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La fine dei Di Cosola? Non scherziamo

Di enorme importanza l’operazione che nelle scorse settimane ha portato all’azzeramento di un gruppo criminale dedito al controllo dello spaccio in alcune zone della città di Verona e dell’hinterland scaligero.

Il dato che rende l’informazione di primaria importanza, al nostro sguardo, è quello che il gruppo smantellato era, a tutti gli effetti, una cellula emigrata del clan Di Cosola, gruppo che si credeva polverizzato e disgregato subito dopo il pentimento e la morte dello storico boss Antonio.

Invece, a quanto pare, un pezzo considerevole del clan era ancora attivo. E non solo in termini di mera resistenza e controllo della roccaforte di Ceglie del Campo – come l’operazione contro i fratelli Masciopinto di un paio di mesi fa lasciava intendere. Le indagini che hanno portato all’arresto di venti persone tra Veneto e Bari, proverebbero invece la presenza di un gruppo di riferimento della famiglia nella città e nella provincia scaligera. Gruppo che, stando alle accuse, settimanalmente si garantiva approvvigionamento di stupefacente da riversare su piazza, in una situazione di controllo di piccole porzioni di territorio. Non tragga in inganno la modesta dimensione del traffico: si trattava, fino a qualche mese fa, di una attività collaterale per il gruppo che, solo negli ultimi mesi, aveva deciso di intensificare l’azione e migliorare le performance in prospettiva di una scalata e di una affermazione ben più considerevole nel prossimo futuro.

In tutto e per tutto, dunque, una forma di esportazione di un modello criminale preciso, quello dei Di Cosola, strutturato secondo le vecchie logiche di Camorra, attraverso un controllo ristretto delle leve di comando nelle mani di familiari e sodali di massima fiducia. A dimostrazione, ancora una volta, del fatto che la Camorra Barese, proprio come le altre mafie italiane, ha ormai know how ed autorevolezza sufficiente per dettare legge anche fuori del suo giardino di casa.

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Ceglie e nuovi equilibri

Ceglie è un vetrino importante. Proprio come Japigia. Si propone come tale per i prossimi mesi perché è il territorio di un clan storico il cui padrino è “tramontato”. Come a Japigia, infatti, il vessillo dello storico capoclan è calato. Poco importa se in questo caso il rivolgimento è dovuto al pentimento ed alla morte del boss piuttosto che ad un abbandono del campo per scelte unidirezionali della famiglia egemone. Ceglie è un vetrino importante perchè, morto Di Cosola, la situazione non è affatto migliorata. E quel che adesso sarà importante capire è come si ridistribuirà la struttura rimasta orfana. Come i colonnelli decideranno di gestire la fase di transizione. E che tipo di modello sceglieranno per il prosieguo della loro attività criminale.

Antonio Di Cosola, nella sua storia criminale, ha sempre regnato in modo tirannico ed indiscusso sulla sua struttura. Accentrando quasi sempre nelle proprie mani – o in quelle dei familiari più stretti – il vessillo del comando. E in una carriera trentennale non ha mai accettato alleanze, finendo spesso per combattere guerre sanguinose con chiunque promessa e mettere in discussione il suo dominio. Lo ha fatto coi Parisi, lo ha fatto con la loro emanazione – gli Stramaglia – lo ha fatto con gli Strisciuglio di Carbonara.

Morto Di Cosola, però, alcuni segnali di una profonda riarticolazione ci sono già stati. E sono segnali inquietanti se è vero che proprio in seno alla famiglia di sangue del boss si è scatenata una bagarre tra cugini che ha portato ad arresti, indagini, ridefinizione degli equilibri. E’ del mese scorso, infatti, la notizia di una operazione contro il ramo Masciopinto del clan, quel legato da vincoli di affinità alla figura del vecchio boss. Il dato inquietante è che la vittima delle attenzioni criminali del gruppo, in questo caso, sarebbe stata un figlio del vecchio boss, spostatosi su rami d’affari in chiaro, che il resto del clan aveva in animo di tagliggiare perchè non accettava l’uscita di scena del personaggio. Non in quei termini almeno, non senza pagare dazio. Un segnale evidente di un gruppo ancora fortemente coeso ed agguerrito. Capace di imporre con pochissime remore la propria violenza cieca anche a pezzi della famiglia autorevoli e di lignaggio.

