Archivi tag: Caldarola

Le sentenze non si giudicano

Lo chiariamo univocamente nel titolo.
E però, in questo post, che è approfondimento del precedente, un qualche concetto crediamo debba essere chiarito meglio.
L’aggravante della mafiosità, per il gruppo di Ivan Caldarola, non è stata riconosciuta. E’ accertato che i ragazzi abbiano agito in modo univoco, con pianificazione, per irrobustire le proprie minacce nell’ambito di un disegno criminale chiaro che vedeva nell’estorsione il fine e nelle intimidazioni a mano armata o attraverso le semplici minacce uno dei mezzi per facilitare il buon fine. E’ accertato che il gruppo abbia sparato, abbia appiccato incendi, si preparasse a commettere altre “eclatanti azioni”. Allo stesso modo è provato che si trattasse di un gruppo stabile.

Quello che non viene riconosciuto è che fosse una articolazione di mafia. Questo per due motivi: uno formale, l’altro sostanziale.

Per essere mafiosi non basta sentirsi mafiosi – stando alla letterali del termine. E dunque, sarà pur vero che il gruppo di Caldarola era un gruppo stabile, compartimentato, con una serie di figure di riferimento comunque vicine per anagrafe ad un mondo mafioso. Non c’era solo il carismatico giovane leader, ma anche i suoi cugini, Raggi di cognome, interni ad una delle famiglie storiche del sodalizio Caldarola – parenti, peraltro, con il gruppo dei Laera.
I ragazzi però non erano affiliati. Sono mafiosi? No, secondo il giudice. Non basta sentirsi mafiosi, soprattutto calcolata la giovane età. Non sono state prese in esame, rispetto a questa specificità dell’osservazione, le varie scorribande giudiziarie precedenti del Caldarola, quasi sempre collegate all’universo della criminalità organizzata – gli arresti seguiti agli incidenti al San Nicola durante Bari – Juve Stabia, ad esempio… o l’omicidio Mesti, per cui il fratello di Ivan, Francesco, attualmente sta scontando una condanna per omicidio. Non basta, neppure, quando la propria appartenenza la si declina nelle più svariate maniere che la vita ci offre. Non vale a definirsi mafioso comportarsi da figlio di mafioso.

Ancora, però, il giudice ha precisato che la plateali dei gesti, il senso di generale impunità con cui i reati sono commessi, più che certezza nell’assoggettamento del contesto urbano e sociale in cui si agiva e certezza della generale omertà – segni inequivocabili di mafiosità dei contesti e mafiosità di chi opera – denoterebbero invece spacconeria, scarsa lucidità, un impeto che con la mafia ha poco a che fare.

Una decisione che farà di sicuro discutere, assieme a quelle che non riconobbero la mafiosità della strage del San Paolo, per esempio.

Perchè su decisioni come queste – o parimenti, su sentenze che partono da richieste eccessive di 416 bis non irrobustite da giusti elementi probatori e che si vedono smontare l’accusa in sede di giudizio – si fondano anche non tanto i precedenti, quanto gli orientamenti generali, soprattutto della magistratura inquirente. E decisioni come queste, domani, hanno il potere di creare, nel copro giudicante, anche un indirizzo chiaro rispetto a prossimi giudizi.

Allo stesso tempo, però, è necessario che processi come questi vengano seguiti con attenzione. Spiegati con attenzione, proprio a chi vive quei contesti. Innanzitutto per riavvicinare la gente alla giustizia, permetterle di comprenderne i meccanismi. Ma anche e soprattutto perché è necessario confrontarsi quotidianamente con chi quelle realtà le vive. E quelle contraddizioni che il diritto ci pare manifestare, le sente sulla propria pelle ogni giorno.

La paranza dei ragazzini

Qualcosa di molto interessante è successo anche al Libertà all’inizio di questo 2019.

Magistratura e forze dell’ordine, con enorme tempestività, hanno sgominato una paranza di giovanissimi – tutti diciannove, vent’anni – che con azioni di una inaudita pericolosità turbavano da qualche mese il sonno di esercenti e residenti del quartiere. A capo del gruppo, stando a quello che dicono le indagini, Ivan Caldarola, figlio del boss del quartiere Lorenzo, figura ormai centrale in tantissime vicende della nuova Camorra Barese e plenipotenziario, per lungo tempo del boss Domenico Strisciuglio.

