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Savino Parisi torna libero

Di certo questa è una notizia. Dal marzo del 2020 il boss di Japigia Savino Parisi, uno dei fondatori della Camorra Barese, avrà scontato tutto il suo debito con la giustizia italiana e tornerà un uomo libero. Al netto di nuovi procedimenti che potrebbero investirlo e riguardarlo, riportandolo dietro le sbarre o sotto la lente di magistratura e inquirenti. E la storia recente del boss ci ha abituati a colpi di scena simili. Allo stato attuale, però, tra nove mesi o giù di lì, in virtù del complesso calcolo di cumuli, già scontati, assorbimenti, Savino Parisi tornerà in libertà. E tutto lascia presumere che tornerà nella sua Japigia, nel Quadrilatero su cui ha sempre regnato.

Come questo impatti con Bari, col quartiere e con le dinamiche criminali della Camorra cittadina è stato nelle scorse settimane materia d’analisi. In tanti si sono affrettati a chiarire che il nuovo corso imposto in città dalla assenza della sua figura a reggere gli equilibri potrebbe ricomporsi secondo logiche diverse. In tanti hanno affermato che torna in città “l’uomo forte”, il “Mammasantissima”, lui che da sempre “tutto ha disposto”.

Noi sommessamente preferiamo qui attendere gli eventi, aspettare e sospendere il giudizio. Perché ci sono dei fatti – troppi – che rendono davvero difficile elaborare previsioni o stilare pronostici.

I Palermiti hanno vinto una guerra sanguinaria, imponendo a Japigia nuove regole nel mercato della droga. Non è una novità che già lo facessero; il dato nuovo è che hanno esteso il loro controllo anche al fiorente mercato dell’ingrosso, che da sempre, almeno per parte, il gruppo di Parisi gestiva. Come i due vecchi leoni di Japigia decideranno di ricomporre una frattura maturata proprio in seno alla loro coabitazione è difficile dirlo. Anche perché, dalla guerra del 2016, gli uomini di stretta vicinanza al boss Parisi si sono tenuti sempre a debita distanza, lasciando a combattere solo seconde file strette attorno alla figura di Busco, un raider del malaffare che nella sua parabola criminale ha già cambiato almeno due casacche. Sono in tanti, più silenziosi, a sostenere che Parisi abbia già mollato anche il mercato della droga, dirigendo tutti i propri sforzi ad altre imprese. Ci sono i processi, del resto, a dirlo chiaramente: il clan ha provato una opera di riqualificazione interna spostando i core business su riciclaggio, imprenditoria grigia, acquisizione di beni sotto prestanome… e il mercato del crimine di strada l’ha abbandonato. E ci sono altri dettagli a dire che Parisi non è mai stato uomo di guerra e sangue. Come dimenticare la gambizzazione di Christian Lovreglio, suo nipote, originata dal desiderio dei Milioni – sponda Strisciuglio – di imporre il pizzo al gruppo dei Parisi orfano delle sue linee di governo? A quell’affronto, il clan rispose pagando, evitando un conflitto, scansando la strada.

C’è tanto, insomma, che cova sotto la cenere. Ed è sempre il caso di essere prudenti. Parisi ha chiarito coi fatti – MAI con le parole – di essere ormai in pensione dalla criminalità di strada e dalla camorra dello spaccio e del piccolo cabotaggio. Ed è proprio ingenerata da questa condizione la guerra e l’instabilità di questi mesi passati. Cosa succederà sarà di sicuro argomento di studio attento. Perchè disegnerà in un modo o nell’altro un altro pezzo importante di una parabola criminale imponente. Adesso, però, crediamo sia davvero il tempo dell’attesa, dell’approfondimento sereno. Nove mesi, in fondo, sono ancora lunghi a passare.

Donato Telegrafo scagionato. Non fu il mandante dell’agguato a Mercante.

