Archivi tag: Analisi

Savino Parisi torna libero

Di certo questa è una notizia. Dal marzo del 2020 il boss di Japigia Savino Parisi, uno dei fondatori della Camorra Barese, avrà scontato tutto il suo debito con la giustizia italiana e tornerà un uomo libero. Al netto di nuovi procedimenti che potrebbero investirlo e riguardarlo, riportandolo dietro le sbarre o sotto la lente di magistratura e inquirenti. E la storia recente del boss ci ha abituati a colpi di scena simili. Allo stato attuale, però, tra nove mesi o giù di lì, in virtù del complesso calcolo di cumuli, già scontati, assorbimenti, Savino Parisi tornerà in libertà. E tutto lascia presumere che tornerà nella sua Japigia, nel Quadrilatero su cui ha sempre regnato.

Come questo impatti con Bari, col quartiere e con le dinamiche criminali della Camorra cittadina è stato nelle scorse settimane materia d’analisi. In tanti si sono affrettati a chiarire che il nuovo corso imposto in città dalla assenza della sua figura a reggere gli equilibri potrebbe ricomporsi secondo logiche diverse. In tanti hanno affermato che torna in città “l’uomo forte”, il “Mammasantissima”, lui che da sempre “tutto ha disposto”.

Noi sommessamente preferiamo qui attendere gli eventi, aspettare e sospendere il giudizio. Perché ci sono dei fatti – troppi – che rendono davvero difficile elaborare previsioni o stilare pronostici.

I Palermiti hanno vinto una guerra sanguinaria, imponendo a Japigia nuove regole nel mercato della droga. Non è una novità che già lo facessero; il dato nuovo è che hanno esteso il loro controllo anche al fiorente mercato dell’ingrosso, che da sempre, almeno per parte, il gruppo di Parisi gestiva. Come i due vecchi leoni di Japigia decideranno di ricomporre una frattura maturata proprio in seno alla loro coabitazione è difficile dirlo. Anche perché, dalla guerra del 2016, gli uomini di stretta vicinanza al boss Parisi si sono tenuti sempre a debita distanza, lasciando a combattere solo seconde file strette attorno alla figura di Busco, un raider del malaffare che nella sua parabola criminale ha già cambiato almeno due casacche. Sono in tanti, più silenziosi, a sostenere che Parisi abbia già mollato anche il mercato della droga, dirigendo tutti i propri sforzi ad altre imprese. Ci sono i processi, del resto, a dirlo chiaramente: il clan ha provato una opera di riqualificazione interna spostando i core business su riciclaggio, imprenditoria grigia, acquisizione di beni sotto prestanome… e il mercato del crimine di strada l’ha abbandonato. E ci sono altri dettagli a dire che Parisi non è mai stato uomo di guerra e sangue. Come dimenticare la gambizzazione di Christian Lovreglio, suo nipote, originata dal desiderio dei Milioni – sponda Strisciuglio – di imporre il pizzo al gruppo dei Parisi orfano delle sue linee di governo? A quell’affronto, il clan rispose pagando, evitando un conflitto, scansando la strada.

C’è tanto, insomma, che cova sotto la cenere. Ed è sempre il caso di essere prudenti. Parisi ha chiarito coi fatti – MAI con le parole – di essere ormai in pensione dalla criminalità di strada e dalla camorra dello spaccio e del piccolo cabotaggio. Ed è proprio ingenerata da questa condizione la guerra e l’instabilità di questi mesi passati. Cosa succederà sarà di sicuro argomento di studio attento. Perchè disegnerà in un modo o nell’altro un altro pezzo importante di una parabola criminale imponente. Adesso, però, crediamo sia davvero il tempo dell’attesa, dell’approfondimento sereno. Nove mesi, in fondo, sono ancora lunghi a passare.

Annunci

Ceglie e nuovi equilibri

Ceglie è un vetrino importante. Proprio come Japigia. Si propone come tale per i prossimi mesi perché è il territorio di un clan storico il cui padrino è “tramontato”. Come a Japigia, infatti, il vessillo dello storico capoclan è calato. Poco importa se in questo caso il rivolgimento è dovuto al pentimento ed alla morte del boss piuttosto che ad un abbandono del campo per scelte unidirezionali della famiglia egemone. Ceglie è un vetrino importante perchè, morto Di Cosola, la situazione non è affatto migliorata. E quel che adesso sarà importante capire è come si ridistribuirà la struttura rimasta orfana. Come i colonnelli decideranno di gestire la fase di transizione. E che tipo di modello sceglieranno per il prosieguo della loro attività criminale.

