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I modi in cui ci si ammazza, parlano!

E veniamo alla conclusione del focus sull’omicidio di Domenico Capriati. A guardar bene, ovviamente, ci rendiamo subito conto che il focus non è tanto – o soltanto – su questo ennesimo fatto di sangue. Ma su un mutamento, profondo e reale, di cui anche nei prossimi aggiornamenti daremo conto, che sta interessando la Camorra Barese come sistema.

I modi dicevamo. I modi parlano, esattamente come i luoghi e le vittime. Ed in questo caso, come nel caso dell’omicidio di Walter Rafaschieri, ci dicono davvero tanto. Innanzitutto ci raccontano di una preparazione militare dei camorristi in circolazione che lascia impallidire anche le organizzazioni storiche, quanto a preparazione e capacità degli esecutori. Inutile girarci intorno: a Bari si è ormai forgiata una classe criminale nuova, quella degli “operativi”. Che non vuol dire soltanto killer o esecutori materiali. Vuol dire specialisti.
Specialisti nella logistica, nel richiedere ed aggiornare il parco auto ed i ferri del mestiere, ricorrendo sempre di più ad armi nuove, più performanti e sempre pulite. Cosa ci dice questo dato? Che le disponibilità in termini di denaro e contatti di questa organizzazione sono ormai così elevate da potersi permettere l’impegno all’acquisto di armi sempre nuove – sul mercato dell’est – e di auto sempre nuove e sempre più performanti.
Specialisti nella pianificazione: vuol dire che ci sono dei capisquadra, ai quali viene genericamente appaltato il “servizio” – l’omicidio – che hanno il compito di preparare il terreno, studiare il campo d’azione, valutare i momenti migliori e selezionare il materiale umano più consono all’azione. I processi all’organizzazione Strisciuglio – la FEDERAZIONE per capirci – sono chiarissimi in merito. La motivazione al processo Eclissi precisa che requisito indispensabile alla adesione alla Federazione è quello di concedere propri soldati alla organizzazione militare complessiva. Perchè è prassi, per la Federazione, agire in ogni contesto garantendosi sempre la presenza di un “operativo” del luogo in cui si agisce. Per una chiamata in corresponsabilità di fronte ad una guerra ed una saldatura più efficace tra gruppi, ma anche per mere ragioni logistiche – conoscenza più approfondita dei luoghi dei tempi, del contesto dell’azione.
Ancora, Specialisti nell’esecuzione. Killer preparati, senza scrupoli, capaci di mantenere il sangue freddo ed evitare errori, anche in condizioni di massimo rischio: eloquente in questo caso, il conflitto a fuoco che ha causato la morte di Walter Rafaschieri e il ferimento di suo fratello Alessandro – primario obiettivo dei sicari. Ma anche il delitto Capriati, in merito, parla chiarissimo: si tratta di un omicidio eseguito con tecniche militari, con uno studio del territorio puntuale, un esame delle abitudini della vittima certosino e soprattutto una esecuzione fredda, determinata, spietata.

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A fianco di questo, però, ancora resiste quello che è un rituale arcaico e barbaro. Che è quello dello spregio massimo della vittima che suoni da monito anche al suo clan di riferimento, fino a raggiungere i suoi affetti più cari (e parlando dell’omicidio Capriati, balza subito agli occhi una identità precisa tra clan e famiglia). Questo rituale è fatto di azioni e risposte a codici precisi, arcaici, che affondano le radici in parole come Pietas, Sangue, Affetti. Domenico Capirati è stato atteso sotto casa – luogo inviolabile, se non di fronte a determinate necessità somme, come appunto quella di spregiare in maniera incontrovertibile la supremazia di un capo-clan.
Ancora, è stato inseguito di fronte a sua moglie – le donne vengono coinvolte in questo modo solo e soltanto per amplificare in modo estremo il portato di quel delitto, costrette ad osservare impotenti la morte del proprio congiunto. Attenzione, è già successo a Bari, proprio durante la guerra che Lorusso e Campanale si combattono come dirette emanazioni dei Capriati e degli Strisciuglio a San Girolamo. E’ successo in occasione dell’omicidio di Nicola Lorusso, padre del boss, ucciso per vendicare l’omicidio di Felice Campanale, storico mamma santissima del quartiere e da un ventennio, ormai passato a collaborare con gli Strisciuglio per tramite del figlio. La moglie, costretta a guardare l’omicidio del marito, ha riferito anche che i killer avrebbero cantato, mentre sparavano. Rituali detestabili, ritenuti necessari dai Campanale per vendicare l’omicidio del vecchio capo, avvenuto in circostanze non meno drammatiche, a margine del compleanno del nipotino, proprio nei pressi del luogo in cui si era festeggiato.
In ultimo, ma non perchè il dettaglio abbia meno importanza, a Capriati è stato esploso in pieno viso il colpo di grazia. Questo, piaccia o no, è un altro dettaglio che racconta di come certi codici sono duri a morire. Sparare in viso alla vittima vuol dire negargli umanità, sfregiarne il volto – che è quello che a livello inconscio ci codifica come uomini. Soprattutto però, è lo strumento con cui il clan rivale si assicura che i propri nemici non vedano concretizzarsi nemmeno il momento della pietosa attraverso la veglia funebre. Nessuno potrà guardare il corpo del boss composto, perchè la bara dovrà essere chiusa.

