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Suggestioni interessanti

A margine di una delle tante iniziative belle e formative che gli amici di Carbonara mettono su, ho avuto modo di riflettere su un aneddoto raccontato dal dottor Rossi, Procuratore Aggiunto a Bari.
Si parlava di “nome”, di “ragione sociale dei clan” come strumento per incutere paura e rinsaldare il vincolo tra quartiere e paranza. E del nome come “arma” che gli uomini del gruppo usano per ottenere quel che vogliono, come minaccia diretta.

Bene, il dottor Rossi raccontava un aneddoto interessante, scaturito da indagini collegate al clan Parisi ed al suo periodo di estorsioni nei cantieri edili. Da tempo la malavita ha capito che è molto più sicuro e remunerativo obbligare gli imprenditori all’assunzione di personale legato al clan piuttosto che obbligarli al pagamento diretto di una decima. Quantomeno, in questo modo, il vantaggio economico non è materiale, diretto e facilmente contestabile. E così capita sempre più spesso che alla solita e conosciuta richiesta estensiva si sostituisca l’obbligo di assunzione di guardiani e maestranze. Per i cantieri più piccoli; quando si parla di grandi imprese, ad essere imposti sono sempre più spesso i subappaltatori.

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Orbene: ci sta il fratello, uno dei fratelli, di Savino Parisi che avvicina un imprenditore NON barese. Un imprenditore anche abbastanza grosso e titolato. E con l’affermazione
“Mi manda Savinuccio, devi metterti assunti questi due o tre operai!” cerca di imporre la propria presenza ed il proprio controllo criminale. L’imprenditore, che il nome di Savinuccio non lo conosceva, più di una volta finisce per glissare con “faccia sincera” dimostrando che lui, con un certo Savino, non ha mai preso accordi e quindi non vede perchè debba accettare l’imposizione del signore di cui sopra.
Per stessa ammissione delle parti, il Dottor Rossi ha potuto verificare che la reazione del fratello del boss di Japigia fu quella di un uomo caduto in confusione, balbettante. Come la risolveva, adesso, la faccenda… Ora che il nome di Savinuccio non diceva nulla alla futura, sperata vittima? L’estorsione non si concretizzò. Gli uomini di Savino Parisi quel cantiere lo lasciarono perdere.

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Efficace come aneddoto. Efficace perchè chiarisce una volta e per tutte che gli strumenti, alla fine, li abbiamo tutti. E che basta anche un po’ di faccia tosta – e tanto coraggio – per provare ad arginare le richieste e le pretese di questi signori. Anche perchè, in una città come Bari, dove la denuncia come sistema sta prendendo piede… è difficile che i clan possano concretamente arrivare a porre in essere escalation vere e proprie. Certo, Rossi lo precisa, ci sta il codino di questa vicenda che vede l’imprenditore inconsapevole – più che coraggioso – che si vede rimproverato da un collega barese… e questo la dice lunga sulla mala abitudine di non tenere a distanza di sicurezza certi brutti personaggi. Ma c’è anche tanta speranza che proprio gesti come questo possano fare scuola, davvero.

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A Carbonara, oggi pomeriggio

Giuseppe Mizzi era un uomo perbene. Un onesto cittadino di Carbonara, antica frazione di Bari. Il 16 marzo del 2011 fu ucciso a pochi passi dalla centralissima Piazza Umberto da un commando del clan Di Cosola, armato e inviato dall’allora reggente del clan, Antonio Battista, ad ammazzare uno degli Strisciuglio. Uno qualsiasi. Giuseppe Mizzi, per uno scambio di persona, fu ucciso da quel commando. L’ennesima vittima innocente di mafia che Bari è costretta a ricordare, assieme ai giovanissimi Michele Fazio di Bari Vecchia, ammazzato da un commando di babykiller dei Capriati nel 2001 e assieme a Gaetano Marchitelli, di Carbonara pure lui, ucciso sempre dai Di Cosola perché sulla linea di fuoco delle loro armi. Tre vittime innocenti. Tre lavoratori. Tre facce pulite e tre cuori buoni che con le storiacce di Camorra non avevano davvero nulla a che fare.

