispetto a questo reato, è quindi importante perché, nello stesso momento, certifica che, sì, tra il 2007 ed il 2014 a Bari fu combattuta davvero una guerra a bassa intensità tra due pericolosissime consorterie criminali. E che in quella guerra vanno incasellati una serie di fatti di sangue, finora apparentemente scollegati tra loro, che avevano a che fare con un mondo – contiguo alla malavita ma non pienamente inserito nel sistema Camorra – che si vide “misteriosamente” investito, in quegli anni, dalla furia del piombo dei clan.

Adesso sappiamo che, per molti di quei fatti, che ancora oggi continuano a mantenere una eco ben precisa, ad accendere la miccia fu un confronto molto acceso tra due figure di spicco del Quartiere San Paolo: Donato Telegrafo e Amleto Mercante, fratello di Giuseppe. E che fu proprio lo schiaffo dato da Mercante a Telegrafo, colpevole di aver alzato troppo la testa – lui che natali illustri di Camorra non poteva vantarne – a scatenare la furia del clan del San Paolo contro la famiglia del vecchio boss del Libertà.

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Ragazzi fuori

No, non scherziamo! Giuseppe Mercante è quanto di più lontano dalla definizione di ragazzo di malavita. I ragazzi, i guaglioni sono la bassissima manovalanza delle organizzazioni criminali. Gli apprendisti. A guardar bene, nemmeno proprio quelli, visto che l’apprendistato camorristico comincia con l’iniziazione vera e propria: il grado di picciotteria. Tanto che, impropriamente, si pensa ai guaglioni ai ragazzi come ai picciotti. No. I ragazzi sono i soggetti messi in coltivazione. E non c’è un nesso anagrafico tra il grado ed il soggetto. Si può essere ragazzi pure a sessant’anni suonati. Lo ricorda bene il giudice del processo Mayer a Donato Laraspata, quando gli ricorda che, alla fine, proprio ragazzi i suoi contrabbandieri non sono – c’era qualcuno davvero avanti con l’età. Disarmante ma carica di significato la risposta del boss: “Vostro onore, ma tra di noi quelli che dobbiamo vedere se stanno dentro o no così si chiamano…”

GiuseppeMercante-2Non divaghiamo, però. Torniamo a Giuseppe Mercante, che negli ultimi sei mesi è entrato ed uscito di galera due volte. Per due volte, in due distinte operazioni, pm ed agenti hanno confezionato per lui il gessato del boss, affermando che sarebbe lui al vertice di un sodalizio composito e agguerrito, di base al quartiere Libertà, ma con ramificazioni sul San Paolo e su Carrassi, grazie alla saldatura decennale, già provata dal processo SINGER, con il clan Diomede. Tanto che a lui ci si riferisce nella prima ordinanza d’arresto come vertice del clan Mercante operante nel quartiere Libertà. E nella seconda, quella per l’operazione Pandora, Giuseppe Mercante è dipinto come il leader assoluto della compagine Mercante-Diomede. In entrambi i casi, i suoi avvocati hanno fatto valere davanti al tribunale del riesame valide ragioni di salute ed ottenuto che la custodia cautelare in carcere fosse trasformata in arresti domiciliari. Da tempo, sembra, Giuseppe Mercante sarebbe gravemente ammalato. Del resto, solo cinque anni fa, è scampato alla morte per un soffio dopo un agguato che mirava ad ucciderlo. Ed assieme ai postumi di quell’esperienza, continua a portare addosso il peso di una vita condotta spesso al limite, seppur sempre nell’ombra. Il suo soprannome parla chiaro, del resto: Pinuccio il drogato. I giudici del riesame hanno dovuto accogliere, questa volta arrivando fino al grado d’appello, la richiesta degli avvocati. agguatoliberta3-2.jpgE Giuseppe Mercante è tornato libero. L’ennesima volta. Prosciolto dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso una serie di volte – l’ultima proprio qualche anno prima, a margine del processo Belfagor – eppure sempre condannato per associazioni a delinquere semplice, finalizzate al compimento di una serie di differenti reati – contrabbando, traffico di droga, estorsioni – all’interno di quadri più ampi di inchiesta contro i clan baresi. Nella sua carriera ha scontato – abbreviata dall’indulto – anche una pena per un reato di sangue. E se andiamo indietro, molto indietro nel tempo, il suo è tra i sei nomi dei soggetti indicati come responsabili della prima Sacra Corona Unita per il territorio di Bari. Anche in quel caso l’accusa fu derubricata ad associazione a delinquere semplice perché il giudici non ravvisarono fosse possibile che il sodalizio – pur provato – sviluppasse in breve tempo e dal carcere un reale assoggettamento mafioso sul territorio.

Una cosa è certa: dentro o fuori Giuseppe Mercante è un personaggio che conta nel panorama criminale barese. Ed i processi che nasceranno dalle inchieste a suo carico sono processi importanti, in grado di ricostruire davvero e fino in fondo la storia criminale di un quartiere – il Libertà – che da anni è ormai al centro della discussione sulla sicurezza. Un quartiere, definito dagli inquirenti territorio conteso proprio tra Mercante e Strisciuglio, che negli ultimi anni ha conquistato il ruolo di vera centrale operativa del crimine barese.