La paranza, non inquadrabile come direttamente affiliata al clan Caldarola, si sarebbe resa colpevole di una serie di attentati dimostrativi portati con la tecnica della “stesa” o dell’incendio nei confronti di un circolo ricreativo e di un operatore di onoranze funebri. I magistrati avrebbero, nei propri dossier, in pugno una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche che proverebbero incontrovertibilmente che le azioni erano preordinate, pianificate ed eseguite. Anche in sprezzo del pericolo a cui esponevano residenti, cittadini, persone estranee ai fatti.

Più, e ancora, il gruppo sarebbe stato pronto a compiere una azione dimostrativa eclatante con l’uso di armi da guerra – su questo non è ancora chiaro se i buoni rapporti che intercorrono tra il gruppo vicino a Ivan Caldarola e le paranze di San Paolo, Carbonara e Madonnella, potesse valere a inquadrare questa azione eclatante nel novero del conflitto a bassa intensità che ha scosso la malavita barese dopo l’omicidio di Walter Rafaschieri.

Al gruppo è stata riconosciuta pericolosità sociale e possibilità non solo di reiterazione del reato ma anche di inquinamento delle prove e per questo tutti sono attualmente in carcere in attesa di giudizio. Vale però la pena ragionare – e lo faremo dopodomani in un post apposito – sul fatto che il GIP abbia cassato l’accusa legata al 416 bis ossia le aggravanti mafiose per definire le azioni del gruppo.

Quel che importa adesso chiarire, però, in termini di dinamiche socio-criminologiche, è che al momento il Libertà si presenta come uno dei quartieri a più alta imprevedibilità criminale. Le vecchie leve del comando, prima saldamente nelle mani di Giuseppe Mercante e di Lorenzo Caldarola – ormai consuoceri e non più belligeranti – sono virtualmente libere. Il successore designato di Caldarola, il figlio Francesco, sta scontando una pesante condanna per omicidio – maturato proprio in difesa del fratello Ivan. La’ltra figura storica di riferimento, la moglie di Lorenzo Caldarola, Monica Laera, è sottoposta a procedimento dopo aver aggredito una giornalista del TG1 che voleva intervistarla. Per lei il GIP ha riconosciuto mafiosità del gesto. Ivan, da molti considerato ancora troppo giovane, è finito negli ultimi cinque anni al centro di una serie di vicende, anche processuali, con esiti ancora non tutti chiariti. l’ultima carcerazione, però, porta con sé accuse chiare e prove che i magistrati definiscono concrete. Ed è quindi probabile che per lui si prospetti una carcerazione. Cosa succederà nei prossimi mesi in un quartiere che non ha più un leader carismatico e formato e da un paio d’anni conosce il controllo delegato che una serie di figure impreparate esercitano in modo grossolano? Difficile dirlo. Di certo, nei prossimi mesi, il quartiere avrà bisogno di un monitoraggio costante, maggiore.

I boss nell’ombra

Passerebbe sotto silenzio o nell’indifferenza generale l’arresto che nemmeno due settimane fa ha riportato agli onori della cronaca la figura di Carlo Alberto Baresi, quarantacinquenne di Carbonara. Passerebbe sotto silenzio perchè si tratta del “solito vecchio arresto” spiccato contro un soggetto accusato di estorsione contro un imprenditore attivo nel settore della vigilanza e della sicurezza dei grandi eventi. Peraltro, la somma estorta, sempre stando a quel che viene riportato dalla stampa, sarebbe di quelle nemmeno gigantesche: diecimila euro.

Passerebbe sotto silenzio, questo fatto, se non fosse che coinvolge una figura che è da sempre ai vertici del clan Strisciuglio. Riconosciuto come uno dei più vivaci animatori del sodalizio, quando ancora non aveva mutato forma in federazione. Parliamo di uno dei vertici più importanti per il gruppo criminale. Peraltro, riconosciuto come il responsabile, con sentenza passata in giudicato, dell’organizzazione dello spaccio e il plenipotenziario della struttura criminale nella sua base logistica – già all’epoca irrinunciabile, di Carbonara.

clan-2

Condannato per questi fatti nel processo Eclissi, Baresi, però, è sempre stato capace di mantenere all’esterno un profilo bassissimo. Tanto che in molti, al sentirne il nome, ancora fanno fatica a mettere in fila le vicende.
Chi ha invece studiato i fatti della Camorra Barese dall’inizio sa bene che quella di cui si parla è una figura chiave per un gruppo criminale che, ormai, è da considerarsi quello egemone sulla città di Bari.
Sempre stando alle notizie diffuse dagli organi inquirenti e rimbalzate dai giornali, ora che Lorenzo Caldarola si trova nella condizione di dover mantenere un profilo basso a causa di processi e sentenze in arrivo, una serie di responsabilità di vertice sarebbero state girate proprio a Baresi, che fino all’arresto di qualche giorno fa, da Carbonara, avrebbe diretto il sodalizio, peraltro in una fase di ristrutturazione parecchio delicata.

