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La criminalità georgiana

Ecco: questa scommetto che non la sapete.
Bari è ritenuta, a livello nazionale, la centrale di scambio e ricettazione più importante per la comunità georgiana. Parliamo di una centrale che sviluppa e movimenta quasi un terzo di tutto il volume di scambio che, in quota nazionale, anima il mercato del furto e della ricettazione. Come dire che, per Bari, passa un terzo della ricchezza prodotta a margine del furto. Un terzo! Forse non abbiamo nemmeno idea di cosa significhi. Troppi zeri dietro le cifre.

A Bari, pochi lo sanno, all’inizio del decennio, uno dei più importanti esponenti della mafia georgiana fu ammazzato da connazionali nei pressi della stazione. Era la figura di sicurezza di un importante gruppo di potere, all’interno del contesto criminale georgiano. E stazionava lì per assicurarsi che tutta una serie di traffici come spedizioni, trasferimento di denaro e via vai di persone, procedessero indisturbati. Per quell’omicidio c’è stato un processo. E ci sono state condanne.

No, non sapevamo che esistesse una mafia georgiana. Non potevamo pensare che a Bari, il clan Kutiaisi – uno dei più potenti in Georgia – avesse la sua irrinunciabile centrale operativa. Vero: spesso dimentichiamo quanto fondamentale, a volte, sia la nostra Bari. Non tanto sullo scacchiere nazionale, quanto più come porta in un mondo che guarda con sempre più interesse ad est. Lo dimentichiamo spesso… fino a quando, a farcelo ricordare, non arrivano notizie come queste. Il problema serio? Non siamo assolutamente preparati, anche investigativamente, alle sfide che attendono Bari e attraverso Bari l’Italia. Le mafie italiane, a questo c’erano arrivate cinquant’anni fa… scegliendo la Puglia e Bari come prossima terra di conquista proprio per il suo ruolo fondamentale di cerniera. Quel che non potevano immaginare è che ci sarebbe voluto tempo, ma da quella porta, altri criminali, altre cosche, altre mafie, sarebbero arrivate.

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Se a Napoli si spara…

Se a Napoli si spara, a due passi da una scuola, in orario di entrata, senza pietà, con uno spregio del pericolo agghiacciante, di certo a Bari non si può stare tranquilli.
E non perché sia successo anche a Bari, in questi giorni, sia ben chiaro.

Ma perchè potrebbe succedere. Anche presto!

Sono tanti i segnali che denunciano un pericoloso ribollire nel magma della Camorra Barese. Tanti piccoli tremiti, a volte appena percettibili.

I vecchi padrini sono stati spazzati via dalle inchieste della magistratura. Sono in tanti ad attendere condanne pesantissime, nei prossimi mesi. Eppure…
Eppure a Bari il fiume bianco e verde della droga continua a inondare le periferie. Le piazze di spaccio sono in piena attività e gli angoli della movida barese sono infiltrati da una serie di insospettabili pronti a smazzare dosi a richiesta.

Qualcuno lo governerà pure, questo fiume. Qualcuno sarà pure pronto a contenderselo, quel fiume. Sì: sono due i gruppi che sono pronti a darsi battaglia nei prossimi mesi. Sono due cartelli diversi, con storie molto differenti ma con strategie praticamente identiche. Da una parte i nuovi signori di Japigia, solo apparentemente scomparsi ma in realtà attivissimi, come da tradizione, nel carsismo di ritirate strategiche cui i clan di quel quartiere ci hanno abituato.
Dall’altra, quel che resta in libertà di un cartello criminale vasto ed imprevedibile: quello della Federazione Strisciuglio. E qui, sono mille le ipotesi circa la possibile successione a Lorenzo Caldarola, che da qualche anno deve fare i conti con una serie di processi, detenzioni e condanne che ne hanno – di fatto – minato l’indiscussa autorità. La carcerazione di Baresi, sponda Carbonara, rende questo passaggio ancora più complesso perchè, in termini assoluti, nega il più prevedibile degli avvicendamenti.