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Cosa ci dicono tutte queste analisi? Che la Camorra barese ha fatto ormai decisamente il salto nel mondo del crimine professionalizzato e strutturato, anche quando si parla di omicidi, potere militare, tendenze belliche. Perchè è vero che certi codici non possono essere dimenticati, perchè sono parte di una ritualità che identifica il camorrista per quello che è. Allo stesso modo, però, essi si riattualizzano per rimanere al passo coi tempi e permettere alla struttura criminale di resistere alle sfide imposte da una evoluzione sempre più veloce – e feroce – della Storia.

Japigia come scenografia…

Rimaniamo sull’ultimo fatto di sangue. Cercando anche di capire cosa ci dicono i luoghi in cui questo è avvenuto. Perchè anche questi ultimi parlano. E raccontano verità importanti. Che è fondamentale mettere nero su bianco, se si vuole raccontare e capire.

Japigia, da più di trent’anni considerata da tutti – a volte anche in modo esagerato – il giardino di casa del boss Savino Parisi. Japigia, per trent’anni piazza di spaccio più grande della provincia, ma anche hub logistico dei grandi traffici di stupefacente. Supermarket all’ingrosso e al dettaglio. Ancora una volta, da sempre considerata territorio dominato dal clan Parisi in condizione di assoluto monopolio.

Negli ultimi dieci anni almeno 3 grandi processi hanno interessato il clan in oggetto. Si è trattato di processi – alcuni ancora in corso – nei quali, al fianco dell’associazione a delinquere, agli imputati venivano contestati reati molto diversi da quelli legati al traffico degli stupefacenti. Indicativo, evidentemente, del fatto che le cose non stanno proprio come vuole raccontarle qualcuno. Indicativo, invece, del fatto che il clan Parisi, secondo gli investigatori, avrebbe invece compiuto un salto di qualità differente. Quello che fa balzare quella struttura dalla strada e dai commerci di strada al mondo dei business in chiaro, degli affari, di alcune stanze dei bottoni. Basta guardare i processi Domino, Domino Bis e Do Ut Des per capirlo: imprese collegate, prestanome, proprietà e imprese sotto sequestro, quote azionarie, appalti inquinati. A fianco estorsioni e condizionamento della libera concorrenza nel campo dell’imprenditoria edile. Ultima, in ordine di tempo, l’inchiesta che su base nazionale ha interessato una serie di compagnie di scommesse che secondo l’accusa sarebbero inquinate dalla presenza di uomini e capitali riconducibili a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra Barese (su quest’ultimo versante col coinvolgimento di Tommaso Parisi, figlio di Savino e di Vito Martiradonna).