Tutto lascia pensare che il timone non sia stato ceduto e che la linea sia ancora quella di mantenere un controllo autonomo e ferreo sulla ex frazione di Bari. Come questo andrà ad impattare coi delicati equilibri che in città si vano ridefinendo è argomento ancora tutto da leggere prima che scrivere. Di certo resta che si tratta di una frontiera di massima allerta per le forze dell’ordine e per gli inquirenti. Una frontiera che lascia pensare anche a interessanti sviluppi d’analisi.

A Bari “cantano” in tanti

Sì. Lo ripetono fiduciosi molti magistrati. A Bari, il numero dei collaboratori di giustizia e dei pentiti, molto più che quello dei dissociati o degli irriducibili, cresce. Un’arma concreta, efficace, importante, nella lotta al crimine organizzato. A Bari è una manna, se paragoniamo il dato del capoluogo di regione a quello di città e province come quella di Foggia, dove l’omertà è davvero un muro impenetrabile e dove il numero di criminali che si dissocia e decide di collaborare è bassissimo… quando non drammaticamente vicino al valore di testimonianza.

Esiste una ragione precisa, per questa inspiegabile differenza. Quella di Bari, adesso, è una Camorra nuova, arrivata sulla scena soltanto da un quindicennio. La vecchia criminalità organizzata, quella delle Aristocrazie dei Parisi, dei Capriati, dei Mercante, ha una tempra diversa, molto più vicina a quella foggiana. Ha una tempra forgiata in decenni di carceri duri, di riti, di affiliazioni, di vecchi e antichi discorsi sull’onore. Quella Camorra non parla. Ma quella è anche la Camorra che ha smesso di diventare un problema concreto da tempo. O che ne ha fatte così tante, seminando tracce, prove, indizi… che ricostruirne le gesta e portarla a processo non è difficile. Per vecchi sistemi che si fondano sui vincoli di sangue, una volta incrinato il muro, agire è facile. E il Clan Capriati lo sa bene, visto che tra le sue fila di sangue ci sta il primo pentito eccellente che Bari abbia conosciuto: Mario. Lo sa ancora meglio il clan Di Cosola, retto da Antonio, morto da collaboratore di giustizia. Aveva deciso di pentirsi perchè non sopportava l’idea di non poter vivere i suoi nipotini, l’unica gioia sincera che gli era rimasta. E parliamo in questo caso di un uomo feroce, cui tante cronache e tante affermazioni processuali attribuiscono anche l’uso dei maiali per far sparire i corpi dei nemici.

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Quella che è falcidiata dai pentiti, invece, è la nuova Camorra. Il sistema nato attorno alla figura di Domenico Strisciuglio, quella federazione impastata di batterie dal turn over continuo, in cui qualsiasi guazzetto di strada può provare a diventare boss. Ecco, in quei casi, in queste storie di camorra volatile, instabile, senza formazioni, scuole e padrini, si annida anche il germe della paura del carcere, della insofferenza alla lontananza dalle famiglie, della difficoltà a sopportare una vita che, lontano dalle piazze e dalle stanze dei bottoni, prevede una minima che sempre più non permette di arrivare a fine del mese.

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Ecco: su questo e tanto lavorano i magistrati baresi. E’ una realtà di cui tutti dobbiamo fare tesoro, anche e soprattutto per smentire tante di quelle credenze. Perchè se è vero com’è vero, che i pentiti sono tanti, che il loro numero cresce di operazione in operazione, allora è anche vero che ha senso, e tanto, denunciare. Perchè solo attraverso la denuncia, davvero e fino in fondo, si aiutano magistrati e investigatori a fare il proprio lavoro. Tante delle operazioni degli ultimi due anni, in merito, parlano chiaro. Questa è la strada giusta, è su questa che bisogna continuare.