Leggere il momento è difficile, complesso. Da una parte una dinastia criminale vissuta nell’ombra di Savino Parisi e adesso pronta davvero alla ribalta del grande traffico. Dall’altra una serie di gruppi tenuti assieme solo dalla logica del massimo guadagno a tutti i costi, anche quello di esercitare nel modo più plateale i paradigmi della ferocia militare e umana.

Una cosa è sicura: le armi in giro sono decisamente troppe. E le menti che governano quelle armi e conoscono le cupe che le custodiscono sono poco inclini all’arte del compromesso e della composizione bonaria. L’ha detto chiaro la morte di Walter Rafaschieri ed il ferimento di suo fratello Alessandro. L’aveva scritto a chiare lettere quel che era successo solo l’anno prima a Japigia, con la guerra tra Busco e Milella.

Non s’è mai temuto, a Bari, di sparare anche quando di mezzo ci poteva finire un innocente. Non s’è mai avuto rispetto, a Bari, di luoghi e contesti. S’è sparato sui cortei funebri, s’è fatto tiro al bersaglio contro case e palazzi, s’è usato il tritolo la sera della finale mancata di USA ’94, s’è ammazzato a ridosso dei salotti buoni. Prima e dopo che a cadere, innocenti, fossero persone come Giuseppe Mizzi, Michele Fazio o Gaetano Marchitelli.

A Napoli si spara fuori da una scuola. A Bari ci si deve preparare a qualcosa di dannatamente simile. Se non a qualcosa di drammaticamente peggiore. E’ bene saperlo; essere pronti. Anche perchè, tra qualche mese si vota in questa città. E ci sono candidati, autorità, Ministri della Repubblica, che a Bari, ancora oggi, la parola Mafia non riescono a pronunciarla.

Japigia: alla ricerca delle armi perdute

E’ storia della settimana scorsa. Non fa nemmeno troppo rumore, così, messa tra gli articoli di cronaca. Ma è una notizia che fa riflettere.

A Japigia e nell’hinterland un tempo controllato dai gruppi vicini al boss Savino Parisi si cerca disperatamente quello che era il vecchio arsenale del clan. Un arsenale che, stando a quanto ricostruito da pentiti ed analisti criminali, nei suoi trent’anni – più o meno – di implementazione, vanterebbe al suo interno pezzi da guerra di inestimabile valore militare. Probabilmente anche armi pesanti – per capirci bazooka e lanciagranate.

Non ci si deve stupire: interlocutori del clan, per decenni, sono stati i pezzi più marci dei sistemi politici della ex Jugoslavia – montenegrini su tutti – ed albanesi, in massima parte quelli all’epoca collegati ai clan in tramonto vicini a Hoxa e convertitisi a Berisha. Chi ha fatto affari coi Parisi, assieme alle sigarette, ha concesso benefit incredibili anche sul fronte dell’approvvigionamento militare. Garantendo forniture di pezzi interi di caserme. E non solo, visto che a tanti degli armieri del clan, negli anni, sono stati anche garantiti periodi di apprendistato militare con formatori che arrivavano direttamente dalle caserme della polizia e dell’intelligence militare.

Quello di Japigia è l’arsenale più pericoloso, certo. E la ragione non sta solo nella varietà di pezzi e nella pericolosità di ciascuno di essi. Il fatto, grave, adesso, è che quell’arsenale non è più nelle mani di un uomo come Savino Parisi, che aveva fatto della dottrina della deterrenza la sua filosofia di vita. No. Attualmente quell’arsenale è senza padroni dichiarati. Alla mercé di chiunque, potenzialmente. Per quel che ne sappiamo, non ha padroni. Ed è pericoloso, a Bari, che un arsenale così non sia nelle mani salde di qualcuno.

Ceglie e nuovi equilibri

Ceglie è un vetrino importante. Proprio come Japigia. Si propone come tale per i prossimi mesi perché è il territorio di un clan storico il cui padrino è “tramontato”. Come a Japigia, infatti, il vessillo dello storico capoclan è calato. Poco importa se in questo caso il rivolgimento è dovuto al pentimento ed alla morte del boss piuttosto che ad un abbandono del campo per scelte unidirezionali della famiglia egemone. Ceglie è un vetrino importante perchè, morto Di Cosola, la situazione non è affatto migliorata. E quel che adesso sarà importante capire è come si ridistribuirà la struttura rimasta orfana. Come i colonnelli decideranno di gestire la fase di transizione. E che tipo di modello sceglieranno per il prosieguo della loro attività criminale.