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Diciamolo dunque con una certa serenità: Japigia è ancora una piazza di spaccio enorme, è ancora un hub strategico, è ancora il luogo in cui per tanti clan è possibile approvvigionarsi all’ingrosso. Ma di sicuro, da questo ristretto punto di vista, non è più un luogo dove i Parisi dettano legge in senso monopolistico. Questo omicidio, assieme alla guerra di mala dello scorso anno, danno solo la riprova di quanto stiamo dicendo. Perchè, nel trentennale regno di Parisi su quel quartiere, a Japigia non si era mai fatto sangue. Quantomeno, mai in questi termini. Questo sangue denuncia a chiare lettere un cambio di passo nella storia criminale di quel quartiere. E conferma, a fianco di quell’ipotesi di salto di qualità, anche un altro dettaglio: Savino Parisi, fiaccato dai continui processi, dalla detenzione, dall’attenzione asfissiante di investigatori e magistrati, avrebbe probabilmente abbandonato il campo. Quello legato al controllo diretto sul territorio e sulle sue dinamiche criminali, s’intende. Non si spiega diversamente, vero, il fatto che molti degli omicidi che si sono susseguiti nel quartiere abbiano come sfondo non semplicemente le vie di quel pezzo di città, ma il Quadrilatero, antico quartier generale del clan.

Per questo e solo per questo abbiamo inteso rimarcare il luogo come simbolico e importante. Perchè racconta chiaramente altro su altre vicende parimenti importanti. Perchè parla di un declino, di una mutazione, di un sovvertimento di gerarchie, codici e rituali, in seno alla criminalità organizzata barese. Perchè per la strada certifica il tramonto di una vicenda e di una narrazione enorme (quella legata ai Parisi) ed allo stesso tempo elimina una figura importante che della storica Camorra Barese è stato a suo modo un protagonista certificato (Domenico Capriati). Japigia, per tutto il resto, non ha alcun ruolo in questa vicenda.

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Perchè Japigia, allora, per ammazzare Domenico Capriati? Semplice: quell’uomo abitava lì. Aveva scelto quella come residenza, come dimora. Ma nulla, per il resto, lo legava a quei luoghi ed a quelle vicende. Ovvio, come abbiamo detto, se si continua a leggere una storia per quella che non è e definire un soggetto per quello che non è, facili suggestioni possono balzare all’occhio. Ma stando ai fatti ed a quello che ci consegna la storia della Camorra Barese ricostruita dalle sentenze e dalle operazioni, Japigia è solo il teatro inconsapevole, solo la scenografia. Nel fatto, nel delitto, non ha alcuna parte attiva.

 

Un boss, prima che “il nipote di…”

Domenico Capriati, fu Sabino, vittima di uno spietato agguato che due settimane fa lo ha ucciso, è una figura fondamentale nella storia della Camorra Barese. Il fatto che senza alcuna voglia di approfondire, sia stato da tutti liquidato a semplice “nipote di Antonio Capriati” è un fatto molto grave. Perchè dimostra che, purtroppo, non c’è alcuna formazione o competenza nel raccontare le vicende di criminalità che riguardano la nostra città. E, peggio, che non esiste una capacità di ricerca delle basi documentali solide su cui avviare questa operazione. Anche solo per un dovere di cronaca più corretta e puntuale. Perchè i fatti, anche se narrati correttamente nel loro svolgersi, finiscono per avere letture incorrente, fuorvianti, stravolte, quando poggiano su basi inesatte o – peggio – completamente inesistenti. O peggio, quando si fanno affermazioni platealmente scorrette basandosi sul sentito dire, su affermazioni origliate, su copia incolla improvvidi. La ragione che ci ha spinti ad approfondire questa figura e gli eventi collegati alla sua morte sta tutta qui. In attesa, ovviamente, che il libro sulla Storia della Camorra Barese veda la luce; lì, in maniera ancora più approfondita, la storia di quest’uomo come di tanti altri che hanno scritto le vicende della Camorra Barese avrà ampia e documentata trattazione. Doverosa, viene da aggiungere. Perchè sono gli uomini e le donne, col loro portato e le loro azioni, a scrivere la storia di una organizzazione che, nei fatti, assieme a questa nostra città è cresciuta. Ed a suo modo l’ha condizionata.

 

