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Un boss, prima che “il nipote di…”

Domenico Capriati, fu Sabino, vittima di uno spietato agguato che due settimane fa lo ha ucciso, è una figura fondamentale nella storia della Camorra Barese. Il fatto che senza alcuna voglia di approfondire, sia stato da tutti liquidato a semplice “nipote di Antonio Capriati” è un fatto molto grave. Perchè dimostra che, purtroppo, non c’è alcuna formazione o competenza nel raccontare le vicende di criminalità che riguardano la nostra città. E, peggio, che non esiste una capacità di ricerca delle basi documentali solide su cui avviare questa operazione. Anche solo per un dovere di cronaca più corretta e puntuale. Perchè i fatti, anche se narrati correttamente nel loro svolgersi, finiscono per avere letture incorrente, fuorvianti, stravolte, quando poggiano su basi inesatte o – peggio – completamente inesistenti. O peggio, quando si fanno affermazioni platealmente scorrette basandosi sul sentito dire, su affermazioni origliate, su copia incolla improvvidi. La ragione che ci ha spinti ad approfondire questa figura e gli eventi collegati alla sua morte sta tutta qui. In attesa, ovviamente, che il libro sulla Storia della Camorra Barese veda la luce; lì, in maniera ancora più approfondita, la storia di quest’uomo come di tanti altri che hanno scritto le vicende della Camorra Barese avrà ampia e documentata trattazione. Doverosa, viene da aggiungere. Perchè sono gli uomini e le donne, col loro portato e le loro azioni, a scrivere la storia di una organizzazione che, nei fatti, assieme a questa nostra città è cresciuta. Ed a suo modo l’ha condizionata.

 

Domenico Capriati era figlio di Sabino, fratello maggiore di Antonio Capriati. A dispetto di quanto i legami di sangue possano far presumere, nei primi anni di vita del clan ha un ruolo molto marginale. Ce lo dicono i pentiti che hanno contribuito alla concretizzazione del maxi-blitz Borgo Antico ed al processo che ne seguì – il primo maxi processo contro una organizzazione della Camorra Barese intesa come tale. A sentire tutti i collaboratori, in primis Mario Capriati, che del boss Antonio era fratello e che il clan lo guidò come reggente per un anno, dopo la carcerazione nel 91-92 del boss, Domenico Capriati fino ad allora era da considerarsi un giovane in coltivazione, probabilmente affiliato con un grado basso a Domenico Monti, conosciuto con il soprannome di Mimmo il biondo, uomo di estrema fiducia del boss Antonio. Sulla paternità di Camorra tutti i pentiti sono certi: Domenico non fu affiliato a suo zio ma ad un suo collaboratore. Anche questo è un fatto che la dice lunga sui rapporti di forza e sulla forza del sangue, nel clan. Secondo tutti, ancora, Domenico non era considerato un “predestinato” dalle linee di comando.
Quando il clan subisce il contraccolpo degli arresti successivi alla guerra del San Paolo prima (92) ed all’affare Petruzzelli dopo (93-94), essendo in galera tanto Antonio quanto Mario Capriati, fu necessario che qualcuno si facesse carico delle aspettative di molti degli affiliati (e relative famiglie) rimasti senza una guida. Con quello che molti definiscono un “colpo di mano” non direttamente supportato dalle vecchie gerarchie, la palla passò in mano a Domenico ed ai suoi fratelli Filippo, Francesco e Pietro. Furono questi i quadrunviri che ressero le sorti del clan. A dire meglio, il clan lo trasformarono. Perchè, se sotto la guida di Antonio, la cosca di Bari Vecchia era, appunto, una questione diffusa e sociale, aperta anche e soprattutto a chi con la famiglia non aveva legami di sangue ma di contiguità, amicizia, relazioni, con i quattro fratelli figli di Sabino il discorso si familizza. E gioco forza si ridisegnano le gerarchie, anche rispetto al controllo ed all’accesso agli utili redistribuiti. Che vengono girati in prima istanza ed in quantità maggiore ai Capriati di nome e di sangue e solo dopo, sotto forma di stipendio fisso – basso – a chi quella famiglia la avvicina senza farne parte. Lo affermano le sentenze, Borgo Antico su tutte.

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E’ questo il momento in cui, assieme ad un clan, cambia la storia della Camorra di Bari. Perchè è proprio da questa espulsione de facto di tutto un blocco di criminali, fidelizzato ad Antonio e Mario e cresciuti nel rispetto di logiche e gerarchie meritocratiche più che di appartenenza familiare, che nasce il clan Strisciuglio, nella sua prima versione. Guardacaso diretto e promosso da tre figure di primissimo piano cresciute come figliocci di Mario (Strisciuglio) o come Consiglieri e Uomini di massima fiducia di Antonio (D’Ambrogio e Monti). La scissione che da i natali al gruppo promotore della Federazione Strisciuglio, egemone attualmente si Bari, si deve dunque proprio all’intervento indiretto di Domenico come nuovo boss dei Capriati. Innovazione inconsapevole attraverso un percorso di reazione e conservazione.

Percorso dal quale lo zio Antonio, che quel clan l’aveva fondato, è escluso. Ancora una volta soccorrono i pentiti e le sentenze: non esiste un rapporto reale di gerarchie tra i due uomini. Anzi, a Domenico la maggioranza dei pentiti addebita la espulsione di suo zio dalle linee di comando ed anche la riduzione drastica dell’accesso agli utili. Con la frase eloquentissima: “Quando lui faceva il boss, ci teneva nei sottani”, come a rivendicare una esclusione patita come ragione di una ridefinizione delle gerarchie. Mario, altro zio ed altro vecchio reggente, invece, finisce espulso da tutta la famiglia per la sua scelta di collaborare con la giustizia intervenuta nel ’94.

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Ecco spiegato perchè affermare in prima battuta che Domenico sia semplicemente il nipote del boss è scorretto, fuorviante ed antistorico. Domenico, più che il nipote, è ormai da trent’anni l’uomo forte del clan. Antonio, pur con dalla sua il carisma indiscusso e l’autorevolezza del vecchio capo, da tempo non ha più un diretto controllo sulle vicende del clan. I suoi figli, Francesco e Giuseppe, non sono considerati organici al gruppo. Il primo è da tempo ristretto in carcere, dove sconta condanne collegate al processo Borgo Antico ed a quelli successivi. Processi che, comunque, non hanno mai provato un suo diretto ruolo dirigenziale nelle vicende. Il secondo, Giuseppe, non è ai stato accostato alle vicende del clan. Un cognome ma due storie differenti. Forse varrebbe la pena di capire se non si debba meglio dire: un cognome, due clan differenti – uno, da tempo estinto. Se una affermazione del genere non sia più criminologicamente corretta. Anche perchè, per coincidenze temporali e di investigazioni, l’equivalenza tra le due figure ed un presunto rapporto gerarchico tra Domenico ed Antonio, a margine di indagini su un omicidio maturato nel quartiere Japigia, al centro dei riflettori negli stessi giorni per una operazione nazionale contro il riciclaggio che vede coinvolti come promotori i Martiradonna – uomini di fiducia di Antonio, sì, ma trent’anni fa – rischia di creare equivoci e distorsioni enormi. Perchè rischia di sovrapporre due vicende che assieme, se non per una coincidenza onomastica, proprio non ci starebbero. E rischia di indirizzare letture, indagini, aspettative, verso direzioni clamorosamente sbagliate.