Antonio Di Cosola, nella sua storia criminale, ha sempre regnato in modo tirannico ed indiscusso sulla sua struttura. Accentrando quasi sempre nelle proprie mani – o in quelle dei familiari più stretti – il vessillo del comando. E in una carriera trentennale non ha mai accettato alleanze, finendo spesso per combattere guerre sanguinose con chiunque promessa e mettere in discussione il suo dominio. Lo ha fatto coi Parisi, lo ha fatto con la loro emanazione – gli Stramaglia – lo ha fatto con gli Strisciuglio di Carbonara.

Morto Di Cosola, però, alcuni segnali di una profonda riarticolazione ci sono già stati. E sono segnali inquietanti se è vero che proprio in seno alla famiglia di sangue del boss si è scatenata una bagarre tra cugini che ha portato ad arresti, indagini, ridefinizione degli equilibri. E’ del mese scorso, infatti, la notizia di una operazione contro il ramo Masciopinto del clan, quel legato da vincoli di affinità alla figura del vecchio boss. Il dato inquietante è che la vittima delle attenzioni criminali del gruppo, in questo caso, sarebbe stata un figlio del vecchio boss, spostatosi su rami d’affari in chiaro, che il resto del clan aveva in animo di tagliggiare perchè non accettava l’uscita di scena del personaggio. Non in quei termini almeno, non senza pagare dazio. Un segnale evidente di un gruppo ancora fortemente coeso ed agguerrito. Capace di imporre con pochissime remore la propria violenza cieca anche a pezzi della famiglia autorevoli e di lignaggio.

Tutto lascia pensare che il timone non sia stato ceduto e che la linea sia ancora quella di mantenere un controllo autonomo e ferreo sulla ex frazione di Bari. Come questo andrà ad impattare coi delicati equilibri che in città si vano ridefinendo è argomento ancora tutto da leggere prima che scrivere. Di certo resta che si tratta di una frontiera di massima allerta per le forze dell’ordine e per gli inquirenti. Una frontiera che lascia pensare anche a interessanti sviluppi d’analisi.

Cosa ci dice la relazione semestrale della DIA?

Siamo al solito: purtroppo dobbiamo commentare dati che hanno un anno buono di delay, rispetto alla situazione attuale. E se è vero, com’è vero, che nel commentario che aiuta nella lettura, sono presenti spunti di attualizzazione del documento di analisi in questione, è anche – purtroppo – vero che molte delle affermazioni e dei suggerimenti del documento sono da validare ancora rispetto a quelle che saranno le risultanze di alcuni processi. E di alcune linee di indagine ancora aperte.

Bari è una città criminale, pesantemente condizionata nel proprio sviluppo da una criminalità organizzata agguerrita e molto evoluta. Ancora una volta, censiamo la spaccatura del corpo criminale barese in due tronconi precisi: quello che fa capo alle aristocrazie criminali delle dinastie fondatrici – Capirati, Mercante, Parisi e Di Cosola – e quello che invece si ritrova assiepato nella federazione Strisciuglio, ormai consolidata come realtà cittadina e non più novità nel catalogo della Camorra Barese. Come negli anni passati, per questa ultima consorteria, è possibile censire anche una lista di batterie aderenti, federate, parcellizzate per quartiere di appartenenza e per territorio di operatività. Caldarola, Campanale e Milloni sono i sodalizi con maggiore margine di autonomia e più consolidata autorevolezza. A seguire, negli altri territori, i blocchi affermati sulla scia di investiture della seconda ora – reggenti nominati dai massimi vertici. In questo caso parliamo di Ruta e Faccilongo, responsabili delle paranze di Enziteto e San Girolamo – in assenza del padrone di casa storico, Campanale. Discorso a parte merita l’enclave di Carbonara, dove da sempre regalo incontrastati gli Strisciuglio attraverso la sicurezza del gruppo facente capo a Baresi. Ora che quest’ultimo è dietro le sbarre, a testimonianza della irrinunciabili di quel luogo, la piazza è passata nelle mani del gruppo che la magistratura ritiene vicino alla famiglia Valentino – Vito, figlio del pentito Giacomo e di Angela Raggi, è l’elemento di spicco. In questo caso parliamo di una investitura che collega direttamente il gruppo di Carbonara ai vertici del Libertà, visti i rapporti strettissimi di parentela tra la moglie del boss del Libertà Lorenzo e la famiglia di Vito Valentino – attraverso la madre. Ad indicare la assoluta strategici e importanza logistica della ex frazione contadina.