Domenico Capriati era figlio di Sabino, fratello maggiore di Antonio Capriati. A dispetto di quanto i legami di sangue possano far presumere, nei primi anni di vita del clan ha un ruolo molto marginale. Ce lo dicono i pentiti che hanno contribuito alla concretizzazione del maxi-blitz Borgo Antico ed al processo che ne seguì – il primo maxi processo contro una organizzazione della Camorra Barese intesa come tale. A sentire tutti i collaboratori, in primis Mario Capriati, che del boss Antonio era fratello e che il clan lo guidò come reggente per un anno, dopo la carcerazione nel 91-92 del boss, Domenico Capriati fino ad allora era da considerarsi un giovane in coltivazione, probabilmente affiliato con un grado basso a Domenico Monti, conosciuto con il soprannome di Mimmo il biondo, uomo di estrema fiducia del boss Antonio. Sulla paternità di Camorra tutti i pentiti sono certi: Domenico non fu affiliato a suo zio ma ad un suo collaboratore. Anche questo è un fatto che la dice lunga sui rapporti di forza e sulla forza del sangue, nel clan. Secondo tutti, ancora, Domenico non era considerato un “predestinato” dalle linee di comando.
Quando il clan subisce il contraccolpo degli arresti successivi alla guerra del San Paolo prima (92) ed all’affare Petruzzelli dopo (93-94), essendo in galera tanto Antonio quanto Mario Capriati, fu necessario che qualcuno si facesse carico delle aspettative di molti degli affiliati (e relative famiglie) rimasti senza una guida. Con quello che molti definiscono un “colpo di mano” non direttamente supportato dalle vecchie gerarchie, la palla passò in mano a Domenico ed ai suoi fratelli Filippo, Francesco e Pietro. Furono questi i quadrunviri che ressero le sorti del clan. A dire meglio, il clan lo trasformarono. Perchè, se sotto la guida di Antonio, la cosca di Bari Vecchia era, appunto, una questione diffusa e sociale, aperta anche e soprattutto a chi con la famiglia non aveva legami di sangue ma di contiguità, amicizia, relazioni, con i quattro fratelli figli di Sabino il discorso si familizza. E gioco forza si ridisegnano le gerarchie, anche rispetto al controllo ed all’accesso agli utili redistribuiti. Che vengono girati in prima istanza ed in quantità maggiore ai Capriati di nome e di sangue e solo dopo, sotto forma di stipendio fisso – basso – a chi quella famiglia la avvicina senza farne parte. Lo affermano le sentenze, Borgo Antico su tutte.

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E’ questo il momento in cui, assieme ad un clan, cambia la storia della Camorra di Bari. Perchè è proprio da questa espulsione de facto di tutto un blocco di criminali, fidelizzato ad Antonio e Mario e cresciuti nel rispetto di logiche e gerarchie meritocratiche più che di appartenenza familiare, che nasce il clan Strisciuglio, nella sua prima versione. Guardacaso diretto e promosso da tre figure di primissimo piano cresciute come figliocci di Mario (Strisciuglio) o come Consiglieri e Uomini di massima fiducia di Antonio (D’Ambrogio e Monti). La scissione che da i natali al gruppo promotore della Federazione Strisciuglio, egemone attualmente si Bari, si deve dunque proprio all’intervento indiretto di Domenico come nuovo boss dei Capriati. Innovazione inconsapevole attraverso un percorso di reazione e conservazione.

Percorso dal quale lo zio Antonio, che quel clan l’aveva fondato, è escluso. Ancora una volta soccorrono i pentiti e le sentenze: non esiste un rapporto reale di gerarchie tra i due uomini. Anzi, a Domenico la maggioranza dei pentiti addebita la espulsione di suo zio dalle linee di comando ed anche la riduzione drastica dell’accesso agli utili. Con la frase eloquentissima: “Quando lui faceva il boss, ci teneva nei sottani”, come a rivendicare una esclusione patita come ragione di una ridefinizione delle gerarchie. Mario, altro zio ed altro vecchio reggente, invece, finisce espulso da tutta la famiglia per la sua scelta di collaborare con la giustizia intervenuta nel ’94.

