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Cosa ci dice la relazione semestrale della DIA?

Siamo al solito: purtroppo dobbiamo commentare dati che hanno un anno buono di delay, rispetto alla situazione attuale. E se è vero, com’è vero, che nel commentario che aiuta nella lettura, sono presenti spunti di attualizzazione del documento di analisi in questione, è anche – purtroppo – vero che molte delle affermazioni e dei suggerimenti del documento sono da validare ancora rispetto a quelle che saranno le risultanze di alcuni processi. E di alcune linee di indagine ancora aperte.

Bari è una città criminale, pesantemente condizionata nel proprio sviluppo da una criminalità organizzata agguerrita e molto evoluta. Ancora una volta, censiamo la spaccatura del corpo criminale barese in due tronconi precisi: quello che fa capo alle aristocrazie criminali delle dinastie fondatrici – Capirati, Mercante, Parisi e Di Cosola – e quello che invece si ritrova assiepato nella federazione Strisciuglio, ormai consolidata come realtà cittadina e non più novità nel catalogo della Camorra Barese. Come negli anni passati, per questa ultima consorteria, è possibile censire anche una lista di batterie aderenti, federate, parcellizzate per quartiere di appartenenza e per territorio di operatività. Caldarola, Campanale e Milloni sono i sodalizi con maggiore margine di autonomia e più consolidata autorevolezza. A seguire, negli altri territori, i blocchi affermati sulla scia di investiture della seconda ora – reggenti nominati dai massimi vertici. In questo caso parliamo di Ruta e Faccilongo, responsabili delle paranze di Enziteto e San Girolamo – in assenza del padrone di casa storico, Campanale. Discorso a parte merita l’enclave di Carbonara, dove da sempre regalo incontrastati gli Strisciuglio attraverso la sicurezza del gruppo facente capo a Baresi. Ora che quest’ultimo è dietro le sbarre, a testimonianza della irrinunciabili di quel luogo, la piazza è passata nelle mani del gruppo che la magistratura ritiene vicino alla famiglia Valentino – Vito, figlio del pentito Giacomo e di Angela Raggi, è l’elemento di spicco. In questo caso parliamo di una investitura che collega direttamente il gruppo di Carbonara ai vertici del Libertà, visti i rapporti strettissimi di parentela tra la moglie del boss del Libertà Lorenzo e la famiglia di Vito Valentino – attraverso la madre. Ad indicare la assoluta strategici e importanza logistica della ex frazione contadina.

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Fin qui la mappa, che non è sostanzialmente mutata dalla fine del 2017.

Quel che è importante analizzare, invece, è il passaggio denso di informazioni che la DIA concede ai traffici che le consorterie scelgono, come core business. E’ importante perché pone delle solide conferme rispetto alle analisi che qui abbiamo fatto nell’ultimo trimestre. La Camorra barese è spaccata a metà: l’aristocrazia sta lentamente abbandonando la strada, oppure mantenendo il controllo su di essa, attraverso la droga, solo per ragioni di cassa corrente. Tutti i vecchi sodalizi si stanno convertendo a forme di penetrazione del tessuto economico chiaro, attraverso prestanome o operazioni commerciali e burocratiche, per poter mettere a profitto in modo meno rischioso e più autorevole il tesoro messo da parte negli ultimi quarant’anni. Sarebbe, stando a questa traccia investigativa, il caso dei Capriati, che avrebbero esteso il proprio controllo e dominio indiscusso sul porto di Bari e su alcuni eventi di rilievo. Allo stesso tempo sarebbe il caso del clan Parisi, mai distaccato dal traffico di stupefacenti e concentrato in una serie di operazioni di riciclaggio e acquisizione di beni e imprese. Allo stesso tempo sarebbe il caso anche del gruppo contiguo al boss Mercante, che avrebbe identificato nel controllo di usura e concessioni per installazioni di videopoker il proprio business primario. Gli Strisciuglio mantengono invece un controllo sulla strada e sui territori di tipo predatorio: spaccio ed estorsioni. Ma si guardano attorno, identificando anche nella logistica per grandi eventi e nel taglieggiamento dei business a margine di questi un mercato da aggredire, conquistare e poi difendere.
Come a dire che esistono due camorre: una più primitiva, l’altra già ormai oltre la strada. Merito, in quest’ultimo caso, dei contatti e del know how acquisito in trenta e più anni di esperienza. E merito, anche, di un tessuto economico, burocratico e politico poco corazzato, in quanto ad anticorpi sociali.