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Fin qui la mappa, che non è sostanzialmente mutata dalla fine del 2017.

Quel che è importante analizzare, invece, è il passaggio denso di informazioni che la DIA concede ai traffici che le consorterie scelgono, come core business. E’ importante perché pone delle solide conferme rispetto alle analisi che qui abbiamo fatto nell’ultimo trimestre. La Camorra barese è spaccata a metà: l’aristocrazia sta lentamente abbandonando la strada, oppure mantenendo il controllo su di essa, attraverso la droga, solo per ragioni di cassa corrente. Tutti i vecchi sodalizi si stanno convertendo a forme di penetrazione del tessuto economico chiaro, attraverso prestanome o operazioni commerciali e burocratiche, per poter mettere a profitto in modo meno rischioso e più autorevole il tesoro messo da parte negli ultimi quarant’anni. Sarebbe, stando a questa traccia investigativa, il caso dei Capriati, che avrebbero esteso il proprio controllo e dominio indiscusso sul porto di Bari e su alcuni eventi di rilievo. Allo stesso tempo sarebbe il caso del clan Parisi, mai distaccato dal traffico di stupefacenti e concentrato in una serie di operazioni di riciclaggio e acquisizione di beni e imprese. Allo stesso tempo sarebbe il caso anche del gruppo contiguo al boss Mercante, che avrebbe identificato nel controllo di usura e concessioni per installazioni di videopoker il proprio business primario. Gli Strisciuglio mantengono invece un controllo sulla strada e sui territori di tipo predatorio: spaccio ed estorsioni. Ma si guardano attorno, identificando anche nella logistica per grandi eventi e nel taglieggiamento dei business a margine di questi un mercato da aggredire, conquistare e poi difendere.
Come a dire che esistono due camorre: una più primitiva, l’altra già ormai oltre la strada. Merito, in quest’ultimo caso, dei contatti e del know how acquisito in trenta e più anni di esperienza. E merito, anche, di un tessuto economico, burocratico e politico poco corazzato, in quanto ad anticorpi sociali.

Un punto importante, l’ultimo, è quello della espansione in provincia e del controllo su territori esterni alla cinta muraria di Bari. In quest’ultimo caso, è ancora il controllo capillare della droga lo strumento primario di colonizzazione dei territori. La situazione, in provincia, è sostanzialmente in equilibrio, con paesi di fede aristocratica e paesi di fede Strisciuglio. Fuori da Bari, le guerre di mafia non esistono. Caso a sé fa Bitonto, che vanta la presenza – dopo la polverizzazione del vecchio macroclan a conduzione D’Elia nei primi anni ’90 – di almeno tre diverse paranze gelate da quella esperienza. Due di queste sono strettamente collegate ai vecchi clan, per il tramite di elementi importanti e storici della criminalità bitontina. In un caso parliamo del gruppo dei Conte, legato ai Capriati, nell’altro di quel che rimane del gruppo familiare di D’Elia – gruppo adesso retto dai Cassano – che inveceavrebbe nei Diomede e nei Mercante i propri riferimenti baresi. Sull’altra sponda gli Strisciuglio, rappresentati in città dal gruppo dei Cipriano. Quella bitontina resta una situazione molto delicata, soprattutto per la feroce effervescenza delle dinamiche criminali tra i gruppi.