La notizia è di metà mese. Abbiamo atteso a darla per le opportune verifiche. Donato Telegrafo, maggiore dei due figli di Nicola Telegrafo – il brigante – è stato scagionato in sede d’Appello dall’accusa di essere il mandante dell’agguato che nel 2012 stava per costare la vita al Vangelo di Camorra Giuseppe Mercante, storico boss della città. Confermate, invece, le accuse per i sicari individuati dalle indagini – tra i quali spicca il nome di Arcangelo Telegrafo, fratello minore di Donato.

Se, quindi, l’impianto accusatorio resta intatto per quel che riguarda movente di quell’agguato, dinamica e retroscena, viene meno il dettaglio su chi fu, nel clan Misceo Telegrafo Montani, ad ordinare quell’omicidio – non maturato solo per una purissima fatalità.

La sentenza, che restituisce per ora – in attesa di ricorso in Cassazione eventuale – all’innocenza Donatosi Telegrafo rispetto a questo reato, è quindi importante perché, nello stesso momento, certifica che, sì, tra il 2007 ed il 2014 a Bari fu combattuta davvero una guerra a bassa intensità tra due pericolosissime consorterie criminali. E che in quella guerra vanno incasellati una serie di fatti di sangue, finora apparentemente scollegati tra loro, che avevano a che fare con un mondo – contiguo alla malavita ma non pienamente inserito nel sistema Camorra – che si vide “misteriosamente” investito, in quegli anni, dalla furia del piombo dei clan.

Adesso sappiamo che, per molti di quei fatti, che ancora oggi continuano a mantenere una eco ben precisa, ad accendere la miccia fu un confronto molto acceso tra due figure di spicco del Quartiere San Paolo: Donato Telegrafo e Amleto Mercante, fratello di Giuseppe. E che fu proprio lo schiaffo dato da Mercante a Telegrafo, colpevole di aver alzato troppo la testa – lui che natali illustri di Camorra non poteva vantarne – a scatenare la furia del clan del San Paolo contro la famiglia del vecchio boss del Libertà.

Tommaso Parisi va processato anche per mafia

A dirlo è la corte suprema, con una sentenza che ribalta le decisioni del Riesame. Il processo di cui si parla è quello contro Vito Martiradonna e figli, Tommaso Parisi ed altre primule rosse delle mafie italiane, per la creazione di quel noto cartello criminale che triangolando capitali di dubbia provenienza tra Malta ed altri paradisi fiscali, aveva acquisito il controllo su determinati gangli del mondo delle scommesse online.

A Parisi, cui era stata contestata l’intestazione fittizia di beni con aggravante del metodo mafioso, per il controllo, attraverso prestanomi, di agenzie di scommesse collegate al circuito doppio di alcuni borker di scommesse, si era vista stralciare l’aggravante dalla corte del riesame. Secondo quei giudici, non era corretto estendere a Tommaso Parisi, il cui ruolo sarebbe stato solo quello di proprietario occulto ai alcuni punti scommessa, l’aggravante del metodo mafioso, poiché non era assolutamente provato un suo ruolo nella costruzione del sistema Martiradonna.

I giudici della Cassazione, con la loro sentenza che accoglieva il ricorso della magistratura inquirente, hanno invece affermato che l’aggravante della mafiosità può e deve essere esteso anche a Tommaso Parisi. Per due motivi ben precisi. Il primo: ci sono troppe testimonianze concordanti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili su tutte le loro affermazioni, che sosterrebbero come l’attività di Tommaso Parisi fosse finalizzata anche al riciclaggio ed alla pulizia di capitali illeciti. In secondo luogo, la Suprema Corte afferma anche che la fittissima rete di contatti tra Tommaso Parisi, Vito MArtiradonna ed uomini di strettissima fiducia del Martiradonna stesso – tutti interessati nel processo dall’aggravante della mafiosità – non permette l’esclusione di quella aggravante per il solo Parisi. Come a dire, insomma, che chi è in affari e tratta con una organizzazione mafisa non può mai esserne considerato estraneo, soprattutto se è ben al corrente, come si afferma Parisi fosse, del carattere mafioso di quella organizzazione.