Un punto importante, l’ultimo, è quello della espansione in provincia e del controllo su territori esterni alla cinta muraria di Bari. In quest’ultimo caso, è ancora il controllo capillare della droga lo strumento primario di colonizzazione dei territori. La situazione, in provincia, è sostanzialmente in equilibrio, con paesi di fede aristocratica e paesi di fede Strisciuglio. Fuori da Bari, le guerre di mafia non esistono. Caso a sé fa Bitonto, che vanta la presenza – dopo la polverizzazione del vecchio macroclan a conduzione D’Elia nei primi anni ’90 – di almeno tre diverse paranze gelate da quella esperienza. Due di queste sono strettamente collegate ai vecchi clan, per il tramite di elementi importanti e storici della criminalità bitontina. In un caso parliamo del gruppo dei Conte, legato ai Capriati, nell’altro di quel che rimane del gruppo familiare di D’Elia – gruppo adesso retto dai Cassano – che inveceavrebbe nei Diomede e nei Mercante i propri riferimenti baresi. Sull’altra sponda gli Strisciuglio, rappresentati in città dal gruppo dei Cipriano. Quella bitontina resta una situazione molto delicata, soprattutto per la feroce effervescenza delle dinamiche criminali tra i gruppi.

E proprio sulla pericolosità del sistema Camorra, per la sua ferocia, è necessaria una chiusa purtroppo ancora in fieri. Sulla faida del Madonnella. La dissoluzione del macroclan Parisi e la affermazione come esclusivista nel campo degli stupefacenti del clan Palermiti ha creato frizioni tanto all’interno del quartiere Japigia – con la guerra esplosa tra Busco e Milella, il secondo uomo forte dei Palermiti, il primo un tempo nel giro di Parisi – quanto all’interno del vicino rione Madonnella, un tempo alleato storico del gruppo degli japigini. Pietra dello scandalo sarebbe da ricercare nel diniego, da parte dei figli del vecchio boss Rafaschieri, a mantenere in piedi l’alleanza con Palermiti. Se prima la figura di Parisi garantiva, oggi, l’affermazione dell’altro padrino non tiene i giovani di Madonnella tranquilli. Anche e soprattutto da quando a Japigia si è trasferito – sotto l’ala protettiva della camorra del rione – Domenico Monti, mandante dell’omicidio di Bibi Rafaschieri. Secondo alcune indiscrezioni investigative, la miccia corta che avrebbe allontanato i Rafaschieri da Japigia sarebbe proprio questa. Il padre dei due, all’epoca figlioccio proprio di Eugenio Palermiti, fu ucciso su ordine di Monti. IL fatto che quest’ultimo viva indisturbato a Japigia sarebbe risultato agli occhi dei giovani Rafaschieri, un vero e proprio affronto. Anche e soprattutto da parte del boss, che con la sua autorevolezza avrebbe potuto negare dimora al Monti. La guerra esplosa a valle di questo dissapore, con i giovani Rafaschieri intenzionati a federarsi al gruppo degli Strisciuglio che fa capo a Baresi, ha visto attimi di estrema pericolosità e violenza, che Bari non può decisamente permettersi.
Sullo sfondo, ma ancora senza un perchè, resta il brutale omicidio di Domenico Capriati, giustiziato sotto casa con una operazione paramilitare in grande stile. Una ferocia ed una determinazione così evidenti hanno di sicuro una spiegazione. Purtroppo, questa agli investigatori sembra ancora sfuggire.

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Oggi su EpolisWeek

Oggi – e ci torneremo con una riflessione dal taglio diverso – su EpolisWeek ragioniamo di quelle che sono le risultanze dell’ultima analisi della DIA su Bari. I dati sono quelli del primo semestre 2018. Sono però importanti: danno molte conferme al nostro lavoro! Ed a quello che qui scriviamo da mesi.

Potete leggere l’articolo gratuitamente da uno dei punti distribuzione oppure online scaricando l’app!