E proprio sulla pericolosità del sistema Camorra, per la sua ferocia, è necessaria una chiusa purtroppo ancora in fieri. Sulla faida del Madonnella. La dissoluzione del macroclan Parisi e la affermazione come esclusivista nel campo degli stupefacenti del clan Palermiti ha creato frizioni tanto all’interno del quartiere Japigia – con la guerra esplosa tra Busco e Milella, il secondo uomo forte dei Palermiti, il primo un tempo nel giro di Parisi – quanto all’interno del vicino rione Madonnella, un tempo alleato storico del gruppo degli japigini. Pietra dello scandalo sarebbe da ricercare nel diniego, da parte dei figli del vecchio boss Rafaschieri, a mantenere in piedi l’alleanza con Palermiti. Se prima la figura di Parisi garantiva, oggi, l’affermazione dell’altro padrino non tiene i giovani di Madonnella tranquilli. Anche e soprattutto da quando a Japigia si è trasferito – sotto l’ala protettiva della camorra del rione – Domenico Monti, mandante dell’omicidio di Bibi Rafaschieri. Secondo alcune indiscrezioni investigative, la miccia corta che avrebbe allontanato i Rafaschieri da Japigia sarebbe proprio questa. Il padre dei due, all’epoca figlioccio proprio di Eugenio Palermiti, fu ucciso su ordine di Monti. IL fatto che quest’ultimo viva indisturbato a Japigia sarebbe risultato agli occhi dei giovani Rafaschieri, un vero e proprio affronto. Anche e soprattutto da parte del boss, che con la sua autorevolezza avrebbe potuto negare dimora al Monti. La guerra esplosa a valle di questo dissapore, con i giovani Rafaschieri intenzionati a federarsi al gruppo degli Strisciuglio che fa capo a Baresi, ha visto attimi di estrema pericolosità e violenza, che Bari non può decisamente permettersi.
Sullo sfondo, ma ancora senza un perchè, resta il brutale omicidio di Domenico Capriati, giustiziato sotto casa con una operazione paramilitare in grande stile. Una ferocia ed una determinazione così evidenti hanno di sicuro una spiegazione. Purtroppo, questa agli investigatori sembra ancora sfuggire.

Una sintesi del problema Cannabis depotenziata

Questo non è un sito proibizionista!
Questo è un sito di analisi sul fenomeno dei sistemi criminali organizzati. Si occupa principalmente di Camorra barese.

Ciò premesso… le critiche mosse nell’articolo uscito lo scorso venerdì su Epolis non posso essere semplicisticamente liquidate come proibizionismo.

E’ chiaro e lampante che sia necessaria una normativa che superi la criminalizzazione del consumo di Cannabis. Le risultanze scientifiche rispetto ai danni che un consumo episodico e consapevole possono avere su un organismo sano stanno lì a dirci chiaramente che lo Stato autorizza consumi ben più pericolosi. Ed è innegabile che acquisendo un controllo diretto sulla sostanza, sulla sua produzione e sulla sua commercializzazione, sarebbe possibile erodere un business enorme alla criminalità. Ed al tempo stesso negarle la possibilità di quel maledetto primo contatto tra giovani esterni ai tessuti criminali e gruppi contigui alla Camorra.

Tutto vero e tutto sottoscritto in ogni momento.

Purtroppo, però, non possiamo che constatare che questa legge, così come è stata concepita e scritta, non va in questa direzione. Non è chiaro nulla, una volta che si esce dall’alveo di discussione sulla produzione della sostanza. E sono sacche di incertezza di questo tipo il carburante per fare frittate anche peggiori di quelle che si vogliono scacciare dalla tavola.

Perchè in una situazione così, la criminalità ha gioco libero nel taglieggiare gli esercenti, nell’imporre dinamiche. Soprattutto, con controlli così scarsi, ha modo di infilarcisi dentro. E lucrare. Espandendo di molto il proprio monte contatti.

Attenzione a dimostrarci entusiasti nei confronti di discipline legislative pasticciate, disattente, scollate dal tessuto dello Stato Reale. Perchè invece di combattere la Camorra sul terreno dello spacci, con questa legge le diamo solo una gran mano!

Una riflessione sui rischi collegati alla vendita di Cannabis depotenziata

Oggi, su EpolisBari, un mio articolo approccia il problema delle reti di vendita della cannabis depotenziata. Con una analisi su inquietanti episodi avvenuti in provincia, sulle pericolose lacune legislative in materia di vendita e consumo e sul pecche la Camorra soffra moltissimo l’eventualità che si affermi un consumo di questo tipo.

Non perdetelo!