Antonio Di Cosola, nella sua storia criminale, ha sempre regnato in modo tirannico ed indiscusso sulla sua struttura. Accentrando quasi sempre nelle proprie mani – o in quelle dei familiari più stretti – il vessillo del comando. E in una carriera trentennale non ha mai accettato alleanze, finendo spesso per combattere guerre sanguinose con chiunque promessa e mettere in discussione il suo dominio. Lo ha fatto coi Parisi, lo ha fatto con la loro emanazione – gli Stramaglia – lo ha fatto con gli Strisciuglio di Carbonara.

Morto Di Cosola, però, alcuni segnali di una profonda riarticolazione ci sono già stati. E sono segnali inquietanti se è vero che proprio in seno alla famiglia di sangue del boss si è scatenata una bagarre tra cugini che ha portato ad arresti, indagini, ridefinizione degli equilibri. E’ del mese scorso, infatti, la notizia di una operazione contro il ramo Masciopinto del clan, quel legato da vincoli di affinità alla figura del vecchio boss. Il dato inquietante è che la vittima delle attenzioni criminali del gruppo, in questo caso, sarebbe stata un figlio del vecchio boss, spostatosi su rami d’affari in chiaro, che il resto del clan aveva in animo di tagliggiare perchè non accettava l’uscita di scena del personaggio. Non in quei termini almeno, non senza pagare dazio. Un segnale evidente di un gruppo ancora fortemente coeso ed agguerrito. Capace di imporre con pochissime remore la propria violenza cieca anche a pezzi della famiglia autorevoli e di lignaggio.

Tutto lascia pensare che il timone non sia stato ceduto e che la linea sia ancora quella di mantenere un controllo autonomo e ferreo sulla ex frazione di Bari. Come questo andrà ad impattare coi delicati equilibri che in città si vano ridefinendo è argomento ancora tutto da leggere prima che scrivere. Di certo resta che si tratta di una frontiera di massima allerta per le forze dell’ordine e per gli inquirenti. Una frontiera che lascia pensare anche a interessanti sviluppi d’analisi.

Cosa ci dice la relazione semestrale della DIA?

Siamo al solito: purtroppo dobbiamo commentare dati che hanno un anno buono di delay, rispetto alla situazione attuale. E se è vero, com’è vero, che nel commentario che aiuta nella lettura, sono presenti spunti di attualizzazione del documento di analisi in questione, è anche – purtroppo – vero che molte delle affermazioni e dei suggerimenti del documento sono da validare ancora rispetto a quelle che saranno le risultanze di alcuni processi. E di alcune linee di indagine ancora aperte.

Bari è una città criminale, pesantemente condizionata nel proprio sviluppo da una criminalità organizzata agguerrita e molto evoluta. Ancora una volta, censiamo la spaccatura del corpo criminale barese in due tronconi precisi: quello che fa capo alle aristocrazie criminali delle dinastie fondatrici – Capirati, Mercante, Parisi e Di Cosola – e quello che invece si ritrova assiepato nella federazione Strisciuglio, ormai consolidata come realtà cittadina e non più novità nel catalogo della Camorra Barese. Come negli anni passati, per questa ultima consorteria, è possibile censire anche una lista di batterie aderenti, federate, parcellizzate per quartiere di appartenenza e per territorio di operatività. Caldarola, Campanale e Milloni sono i sodalizi con maggiore margine di autonomia e più consolidata autorevolezza. A seguire, negli altri territori, i blocchi affermati sulla scia di investiture della seconda ora – reggenti nominati dai massimi vertici. In questo caso parliamo di Ruta e Faccilongo, responsabili delle paranze di Enziteto e San Girolamo – in assenza del padrone di casa storico, Campanale. Discorso a parte merita l’enclave di Carbonara, dove da sempre regalo incontrastati gli Strisciuglio attraverso la sicurezza del gruppo facente capo a Baresi. Ora che quest’ultimo è dietro le sbarre, a testimonianza della irrinunciabili di quel luogo, la piazza è passata nelle mani del gruppo che la magistratura ritiene vicino alla famiglia Valentino – Vito, figlio del pentito Giacomo e di Angela Raggi, è l’elemento di spicco. In questo caso parliamo di una investitura che collega direttamente il gruppo di Carbonara ai vertici del Libertà, visti i rapporti strettissimi di parentela tra la moglie del boss del Libertà Lorenzo e la famiglia di Vito Valentino – attraverso la madre. Ad indicare la assoluta strategici e importanza logistica della ex frazione contadina.

