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A un mese e mezzo dalla grande kermesse di piazza…

Purtroppo, una riflessione amara non posso censurarmela.
Un mese e mezzo fa, dopo l’aggressione deliberata di militanti di Casapound contro alcuni partecipanti alla manifestazione contro le politiche salviniane, scrissi qui che era auspicabile ripartire da quel momento di riaggregazione per lanciare non solo un segnale forte, ma una campagna concreta che riportasse centrale, nella agenda dei partiti e delle organizzazioni, il tema della discussione sociale. E che riportasse quei partiti e quelle organizzazioni per le strade, per quelle strade prima che altre, a fare politica. Ad interessarsi delle reali emergenze, dei reali bisogni. A supportare chi aveva bisogno di aiuto per elaborare una denuncia e difendere il proprio diritto alla casa, per esempio. Ne abbiamo parlato solo due post fa, di quello che continua ad accadere al Libertà. Lo avevo scritto, ne avevo sentito il bisogno, perchè vedevo, in quella manifestazione, i tratti tipici di quelle kermesse nostalgiche, ad uso e consumo dello spirito di spogliatoio.

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Speravo di sbagliarmi. Macché!

Non solo non si parla più di Antifascismo, in una situazione nella quale si aspettano solo le emergenze perchè i temi emergano. Si attendono solo i titoli perchè le questioni siano sollevate. Per capirci: Casapound è ancora lì. Il quartiere ha disvelato una serie di problemi gravissimi, su cui esiste materiale per mille battaglie. Non è chiaro cosa stia facendo quel corpus che non ha avuto alcun tentennamento a farsi ritrova in piazza, petto gonfio e bandierina al seguito, tutti a cantare le canzoncine di quando si era piccoli, giovani, belli e ribelli. Di sicuro non sta praticando nemmeno quell’antifascismo concreto che voleva dire non già ronde militanti… ma quantomeno riflessione, discussione, politica diretta. Peccato che nel quartiere ci sia chi quotidianamente è lasciato solo – riconoscibile e debole anche solo per questo – ad affrontare quotidianamente le emergenze. Peccato che le piattaforme di discussione sulle politiche salviniane – che avevano tirato in piazza le forze politiche poi aggredite – non siano più nell’agenda di tanti. Restano a campeggiare le testimonianze vigorose di antifascismo – solitamente consumate nel breve giro di uno stato temporaneo su Facebook, associato ad una foto molto rivoluzionaria.

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Peccato ci si sia dimenticati che esiste una emergenza marginalizzazione nella quale il neofascismo cerca di mettere vetrini in coltura.

Ecco: quando mi parlano di kermesse penso sempre a quegli happening fatti di lustrini, colonne sonore e scenografie, che, terminati, lasciano anche un bel po’ di amaro in bocca per la ridondanza di certi stilemi. Io, di quella giornata, ho solo il ricordo di un pensiero, lucido, elaborato mentre andavo via. “Tranquillo, compitino finito, puoi tornare a casa…”

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Legalità al Libertà – Lavori in corso

Chissà cosa avrà da dire Salvini? Chissà cosa avrà da dire Romito? Nessuno si è espresso, in merito. Eppure entrambi avevano tuonato sui problemi reali del Libertà. Salvo poi non accorgersi che questi si chiamava degrado, povertà, esclusione sociale ed anche abusivismo. L’abusivismo praticato dai baresi contro concittadini e migranti.

E l’abuso altro non era che la concessione, in affitto, di tuguri, garage, depositi, catapecchie. Senza nessun tipo di contratto, anzi con quella che si configurava in tutti i modi come una truffa ai danni quantomeno del catasto. E delle tasche di tutti noi, che invece alle imposte relative agli immobili (IMU e simili) facciamo fronte in modo limpido.

Di questa illegalità divenuta nei fatti “legale” nessuno vuole parlare. Nemmeno quello che la Lega continua a chiamare Candidato Sindaco. Fabio Romito, che è quello che poi tutta questa bagarre l’ha per fortuna – e suo malgrado – scatenata con la sua passeggiata nel rione Libertà – quella in cui andavano scovati i neri irregolari che delinquevano, tace. Troppo impegnato a capire se saranno le primarie a stabilire chi condurrà il centrodestra nelle prossime amministrative o riuscirà a deciderlo il tavolo politico dei signori del centrodestra.

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Di questa illegalità non tace invece l’amministrazione. Che si sta occupando da un mese di censire lo stato dell’abusivismo e sta intimando – con tempi brevissimi – una messa in legalità delle situazioni. Bene, davvero.

