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Sul Gargano si spara ancora…

No, non abbiamo fatto in tempo a finire di ragionare di una apposita direzione distrettuale antimafia. E non abbiamo nemmeno fatto in tempo a mettere benzina nei serbati di tutti i mezzi a disposizione dei Cacciatori di Puglia. Sono cambiati i Ministri… Ma l’emergenza rimane. E l’emergenza si chiama Mafia del Gargano. Letto bene: Mafia. Non l’indistinta masnada di pecorai e mandriani dediti all’abigeato ed alla faida in salsa di tragedia greca. 084059911-c3e47657-eeae-4777-9bc7-525866db5854Non i clan di montanari, che si ammazzano e si abbattono come bestie per mere questioni di pascolo. No: l’emergenza si chiama Mafia. E quella del Gargano non è seconda a nessuno. E – chiariamolo subito – con quella della città di Foggia – che si chiama Società – e con la Mala del Tavoliere, quella che imperversa nel sanseverese e nel cerignolano, con gruppi distinti e separati, non ha nulla a che vedere.

Quella del Gargano è una Mafia a se stante. Ha i suoi riti ed i suoi codici – quelli, sì, forse ancora arcaici e legati ai tempi che furono, ai tempi in cui quelli che animavano la criminalità dello sperone erano pastori che si contendevano a fucilate greggi e pascoli, perché quella e solo quella era la ricchezza in quelle terre. Quella del Gargano, però, è una mafia che è cresciuta e si è innovata. Moltissimo, soprattutto negli ultimi venti o trent’anni. Innanzitutto con un progressivo affrancamento dal suo primo nume tutelare: Raffaele Cutolo. Ed in seconda istanza, con una cosciente e pervicace politica di autarchia ed indipendenza dalle altre consorterie criminali tanto pugliesi quanto nazionali. I clan del Gargano nella Sacra Corona Unita ed in tutto quello che sarebbe venuto dopo non vollero mai entrare. mafia-gargano-omicidi-2-1132x670E tennero alla porta anche gente come Giosuè Rizzi, il padrino più autorevole della provincia, il fondatore della Società. I clan del Gargano hanno sempre fatto storia a sé, sviluppando un mercato a domanda chiusa che si orientava su due traffici precisi: sigarette e stupefacenti. Ed in paesi e comunità piccoli, chiusi, difficilmente raggiungibili e tragicamente scollegati dal resto della provincia e della regione, hanno imposto regole e mercati, fatto i prezzi e governato lo scambio. Mettendo da parte, in brevissimo tempo, cifre astronomiche.

Quando sono stati forti davvero di un margine economico invidiabile, poi, i clan hanno fatto un vero e proprio salto di qualità, puntando dritti ad economie precise: quelle turistiche. E coi soldi hanno infiltrato amministrazioni e tessuti imprenditoriali, garantendosi il diritto all’ultima parola sullo sviluppo turistico di un intero comparto. Arrivando, quando le cose non andavano come loro disponevano, anche a minacciare le istituzioni, colpire i sindaci e gli amministratori. Oppure mettere letteralmente a ferro e fuoco una provincia. Con l’arma oscena e distruttiva dell’incendio doloso, della distruzione dei boschi, del governo violento sui pascoli. Ed hanno imposto radici e regole così salde al loro territorio, che alla fine anche gli altri gruppi criminali, inizialmente considerati più forti, autorevoli e capaci, hanno dovuto abbandonare il campo. Non c’è un camorrista campano nemmeno a pagarlo, sui monti del Gargano. Nè vi s’azzardano a sconfinare i gangster di San Severo o di Cerignola. Perché i montanari hanno anche sviluppato la rara capacità di fare sistema anche quando alle spalle hanno guerre, faide, sangue scorso. E fanno sistema ogni qual volta una minaccia esterna incombe. Tanto da essere arrivati, alla fine, anche ad invadere territori differenti. L’importante è che si dimostrassero attrattivi, vantaggiosi. Guardiamo Manfredonia? E’ solo un esempio.

imagesBene, a tutti quelli che sono convinti che basti la semplice presenza dello Stato e di un reparto carabinieri come quello dei Cacciatori di Puglia, per scoraggiare quella che ancora, in troppi, leggono come una masnada di montanari, mi auguro basti una scorsa ai giornali della passata settimana. Ed una attenta lettura di tutti i pezzi che hanno parlato del blitz contro le batterie di Monte Sant’Angelo. Leggete le intercettazioni ambientali, cercate le ricostruzioni degli agguati. E guardate alla spregiudicatezza ed al potere militare dei gruppi smantellati. Considerate che si tratta di gruppi cui già lo Stato aveva mozzato la testa, incarcerando i vertici di entrambi i sodalizi.

Chiedetevi se alla luce di questi fatti, davvero si possa parlare di una masnada di pecorari e di montanari. O se davvero, anche a Foggia e con la massima urgenza, non sia il caso di intervenire per dotare le forze dell’ordine e la magistratura di tutti gli strumenti necessari a fronteggiare vere e proprie organizzazioni criminali, vere e proprie Mafie… e non solo sorelle minori.

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