Per l’omicidio di Giuseppe Mizzi, in carcere, ci sono il mandante e gli assassini. Non basta, però. No basta aver fato giustizia – una giustizia secondo molti mutilata, visto che l’intenzionalità dell’omicidio non è stata provata stante l’errore di persona. A dirla tutta e per bene, non basta e non bisogna fermarsi nemmeno all'”antimafia delle emozioni e delle commemorazioni”, accontentandosi come ogni volta di “non dimenticare”. Quel che serve è continuare a testimoniare, anche attraverso il ricordo di Giuseppe, la narrazione di quei fatti orribili, il fatto che Carbonara, come Bari Vecchia, come gli altri quartieri, è stanca di questi morti innocenti. Quel che è importante è acquisire e trasmettere tutti una coscienza civile che ci faccia dire davvero e fino in fondo che la brava gente non è mai nel posto sbagliato al momento sbagliato. Che la brava gente è proprietaria e padrona di quelle strade dove la delinquenza spaccia e si ammazza. E che la brava gente non ne può più. Ed ha tutta la voglia di riprendersele quelle strade e quelle piazze. Perchè non ci sia più nessun innocente da piangere. Perchè nessuno, tra i bravi, gli onesti, debba più scoprirsi “nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

Per questa ragione, stasera, è necessario essere a Carbonara, alle 18, in Piazza Umberto. Al fianco della vedova di Giuseppe ed a fianco a tutte quelle cittadine e quei cittadini per bene che Carbonara vogliono riprendersela!

Tra qualche ora nelle librerie.

La quarta di copertina:

La storia feroce, troppo spesso negata, della Camorra Barese.

Dalla introduzione:

Quella che avete tra le mani, infine, è una grande speranza. Quella che finalmente e per davvero si possa cominciare a discutere con gli strumenti migliori, in tanti, di legalità e sicurezza, nella nostra città. Guardando a Bari ed al sistema criminale che ne strozza le potenzialità, senza aver paura di leggere questo sistema per quello che è: una Mafia. Senza nasconderla o negarla come per troppo tempo si è fatto. Per poterla comprendere davvero fino in fondo e per riuscire ad avviare, finalmente, una stagione vera di riscatto e riscossa. Per una volta, tutto insieme!

Giornate Micaeliche a Carbonara

maxresdefault.jpgMi è stata data la fortuna di conoscerli a luglio, questi animatori di una “setta” fantastica. Sono i cittadini di Bari e non solo che si sono riunito nel Movimento Antimafia di Base. C’è Leo Palmisano, amico e compagno di tante iniziative contro la Mafia, ci sono don Mimmo e don Gianni Ladiana, ci sono i ragazzi delle loro parrocchie, ci sono responsabili di Libera… E ci sono tanti cittadini. E’ bellissimo essere finito risucchiato dal loro entusiasmo, dalla loro voglia di fare, dalla loro voglia di dire “No! Basta!” alle mafie e all’illegalità. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi avevano invitato a parlare col PM Rossi e col provveditore agli istituti penali proprio lì, a Carbonara. Parlare di Mafia in un quartiere di Bari che è una frazione, che era un paese… che a tutt’oggi è una trincea troppo spesso abbandonata. Credendo fossi – chissà perchè – abituato ad altri palcoscenici, don Mimmo accogliendomi mi disse: “Guarda, saremo anche solo un gruppo sparuto di bambini, educatori e qualche oratore… ma oggi è già un successo esserci riconquistati la Villa Comunale ed aver ostacolato lo spaccio!”antima.PNG
Non erano pochi, quel giorno. Erano colorati e bellissimi. Ed avevano ottenuto la loro vittoria: quel giorno, in Villa, a Carbonara, non si era potuto spacciare. E’ stata anche una mia vittoria, alla quale mi sono trovato ad offrire un modesto, piccolo contributo: col corpo, col cuore, con le parole. E ne sono stato felicissimo.

Mi chiama don Mimmo, all’inizio della settimana scorsa: “Stiamo organizzando il programma delle giornate Micaeliche. Giornate di riflessione, discussione, cultura. Quest’anno il tema è il gioco d’azzardo e tutto quello che vi si collega…” Ed io non ho dubbi a rispondere sì, presente. 27461edc7a4e89cb356f38ad9eaa4b.jpgPerchè l’azzardo, dove c’è mafia, non è un semplice problema sociale, non è solo una piaga di disperazione. E’ anche e soprattutto un modo per i clan di riciclare denaro sporco, controllare il territorio, inquinare il tessuto delle attività legali. Al netto di ogni discussione su quale etica può definire legale uno strumento di distruzione delle vite e sopraffazione delle narrazioni di ciascuno. Non ho esitato a dire “Don Mimmo, sono felicissimo di esserci!”… e non esito ora a invitarvi, tutti. Saremo assieme oggi, domani e nei giorni a seguire. Il mio intervento è domani. Parlerò di azzardo assieme ed usura assieme a Don Armando Zappolini, che anima la campagna nazionale “Mettiamoci in gioco”. Oggi, però, se vi va, Leo Palmisano discute di temi collegati ad azzardo e criminalità assieme al magistrato Stefano Musolino, sostituto procuratore DDA di Reggio Calabria.

