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Japigia: alla ricerca delle armi perdute

E’ storia della settimana scorsa. Non fa nemmeno troppo rumore, così, messa tra gli articoli di cronaca. Ma è una notizia che fa riflettere.

A Japigia e nell’hinterland un tempo controllato dai gruppi vicini al boss Savino Parisi si cerca disperatamente quello che era il vecchio arsenale del clan. Un arsenale che, stando a quanto ricostruito da pentiti ed analisti criminali, nei suoi trent’anni – più o meno – di implementazione, vanterebbe al suo interno pezzi da guerra di inestimabile valore militare. Probabilmente anche armi pesanti – per capirci bazooka e lanciagranate.

Non ci si deve stupire: interlocutori del clan, per decenni, sono stati i pezzi più marci dei sistemi politici della ex Jugoslavia – montenegrini su tutti – ed albanesi, in massima parte quelli all’epoca collegati ai clan in tramonto vicini a Hoxa e convertitisi a Berisha. Chi ha fatto affari coi Parisi, assieme alle sigarette, ha concesso benefit incredibili anche sul fronte dell’approvvigionamento militare. Garantendo forniture di pezzi interi di caserme. E non solo, visto che a tanti degli armieri del clan, negli anni, sono stati anche garantiti periodi di apprendistato militare con formatori che arrivavano direttamente dalle caserme della polizia e dell’intelligence militare.

Quello di Japigia è l’arsenale più pericoloso, certo. E la ragione non sta solo nella varietà di pezzi e nella pericolosità di ciascuno di essi. Il fatto, grave, adesso, è che quell’arsenale non è più nelle mani di un uomo come Savino Parisi, che aveva fatto della dottrina della deterrenza la sua filosofia di vita. No. Attualmente quell’arsenale è senza padroni dichiarati. Alla mercé di chiunque, potenzialmente. Per quel che ne sappiamo, non ha padroni. Ed è pericoloso, a Bari, che un arsenale così non sia nelle mani salde di qualcuno.

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Troppi ferri in giro…

Un paio di settimane fa, prima che la guerra tornasse a divampare a Bari, erano saltati fuori in una perquisizione mirata un po’ di attrezzi del mestiere nascosti in una cupa a sud-est della città. Precisamente lungo la statale 100 tra Mungivacca e Triggiano. A pochi passi dalla città, in un territorio facilmente raggiungibile. Un arsenale di tutto rispetto, con tanto di armi da guerra. Faceva bella mostra anche una Skorpion, con cartucce parabellum. Munizionamento browning, oltre a vecchi ferri russi e spagnoli. Niente di nuovo, sul fronte sud-orientale, verrebbe da dire. C’è il sospetto, fondato, che si tratti di uno dei tanti depositi di riserva dei clan che abitano i quartieri vicini – ed il pensiero corre subito ai gruppi criminali di Japigia. Anche perchè, nemmeno una settimana dopo, mentre a Bari stava per ricominciare la guerra, la polizia ha arrestato due pezzi da novanta propri dei clan di Japigia – sponda Palermiti. Ed uno di questi è Domenico Milella, uomo di estrema fiducia del presunto boss Eugenio. L’uomo che, secondo alcune ricostruzioni investigative, sarebbe stato uno dei due colonnelli in trincea nell’ultima guerra nel grande quartiere che un tempo era stato feudo indiscusso di Savino Parisi.

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A Bari, di ferri in circolazione, ce ne sono decisamente troppi. E c’è un’aria pesante che si respira. Lo ripetiamo: quello che è avvenuto a Carbonara è indicativo, ed è stato sicuramente di monito per Questura e Carabinieri, che hanno immediatamente alzato a livello massimo l’allerta. La camorra ha rispolverato la vecchia abitudine degli “squadroni della morte”. Le cosiddette squadre “pronte all’uso”. Ed è un pessimo segnale. Perchè vuol dire che i clan in guerra danno per scontata, certa, la necessità di ricorrere alle armi. E si attrezzano per essere pronti a farlo nel minor tempo possibile. Con una capacità spesso comprovata di mirare all’annichilamento immediato dell’avversario. Il colpo ai due fratelli Rafaschieri lo dimostra. Ma stanno lì a gridarlo anche tutti i rinvenimenti di armi e munizioni. Li chiamiamo ferri vecchi, perchè in alcuni casi hanno visto e fatto parecchie guerre, già. Ma sono armi manutenute in continuazione, revisionate, in perfetta efficienza. E sono sparse su tutto il territorio. In cupe a volte nemmeno troppo vigilate. Ed il fatto che depositi random di armi spuntino un po’ dovunque – almeno quando il contenuto non è di quelli davvero preziosi – è un altro pessimo segnale: esiste un concetto di impunità in questi uomini che sfiora il delirio di onnipotenza. Tanto da far loro pensare di poter disporre di ogni luogo.