Perchè quello che sta emergendo è uno spaccato triste, squallido. Uno spaccato che coinvolge per primi i baresi, che quelle unità immobiliari le affittavano. Uno spaccato degradato in cui, però, l’unica cosa che esce salva è la dignità di chi, in quelle condizioni, era costretto a viverci. Una dignità che si fa pudore, vergogna, nel mostrare le condizioni in cui si viene tenuti. Una dignità che si fa pretesa, nel momento in cui si chiede di poter vedere la propria situazione regolarizzata, come diritto.

Quel che lascia attoniti, in tutto questo, è il silenzio delle forze di Sinistra di questa città. Per capirci, quelle istituzionali. Perchè poi, al Libertà, attivi su questa vicenda, ci sono i comitati spontanei, ci sono le solidarietà di vicinato, ci sono le realtà di base. Mancano le forze che istituzionalmente si indignano per la presenza di Casapound tra quelle strade… e però non spendono un rigo, sui social, nelle interviste, nelle lettere con preghiera di pubblicazione ai giornali, per dire qualcosa su una questione che a Bari è centrale. Perchè incrocia le questioni della marginalizzazione a quelle della legalità, le questioni della fiscalità a quelle della criminalità. No, su questo non si parla. Ed è un peccato. Anzi, è Il Peccato. Perchè proprio Bari, che di problemi di marginalizzazione vive e della ricucitura delle periferie avrebbe un gran bisogno, negli scorsi mesi si è vista scippare grossa parte dei finanziamenti per i bandi periferie. Ed incrociare le battaglie, quando ci sono sinergie possibili, è sempre una scommessa vincente.

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Nel frattempo, per fortuna, l’impegno per la legalità dell’amministrazione non si ferma. E questo è un merito che a questa amministrazione va riconosciuto – sebbene ancora troppi siano i demeriti delle passate gestioni a stessa targa politica perchè il conto possa definirsi a saldo zero. Continua l’impegno per l’emersione delle situazioni nere, grigi, illegali. E si finisce per scoprire che un altro quartiere popolare, San Pasquale, sconta le stesse problematiche, seppur in tono minore. Ed in salsa quasi completamente barese.

C’è margine, prima di invocare le grandi questioni di sistema e le piccole tristi faccende di poltrone e giacchette, per una riflessione seria non tanto sullo stato dell’arte – che è impietosamente sotto lo sguardo di chi voglia vedere – quanto più sul “che fare?” A guardare le discussioni delle ultime settimane, viene da rispondere tristemente di no.

Qualche riflessione sulla manifestazione antifascista di ieri. Più che altro un appello…