Un colpo che di sicuro avrà ripercussioni sulla storia criminale di quella famiglia e di Japigia, se si considera che fino ad ora, proprio la figura di Tommaso Parisi era stata tenuta al riparo anche dalle delazioni di pentiti e collaboratori. Un colpo da tenere d’occhio costantemente, proprio ora che la tradizione criminale dei Parisi sembra avviata al viale del tramonto.

La fine dei Di Cosola? Non scherziamo

Di enorme importanza l’operazione che nelle scorse settimane ha portato all’azzeramento di un gruppo criminale dedito al controllo dello spaccio in alcune zone della città di Verona e dell’hinterland scaligero.

Il dato che rende l’informazione di primaria importanza, al nostro sguardo, è quello che il gruppo smantellato era, a tutti gli effetti, una cellula emigrata del clan Di Cosola, gruppo che si credeva polverizzato e disgregato subito dopo il pentimento e la morte dello storico boss Antonio.

Invece, a quanto pare, un pezzo considerevole del clan era ancora attivo. E non solo in termini di mera resistenza e controllo della roccaforte di Ceglie del Campo – come l’operazione contro i fratelli Masciopinto di un paio di mesi fa lasciava intendere. Le indagini che hanno portato all’arresto di venti persone tra Veneto e Bari, proverebbero invece la presenza di un gruppo di riferimento della famiglia nella città e nella provincia scaligera. Gruppo che, stando alle accuse, settimanalmente si garantiva approvvigionamento di stupefacente da riversare su piazza, in una situazione di controllo di piccole porzioni di territorio. Non tragga in inganno la modesta dimensione del traffico: si trattava, fino a qualche mese fa, di una attività collaterale per il gruppo che, solo negli ultimi mesi, aveva deciso di intensificare l’azione e migliorare le performance in prospettiva di una scalata e di una affermazione ben più considerevole nel prossimo futuro.

In tutto e per tutto, dunque, una forma di esportazione di un modello criminale preciso, quello dei Di Cosola, strutturato secondo le vecchie logiche di Camorra, attraverso un controllo ristretto delle leve di comando nelle mani di familiari e sodali di massima fiducia. A dimostrazione, ancora una volta, del fatto che la Camorra Barese, proprio come le altre mafie italiane, ha ormai know how ed autorevolezza sufficiente per dettare legge anche fuori del suo giardino di casa.

Modugno e le Sante Alleanze

Ci è voluta una nuova inchiesta della procura di Bari a mandare alla sbarra l’ennesima articolazione di Camorra Barese nell’hinterland. Con più precisione, nel comune di Modugno, in quella zona liquida in bilico tra status di comune autonomo e territorio contiguo al CEP – San Paolo e alla zona industriale del capoluogo. Insomma… un hinterland che è sempre più inglobato nella città. Un hinterland che si fa fatica a definire tale.

Tant’è comunque. Le forze dell’ordine hanno sgominato, nelle scorse settimane, una organizzazione criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti che agiva indisturbata in situazione di assoluto ed indiscusso monopolio nel comune, rifornendo le piazze di spaccio della cittadina e gestendo in modo verticistico anche il lavoro di alcuni dettaglianti free-lance che non avevano alcuna possibilità di rendersi autonomi sulla piazza.

Il dato interessante dell’inchiesta che ha portato in carcere trentadue persone ed ha dovuto dare anche avvio ad una serie di pratiche di affido di minori – alcuni anche coinvolti direttamente nello spaccio – è che l’organizzazione non era assolutamente autonoma. A dirla tutta, più che un clan a se stante, essa si proponeva come diretta articolazione di un cartello criminale di primissimo piano nel panorama camorristico barese. I riferimenti del gruppo, capeggiato da figure del calibro di Siciliani Lorenzo e Martino Valentino – già nel mirino degli investigatori dall’anno passato, operazione Pandora – erano, nemmeno a dirlo, i clan Diomede e Capriati. Per essere più precisi, il cartello di famiglie che questi due sodalizi compongono a far data ormai dal 1990.Ed infatti, per Siciliani e Martino, i riferimenti erano chiari: Cesare e Nicola Diomede a Carrassi ed i Capriati a Bari Vecchia. E quando le figure di cui sopra, per morte o sopraggiunto arresto, non hanno più potuto gestire i rapporti in prima persona, ecco i supplenti, sempre legati a quelle storie, a quelle famiglie, a quelle tradizioni. Erano i Capriati ed i Diomede a rifornire il gruppo attivo su Modugno, garantendosi introiti considerevoli dalla cessione all’ingrosso di marijuana e cocaina – oltre ad assicurarsi il controllo su un territorio strategico, per le sue peculiarità di cerniera e cintura rispetto a più territori differenti.