A Carbonara, oggi pomeriggio

Giuseppe Mizzi era un uomo perbene. Un onesto cittadino di Carbonara, antica frazione di Bari. Il 16 marzo del 2011 fu ucciso a pochi passi dalla centralissima Piazza Umberto da un commando del clan Di Cosola, armato e inviato dall’allora reggente del clan, Antonio Battista, ad ammazzare uno degli Strisciuglio. Uno qualsiasi. Giuseppe Mizzi, per uno scambio di persona, fu ucciso da quel commando. L’ennesima vittima innocente di mafia che Bari è costretta a ricordare, assieme ai giovanissimi Michele Fazio di Bari Vecchia, ammazzato da un commando di babykiller dei Capriati nel 2001 e assieme a Gaetano Marchitelli, di Carbonara pure lui, ucciso sempre dai Di Cosola perché sulla linea di fuoco delle loro armi. Tre vittime innocenti. Tre lavoratori. Tre facce pulite e tre cuori buoni che con le storiacce di Camorra non avevano davvero nulla a che fare.

Per l’omicidio di Giuseppe Mizzi, in carcere, ci sono il mandante e gli assassini. Non basta, però. No basta aver fato giustizia – una giustizia secondo molti mutilata, visto che l’intenzionalità dell’omicidio non è stata provata stante l’errore di persona. A dirla tutta e per bene, non basta e non bisogna fermarsi nemmeno all'”antimafia delle emozioni e delle commemorazioni”, accontentandosi come ogni volta di “non dimenticare”. Quel che serve è continuare a testimoniare, anche attraverso il ricordo di Giuseppe, la narrazione di quei fatti orribili, il fatto che Carbonara, come Bari Vecchia, come gli altri quartieri, è stanca di questi morti innocenti. Quel che è importante è acquisire e trasmettere tutti una coscienza civile che ci faccia dire davvero e fino in fondo che la brava gente non è mai nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che la brava gente è proprietaria e padrona di quelle strade dove la delinquenza spaccia e si ammazza. E che la brava gente non ne può più. Ed ha tutta la voglia di riprendersele quelle strade e quelle piazze. Perchè non ci sia più nessun innocente da piangere. Perchè nessuno, tra i bravi, gli onesti, debba più scoprirsi “nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Per questa ragione, stasera, è necessario essere a Carbonara, alle 18, in Piazza Umberto. Al fianco della vedova di Giuseppe ed a fianco a tutte quelle cittadine e quei cittadini per bene che Carbonara vogliono riprendersela!

Pensieri a margine della passeggiata civile i ricordo di Gaetano Marchitelli

Carbonara è un posto particolare. Anche Ceglie del Campo. Sono luoghi simbolici di quanto Bari sia cresciuta in modo disordinato. Tanto e male. Tanto, perchè ha finito per inglobare luoghi che avrebbero potuto avere un futuro differente. Male, perchè questa inglobazione è avvenuta in modo parecchio sbagliato: le identità di piccole comunità sono rimaste – ed è un bene – ma i servizi e la redistribuzione di possibilità sembrano non essere pervenute. Il distacco, tra Carbonara e Ceglie, fisicamente non si può avvertire. La cesura netta, rispetto a Bari, quella sì. L’aria che si respira è diversa da quella che c’è a Palese, a Santo Spirito. Lì ti accorgi di due piccole comunità che sono state portate dentro, in tutti i sensi, da una municipalità. E sembrano di colpo meno stonate le indicazioni stradali bianche che puntano al Centro come se fossi solo un po’ lontano da Via Sparano e dai palazzi del potere. Eppure, dalla cinta ideale della città, quei due pezzi sono parecchio più staccati. Sarà il mare, sarà l’aeroporto? Sarà il peso specifico, in termini di ricchezza, di chi ci risiede? Sarà una certa qualche artificiosità di quelle due ex marine di Bitonto e Modugno, che comunità a parte non lo sono davvero mai state? Difficile dirlo. Una cosa è certa: Carbonara e Ceglie si fa fatica a definirle Bari.