Lo dico con profonda serenità. Ieri al presidio antifascista ci sono stato perchè era ed è imperativo esserci, a difesa dell’agibilità democratica. Sempre. Ma sono tornato a casa deluso. Molto.
Perchè, tranne che per alcune parole di Claudio Riccio e per l’intervento di Annalinda Lupis – che però il palco se lo è dovuto conquistare visto che gli organizzatori le avevano negato la possibilità di parlare – credo nessuno abbia voluto davvero guardare, negli interventi rigorosamente controllati dal palco, alle reali emergenze di questa città. Che si chiamano ghettizzazione, esclusione sociale, camorra. Ed a Bari, nei quartieri marginalizzati, dove i partiti ieri in piazza non sono più in grado di elaborare risposte ai problemi concreti, evidentemente non basta più nemmeno la cronaca nera per spiegare quanto urgenti siano le riflessioni su dove pezzi interi della nostra comunità si stanno muovendo.
42490476_272535053468635_7047119181782712320_nA Bari si spara e si ammazza. A Bari le comunità migranti faticano ad integrarsi completamente perchè vengono tenute ai margini anche da chi offre loro tuguri a nero come fossero casa – al Libertà più che mai, ma il PD che amministra ha bisogno che a farglielo sapere siano i vigili urbani, perchè nel quartiere non c’è più una sua presenza, attività politica, vigilanza. A Bari, in queste ore, si spara per conquistare il controllo sulle zone della movida della “Bari bene”, dove lo spaccio è una occasione irrinunciabile di cassa e controllo del territorio. Si spara e si ammazza tra la gente. Mentre ieri si parlava di fascismi, di chiusura dei covi. Senza un minimo di visione a lungo termine che impone anche la riflessione del “E dopo?” Nessuno che provasse a suggerire che forse, con pratiche di politica reale e quotidiana, incontro alle esigenze di ricucitura di quelle comunità ai margini, forse il “covo fascista” chiude da solo per impraticabilità del campo. E chi vive il quartiere torna a riconoscere a sinistra degli interlocutori credibili, validi, da ascoltare non solo quando ti parlano dei problemi quotidiani, ma anche quando provano a spiegarti quanto fascista ed inutile sia il decreto Sicurezza. Quanto pericoloso sia un Ministro degli Interni che non nomina la mafia quando parla del quartiere Libertà.
A Bari c’è un ritorno del fascismo? Forse. Un riaffacciarsi, magari. Ma è conseguenza dell’abbandono di determinati campi da parte della sinistra. Casapound, oggi, a Bari, corre ad occupare spazi colpevolmente lasciati vuoti da chi ha chiuso le sezioni di partito ed ha aperto i comitati elettorali – alcuni a due passi dalla casa dei boss, come in via Petrelli 17, a Bari, dove ci stava Realtà Italia, alleata del PD e concorrente alle primarie. Nessuno, però, che ieri si sia azzardato a ricordarlo, come mea culpa, che il Libertà è stato abbandonato. Ed in piazza, ieri, c’ho visto facce che in via Trevisani, dove stava la Federazione del PCI, mi è stato dato di vedere mille e mille volte, da piccolino, quando per non staccarmi da mio padre lo seguivo anche lì. Al Libertà ci stava la Federazione di Rifondazione Comunista. Lì i Comitati Politici Federali li ho frequentati come rappresentante del circolo di Giovinazzo. Ma in quel quartiere c’era Rifondazione come c’era stato il PCI. E quel quartiere ci riconosceva come interlocutori. Di quella vecchia pratica del territorio come luogo di confronto e creazione del consenso non si ricorda più nessuno? Eh no! Ieri no. Eppure, l’antifascismo è anche questo. Soprattutto questo. O vogliamo derubricare tutto e solo ad una questione da caserme e questure? O qualcuno ha forse la tentazione di risolvere tutto ad un fatto da Via Pal, Hazet36 e catene? Se l’antifascismo va praticato, è con la presenza, col corpo, coi contenuti. Nei luoghi del conflitto che oggi sono sempre di più quartieri marginali di questa città. Ecco: nessuno ne ha parlato.
A Bari c’è una grande occasione: quella di ricucire la città. E farlo, in attesa dei piani urban e dei quattrini scippati da Salvini, prima di tutto con la politica e la riattivazione reale, concreta, delle energie democratiche sul territorio. Farlo dal basso. Ma questa occasione passa dalla scelta di un campo più ampio di discussione. Passa dalla scelta della marginalizzazione e della ghettizzazione come temi della discussione. Perchè è combattendo quelle emergenze che si sconfiggono le mafie. E si anestetizzano definitivamente le tentazioni di trenta teppisti e di chi li manovra.
C’è una grande occasione per cominciare a farlo (cliccate sul link a fianco): la manifestazione in ricordo di Gaetano Marchitelli, studente e pizza express, morto quindici anni fa perchè fuori dalla pizzeria dove lavorava i commandos dei Di Cosola e degli Strisciuglio si affrontarono armi in pungo, in mezzo ai cittadini di Carbonara. Gaetano con quelle storiche non c’entrava niente. Studiava e lavorava per non pesare a casa. L’ha ammazzato la Camorra di questa città perchè, per boss e soldati di quell’esercito, non conta chi resta morto a terra, se si tratta di decidere chi comanda.
Essere tutti presenti, in quel momento, è importante. E proprio quello della lotta alle mafie ed alla marginalizzazione di pezzi interi delle nostre comunità può sicuramente essere un momento importante da cui ripartire. Per ricucire la città e assieme trovare un modo di ricucire la buona politica a questa città

Deve far paura il 21 settembre 2018 a Bari!