Passate a trovarci?

La via verde dell’oro

La storia si ripete. E certo, conviene ripeterci. E ripeterlo.
Le vecchie rotte del contrabbando, cadute in dismissione dopo l’Operazione Primavera e successivamente utilizzate solo per oculate operazioni di trasferimento di latitanti o di partite di armi, sono tronate nell’ultimo quinquennio in piena attività. Sugli sai blu, non più bionde ma marijuana, il nuovo “oro verde” delle organizzazioni criminali. Non è un mistero, infatti, che sul territorio europeo la nazione che soddisfa il fabbisogno della intera Europa Meridionale è da tempo l’Albania.

sequestro marijuana brindisi-2Dalla terra delle Aquile, con semplicità, attraverso le rotte interne, i clan inondano di “erba” i mercati greci e bulgari. Allo stesso tempo e con la stessa frequenza, provvedono a rifornire le cosche italiane. Questa volta utilizzando la Puglia come punto di approdo. Ogni notte, esattamente come venti, trenta, quarant’anni fa, scafi blu arrivano con il loro carico a riva, consegnano grandi partite ai referenti locali e tornano indietro. Pronte per un nuovo viaggio. Del resto, la logistica è efficientissima, ora che l’attenzione delle forze dell’ordine è concentrata altrove e con altre funzioni (quelle di contrasto all’immigrazione e di pattugliamento delle coste siciliane). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che le rotte utilizzate sono rodate ormai da quasi mezzo secolo dalle organizzazioni criminali pugliesi, che conoscono a menadito approdi, percorsi preferenziali, posizionamento dei radar fissi di Guardia Costiera, Marina e Guardia di Finanza.

La storia si ripete, dunque. No, non proprio. Ci sono inquietanti differenze tra il traffico di erba e quello di sigarette quarant’anni fa. E se è vero che i calabresi, creando la Sacra Corona Unita ed i presupposti per la nascita delle mafie pugliesi, ci avevano visto lungo sul protagonismo che la Puglia avrebbe avuto nei decenni a venire, è parimenti vero che nemmeno i più esperti e navigati capi bastone della Santa avrebbero mai potuto immaginare che dominus del gioco a venire non sarebbe stato il grande crimine italiano.

Albania Drugs

Già: la differenza sostanziale, la più importante, riguarda proprio chi tiene in mano il boccino del traffico su larga scala. Perché, a dirla tutta e per bene, a governare il grosso del movimento di erba tra le due sponde dell’Adriatico, da tempo, sono proprio i clan albanesi. Sono le paranze dell’erba squipetare, infatti, ormai da cinque anni, a fare i prezzi con i pugliesi, i calabresi ed i napoletani. Sono i grandi trafficanti albanesi quelli che impongono rotte e quantitativi, condizionando la creazione del prezzo attraverso un gioco di offerta sempre calibrata per rispondere in modo vantaggioso alla domanda. E sono le stesse organizzazioni a gestire la logistica chiudendo la filiera del traffico in modo esclusivo, visto che anche i riferimenti dei clan, in Italia, appartengono direttamente alle organizzazioni di oltre Adriatico. Tutti i clan italiani, indistintamente, sono tenuti, in Italia, a fare riferimento a soggetti ben precisi, tutti quanti fiduciari dei cartelli dei produttori albanesi. E questi fiduciari hanno il potere di decidere chi riceve, a quanto e a quali altre condizioni. Hanno il potere di imporre prezzi diversi, favorire o stroncare cartelli, imporre tagli e qualità, scegliere quando far salire o far crollare drammaticamente il prezzo al consumo. Possono sembrare esagerazioni, può apparire impossibile che organizzazioni criminali che si occupano di traffici così “bassi” come quelli delle sostanze leggere, siano così tanto specializzati da governare il mercato anche attraverso strumenti più propri delle grandi speculazioni di borsa. Invece, tristemente, è quello che succede ogni giorno al cuore del traffico di oro verde.