Una dimostrazione, qualora ancora ve ne fosse bisogno, del fatto che alcune famiglie ed alcuni cartelli, pur se falcidiati da indagini e inchieste, pur se alla sbarra in processi complessi e con carichi di pena molto importanti, riescono comunque a mantenere il controllo su determinate enclave e da quelle mantenere attive linee auree che rappresentano forme di sostentamento e sopravvivenza irrinunciabili. La dimostrazione, senza dubbio alcuno, che molto è ancora il lavoro da fare rispetto alla Camorra ed a certe famiglie che sembrano non morire mai.

Quella tra i Capriati ed i Diomede è una alleanza antica, storica, nelle vicende della Camorra Barese. Affonda le sue radici nella prima vera guerra di mafia a Bari, quella combattuta per il controllo della piazza di spaccio del San Paolo nei primi anni ’90. Allora, Antonio Capriati e Michele Diomede, i boss delle due famiglie, decisero di unire le proprie forze per affrontare la banda – successivamente clan – capeggiata da Andrea Montani, per affermare sul grande quartiere popolare a ovest di Bari una supremazia nel traffico di stupefacenti.

Sono ormai anni che i Diomede hanno dovuto abbandonare il campo e che i Capriati non riescono a riemergere dalla loro roccaforte di Piazzetta San Pietro, nella città vecchia. Eppure, anche se minati da lutti, arresti e processi, entrambi i clan mantengono il controllo saldo su territori esterni alla città. E proprio attraverso questi riescono a tenere viva la loro posizione di assoluta autorevolezza.

La criminalità georgiana

Ecco: questa scommetto che non la sapete.
Bari è ritenuta, a livello nazionale, la centrale di scambio e ricettazione più importante per la comunità georgiana. Parliamo di una centrale che sviluppa e movimenta quasi un terzo di tutto il volume di scambio che, in quota nazionale, anima il mercato del furto e della ricettazione. Come dire che, per Bari, passa un terzo della ricchezza prodotta a margine del furto. Un terzo! Forse non abbiamo nemmeno idea di cosa significhi. Troppi zeri dietro le cifre.

A Bari, pochi lo sanno, all’inizio del decennio, uno dei più importanti esponenti della mafia georgiana fu ammazzato da connazionali nei pressi della stazione. Era la figura di sicurezza di un importante gruppo di potere, all’interno del contesto criminale georgiano. E stazionava lì per assicurarsi che tutta una serie di traffici come spedizioni, trasferimento di denaro e via vai di persone, procedessero indisturbati. Per quell’omicidio c’è stato un processo. E ci sono state condanne.

No, non sapevamo che esistesse una mafia georgiana. Non potevamo pensare che a Bari, il clan Kutiaisi – uno dei più potenti in Georgia – avesse la sua irrinunciabile centrale operativa. Vero: spesso dimentichiamo quanto fondamentale, a volte, sia la nostra Bari. Non tanto sullo scacchiere nazionale, quanto più come porta in un mondo che guarda con sempre più interesse ad est. Lo dimentichiamo spesso… fino a quando, a farcelo ricordare, non arrivano notizie come queste. Il problema serio? Non siamo assolutamente preparati, anche investigativamente, alle sfide che attendono Bari e attraverso Bari l’Italia. Le mafie italiane, a questo c’erano arrivate cinquant’anni fa… scegliendo la Puglia e Bari come prossima terra di conquista proprio per il suo ruolo fondamentale di cerniera. Quel che non potevano immaginare è che ci sarebbe voluto tempo, ma da quella porta, altri criminali, altre cosche, altre mafie, sarebbero arrivate.