1537567914739.JPG--aggressione_nel_quartiere_liberta_al_corteo__mai_con_salvini___2_feriti_gravi.JPGAttenzione a liquidare la storiaccia oscena di ieri sera, a Bari, quartiere Libertà, come una faccenda da due soldi. Come la solita vecchia solfa di fasci e cinesi che si acchiappano e si menano. Perché non è affatto così. Sebbene, ad uno sguardo poco attento, questo possa apparire.
I fatti: da decenni il quartiere Libertà vive una vera e propria condizione di ghettizzazione. Conseguenza di politiche sciagurate che non hanno sostenuto il quartiere nel mentre i suoi servizi degradavano, la crisi mordeva i calcagni, le fabbriche attorno chiudevano e per molti diventava sempre più difficile mettere un piatto a tavola lavorando onestamente. Da decenni, al quartiere Libertà, la Camorra barese ha potuto mettere radici indisturbata. E, in quel ghetto dimenticato, a due passi dal centro, ora, si è installata da un decennio buono una delle centrali operative della cosca più radicata e potente di Bari. img_20180211_110237.pngAncora i fatti: da un quindicennio buono, complice l’abbandono del quartiere da parte di chi poteva permetterselo, il Libertà è divenuto il luogo dove maggiormente ha radicato la propria residenza la comunità migrante che ha fatto di Bari la sua seconda casa. Si tratta nella stragrande maggioranza di cittadini in regola col permesso di soggiorno. Colorati, sulla pelle, nel vestire, nel parlare dieci lingue diverse. Ma sempre cittadini, in regola col permesso e con tutti gli adempimenti burocratici. No, per essere precisi non tutti: la comunità migrante di stanza a Bari, spesso, pur di avere un tetto sulla testa, al Libertà ha dovuto accettare un compromesso detestabile e tutto meridionale: quello del nero abitativo. Perché – e questo lo ha evidenziato anche un controllo a tappeto delle istituzioni comunali – al Libertà i baresi che affittano, soprattutto ai migranti – o lo fanno in nero, oppure lo fanno riciclando unità immobiliari dichiarate depositi, box, rimesse. E questo causa marginalizzazione ed invisibilità rispetto ai servizi pubblici, rispetto alla burocrazia, rispetto all’amministrazione. E questa marginalizzazione, negli anni, porta la gente intorno a guardarti con sospetto. Oltre, spesso, a metterti in condizioni disperate. Oltre a impedirti di accedere a molti servizi assistenziali del comune.
Aggressione-Libertà.jpgAncora i fatti: da un anno buono la nuova Lega, quella che invece di dividere l’Italia tra Nord e Sud vuole spaccarla tra Con Noi-Contro di noi, ha cominciato a soffiare sul fuoco della marginalizzazione e della crisi amplificando a dismisura per ragioni elettorali la xenofobia. Creando, sì, creando ad arte, una emergenza immigrazione che a Bari, nel quartiere, oltre la piccola e sporadica preoccupazione che è fisiologia in un quartiere così problematico, non si è mai conosciuta. Fino ad inventare un comizio di Salvini battezzato come oceanico, raccattando in giro per la provincia un paio di centinaia di supporter ad uso e consumo delle telecamere.
Comizio nel quale, per dieci minuti, in una città che ha la propria giustizia raminga e terremotata, il Ministro degli Interni ha detto che “Ci saranno per le strade del quartiere più poliziotti, per contrastare immigrati irregolari, spacciatori e papponi!” Non una parola sulla Camorra, che del quartiere, da decenni, è il vero problema. Come se non esistesse.
Ultimo fatto: da un po’ proprio in quel quartiere, complice l’emergenza costruita ad arte attorno alla comunità immigrata, si è installata in via Eritrea una sede di Casapound. Naturale, fisiologico: un gruppo politico va dove è convinto di poter “lavorare” su una “emergenza” per “espandere la propria base, fare reclutamento, avviare radicamento”.

Ieri sera, a margine di una iniziativa per l’integrazione del quartiere e nel quartiere e contro marginalizzazione e politiche salviniane, un gruppo di persone provenienti dalla sede di Casapound ha aggredito alcuni attivisti e promotori del corteo. Ferendo alcuni. Ne è nato un corteo che si è mosso verso il Libertà e la sede di Casapound. Corteo bloccato con violenza dalla Polizia.

I fatti di ieri, i fatti di avant’ieri e quelli indietro fino a quarant’anni fa stanno messi sopra, in fila uno dietro l’altro.