kanabis-701x526-701x526Non è difficile, alla luce di questi dati, rendersi conto di come, nelle mani di altre organizzazioni, ci sia lo strumento principe per il radicamento ed il sostentamento minuto delle organizzazioni criminali italiane. Un coltello tenuto saldamente dal manico e puntato dritto in pancia ai clan locali. Che, sotto questo ricatto, da tempo sono costretti anche a fornire servigi e condizioni vantaggiose alle mafie albanesi su territorio italiano. Inquietante, se pensiamo che soprattutto il Kosovo, che delle mafie albanesi è da tempo il Paradiso Fiscale accertato, è anche secondo molti analisti una delle più importanti centrali del terrore islamico. Ed è comunque crocevia per tutta una serie di pericolose triangolazioni tra organizzazioni criminali slave ed occidentali. Accettare che a governare i prezzi dell’oro verde siano gli stessi che – nello stesso momento – si industriano in traffici molto più pericolosi con organizzazioni terroristiche e del grande crimine orientale è un dettaglio inquietante che non può essere sottovalutato.

E la camorra barese? La Camorra barese non può far altro che subire e stare a guardare. E’ una mafia troppo giovane, troppo piccola, per poter competere con cartelli nazionali così strutturati. Basta un solo dato a capire quanto ormai siano gli albanesi a fare paura anche alle storiche ‘Ndrine: a Milano il traffico di stupefacenti leggeri è ormai completamente controllato dalle mafie del paese delle Aquile, che ai calabresi lasciano solo la chiusura della filiera ed il controllo sul network di strada. E’ tuttavia accertato che  fino all’ultimo passaggio all’ingrosso, il traffico sia gestito da malavita albanese.

foto1-kNYB-U46060753917015ZF-1224x916@CorriereMezzogiorno-Web-Mezzogiorno-593x443Quali scenari futuri per la nostra regione è davvero difficile dirlo. Due dati, però, sono certi: la irrinunciabile forza economica dello spaccio di sostanze leggere non è in questo momento sostituibile da nessun altro traffico. Allo stesso modo, i clan non possono rinunciare alle piazze di spaccio perché questo li scollerebbe pesantemente dal territorio consegnandone il controllo ad altri cartelli – in primis quelli dell’immigrazione nera. Tutte le organizzazioni, dunque, sono costrette a fare di necessità virtù, provando a coltivare in modo costante i rapporti con questi cartelli in un gioco continuo di ricambio dei referenti, nella speranza che questo li aiuti a non finire vittime di rapporti di dipendenza esclusiva. E’ però, questo, sempre un gioco “in perdita”, perché la presenza accertata di una cupola che gestisce il grosso del traffico in uscita rende immediatamente palese come cambiare riferimenti, alla fine non aiuti poi così tanto. Le ipotesi più fosche? Alcuni hanno adombrato la possibilità che ai clan possa essere richiesto appoggio logistico o operativo per traffici internazionali molto più pericolosi – ovviamente sempre sotto forma di assoluta manovalanza. Oppure che agli stessi clan venga richiesto appoggio per il transito di merci o persone particolari (terroristi, armamenti particolari, componentistica). Del resto, è già successo che la Puglia si sia scoperta zona di transito per il traffico di materiali e tecnologie al servizio delle grandi centrali del terrore. Come è provato che dal porto di Bari siano transitati a più riprese clandestini dal profilo criminale molto delicato. E non è un mistero che alcune delle ultime inchieste si siano concentrate proprio sul controllo che determinate organizzazioni baresi esercitavano sulle porte di accesso da mare e dal cielo, attraverso ditte di sicurezza privata. Possiamo permetterci questi rischi, a margine di un mercato criminale che è già identificato da tempo ma che viene colpevolmente sottovalutato per il bassissimo allarme sociale che crea?

Sono davvero solo droghe leggere?