DLJWCD9WkAAIWG8Il 2 Ottobre una passeggiata sociale, accompagnata da candele, ha attraversato le due frazioni. In un abbraccio ideale che tiene uniti particolari luoghi del ricordo. Da Ceglie a Carbonara, seguendo la ideale direttrice lungo cui si è mossa la mano di chi, il 2 ottobre del 2003, uccise Gaetano Marchitelli, vittima innocente ed inconsapevole di piombo destinato ad altri. Da Ceglie, territorio dei Di Cosola, che quella sparatoria la progettarono e la ordinarono, fino a Carbonara, casa di Gaetano e delle due vittime designate di quell’agguato. Una passeggiata animata da gente comune, dalla parrocchia di don Mimmo e dal Movimento Antimafia di base. A dirla tutta, una passeggiata solo “di base”, senza autorità – che, invece, la mattina hanno presenziato le iniziative per così dire ufficiali. Non importa, non c’è da fare una conta dei presenti. Non quando, almeno, è confortante la densità specifica di coscienze, giovani e meno giovani, pronte davvero a mettersi in discussione dal basso, per riflettere di criminalità e marginalizzazione. E per ricordare che Gaetano non è morto per “errore”, per un “incidente”, per una “tragica fatalità” o perchè “si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Nei loro interventi, proprio i ragazzini della parrocchia lo hanno spiegato bene: Gaetano è morto perchè la cultura di chi ha premuto il grilletto – e all’epoca il killer non era così più grande di Gaetano – la cultura di chi ha educato quel ragazzo perchè un giorno premesse il grilletto, è di quelle che credono la vita degli altri pesi meno di niente. Ed è giusto ed importante ricordarlo. Anche con la semplicità dei pensieri di chi non è ancora cresciuto. Di chi non ha magari tutti gli strumenti formativi, ma ha coscienza e sensibilità sufficienti a capire subito certi meccanismi. E scegliere da che parte stare.

Fare questo, a Carbonara, non è affatto semplice. Perchè, soprattutto nell’ultimo ventennio, Carbonara è diventata un posto difficile dove vivere e crescere. Complice una emigrazione consistente, complice il richiudersi su se stesse di tante comunità. Complice un progressivo abbandono, coincidente col passaggio da frazione a quartiere. Fare antimafia dal basso, a Carbonara, è complicato. Ricordo le parole di don Mimmo, davanti alla gente che animava la prima iniziativa fatta assieme, sempre lì. “Vedi, la grande vittoria, oggi, è anche aver reso la vita difficile a chi spaccia in quella piazza…” Per dirne appena una. Carbonara è una piazza che non smette mai di far parlare di sè. O meglio, trova sempre il modo, quando si parla di crimine, di infilarsi nei discorsi.

ciotti marchitelli-3.jpgPerchè Carbonara è Bari, senza esserlo. Perchè Carbonara è così distante, dimenticata, che ci si può serenamente installare una centrale operativa della camorra lontano dagli occhi indiscreti. Perchè Carbonara, fino alla fine degli anni ’90, era il feudo di un boss piccolo, agguerrito, ma solo. Un uomo che sapeva accontentarsi di “poco”. Solo che poi, delle potenzialità di Carbonara, si sono accorti personaggi come i fratelli Strisciuglio, mentre ancora dovevano radicarsi a Bari. Ed è stata Carbonara, con la sua distanza pur dentro la città, a fare la loro fortuna. E’ per contendersi il peso specifico su quella piazza che si confrontavano la sera del 2 ottobre del 2003 gli Strisciuglio e i Di Cosola. C’è morto Gaetano, per quella piazza. C’è rimasto segnato a vita, nell’anima, il suo amico fraterno, Mario Verdoscia, che quella sera rimase ferito. E oggi, a 15 anni da allora, Carbonara torna a far parlare di sè. Perchè coi Di Cosola dismessi, gli Strisciuglio hanno rialzato la testa. Ed hanno inviato sul territorio i loro uomini più determinati a difendere il fortino. Perchè, proprio adesso che il vecchio boss di Ceglie è morto, è Carbonara il Fort Apache da cui lanciare l’assalto alla provincia. E da cui continuare a governare indisturbati tutta una serie di traffici che coinvolgono Bari città. A Libertà si decide, vero. Ma è Carbonara, oggi come quindici, vent’anni fa, la piazza irrinunciabile per gli uomini della Federazione. Lo scontro a fuoco  sanguinario di due lunedì fa è cominciato proprio quando i Rafaschieri – figli di gente di vecchia camorra – hanno provato a violare i confini del fortino. Ed è un fatto significativo. Un allarme che la cronaca stessa ci mette sotto gli occhi.