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Ecco spiegato perchè affermare in prima battuta che Domenico sia semplicemente il nipote del boss è scorretto, fuorviante ed antistorico. Domenico, più che il nipote, è ormai da trent’anni l’uomo forte del clan. Antonio, pur con dalla sua il carisma indiscusso e l’autorevolezza del vecchio capo, da tempo non ha più un diretto controllo sulle vicende del clan. I suoi figli, Francesco e Giuseppe, non sono considerati organici al gruppo. Il primo è da tempo ristretto in carcere, dove sconta condanne collegate al processo Borgo Antico ed a quelli successivi. Processi che, comunque, non hanno mai provato un suo diretto ruolo dirigenziale nelle vicende. Il secondo, Giuseppe, non è ai stato accostato alle vicende del clan. Un cognome ma due storie differenti. Forse varrebbe la pena di capire se non si debba meglio dire: un cognome, due clan differenti – uno, da tempo estinto. Se una affermazione del genere non sia più criminologicamente corretta. Anche perchè, per coincidenze temporali e di investigazioni, l’equivalenza tra le due figure ed un presunto rapporto gerarchico tra Domenico ed Antonio, a margine di indagini su un omicidio maturato nel quartiere Japigia, al centro dei riflettori negli stessi giorni per una operazione nazionale contro il riciclaggio che vede coinvolti come promotori i Martiradonna – uomini di fiducia di Antonio, sì, ma trent’anni fa – rischia di creare equivoci e distorsioni enormi. Perchè rischia di sovrapporre due vicende che assieme, se non per una coincidenza onomastica, proprio non ci starebbero. E rischia di indirizzare letture, indagini, aspettative, verso direzioni clamorosamente sbagliate.

La prossima settimana…

Lasciamo per oggi, nella riflessione, spazio all’articolo uscito su EPOlis. Il problema, ovviamente, è che i luoghi fisici del giornalismo sono spesso molto vincolati agli spazi fisici. E ci sono discorsi che è possibile, doveroso, approfondire con un taglio e destinatari diversi in altre sedi.

L’omicidio di due settimane fa è uno di quei casi in cui, per le ricostruzioni sociologiche, criminologiche e storiche, il giornalismo non può bastare. E l’informazione, pur facendo la sua parte in modo completo, preciso ed esaustivo, si ferma e cede il passo ad approfondimenti diversi.

Per questo prendiamo l’impegno, nella prossima settimana, di approfondire in modo chiaro i tre punti da cui l’articolo di oggi si muove. E chiarire, attraverso questo percorso, perchè quel che diciamo a fine del pezzo oggi in edicola è tristemente possibile. Chiarire perchè, l’omicidio di Domenico Capriati scuote dal profondo il magma della Camorra Barese rischiando di innescare un sisma di proporzioni terribili.

A lunedì, allora. E buona lettura su EPolis, oggi.

La pace è finita…

Attenzione: questo post va considerato una preview dell’articolo che potrete leggere nella giornata di venerdì su EPolisWeek Bari. Vi ricordo che la lettura di questo settimanale di approfondimento è gratuita, tanto in cartaceo, quanto in digitale tramite app. Quindi, davvero, non avete scuse. Ripeto: EPolisWeek Bari. Su FB basta scrivere EPolis Bari per cercare. E comunque troverete l’articolo linkato anche sulla pagina FB. Solo che, sarebbe bello se scaricaste la app e poteste leggere anche il resto del giornale. Non per semplice spirito di squadra, vi assicuro, si tratta di approfondimenti che riguardano la nostra città.

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Allora: il discorso di preview che vi propongo riguarda l’ultima esecuzione di camorra avvenuta a Bari appena due settimane fa. A morire, sotto il piombo di un commando organizzato in modo militare, che ha risposto a codici di comportamento molto precisi, è stato Domenico Capriati, fu Sabino, nipote di Antonio e boss indiscusso del clan Capriati dal ’92/’93 ad oggi.

Nell’articolo troverete analizzata in modo sintetico ma chiaro la sua figura e la sua parabola di leader di un sodalizio che ha contribuito da protagonista a scrivere la storia della Camorra Barese. Di più, Domenico Capriati è – lo dicono le sentenze – il boss a cui si deve, indirettamente, anche la nascita del clan Strisciuglio, come reazione alle modifiche che egli aveva imposto al grande clan di Bari Vecchia.

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Ancora, potrete leggere riflessioni sui luoghi dell’agguato: Japigia, Via Archimede. E capire perchè, spesso, nelle ricostruzioni storiche ma più ancora criminologiche e sociologiche, i luoghi NON SONO semplici palcoscenici.

Infine, riflessioni chiare anche sulle modalità di questo agguato. Così arcaiche e così diverse da quelle dell’aggressione in cui Walter Rafaschieri – altro nome ingombrante – ha perso la vita solo un paio di mesi fa. Riflessioni sul come queste morti ci parlino anche per come si sono declinate. E ci dicono che i tempi che abbiamo di fronte, come città e soprattutto come comunità, rischiano di essere davvero bui.

A venerdì, allora. Sulle pagine di Epolis!