C’è stato un tempo – a Bari erano i primi anni ’80 – in cui le famiglie di camorra avevano ancora bisogno di strutturarsi realmente. In primis, quello di cui più di tutto avevano bisogno, era una vena dell’oro. Una cassa garantita da introiti sicuri. All’epoca scelsero il contrabbando di tabacchi lavorati esteri: le sigarette. Era uno strumento comodo, affidabile, sicuro. Garantiva grandissimi guadagni, visto che il rezzo di acquisto della materia prima, all’epoca, era incredibilmente basso. Assicurava enorme agibilità, rispetto alle agenzie di repressione del crimine, perché il contrabbando, all’epoca, era un reato amministrativo ed esisteva, nel sentire comune, una forte sottovalutazione del fenomeno. showimg2Ancora, e di più, il contrabbando garantiva anche radicamento sociale e controllo del territorio. Il primo attraverso la possibilità di offrire e garantire un posto di lavoro ed un salario all’esercito degli inoccupati e degli inoccupabili che presidiava vicoli e ghetti della città, ai quali veniva offerta una gratifica per la loro mansione di dettaglianti del contrabbando. Il secondo, proprio attraverso la creazione di una rete di vendita strutturata sul territorio; rete che, allo stesso tempo, oltre a garantire il commercio e gli introiti, assicurava anche un presidio permanente all’interno del proprio territorio di competenza. Non erano questi i soli benefit di una attività criminale come il contrabbando, ma per la discussione odierna questi ci interessano.

Terminata la stagione del contrabbando di TLE, al volgere del millennio, le tante famiglie che sul traffico di bionde avevano strutturato un business capace di alimentare e tenere viva la cassa corrente – quella con cui si pagavano gli stipendi, gli avvocati il mantenimento dei carcerati – furono costrette a cercare altre fonti di sostentamento che garantissero, a fronte di rischi contenuti, gli stessi benefit: grandi guadagni per tenere vivo il welfare criminale del gruppo e allo stesso tempo controllo del territorio. I clan a Bari lo hanno trovato, questo business. E si sono specializzati nel traffico in grande scala delle sostanze stupefacenti leggere. Un business criminale che, a Bari, rappresenta ancora il core irrinunciabile per tutti i clan.

sequestro_dosi_droga_barijA pensarci bene, infatti, dalla sottovalutazione sociale dei rischi che questo reato porta con sé, alla enorme facilità con cui la materia prima si reperisce a costi contenuti, agli elevati ricarichi, gli ingredienti ci sono tutti. Più di ogni altra cosa, però, dovremmo costringerci a riflettere su un dato, forse il più importante. Di sicuro quello su cui concretamente come corpo sociale possiamo fare qualcosa.
La domanda è questa: possiamo davvero permetterci di liquidare il consumo di sostanza stupefacente leggera come un mero dato di cultura e come un semplice fenomeno di costume sociale? perché, purtroppo, nella discussione generale, molto spesso è con questa percezione che ci accostiamo al fenomeno. Possiamo permetterci di valutare quello che è il core business di gruppi criminali che pretendono di disporre a proprio piacimento dei nostri spazi, dei nostri tessuti sociali ed economici, del bene comune, davvero, solo col banale refrain due amici una chitarra ed uno spinello?
Temo di no. Credo di no!

Perché non posso ignorare che ogni dose venduta, per le vie di Bari e non solo, alimenta la stessa cassa con la quale questi gruppi strutturato ed irrobustiscono il proprio potere criminale, i propri arsenali, il proprio potere d’acquisto su mercati molto più rischiosi per tutti.
Ancora, perché non posso ignorare che è sul business della droga leggera che i clan, a Bari e non solo, sviluppano la prima rete di reclutamento esterna alla ristretta cerchia di familiari, affini e sodali fidelizzato. Quando cercano di espandere il proprio potere altrove, i clan selezionano in primis all’interno della cerchia dei propri contatti affidabili. E se non possono raggiungere quartieri o territori attraverso la presenza diretta, lo fanno con antenne selezionate e fidelizzate attraverso il contatto costante chili traffico di droghe leggere garantisce. Un cavallo di troia di cui ho parlato in un contributo per EPolisWeek (23giugno) denunciando l’opera di espansione di alcuni gruppi criminali – ormai da due anni – sul quartiere di Poggiofranco e nelle scuole superiori di quella zona. In un quartiere come quello, in cui non esistono le condizioni sociali per un rapido attecchimento di un clan, le batterie di spacciatori diventano talent-scout a caccia di elementi da acquisire alla causa.
Facendo leva proprio sul loro bisogno di consumatori o sul loro essere referenti di gruppi più larghi di consumatori. In un gioco criminale di offerta al ribasso, si fa intravedere la possibilità di divenire referenti esterni all’organizzazione, ma, nei fatti, si coopta al proprio interno elementi che, senza un mercato criminale delle sostanze stupefacenti leggere non avrebbero probabilmente avuto punti di contatto con i clan.