Anche nel ricordo di Gaetano, quella comunità non va lasciata da sola. E pur nella sua autonomia, nella sua forte identità culturale, va resa davvero un quartiere di Bari. Non perchè sia una comunità marginalizzata, non perchè sia un luogo dove è impensabile ragionare di progetti di inclusione e socialità. Non perchè ci siano particolari e croniche emergenze. Ma perchè ad essere distante, a Carbonara, è la sensazione di una “autorità”. E quindi è necessario intervenire. Soprattutto pensando quanto prima a vigilare su quel comune. Non perchè la repressione sia l’unica ricetta, ma perchè l’assenza di divise è silenzio di uno Stato, di una autorità. Ed è un tratto che una comunità come Carbonara non merita. Una risposta che ai clan non si può scegliere di dare.

Antonio Di Cosola: uno dei sei che la Camorra Barese la fondarono

La regolare programmazione di un blog, a volte, finisce scompaginata da eventi inaspettati. Fatti che impongono un intervento tempestivo in quello che si considerava un placido scorrere già programmato. Senza troppi scossoni. Beh, occupandosi di criminalità ed anche di ricostruzione storica sui fatti criminali, è un imprevisto che bisogna aspettarsi. Certo, sono sincero, un imprevisto come questo no, non me lo aspettavo. Nella sera di venerdì, a Monza, dov’era detenuto in regime di protezione collaboratori di giustizia, è morto Antonio Di Cosola, 64 anni, di Ceglie del Campo. Uno dei fondatori della Camorra Barese così come la conosciamo. Uno dei sei che Giuseppe Rogoli in persona scelse, fondando la prima versione della Sacra Corona Unita, come referente per la provincia di Bari.

Non uno qualunque, insomma, Antonio Di Cosola. A pensarci bene, dal 1983 entrava ed usciva dalle inchieste giudiziarie. Il suo nome, in vari momenti della storia criminale barese, è stato accostato ad una serie enorme di fatti, organizzazioni, avvenimenti. Molto spesso, senza che queste affermazioni, però, superassero il vaglio della magistratura. Su Antonio Di Cosola si è detto, in quarant’anni di storia di Camorra Barese, tutto ed il contrario di tutto. Si è ipotizzato fosse il più autorevole e pericoloso dei boss in circolazione. Tempo dopo si è sospettato fosse, invece, poco più che un criminale di campagna, testa di una organizzazione arcaica e primitiva incapace di alcun salto di qualità. Si è parlato di lui come di uno degli uomini di fiducia di Oronzo Romano, fondatore de “La Rosa”. Infine, alcuni hanno sospettato fosse lui il primo vero padrino della Camorra Barese. una cosa è certa: Antonio Di Cosola è stato e rimane, attraverso le sue dichiarazioni, una figura di fondamentale importanza nella storia dell’organizzazione criminale che strangola la città di Bari da 40 anni. Ed un altro fatto abbastanza certo è che, rispetto a ciascuna delle affermazioni che sulla sua figura si sono fatte, qualcosa di vero c’è sempre.