GN4_DAT_18381214.jpg--.jpg

Fin qui la mappa, che non è sostanzialmente mutata dalla fine del 2017.

Quel che è importante analizzare, invece, è il passaggio denso di informazioni che la DIA concede ai traffici che le consorterie scelgono, come core business. E’ importante perché pone delle solide conferme rispetto alle analisi che qui abbiamo fatto nell’ultimo trimestre. La Camorra barese è spaccata a metà: l’aristocrazia sta lentamente abbandonando la strada, oppure mantenendo il controllo su di essa, attraverso la droga, solo per ragioni di cassa corrente. Tutti i vecchi sodalizi si stanno convertendo a forme di penetrazione del tessuto economico chiaro, attraverso prestanome o operazioni commerciali e burocratiche, per poter mettere a profitto in modo meno rischioso e più autorevole il tesoro messo da parte negli ultimi quarant’anni. Sarebbe, stando a questa traccia investigativa, il caso dei Capriati, che avrebbero esteso il proprio controllo e dominio indiscusso sul porto di Bari e su alcuni eventi di rilievo. Allo stesso tempo sarebbe il caso del clan Parisi, mai distaccato dal traffico di stupefacenti e concentrato in una serie di operazioni di riciclaggio e acquisizione di beni e imprese. Allo stesso tempo sarebbe il caso anche del gruppo contiguo al boss Mercante, che avrebbe identificato nel controllo di usura e concessioni per installazioni di videopoker il proprio business primario. Gli Strisciuglio mantengono invece un controllo sulla strada e sui territori di tipo predatorio: spaccio ed estorsioni. Ma si guardano attorno, identificando anche nella logistica per grandi eventi e nel taglieggiamento dei business a margine di questi un mercato da aggredire, conquistare e poi difendere.
Come a dire che esistono due camorre: una più primitiva, l’altra già ormai oltre la strada. Merito, in quest’ultimo caso, dei contatti e del know how acquisito in trenta e più anni di esperienza. E merito, anche, di un tessuto economico, burocratico e politico poco corazzato, in quanto ad anticorpi sociali.

Un punto importante, l’ultimo, è quello della espansione in provincia e del controllo su territori esterni alla cinta muraria di Bari. In quest’ultimo caso, è ancora il controllo capillare della droga lo strumento primario di colonizzazione dei territori. La situazione, in provincia, è sostanzialmente in equilibrio, con paesi di fede aristocratica e paesi di fede Strisciuglio. Fuori da Bari, le guerre di mafia non esistono. Caso a sé fa Bitonto, che vanta la presenza – dopo la polverizzazione del vecchio macroclan a conduzione D’Elia nei primi anni ’90 – di almeno tre diverse paranze gelate da quella esperienza. Due di queste sono strettamente collegate ai vecchi clan, per il tramite di elementi importanti e storici della criminalità bitontina. In un caso parliamo del gruppo dei Conte, legato ai Capriati, nell’altro di quel che rimane del gruppo familiare di D’Elia – gruppo adesso retto dai Cassano – che inveceavrebbe nei Diomede e nei Mercante i propri riferimenti baresi. Sull’altra sponda gli Strisciuglio, rappresentati in città dal gruppo dei Cipriano. Quella bitontina resta una situazione molto delicata, soprattutto per la feroce effervescenza delle dinamiche criminali tra i gruppi.