20160923_17enne_gambizzato_poggiofranco_agguatoAncora, perché non posso ignorare che, attualmente, in alcuni luoghi particolari ed in contesti specifici, il network dello spaccio sostituisce nei fatti il racket del pizzo. Bari vecchia è uno di questi luoghi. E bastano, credo, le motivazioni a sentenza di almeno tre maxi-processi di mafia per caratterizzare a dovere l’importanza del borgo antico per la Camorra Barese. Lì, tra i vicoli e nelle piazzette, i clan hanno ordinato di sostituire al racket delle estorsioni nei confronti dei negozi, la richiesta agli esercenti – velata o meno che sia – di tollerare la presenza di spacciatori nei pressi della propria attività. Questa forma di imposizione e controllo del territorio assicura ai clan ricarichi incredibili che mettono a profitto la grandissima massa di frequentatori della movida notturna. Tra i quali, è evidente, largo è il numero di consumatori di droghe leggere. In questo modo ci si garantisce una domanda costante che, altrimenti, il racket annullerebbe, con la drastica diminuzione dei locali in attività causa pizzo. Nello stesso momento, ci si assicura un efficace e discreto controllo del territorio, visto e considerato che dieci spacciatori fanno molto meno rumore e clamore di una saracinesca sventrata. O del silenzio di una Piazza Ferrarese/Mercantile chiusa per pizzo.

Sono giorni che si scrive, sulle colonne dei giornali, a Bari, parlando di droghe leggere e clan. E’ davvero così difficile capire che prima ed a monte di ogni discussione sulla opportunità o meno di depenalizzare, legalizzare, controllare attraverso le agenzie di Stato la vendita di hashish e marijuana è indispensabile avviare una politica di contrasto alla cultura del tanto è solo uno spinello? E’ così difficile capire che passa proprio dalla diffusione di un pensiero critico sulle droghe leggere – ALMENO FINO A QUANDO LE LEGGI RESTANO QUESTE – un primo consistente passo di antimafia sociale, di antimafia dal Basso? Non sono il primo a dirlo, sono forse il meno autorevole a ricordarlo, ma se non esiste il coraggio di aggredire i clan in quel che hanno di più caro e prezioso – Cassa Corrente e Controllo del Territorio – certe battaglie non si vincono. Non si possono cominciare neanche.

Nella prossima settimana, con dei brevi focus su ciascuno degli aspetti di forte pericolosità criminale del fenomeno, proverò a tratteggiare un quadro più esaustivo dei problemi “sul tavolo”. A voi lascerò le conclusioni.

5 W che possono tornare utili…

Non sono un giornalista, sebbene tutti abbiano potuto leggere miei contributi, ospitati su una serie di testate a respiro regionale e locale. Non sono, però, un giornalista professionista. E però, lo ammetto, ho rispetto al mestiere del giornalista una fascinazione ed una tensione che tenere a freno, spesso, è difficile. Negli anni del dottorato, quello che il mio tutor mi rimproverava spesso, era un approccio – nello scrivere – poco accademico ed un po’ troppo giornalistico. Lo riconosco, lo ammetto: scrivere in “universities” non mi piace per nulla. Il registro del raccontare lo trovo più comodo da calzare su quel che scrivo. Su quel che studio e restituisco.

Forse è proprio in risposta alla antichissima regola delle 5 W che ho sentito il bisogno di tirare fuori un post come questo. 5 W che inquadrino quanto più possibile il luogo dove siamo. Perché chiunque, passando di qui, possa sapere cos’è, chi lo anima, cosa ci si deve aspettare frequentandolo. 5 domande secche per cinque risposte che valgano a definire in modo chiaro questo spazio, inquadrandone le finalità, le tempistiche, i contenuti.
Procediamo, allora.

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Chi? Per rispondere a questa domanda, teoricamente, basterebbe cliccare sul menù a tendina in alto: c’è una voce apposita sull’autore, me medesimo. Non basta, però. Perché personalmente ho anche un’ambizione più alta: offrire qui spazio ed ospitalità a persone o realtà che si occupano di Antimafia Dal Basso sui nostri territori. Studiosi o semplici attivisti, animatori di associazioni o operatori sociali. Testimoni e vittime, anche, se sarà possibile. Perché questo diventi non solo un luogo di diffusione, ma anche di confronto e partecipazione attiva.