1478337388478.jpg--cinque_secoli_a_clan_di_cosolaergastolo_al_nipote_del_bossNon è stato di sicuro il padre fondatore della Camorra Barese, Antonio Di Cosola, conosciuto anche col soprannome di “Strascinacuvert”. Di sicuro, però, alla sua mano – o quantomeno al suo dettato – si deve l’unica versione, tutt’ora in circolazione, di codice della Camorra Barese. Con tanto di giuramento di fedeltà all’unico padrino “Antonio Di Cosola”. Sarà stato questo dato a fuorviare più d’uno, certo. E’ vero, però: il codice “Di Cosola”, fino ad ora, è l’unica testimonianza scritta dell’esistenza della Camorra Barese – se si escludono, ovvio, gli atti processuali. Conviene partire proprio di qui per ricostruire la sua figura e la sua storia. Perché è attraverso quell’unico codice che tutte le voci su Di Cosola si spiegano. E che tutte le affermazioni sopra riportare trovano sostanza. Almeno, quella che, abbiamo detto, di sicuro c’è.

Il Codice Di Cosola viene ritrovato nella cella di uno dei familiari di Antonio, a Lecce. E’ chiosato e ricopiato in bella. Dentro, tutti i riferimenti cui magistrati e cronisti sono abituati. Quelli tipici che richiamano da una parte alla ‘Ndrangheta della Santa – Mazzini, Garibaldi, La Marmora – e dall’altra alla prima Sacra Corona Unita – con le citazioni a testimonianza di Conte Ugolino, Fiorentino di Russia e Cavaliere di Spagna. Di sicuro, dunque, è un codice che va datato dopo il 1983, anno in cui Rogoli aggiunse la formula identitaria “conte Ugolino, Fiorentin’ di Russia, Cavalier’ di Spagna”. Allo stesso tempo, però, col giuramento finale verso Di Cosola unico boss, un codice che interviene dopo il 1985, anno in cui, con la fine del processo alla prima S.C.U. i sei referenti di Rogoli su Bari, liberi dai vincoli della precedente organizzazione, fondarono, ciascuno per conto proprio, dei clan indipendenti con loro come vertici indiscussi. Di sicuro, quel codice lo pone un gradino sopra molti altri. Per essere precisi, nelle gerarchie criminali, alla stregua di Savino Parisi ed Antonio Capriati. Pari tra pari. A differenza loro, però, Di Cosola non fu mai un gangster di città. Coltivò la propria organizzazione più nell’hinterland dei paesini a sud e ad est di Bari. E nelle frazioni meridionali. Li governò in modo spiccio, spesso brutale. Per vent’anni, però, nessuno osò mettere in discussione il suo dominio in quei territori. Per quanto, rappresentassero un mercato incredibilmente redditizio per il traffico di sigarette e di droga. Per quale ragione? Semplice: perché Di Cosola, che di certo non era un boss moderno ed accreditato nell’ambiente della “Bari da bere”, aveva fatto della sua brutalità e del suo arcaismo, uno strumento di successo. Imponendo in modo pervicace la ritualità dei codici, l’obbligatorietà della gavetta e del cursus criminale, la violenza delle sanzioni criminali ogni volta che riteneva ve ne fosse bisogno per tenere salde le fila dell’organizzazione. Del resto, fu costretto a farlo, dovendo governare un territorio vasto, fatto di piccoli centri che da sempre esprimevano la propria malandrineria cittadina attraverso i classici delinquenti di paese. Era anche un boss arcaico, dunque. Un boss d’altri tempi, verrebbe da dire. Un “uomo d’onore” – almeno così pretendeva si dicesse e si pensasse. Tanto che, all’indomani della morte di Gaetano Marchietlli, pony express quindicenne ucciso per errore durante un conflitto a fuoco tra uomini del clan Di Cosola e uomini degli Strisciuglio, sulle colonne dei giornali, con una lettera indirizzata ai giudici, tuonò contro quelli che agivano nascondendosi dietro il suo nome. Sconfessò nei fatti anche un nipote, coinvolto in quell’omicidio, negandogli assistenza carceraria ed impedendo che qualcuno, fuori, potesse cercare di inquinare le prove perché il ragazzo fosse scagionato. Secondo molti, però, agì così semplicemente perché quello di Marchitelli era un delitto firmato, con tanto di intercettazioni ambientali che inchiodavano gli autori. Una cosa è certa: non era un primitivo, un vecchio arnese della vecchia guardia. E non era nemmeno un praticone, come Oronzo Romano, cui fu accostato per un periodo col sospetto che anche lui, a Ceglie, stesse per aderire alla fantomatica “Rosa”, la mafia del sud barese. Scagionato da quel processo, Di Cosola, nei fatti, non aderì mai a quella struttura. Per due motivi: la Rosa non esiste mai, davvero e nei fatti e Antonio Di Cosola non vi avrebbe comunque aderito perché già all’epoca, la sua potestà di Vangelo, riconosciuta direttamente da Giuseppe Rogoli, lo metteva già realisticamente più di un gradino sopra di Romano e dei suoi uomini. Altro che uomo di fiducia: un boss. Uno dei primi boss che la storia di Bari abbia conosciuto. Peraltro, un uomo il cui carisma e la cui autorevolezza criminale erano riconosciuti da tutti, amici e nemici. Tanto che avviene anche – incredibile ma vero – che Antonio Moretti, all’epoca uomo del clan Fiore, sospettato di aver ucciso Orazio Porro, un vecchio uomo del clan Di Cosola, di fronte alle pressioni dei Fiore che lo spingono a confessare, si rivolga proprio al padrino di Ceglie per ricevere un consiglio su cosa fare. Ed emblematica, a margine della confessione, è la dichiarazione che Di Cosola fece: “Dell’omicidio in sé lui non mi disse niente. Non confessò. Ed io non chiesi”. Del resto, Porro da tempo era stato sconfessato dal clan di “Strascinacuvert”.