Unknown.jpegQuel che non si deve ignorare, però, sta dietro le righe. Sta in mezzo alle parole. Nelle pieghe della Memoria. A Bari, quarant’anni fa e qualcosa di più, una situazione così si è già verificata. Lo scenario era quello di Bari Vecchia. Gli ingredienti tipici del ghetto marginalizzato c’erano tutti. Non c’erano gli immigrati ma degrado, disoccupazione, povertà, delinquenza di sopravvivenza… ci stava tutto. Mancava la fogna, per dirne una… ma questo più che attenuare le condizioni di cui sopra, magari le aggravava. In quella Bari Vecchia, una serie di cantieri di politica e socialità la sinistra li aveva inaugurati. E stava ottenendo risultati. Tanto da conquistare dalla sua anche alcune fette di quel blocco sociale che delinqueva nel contrabbando per portare il pane a casa, quando ancora la Camorra barese non esisteva. E quando Bari Vecchia era solo un ghetto di povertà e non una centrale operativa delle mafie cittadine. I fascisti a Bari Vecchia non ci potevano entrare. E quel bubbone rosso a due passi dal centro faceva paura a tanti. Perché era rosso. E perché era fatto degli ultimi veri. Degli straccioni. Dei barivecchiani. Così qualcuno pensò bene di ispirare una ventina di rampolli della Bari nera, di impastarli ad un’altra ventina di sciagurati e mezze tacche del crimine e di suggerire loro di fare casino. Di menare qualche rosso, magari di quelli che si permettevano di mettere la testa fuori dalla cloaca che era Bari Vecchia. E così qualcuno con la lama in tasca pensò bene di passare dai cazzotti alle coltellate. E con una vigliaccheria davvero degna di essere ricordata, in una scazzottata provocata ad arte, scelse di accanirsi sull’unico che non poteva scappare, perché poliomielitico: Benedetto Petrone. Com’è successo ieri, al Libertà, quando ad essere aggrediti sono stati cinque attivisti che stavano accompagnando a casa una ragazza nera col suo passeggino, col suo bambino. Pari pari.

b_978-88-8176-995-7.jpgMagari gli ispiratori di quel che è successo a Bari ieri non sono gli stessi di quarant’anni fa. Forse vengono fuori da sotto allo stesso vetrino di coltura. Però la strategia è la stessa. Picchiare, scatenare il panico, pestare perché ci sia una risposta violenta. E perché la risposta si declini lungo una direttrice sola: quella degli opposti estremismi. Chi ispira questo conosce bene i baresi. E sa che una cosa così è già successa. Dopo l’omicidio di Petrone. Quando la città si strappò in due. Tra chi diceva che c’era una emergenza fascista e chi diceva che infondo era solo crepata una zecca. Anzi, uno che zecca lo era due volte: barivecchiano e comunista. Sui due lembi di questa città strappata a metà, nessuno che ricordasse che quel che era successo era figlio di una lotta precisa. Una lotta che denunciava e cercava di colpire una emergenza: quella della ghettizzazione, della marginalizzazione, della disperazione che rischia di diventare altro. Come andò a finire? Che a Bari Vecchia i cantieri politici e sociali si chiusero. E che anche i contrabbandieri più rossi finirono per sbiadire. Ed emerse una nuova leva di delinquenti. Gente che più che delinquere per sopravvivere, lo faceva per arrivare, per arricchirsi, senza troppi scrupoli. Come andò a finire davvero? Che a Bari Vecchia nacque uno degli storici clan della Camorra Barese.

7135aggressione_bari.jpgLa città, sulla scazzottata di ieri, rischia di spaccarsi di nuovo. Anche perché i luoghi di discussione incontrollati dove di questo si ragionerà sono molto più potenti dei giornali e dei bar, delle sezioni e dei circoli ricreativi. Ed i rischi della replica di uno strappo, però, oggi sono molto più gravi. Perché Libertà è un ghetto molto più complesso di Bari Vecchia quarant’anni fa. Perché al Libertà oggi c’è ed è viva una comunità migrante regolare, onesta ed operosa nella sua maggioranza schiacciante. E però è una comunità sola e marginalizzata rispetto alle istituzioni. Soprattutto per colpa di chi a quella comunità da casa. Soprattutto per colpa dei baresi. Se la città si strappa su questo, in un quartiere dove la Camorra non ha nulla da imparare, anzi è attiva e già operosissima, modernissima, agguerrita, le minacce per tutti, dopodomani, saranno terribilmente più gravi. Restare lucidi dopo le botte è sempre difficile. Ma è necessario, centomila volte oggi più di ieri, che nessuno dimentichi che i fascisti non sono l’emergenza del Libertà, oggi, ma un sintomo dei problemi più gravi, più strutturali, più storici di quel luogo.

bari sparatoria-2.jpgSe ci dimentichiamo di questo, come quarant’anni fa, a banchettare saranno altri. Saranno i signori dimenticati o ignorati nei discorsi del Ministro e dei suoi scherani. Saranno i Camorristi. Ed i fascisti che sull’emergenza immigrazione continueranno a montare casi. Mentre chi fa crimine continuerà a farlo, sempre più. E chi oggi delinque per sopravvivere, bianco o nero che sia, domani, forse, sceglierà di fare un salto.