Torna centrale, poi, con questa vicenda, il ruolo della piazzaforte di Carbonara, attualmente battezzata dalla DIA come sotto il controllo di una batteria precisa degli Strisciuglio, quella legata al pregiudicato Vito Valentino. Piazzaforte attorno alla quale si dipanano molti bandoli della matassa del crimine barese, se si considerare anche i fatti di sangue che hanno visti contrapposti i sodalizi autoctoni con quelli del quartiere Madonnella. Non ultima, una suggestione importante: l’impresa taglieggiata si sarebbe occupata anche della gestione della security nei grandi eventi. Altro business già indicato qui su queste pagine come importantissimo per i criminali baresi. Ennesima conferma che sono molti, i settori economici a Bari, nel mirino dei clan. E che tra questi, l’industria dell’entertaining per una serie di motivi è una delle predilette.

La paura si nebulizza.

Ancora quartiere Libertà: lo abbiamo spiegato ieri il perché.

Abbiamo provato a chiederci se la categoria di “liquidità” come stato della paura possa ancora essere considerata calzante ed attuale per la nostra città. E abbiamo dovuto convenire che di sicuro è stata adeguata, come definizione, almeno fino a qualche anno fa. Dobbiamo rivedere questa certezza. Alla luce di alcuni fatti importanti che vanno segnalati. Perché alcuni anni sono bastati, davvero. E le cose sono drasticamente cambiate.

Guardiamo alla criminalità organizzata, innanzitutto. Del resto è la vera emergenza del quartiere. Almeno, una delle tre che abbiamo scelto come vetrino di confronto.
La criminalità è molto cambiata. Negli ultimi cinque anni più che mai. Libertà resta la centrale operativa della Federazione. Eppure, la scopriamo luogo conteso, tra Strisciuglio (in qualsiasi delle loro denominazioni presenti nel quartiere) e gruppo storico dei Mercante. Homini novi contro vecchi senatori della Camorra barese, vecchi padri fondatori. Ed infatti, negli ultimi sei anni, il Libertà ha convissuto con uno stato di guerra permanente – e neppure troppo a bassa intensità – per il predominio criminale sul territorio. Nulla di nuovo, rispetto a quello che dicevamo ieri? Non proprio. Perché le guerre hanno sempre un vincente ed un perdente. E perché la storia, quella da tramandare in alcuni contesti, solitamente è quella che scrive chi ha vinto. E se un vincente può essere identificato, negli ultimi cinque anni, al Libertà, beh questo è il blocco che fa capo alla Federazione Strisciuglio. Perché è quello che si è imposto militarmente sull’altro. E perché, per alterne vicende processuali, attualmente è quello che ne è uscito meno malconcio, dalla guerra in Aula con la Giustizia. E se è vero che sono i vincenti a scrivere una Storia, proponendo ed imponendo i propri modelli, allora è anche vero che le generazioni nuove di malavita, i millenials della Camorra, al Libertà hanno già pronto un imprinting che disconosce da subito i modelli storici della criminalità barese, quelli granitici e solidi. E ne sposa di nuovi, più liquidi. Al contempo, però, innovandoli. Non dimentichiamocelo: i millenials della camorra, oggi, hanno già passato un apprendistato almeno, al Libertà. Ed assistito già a due guerre. Hanno modelli che spesso non hanno neppure il doppio dei loro anni. Con questi modelli sviluppano una continuità di pensiero, relazioni, emotività, strumenti, molto più forte di quella che svilupperebbero con un “vecchio” di camorra. Cosa ancora più grave e preoccupante, dettaglio che ci fa capire come anche la liquidità sia inadeguata, applicano le lezioni e le perfezionano, le aggiornano.

