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Lavorare coi ragazzini dei quartieri

Spesso, grazie alla vulcanica Rosa Ferro del “Nuovo Fantarca”, m capitano delle vere e proprie occasioni. Occasioni di “lavoro” ma anche e soprattutto di confronto con la realtà che studio. Grazie alla collaborazione con lei, capita ormai molto spesso di essere chiamato a organizzare incontri, dibattiti, lezioni, chiacchierate, nella cornice di progetti sociali ed educativi i più disparati. Da quelli rivolti ai ragazzi che si trovano in situazione di affidamento ai servizi per ragioni collegate con l’esecuzione penale minorile, a semplici incontri di tipo sociologico educativo nelle scuole, nel quadro dei tanti progetti che nelle medie e nelle superiori si possono organizzare per parlare ed educare alla legalità.

Ultimo, in ordine di tempo, un cartellone di incontri organizzati coi ragazzi di alcune scuole medie della città. Classi di terza media alle quali parlare del fenomeno delle baby-gang. Sono momenti importanti per chi come me studia e si occupa di fenomeni criminali e sociali – collegati a devianza e crimine. E sono importanti perchè, a Bari, città che studio più a fondo e più da vicino, questi incontri sono capaci di fornire una serie di feed-baci rispetto a teorie e riflessioni.
Lavorare, su temi di attualità criminale, con ragazzi che vivono il contesto difficile di alcuni quartieri problematici, in questi giorni, è stato stimolante. Ed utilissimo.

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Perchè ciascuno dei piccoli “studenti” che ha partecipato a quelle chiacchierate – mi è difficile chiamarle lezioni, per come le imposto, soprattutto – ha portato un sassolino al muro del mio lavoro. Anche i più indisciplinati e vulcanici sono stati capaci di stimolare una riflessione ed una validazione alle mie tesi. Oppure suggerirmi che, probabilmente, alcuni pensieri andrebbero calibrati meglio.

Fin qui il bello, di un lavoro del genere. Purtroppo, esistono anche risvolti negativi per esperienze così. Negativi perchè tristi. Spesso, più che tristi, tristemente rassegnati. Certo, è positivo verificare come sia assolutamente corretta la mia teoria sul “classismo” di certi fenomeni, e sull’uso improprio di alcune categorie; è di certo una conferma felice. Dietro, però, ci sta la amara consapevolezza che se le baby gang, a Bari, possono essere solo un fenomeno scimmiottato, tutto da inserire nell’alveo dei riti di maturazione e delle necessità di organizzare “risposte feroci” per difendersi dalla ferocia di un “mondo esterno” in cui si deve entrare e che si teme – come non temerlo, visto il bombardamento continuo di stimoli negativi e l’assenza di una rete un minimo solida di riferimenti rassicuranti – questo avviene non perchè, nei quartieri poveri, i ragazzi non avvertano le stesse necessità e non si attrezzino per dare risposte feroci a quel mondo. Il problema è che, in alcuni quartieri dove all’esclusione sociale tanti hanno risposto con le formule del crimine organizzato, lì i ragazzini si raggruppano secondo le formule non della gang, ma del clan. E lo dicono, ne fanno un vanto, un tratto distintivo ed indennitario. E qui, la replica precisa è quella dei modelli paterni, fraterni. Qui non c’è bisogno di ricorrere ai colori delle gang statunitensi o ai miti delle baby-pandillas meneghine. Qui ci sono “papà e fratmò” a dare l’esempio. E ci sono ragazzine che sanno già tutto, di come si entri nella “malavita” – la chiamano così ed è inquietante, perchè tra loro, i camorristi baresi, il loro sistema lo chiamano ancora così. E conoscono i sistemi di affiliazione diretta e di affiliazione liquida. E qualcuna di loro, nel parlarne, fa gli stessi simpatici errori lessicali, semina gli stessi refusi parlanti che sente in casa. Refusi ed errori che non sono casuali, ma sono “l’esatta norma” in quel mondo.

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Per uno studioso, ricevere conferme a valanga come quelle che mi hanno investito in questi giorni è di certo molto importante. Vi assicuro, però, che ci vogliono le spalle forti, davanti a questa realtà. Più ancora, ci vuole spalla e fegato nel rapportare questo mondo, quello che vive e pulsa e si prepara a venire al mondo – come sempre più feroce e determinato di quello che lo ha preceduto  – al mondo della politica e dell’intervento che li attende fuori, quei cuccioli di uomo. Ci vuole spalla e ci vuole fegato perchè, pur con quarant’anni e più di Camorra barese alle spalle, la classe politica e dirigenziale di questa città, dei suoi sistemi socio-etno-criminali conosce davvero molto poco. E rischia di far danno, perchè suppone di saperne.

(La foto di Enziteto in apertura del pezzo È di Gennaro Gargiulo che si ringrazia per la gentile concessione)

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