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Cambi al vertice – Il paradigma Carrassi

Di questori buona sostanza, si parla oggi nel mio articolo in uscita oggi su EPolisWeek. Di come un quartiere, per quanto possa essere protetto e difeso dall’intervento costante e radicale delle forze dell’ordine, sia sempre sotto il giogo della criminalità, quando la politica non interviene sulle ragioni di una profonda crisi, interna alla comunità che lo vive. E’ il caso di Carrassi, quartiere popolare di Bari, con stridenti contraddizioni all’interno del suo corpo sociale. Qui, da quando i Diomede hanno dovuto abbandonare il campo, sull’onda degli arresti del maxi-blitz Pandora, vecchie facce sono tornate a dettare legge. E su questa prateria, quelle batterie, hanno ripreso a praticare vecchie saldature con alcuni storici alleati.

Buona lettura!

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Mafia nigeriana a Bari? Siamo seri!

Stanno girando una serie di allarmanti informazioni. Allarmanti per il livello di involontaria comicità che si sta sfiorando. Da molto più di un paio di mesi, complice anche il montante Salvino-Pensiero, c’è chi sostiene a gran voce, a Bari, che sia presente e radicata una forma inquietante di organizzazione criminale etnico/tribale: la mafia nigeriana.

Che esista e sia presente a Bari, tra i delinquenti di basso cabotaggio, una buona quota di extracomunitari, dediti soprattutto allo spaccio di sopravvivenza, questo ce lo dicono una serie di operazioni e sentenze. Che esista e sia presente anche una forma organizzata di sfruttamento della prostituzione e della riduzione in schiavitù di un numero vario – a volte alcune centinaia, altre solo un paio di dozzine – di donne provenienti dai più disparati paesi dell’Africa subsahariana, è dato certo, acclamato e tristemente visibile (nella zona di San Giorgio e del Lungomare Sud)

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Che però, dietro questi fenomeni, si nasconda la regia preordinata di una “mafia” che ancora bene non si capisce se sia una setta, una organizzazione militare, un “sistema”, beh, perdonate, ma questo è tutto da provare. Non bastano i coinvolgimenti episodici, nelle indagini sullo sfruttamento, di elementi riconducibili allo stato nigeriano, per parlare di mafia. Non basta l’uso della superstizione o del voodoo per chiamare a correità una organizzazione assente a Bari.Anche perchè, le indagini hanno molto più spesso provato la presenza di network slavi o balcanici dietro lo sfruttamento della prostituzione e la riduzione in schiavitù delle prostitute di colore (quasi sempre appoggiate da prostitute di etnia rom, albanese, moldava e rumena).

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Il pericolo, a dirla tutta, è un altro: si chiama rimozione. Troppo facile, adesso, inventarsi mafie le più varie e mainstream. Certo, facile e comodo, perchè ci permette di rimuovere una enorme responsabilità, tutta italiana, tutta barese. Chi da la droga da spacciare ai gruppetti di disperati che ciondolano da mattina a sera a Piazza Umberto? Il sistema, la Camorra Barese: è provato. Assieme, chi affitta alle “signorine” le case dove tronare a nascondersi dopo essere state costrette sulle strade per ore, alla mercé di chiunque? Sempre italiani, onestissimi italiani. Gli stessi che, a Santo Spirito, Palese, Libertà e Carrassi, a decine, affittano appartamentini alle “signorine” solo apparentemente più fortunate (quasi tutte ispaniche o sudamericane) che lavorano in casa.

Per cui, basta leggende metropolitane. Ed un sano esame di coscienza!

(per dire… il sottopancia dell’immagine qui sopra lo leggiamo tutti allo stesso modo, vero?)

Le mani sul porto: Camorre 2.0 possibili?

Comincia in questi giorni la prima fase processuale vera e propria scaturita dal blitz contro il presunto nuovo corso del clan Capriati, quello affidato al nipote dello storico fondatore Antonio, padrino e fondatore della Camorra barese assieme ad altri cinque boss del calibro di Savino Parisi, Antonio di Cosola, Francesco Biancoli, Donato Laraspata e Giuseppe Mercante. Volti e nomi noti.

E’ un processo importante quello che si apre, in fase ancora preliminare, s’intende. E’ importante perchè mira a scardinare – per l’ennesima volta – la fenice di uno dei clan più antichi della città, risorta grazie alla intramontabile capacità intimidatoria che il cognome ed il brand di famiglia si portano dietro. Ma anche grazie alle intuizioni che gli ordini di arresto e le architetture di accusa dei pm attribuiscono a Filippo Capriati, identificato da magistrati e inquirenti come nuovo vertice del clan. Sarebbe proprio da una sua intuizione che il gruppo criminale, senza abbandonare il traffico storico di stupefacenti nella città vecchia e le estorsioni nei mercati generali di alcuni quartieri popolari come Carrassi, avrebbe alzato il tiro mirando a traffici e filiere inedite, ma molto più interessanti e pericolose.

L’operazione che ha portato questo nuovo corso in carcere, all’inizio dell’estate, partiva dal presupposto indispensabile di mettere in condizione di non nuocere la batteria guidata da Filippo Capriati, soprattutto in relazione ad un nuovo business individuato: quello del controllo delle assunzioni in una cooperativa che sovrintendeva a servizi ausiliari all’interno dell’area portuale di Bari. Nei fatti, volando più basso, secondo i PM i Capriati, forti del proprio nome e del potere d’intimidazione dello stesso, avrebbero pilotato l’assunzione di guardiani ed addetti alla facilitazione del traffico auto, imponendoli alla ditta che ne aveva l’appalto. porto bari-2Il timore, per i magistrati, è che questo, oltre ad inquinare profondamente un settore economico importante per una città come Bari, che movimenta tra merci e persone numeri incredibili ogni giorno, potesse anche determinare una falla sensibile all’interno del sistema di sicurezza nazionale. Non è difficile immaginare cosa possa significare, per un porto che è uno dei primi e più appetibili approdi dall’est (europa e medio oriente), vedere un settore come quello del controllo e facilitazione del traffico controllati, seppure per parte, da una organizzazione criminale. Vantaggi inenarrabili per chi controlla, quelli garantiti da una serie di elementi fidati inseriti in un nodo sensibile come quello. Allo stesso tempo, però, rischi per tutti: perchè è evidente che il rischio che i pm di sicuro non ignorano è che quel gap nella affidabilità del sistema di sicurezza, se radicato e strutturato nel tempo, in futuro avrebbe potuto portare altri rischi parecchio più inquietanti. Inutile evidenziarne solo alcuni, sono innumerevoli, in tempi come questi di lotta internazionale al terrorismo. Soprattutto in un momento delicato come quello della diaspora dello sconfitto Stato Islamico.

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Il processo va seguito, senza ombra di dubbio. E bisogna seguirlo attentamente. Perchè è la prima volta che un clan aggredisce in modo sistematico una porta d’accesso nazionale. E perchè è l’occasione per guardare a come, sul campo, dopo dieci anni dalla sentenza Borgo Antico che disarticolò la prima e la seconda versione di uno dei clan fondatori della Camorra Barese, quel gruppo criminale non solo si sia rimesso in gioco ed in discussione, ma sia anche stato capace di trovare altre strade ed altre forme di controllo, con un upgrade evidente delle proprie competenze e della propria pericolosità.