E proprio sulla pericolosità del sistema Camorra, per la sua ferocia, è necessaria una chiusa purtroppo ancora in fieri. Sulla faida del Madonnella. La dissoluzione del macroclan Parisi e la affermazione come esclusivista nel campo degli stupefacenti del clan Palermiti ha creato frizioni tanto all’interno del quartiere Japigia – con la guerra esplosa tra Busco e Milella, il secondo uomo forte dei Palermiti, il primo un tempo nel giro di Parisi – quanto all’interno del vicino rione Madonnella, un tempo alleato storico del gruppo degli japigini. Pietra dello scandalo sarebbe da ricercare nel diniego, da parte dei figli del vecchio boss Rafaschieri, a mantenere in piedi l’alleanza con Palermiti. Se prima la figura di Parisi garantiva, oggi, l’affermazione dell’altro padrino non tiene i giovani di Madonnella tranquilli. Anche e soprattutto da quando a Japigia si è trasferito – sotto l’ala protettiva della camorra del rione – Domenico Monti, mandante dell’omicidio di Bibi Rafaschieri. Secondo alcune indiscrezioni investigative, la miccia corta che avrebbe allontanato i Rafaschieri da Japigia sarebbe proprio questa. Il padre dei due, all’epoca figlioccio proprio di Eugenio Palermiti, fu ucciso su ordine di Monti. IL fatto che quest’ultimo viva indisturbato a Japigia sarebbe risultato agli occhi dei giovani Rafaschieri, un vero e proprio affronto. Anche e soprattutto da parte del boss, che con la sua autorevolezza avrebbe potuto negare dimora al Monti. La guerra esplosa a valle di questo dissapore, con i giovani Rafaschieri intenzionati a federarsi al gruppo degli Strisciuglio che fa capo a Baresi, ha visto attimi di estrema pericolosità e violenza, che Bari non può decisamente permettersi.
Sullo sfondo, ma ancora senza un perchè, resta il brutale omicidio di Domenico Capriati, giustiziato sotto casa con una operazione paramilitare in grande stile. Una ferocia ed una determinazione così evidenti hanno di sicuro una spiegazione. Purtroppo, questa agli investigatori sembra ancora sfuggire.

Grande è la confusione…

Una riflessione va dedicata alle operazioni delle forze dell’ordine condotte nelle prime giornate di dicembre contro differenti articolazioni della Camorra cittadina. Nella fattispecie sono stati arrestati 13 elementi riconducibili a tre diverse cosche, apparentemente in guerra tra loro. Si tratta di operativi e figure di riferimento del clan Rafaschieri- Di Cosimo, di operativi della articolazione Strisciuglio del San Paolo CEP e di un uomo collegato al gruppo Palermiti-Milella, egemone su Japigia da quando il clan Parisi ha – apparentemente – abbandonato il campo dello spaccio di stupefacenti.

La ricostruzione degli inquirenti getta luce su un momento molto delicato di frizione tra le due anime del gruppo una volta egemone nel quartiere Madonnella: i Rafaschieri-Di Cosimo. Da una parte Emanuele Rafaschieri, fratello del fondatore del clan, Vincenzo – Bibì, morto nel ’94 su ordine di Domenico Monti – intenzionato a mantenere salda e stabile l’alleanza con il gruppo di Japigia (leggi, ormai, Palermiti). Dall’altra i fratelli Di Cosimo, spalleggiati dalla seconda generazione del clan Rafaschieri, rappresentata da Alessandro e Walter, figli di Vincenzo. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni, da tempo erano intenzionati a saldarsi con alcuni dei gruppi federati agli Strisciuglio – segnatamente, il gruppo del San Paolo.
Una ridefinizione di equilibri interna che avrebbe visto, a quel punto, schierate sui due fronti contrapposti, le cosche dei Palermiti da una parte e degli Strisciuglio/San Paolo dall’altra.
Si spiegherebbero così il ferimento di Fachechi e l’agguato mortale contro i fratelli Rafaschieri. Si spiegherebbero così anche le deliranti affermazioni di Emanuele Rafaschieri su vendette da far pagare al proprio nipote Alessanro, colpevole di una serie di sgarbi nei confronti dei vecchi alleati. E probabilmente, anche nei confronti dei Di Cosimo, da tempo detentori di un peso specifico maggiore negli equilibri del clan. Nel mezzo una paranza nuova di criminali, composta da facce vecchie e nuove, tutte quante riconducibili al San Paolo e tutte quante orbitanti nella grande galassia Strisciuglio. Questo gruppo, non identificabile ancora a livello di appartenenze reali, avrebbe poi organizzato e pianificato una serie di risposte, sventate dall’intervento delle forze di polizia.