I-funerali-di-MesutiE’ di qualche giorno fa la notizia della diffusione di un nuovo, pericolosissimo passatempo tra i giovanissimi di Camorra: la sfida a colpi di sgasate, a cavallo di moto rombanti, per le strade del quartiere. A margine, un giro di scommesse clandestine. Attorno un sistema rodato per garantire che queste attività si svolgano senza che nessuno disturbi. Cos’è questa, che ormai è tradizione ed abitudine consolidata, se non una forma ancora più gassosa di controllo del territorio? Pochi anni fa, un fatto aveva sconvolto la comunità: un cittadino albanese, Florian Mesuti, in visita a Bari a degli amici, solo perché intervenuto in difesa di un ragazzino che conosceva, aggredito durante una rissa di strada, era stato letteralmente giustiziato. Per la strada, tra la gente. Colpevole, col suo intervento, di aver messo in discussione l’autorità criminale di un gruppo di ragazzini – secondo la Procura capeggiati da uno dei figli del boss Caldarola. Ed infatti, a processo per quell’omicidio, il fratello maggiore di quel ragazzino sarà riconosciuto colpevole di omicidio e si prenderà 14 anni; il primogenito di Lorenzo Caldarola. Quell’omicidio, l’esecuzione di un uomo estraneo alle logiche ed alle strutture della malavita, giustiziato solo perché aveva messo in discussione una autorità differentemente costituita, era già da solo la testimonianza di quanto ormai la malavita non fosse più un blocco granitico, fermo in un punto, lontano dal quale si può vivere tranquilli. No, la malavita, al Libertà, con quell’omicidio barbaro, testimoniava come potesse raggiungere altri luoghi, altri contesti, normalmente estranei ad un mondo. Normalmente al sicuro. Passare sotto le porte, incunearsi, proprio come fanno i liquidi. Le corse in moto come strumento criminale di appropriazione di un luogo sono un passo ulteriore. Perché eliminano anche le ragioni di un contatto. Florian Mesuti era morto perché la “camorra” ormai invadeva gli spazi di un vivere civile, inquinava i rapporti tra pari, modificava le linee gerarchiche… e però, Florian Mesuti, con quello schiaffo dato ad un ragazzino di camorra in difesa di un ragazzino estraneo a quel mondo, aveva scelto di entrare in contatto con un mondo. Aveva messo il piede nella pozza della Camorra. Inconsapevolmente aveva scelto di confrontarsi con un mondo che aveva delle regole. I motorini che rombano, le ronde che chiudono le strade, i centauri che se ne fregano se qualcuno attraversa… quelli già da soli valgono a dire che la scelta è solo tra “vivere” un luogo dove la Camorra, quel che deve far Paura, è nell’aria. Oppure non viverlo, perché si smette di respirare. Ecco perché, forse, a guardare il Libertà, viene da chiedersi se la paura, lì, abbia più un senso immaginarsela liquida.

1f52b6e0-70ef-11e5-ab4e-f326bdb84cacE di esempi potremmo farne tanti. I giovanissimi spacciatori che intercettano i giovanissimi coetanei “perbene” ed attraverso la cessione dello stupefacente, progressivamente, offrono ai compratori una affiliazione liquida che permetta loro – ai ragazzini dei clan – di raggiungere luoghi fino ad allora preclusi, come i licei o le secondarie superiori? Guardate bene e considerate che stiamo parlando di percezione, non di forma. Come percepireste la cosa se foste il genitore di quel ragazzino usato come cavallo di troia? La scelta di un contatto può farci apparire la situazione ancora accettabile, ancora liquida. Ma chiedetevi, davvero, se l’attuale depenalizzazione, nel sentire comune, dell’uso di “erba e fumo” tra i giovani, possa farci avvertire quel contatto come la scelta di un “nuovo gioco” cui giocare. A quei ragazzini i millenials della Camorra del Libertà non propongono una rapina, attenzione. Propongono una “fumata”. E se tutti, diffusamente, smettiamo di ritenere il rapporto tra spacciatore ed acquirente SEMPRE un comportamento criminale, allora in quel contatto non siamo più capaci di percepire il “piede nella pozza”. E quel contatto diventa gassoso. E proprio per questo, spaventa di più.

Fermiamoci qui. Ancora, ai soliti tre indizi che fanno una prova. Credo, però, ci siano delle valide ragioni, abbastanza evidenti, per affermare che ormai la paura, in alcuni luoghi e contesti, ha fatto un preoccupante salto di stato.