Cosa? Risposta difficile, da dare, soprattutto perché parecchio impegnativa con voi che leggete. Cosa trovare qui? Innanzitutto contributi di studio al fenomeno delle mafie pugliesi, con un interesse particolare verso il fenomeno della Camorra Barese che è quello in cui sono specializzato. Al fianco di contributi di studio, riflessioni, resoconti ed analisi, sarebbe bello poter offrire anche una sorta di rassegna stampa ragionata, che funga anche da cronologia e da osservatorio sul fenomeno – quantomeno su base provinciale. Delle ospitate, poi, abbiamo già parlato poco più su: sì, mi piacerebbe poter inserire delle interviste che siano chiacchierate. O anche, perché no, dei contributi esterni tematici. Vedremo cosa sarà possibile fare!

Dove? Non è retorica, la domanda. Perché in epoca di social e di web 2.0, i luoghi sono zone liquide. Mi piace pensarle come correnti, affluenti. Ogni spazio è specchio e contributo, allo stesso momento, di altri spazi simili – eppure differenti. Per cui, sì, la base operativa delle discussioni sarà questo blog e questo spazio. Ma ad esso saranno collegati una pagina Facebook, un account Twitter e – probabilmente, in futuro – un profilo Instagram. Scelta indispensabile che non disperde… ma moltiplica gli spazi di discussione, gli interlocutori, l’efficienza di questo luogo. Ovvio: i contenuti sulle altre pagine saranno differenti. Sarebbe bello ed utile, però, per chi può, cercare di seguire ciascuno di questi spazi.

Quando? Si sostiene da tempo che essere social e funzionali vuol dire essere sempre sul pezzo. Io, personalmente, ho sperimentato che la presenza ossessiva, tanto di contenuti, quanto di continui contributi a qualsiasi discussione, rischia di diventare nociva. Comunque è molesta. Oltre a questo, disperde una mole enorme di energie, spesso con una ricaduta minima. Non voglio nella maniera più assoluta che questo spazio e queste discussioni rischino da subito di passare come una rottura di scatole. Proprio per questo, i contributi saranno diluiti nel corso della settimana e proveranno a non essere mai più di due o tre. Del resto, per un instant post c’è un luogo come Twitter o Facebook, che è di sicuro più indicato per una riflessione immediata, istantanea, su una vicenda. Qui, dove saranno ospitati contributi e riflessioni più profonde, è anche giusto che ciascuno dei post meriti uno spazio di produzione, lettura e digestione adeguato.

Perché? Bella domanda! Provo a rispondere cercando di essere sintetico. Primo – e lo chiarisce in un certo qual modo anche il post di qui sopra – perché credo fermamente che, ragionando di mafie, soprattutto nella nostra regione ci sia un ritardo di competenze impressionante. Ritardo nello studio, nella diffusione, nella denuncia. Ritardo che non ha fatto altro che permettere alle mafie di radicarsi con molti meno ostacoli. E con molta più efficacia. Ancora, perché credo sia necessario fissare dei punti chiari e fermi in una discussione come quella sulle mafie pugliesi. Soprattutto davanti a studiosi che continuano colpevolmente a sottostimare la portata del fenomeno o a diluirla, in modo a volte imbarazzante, con approssimazioni pericolose ed inaccettabili sul piano accademico. In ultimo, perché mi sono riscoperto stanco ed arrabbiato per come tanti, troppi, nel mondo della politica, dell’accademia e dell’informazione non si rendano conto che quell’Antimafia Sociale che affermano di proporre e sostenere, impatta drammaticamente con un loro modo di vivere le comunità, comunicare, operare. Modo che inconsciamente – ne sono convinto – facilita il lavoro proprio alle mafie. Ed io credo invece sia utile e doveroso, proprio partendo dallo studio e dalla conoscenza delle mafie pugliesi, cominciare a praticare davvero quelle forme di Antimafia dal Basso che sono gli anticorpi più importanti. A partire, anche, dalla creazione di consapevolezze chiare, dalla applicazione quotidiana di buone pratiche, da impegni precisi – anche impopolari, magari – nel campo del proprio agito politico e professionale. A partire dalle consapevolezze minime, come quella del post qui su.

Parole come Manifesto e simili mi appaiono desuete. A tratti tristemente insignificanti. Diciamo che oggi ho davvero voluto prendere un impegno con voi. Vi assicuro che ce la metterò tutta.