maxresdefault-59

La tesi su un fermento reale e profondo nella Camorra barese, dunque, finisce confermata dalle indagini. E la causa di questo fermento è, come si evidenziava, di natura duplice: da una parte la necessità di figure di secondo piano ma storico lignaggio di riaffermare il proprio peso nel momento in cui vanno prese decisioni importanti. Dall’altro la ridefinizione di enormi blocchi di equilibrio dovuta ad alcuni eventi che hanno scompaginato i vecchi asset. E quindi, da una parte l’uscita di scena del vecchio e autorevole padrino Savino Parisi, dall’altra l’affermarsi sulla scena di un nuovo gruppo, spietato e molto più incline all’uso della violenza, come quello dei Palermiti. Un gruppo che ha chiarito sin da subito, con la guerra di due anni fa nel rione Japigia, di non ammettere dinieghi o ingerenze di alcuno, nei propri affari. Allo stesso tempo, però, per tutti, Eugenio Palermiti ed i suoi uomini di fiducia (Milella su tutti, a leggere le carte della Procura) non sarebbero soci di maggioranza cui piegarsi facilmente. E questo perchè, proprio alla fine dell’era Parisi – per quel che appare – avrebbero preteso attenzioni maggiori a quelle dovute, ingerendosi da padroni anche in traffici prima di allora lasciati ai titolari dei quartieri di riferimento. Un ombrello troppo scomodo, sotto cui mettersi, insomma.

Come una guerra del genere possa proseguire, nei prossimi mesi, non è dato ancora prevederlo. Quel che è certo, comunque, è che la ridefinizione degli equilibri nella città ha già scompaginato più di un vecchio cartello. E non è impassibile che nei prossimi mesi la fame di affermazione di alcuni giovani colonnelli possa determinare altri scossoni.

I modi in cui ci si ammazza, parlano!

E veniamo alla conclusione del focus sull’omicidio di Domenico Capriati. A guardar bene, ovviamente, ci rendiamo subito conto che il focus non è tanto – o soltanto – su questo ennesimo fatto di sangue. Ma su un mutamento, profondo e reale, di cui anche nei prossimi aggiornamenti daremo conto, che sta interessando la Camorra Barese come sistema.

I modi dicevamo. I modi parlano, esattamente come i luoghi e le vittime. Ed in questo caso, come nel caso dell’omicidio di Walter Rafaschieri, ci dicono davvero tanto. Innanzitutto ci raccontano di una preparazione militare dei camorristi in circolazione che lascia impallidire anche le organizzazioni storiche, quanto a preparazione e capacità degli esecutori. Inutile girarci intorno: a Bari si è ormai forgiata una classe criminale nuova, quella degli “operativi”. Che non vuol dire soltanto killer o esecutori materiali. Vuol dire specialisti.
Specialisti nella logistica, nel richiedere ed aggiornare il parco auto ed i ferri del mestiere, ricorrendo sempre di più ad armi nuove, più performanti e sempre pulite. Cosa ci dice questo dato? Che le disponibilità in termini di denaro e contatti di questa organizzazione sono ormai così elevate da potersi permettere l’impegno all’acquisto di armi sempre nuove – sul mercato dell’est – e di auto sempre nuove e sempre più performanti.
Specialisti nella pianificazione: vuol dire che ci sono dei capisquadra, ai quali viene genericamente appaltato il “servizio” – l’omicidio – che hanno il compito di preparare il terreno, studiare il campo d’azione, valutare i momenti migliori e selezionare il materiale umano più consono all’azione. I processi all’organizzazione Strisciuglio – la FEDERAZIONE per capirci – sono chiarissimi in merito. La motivazione al processo Eclissi precisa che requisito indispensabile alla adesione alla Federazione è quello di concedere propri soldati alla organizzazione militare complessiva. Perchè è prassi, per la Federazione, agire in ogni contesto garantendosi sempre la presenza di un “operativo” del luogo in cui si agisce. Per una chiamata in corresponsabilità di fronte ad una guerra ed una saldatura più efficace tra gruppi, ma anche per mere ragioni logistiche – conoscenza più approfondita dei luoghi dei tempi, del contesto dell’azione.
Ancora, Specialisti nell’esecuzione. Killer preparati, senza scrupoli, capaci di mantenere il sangue freddo ed evitare errori, anche in condizioni di massimo rischio: eloquente in questo caso, il conflitto a fuoco che ha causato la morte di Walter Rafaschieri e il ferimento di suo fratello Alessandro – primario obiettivo dei sicari. Ma anche il delitto Capriati, in merito, parla chiarissimo: si tratta di un omicidio eseguito con tecniche militari, con uno studio del territorio puntuale, un esame delle abitudini della vittima certosino e soprattutto una esecuzione fredda, determinata, spietata.