antonio-di-cosola.jpgGli ultimi processi lo hanno visto crollare sotto il peso del 41bis e scegliere di pentirsi e collaborare con la giustizia. Le accuse, del resto, si facevano sempre più pesanti. Nelle ricostruzioni degli inquirenti, i contorni di una figura che dal gangsterismo urbano declinato in spaccio, racket, usura e controllo del territorio era passato alle attività mafiose che contavano, quelle del secondo livello, agganciate alle imprese, alle partite IVA, alle amministrazioni pubbliche ed alle faccende degli appalti. Fu assolto dal processo Domino, nel quale, assieme a Savino Parisi – condannato – era accusato di aver inquinato il tessuto imprenditoriale barese arrivando fino agli appalti pubblici per la realizzazione del polo universitario Asclepios. Dall’altra parte, però, a margine proprio di quelle inchieste, fornì dichiarazioni importantissime per ricostruire come, negli ultimi anni, proprio grazie al suo clan ed a quello di Savino Parisi, in molti abbiano usato i territori agricoli dei comuni a sud est di Bari come discariche, svernandovi veleni, rifiuti tossici, reflui non meglio identificati. Rispetto a questo filone d’inchiesta, però, ancora non è stata accertata alcuna verità processuale. Restano però, sullo sfondo, inquietanti, le sue accuse ed il suo chiamarsi in correità: “Se bevi quest’acqua, muori subito!” Restano lì, incredibilmente spaventose, perché verosimili, visto che le campagne pugliesi, per decenni, hanno conosciuto appetiti criminali non troppo diversi da quelli che hanno trasformato pezzi interi di Campania nella “Terra dei fuochi”.

Con Antonio Di Cosola, insomma, scompare un pezzo da novanta della storia della criminalità cittadina. E si sigillano assieme a lui tante verità che il boss non ha fatto in tempo a raccontare. O che i magistrati non hanno fatto in tempo a chiedere. Una consolazione, però, ci rimane. Molte delle sue dichiarazioni fornite ai magistrati manterranno intatta la loro validità anche dopo la sua morte, in quanto cristallizzate nelle dinamiche indagine e processuali. Un colpo importante, se si pensa che in molti dei processi più delicati tuttora in corso, si ritrovano presenti sue importanti dichiarazioni. Quel che resta da capire, ora che ogni legame possibile tra il boss e la sua organizzazione è reciso, è cosa accadrà a quel vastissimo territorio che per quarant’anni è stato il suo giardino di casa. E come si ri-articoleranno gli uomini che alla sua corte e sotto il suo comando si sono fatti criminali.