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“Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!”

Sì, torno sul discorso dei ragazzini con cui sto lavorando perchè poi, alla fine, c’è un dettaglio che mi fa una incredibile tenerezza. Ed è quella pietrina che portano come contributo anche i più incontenibili. Quelli indisciplinati per contratto con se stessi. Quelli che, se te li metti a fianco, finisce che la lezione la fanno loro. Perchè ne sanno tanto. Perchè hanno tanta voglia di dire – a volte anche solo per rimarcare un proprio ruolo in quella comunità – ma se stimolati nel modo giusto, ad un protagonismo costruttivo, sono i migliori assistenti che si possa avere.

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Tutti, ma proprio tutti, prima o poi, nell’arco di quelle ore che passiamo insieme, mi chiedono se non ho paura di essere ucciso. Mi chiedono se non ho paura di parlare. Mi chiedono se guardare non mi fa paura. Alcuni lo fanno con negli occhi anche una certa sfida. E quella sfida si spegne sempre davanti ad una semplice parola, una questione di metodo: “Non ho paura, perchè non sono uno sbirro…” Sì, l’uso di sbirro non è secondario. Con loro bisogna anche essere capaci di usare un gergo che li rassicuri. “Io non sono un poliziotto. Non dico nulla, prima che succeda. Il mio lavoro è scrivere libri, non mettere in galera le persone… per quello c’è la polizia e i tribunali…” – “Scusa e allora che scrivi a fare?” Perchè a quel punto hanno davvero bisogno di capire. E questo la dice lunga sul fatto che molto spesso non leggono terze parti in una guerra di fronte. Non riconoscono terze parti. Ragionano nell’ottica primitiva del “io contro te”.
“Io scrivo perchè una volta che ho guardato ed ho capito perchè succedono certe cose…” – “Quali?” – “Tipo perchè un quartiere intero diventa una piazza di spaccio…” – “Beh…” – “Io scrivo perchè quella cosa succede. E ti dico come fare perchè non succeda…” – “Tipo come arrestare…” – “Ancora? Io non scrivo per i poliziotti.” – “E come fai a non farla succedere, allora?” – “Adesso devono farlo i poliziotti. Poi io ti dico come fare per non farlo succedere più. Come cambiare le cose, così la gente che spaccia è di meno… capito?” – “Cioè, tipo un assistente sociale, ma per tutti, non solo per un bambino?” – “Brav!” (così, senza la O finale!).

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Anche solo quando ci arrivano, a capire che cosa sei e che cosa fai, pur se in maniera confusa, ti sorridono. L’aria di sfida diventa un’aria complice. Di colpo. Da una parte perchè di colpo non sei più un “nemico”, uno “della borghese”… Dall’altra perchè, sotto sotto, nemmeno il più vulcanico di questi bambini può ignorare la stigma che si porta addosso, sempre. E capire che esiste chi quel “marchio” sa leggerlo ed è capace di non stare sempre a guardarlo li rassicura.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

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Giornate Micaeliche a Carbonara

maxresdefault.jpgMi è stata data la fortuna di conoscerli a luglio, questi animatori di una “setta” fantastica. Sono i cittadini di Bari e non solo che si sono riunito nel Movimento Antimafia di Base. C’è Leo Palmisano, amico e compagno di tante iniziative contro la Mafia, ci sono don Mimmo e don Gianni Ladiana, ci sono i ragazzi delle loro parrocchie, ci sono responsabili di Libera… E ci sono tanti cittadini. E’ bellissimo essere finito risucchiato dal loro entusiasmo, dalla loro voglia di fare, dalla loro voglia di dire “No! Basta!” alle mafie e all’illegalità. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi avevano invitato a parlare col PM Rossi e col provveditore agli istituti penali proprio lì, a Carbonara. Parlare di Mafia in un quartiere di Bari che è una frazione, che era un paese… che a tutt’oggi è una trincea troppo spesso abbandonata. Credendo fossi – chissà perchè – abituato ad altri palcoscenici, don Mimmo accogliendomi mi disse: “Guarda, saremo anche solo un gruppo sparuto di bambini, educatori e qualche oratore… ma oggi è già un successo esserci riconquistati la Villa Comunale ed aver ostacolato lo spaccio!”antima.PNG
Non erano pochi, quel giorno. Erano colorati e bellissimi. Ed avevano ottenuto la loro vittoria: quel giorno, in Villa, a Carbonara, non si era potuto spacciare. E’ stata anche una mia vittoria, alla quale mi sono trovato ad offrire un modesto, piccolo contributo: col corpo, col cuore, con le parole. E ne sono stato felicissimo.

Mi chiama don Mimmo, all’inizio della settimana scorsa: “Stiamo organizzando il programma delle giornate Micaeliche. Giornate di riflessione, discussione, cultura. Quest’anno il tema è il gioco d’azzardo e tutto quello che vi si collega…” Ed io non ho dubbi a rispondere sì, presente. 27461edc7a4e89cb356f38ad9eaa4b.jpgPerchè l’azzardo, dove c’è mafia, non è un semplice problema sociale, non è solo una piaga di disperazione. E’ anche e soprattutto un modo per i clan di riciclare denaro sporco, controllare il territorio, inquinare il tessuto delle attività legali. Al netto di ogni discussione su quale etica può definire legale uno strumento di distruzione delle vite e sopraffazione delle narrazioni di ciascuno. Non ho esitato a dire “Don Mimmo, sono felicissimo di esserci!”… e non esito ora a invitarvi, tutti. Saremo assieme oggi, domani e nei giorni a seguire. Il mio intervento è domani. Parlerò di azzardo assieme ed usura assieme a Don Armando Zappolini, che anima la campagna nazionale “Mettiamoci in gioco”. Oggi, però, se vi va, Leo Palmisano discute di temi collegati ad azzardo e criminalità assieme al magistrato Stefano Musolino, sostituto procuratore DDA di Reggio Calabria.

Passate a trovarci?