omicidio-lorusso

A fianco di questo, però, ancora resiste quello che è un rituale arcaico e barbaro. Che è quello dello spregio massimo della vittima che suoni da monito anche al suo clan di riferimento, fino a raggiungere i suoi affetti più cari (e parlando dell’omicidio Capriati, balza subito agli occhi una identità precisa tra clan e famiglia). Questo rituale è fatto di azioni e risposte a codici precisi, arcaici, che affondano le radici in parole come Pietas, Sangue, Affetti. Domenico Capirati è stato atteso sotto casa – luogo inviolabile, se non di fronte a determinate necessità somme, come appunto quella di spregiare in maniera incontrovertibile la supremazia di un capo-clan.
Ancora, è stato inseguito di fronte a sua moglie – le donne vengono coinvolte in questo modo solo e soltanto per amplificare in modo estremo il portato di quel delitto, costrette ad osservare impotenti la morte del proprio congiunto. Attenzione, è già successo a Bari, proprio durante la guerra che Lorusso e Campanale si combattono come dirette emanazioni dei Capriati e degli Strisciuglio a San Girolamo. E’ successo in occasione dell’omicidio di Nicola Lorusso, padre del boss, ucciso per vendicare l’omicidio di Felice Campanale, storico mamma santissima del quartiere e da un ventennio, ormai passato a collaborare con gli Strisciuglio per tramite del figlio. La moglie, costretta a guardare l’omicidio del marito, ha riferito anche che i killer avrebbero cantato, mentre sparavano. Rituali detestabili, ritenuti necessari dai Campanale per vendicare l’omicidio del vecchio capo, avvenuto in circostanze non meno drammatiche, a margine del compleanno del nipotino, proprio nei pressi del luogo in cui si era festeggiato.
In ultimo, ma non perchè il dettaglio abbia meno importanza, a Capriati è stato esploso in pieno viso il colpo di grazia. Questo, piaccia o no, è un altro dettaglio che racconta di come certi codici sono duri a morire. Sparare in viso alla vittima vuol dire negargli umanità, sfregiarne il volto – che è quello che a livello inconscio ci codifica come uomini. Soprattutto però, è lo strumento con cui il clan rivale si assicura che i propri nemici non vedano concretizzarsi nemmeno il momento della pietosa attraverso la veglia funebre. Nessuno potrà guardare il corpo del boss composto, perchè la bara dovrà essere chiusa.

111410703-dd8ab8d9-0499-4663-ba5c-9c91ba03b256.jpg

Cosa ci dicono tutte queste analisi? Che la Camorra barese ha fatto ormai decisamente il salto nel mondo del crimine professionalizzato e strutturato, anche quando si parla di omicidi, potere militare, tendenze belliche. Perchè è vero che certi codici non possono essere dimenticati, perchè sono parte di una ritualità che identifica il camorrista per quello che è. Allo stesso modo, però, essi si riattualizzano per rimanere al passo coi tempi e permettere alla struttura criminale di resistere alle sfide imposte da una evoluzione sempre più veloce – e feroce – della Storia.

La prossima settimana…

Lasciamo per oggi, nella riflessione, spazio all’articolo uscito su EPOlis. Il problema, ovviamente, è che i luoghi fisici del giornalismo sono spesso molto vincolati agli spazi fisici. E ci sono discorsi che è possibile, doveroso, approfondire con un taglio e destinatari diversi in altre sedi.

L’omicidio di due settimane fa è uno di quei casi in cui, per le ricostruzioni sociologiche, criminologiche e storiche, il giornalismo non può bastare. E l’informazione, pur facendo la sua parte in modo completo, preciso ed esaustivo, si ferma e cede il passo ad approfondimenti diversi.

Per questo prendiamo l’impegno, nella prossima settimana, di approfondire in modo chiaro i tre punti da cui l’articolo di oggi si muove. E chiarire, attraverso questo percorso, perchè quel che diciamo a fine del pezzo oggi in edicola è tristemente possibile. Chiarire perchè, l’omicidio di Domenico Capriati scuote dal profondo il magma della Camorra Barese rischiando di innescare un sisma di proporzioni terribili.

A lunedì, allora. E buona lettura su EPolis, oggi.