Se a Napoli si spara…

Se a Napoli si spara, a due passi da una scuola, in orario di entrata, senza pietà, con uno spregio del pericolo agghiacciante, di certo a Bari non si può stare tranquilli.
E non perché sia successo anche a Bari, in questi giorni, sia ben chiaro.

Ma perchè potrebbe succedere. Anche presto!

Sono tanti i segnali che denunciano un pericoloso ribollire nel magma della Camorra Barese. Tanti piccoli tremiti, a volte appena percettibili.

I vecchi padrini sono stati spazzati via dalle inchieste della magistratura. Sono in tanti ad attendere condanne pesantissime, nei prossimi mesi. Eppure…
Eppure a Bari il fiume bianco e verde della droga continua a inondare le periferie. Le piazze di spaccio sono in piena attività e gli angoli della movida barese sono infiltrati da una serie di insospettabili pronti a smazzare dosi a richiesta.

Qualcuno lo governerà pure, questo fiume. Qualcuno sarà pure pronto a contenderselo, quel fiume. Sì: sono due i gruppi che sono pronti a darsi battaglia nei prossimi mesi. Sono due cartelli diversi, con storie molto differenti ma con strategie praticamente identiche. Da una parte i nuovi signori di Japigia, solo apparentemente scomparsi ma in realtà attivissimi, come da tradizione, nel carsismo di ritirate strategiche cui i clan di quel quartiere ci hanno abituato.
Dall’altra, quel che resta in libertà di un cartello criminale vasto ed imprevedibile: quello della Federazione Strisciuglio. E qui, sono mille le ipotesi circa la possibile successione a Lorenzo Caldarola, che da qualche anno deve fare i conti con una serie di processi, detenzioni e condanne che ne hanno – di fatto – minato l’indiscussa autorità. La carcerazione di Baresi, sponda Carbonara, rende questo passaggio ancora più complesso perchè, in termini assoluti, nega il più prevedibile degli avvicendamenti.

Leggere il momento è difficile, complesso. Da una parte una dinastia criminale vissuta nell’ombra di Savino Parisi e adesso pronta davvero alla ribalta del grande traffico. Dall’altra una serie di gruppi tenuti assieme solo dalla logica del massimo guadagno a tutti i costi, anche quello di esercitare nel modo più plateale i paradigmi della ferocia militare e umana.

Una cosa è sicura: le armi in giro sono decisamente troppe. E le menti che governano quelle armi e conoscono le cupe che le custodiscono sono poco inclini all’arte del compromesso e della composizione bonaria. L’ha detto chiaro la morte di Walter Rafaschieri ed il ferimento di suo fratello Alessandro. L’aveva scritto a chiare lettere quel che era successo solo l’anno prima a Japigia, con la guerra tra Busco e Milella.

Non s’è mai temuto, a Bari, di sparare anche quando di mezzo ci poteva finire un innocente. Non s’è mai avuto rispetto, a Bari, di luoghi e contesti. S’è sparato sui cortei funebri, s’è fatto tiro al bersaglio contro case e palazzi, s’è usato il tritolo la sera della finale mancata di USA ’94, s’è ammazzato a ridosso dei salotti buoni. Prima e dopo che a cadere, innocenti, fossero persone come Giuseppe Mizzi, Michele Fazio o Gaetano Marchitelli.

A Napoli si spara fuori da una scuola. A Bari ci si deve preparare a qualcosa di dannatamente simile. Se non a qualcosa di drammaticamente peggiore. E’ bene saperlo; essere pronti. Anche perchè, tra qualche mese si vota in questa città. E ci sono candidati, autorità, Ministri della Repubblica, che a Bari, ancora oggi, la parola Mafia non riescono a pronunciarla.