La quiete

Chiunque studi i fenomeni collegati a mafie e criminalità organizzate sa una cosa, per certo. La quiete non è mai il segnale migliore. E non lo si dice per una questione di scaramanzia, per mettere le mani avanti o per tirarsela. C’è un motivo se la quiete, di solito, preannuncia tempeste. O comunque situazioni nuove e spesso molto poco piacevoli. Le mafie, da decenni, hanno imparato a convivere con la pressione dello Stato, degli inquirenti, delle forze dell’ordine. Ed hanno sviluppato nel proprio DNA una vera e propria propensione al “carsismo”. Altro non è che la capacità di scomparire alla vista, effettuare vere e proprie ritirate strategiche, mantenere un profilo più che basso, mentre ci si riorganizza o si cerca di strutturarsi al meglio.

Quella che Bari, da un mese e poco più, sta vivendo, è proprio una fase di questo tipo. Naturale e fisiologica, se si pensa che la situazione, per i clan, non è facile.

Sono in corso o in fase di avvio una serie di maxi-processi e processi molto delicati. Due a carico di un clan storico come quello dei Mercante (inclusa la loro articolazione Mercante-Diomede, diluita in vari settori economici su tutto il territorio cittadino). Allo stesso tempo, a margine di uno di questi due processi, il PANDORA, è coinvolto anche il clan Capriati, per le articolazioni extra cittadine. Alla sbarra, da ormai un decennio, in forme ricorrenti, ci finisce il clan Parisi. I Di Cosola hanno sperimentato che succede quando il boss, il capo dei capi vero e proprio, prima si pente e poi muore. E quello che rimaneva dello storico sodalizio legato al boss Andrea Montani, ormai ridotto a svaligiare appartamenti per vivere, è finito smantellato da una operazione anti usura che ha portato alla sbarra tutto quel che rimaneva della famiglia Montani-Mininni-Capodiferro. Come se non bastasse, un ingranaggio fondamentale per i business baresi, quello rappresentato dal gruppo criminale di Domenico Velluto, che importava e distribuiva all’ingrosso droghe leggere dall’Albania in Italia, è stato azzerato. Ovvio che, come dire, la Camorra barese possa apparire sconfitta. In realtà non è così.

2014-06-47999.jpg--triplice_omicidio_a_bari_non_mafia_ma_pura_vendetta_

Quel che sta avvenendo è davvero pericoloso, ed è importante alzare il livello di attenzione. Senza apparente concorrenza sul territorio, le batterie legate alla Federazione Strisciuglio stanno imponendosi sulle piazze, balcanizzandole. Libertà è ormai cosa loro, come loro dependance è da tempo San Girolamo-Fesca ed Enziteto. Il CEP-San Paolo, con alla sbarra tutti i sodalizi storici, sta conoscendo il riemergere delle figure marginali prima legate ai clan Telegrafo e Montani e successivamente al gruppo di Misceo. Anche Carrassi, fino ad ora appannaggio quasi esclusivo della famiglia Diomede grazie alla presenza di Biagio e dei suoi figli, è tornato territorio conteso. Perchè gli Anemolo, per quanto piccoli ed all’apparenza sconfitti già quindici anni fa, sono di nuovo tutti in circolazione. E la loro saldatura storica con la famiglia Montani può rappresentare una ragione di interesse, se si conta il vuoto totale lasciato dai nemici storici tanto al San Paolo quanto oltre Via Capruzzi.

A Carbonara e Ceglie gli emissari degli Strisciuglio non hanno concorrenza né rivali e nemmeno troppo in silenzio, grazie anche alla incomprensibile latitanza delle istituzioni in quei territori, stanno assicurando al proprio fianco tutti i giovani rimasti orfani dei Di Cosola.
A Madonnella, dopo il rush sanguinosissimo di fine settembre, gli equilibri ristagnano. Con il vicino quartiere di Japigia, ormai territorio dei Palermiti, pronto alla spallata anche violenta per tenere lontani gli uomini degli Strisciuglio.

Quella che Bari vive, in queste settimane, quindi, è una fase delicatissima. Gli equilibri sono labili ed i nervi sono molto molto tesi. C’è una somiglianza incredibile tra questo momento e quello vissuto a Bari alla fine del 2004, inizi del 2005, prima che esplodessero conflitti sanguinari e incontrollati. Anche allora, a margine di processi di enorme importanza e di fatti di sangue che avevano scosso l’opinione pubblica, i clan siglarono un patto di ritirata strategica impegnativo per tutti. Salvo poi, due anni dopo, far divampare conflitti in ogni quartiere. Non abbassare la guardia è fondamentale.