La paranza dei ragazzini

Qualcosa di molto interessante è successo anche al Libertà all’inizio di questo 2019.

Magistratura e forze dell’ordine, con enorme tempestività, hanno sgominato una paranza di giovanissimi – tutti diciannove, vent’anni – che con azioni di una inaudita pericolosità turbavano da qualche mese il sonno di esercenti e residenti del quartiere. A capo del gruppo, stando a quello che dicono le indagini, Ivan Caldarola, figlio del boss del quartiere Lorenzo, figura ormai centrale in tantissime vicende della nuova Camorra Barese e plenipotenziario, per lungo tempo del boss Domenico Strisciuglio.

La paranza, non inquadrabile come direttamente affiliata al clan Caldarola, si sarebbe resa colpevole di una serie di attentati dimostrativi portati con la tecnica della “stesa” o dell’incendio nei confronti di un circolo ricreativo e di un operatore di onoranze funebri. I magistrati avrebbero, nei propri dossier, in pugno una serie di intercettazioni ambientali e telefoniche che proverebbero incontrovertibilmente che le azioni erano preordinate, pianificate ed eseguite. Anche in sprezzo del pericolo a cui esponevano residenti, cittadini, persone estranee ai fatti.

Più, e ancora, il gruppo sarebbe stato pronto a compiere una azione dimostrativa eclatante con l’uso di armi da guerra – su questo non è ancora chiaro se i buoni rapporti che intercorrono tra il gruppo vicino a Ivan Caldarola e le paranze di San Paolo, Carbonara e Madonnella, potesse valere a inquadrare questa azione eclatante nel novero del conflitto a bassa intensità che ha scosso la malavita barese dopo l’omicidio di Walter Rafaschieri.

Al gruppo è stata riconosciuta pericolosità sociale e possibilità non solo di reiterazione del reato ma anche di inquinamento delle prove e per questo tutti sono attualmente in carcere in attesa di giudizio. Vale però la pena ragionare – e lo faremo dopodomani in un post apposito – sul fatto che il GIP abbia cassato l’accusa legata al 416 bis ossia le aggravanti mafiose per definire le azioni del gruppo.

Quel che importa adesso chiarire, però, in termini di dinamiche socio-criminologiche, è che al momento il Libertà si presenta come uno dei quartieri a più alta imprevedibilità criminale. Le vecchie leve del comando, prima saldamente nelle mani di Giuseppe Mercante e di Lorenzo Caldarola – ormai consuoceri e non più belligeranti – sono virtualmente libere. Il successore designato di Caldarola, il figlio Francesco, sta scontando una pesante condanna per omicidio – maturato proprio in difesa del fratello Ivan. La’ltra figura storica di riferimento, la moglie di Lorenzo Caldarola, Monica Laera, è sottoposta a procedimento dopo aver aggredito una giornalista del TG1 che voleva intervistarla. Per lei il GIP ha riconosciuto mafiosità del gesto. Ivan, da molti considerato ancora troppo giovane, è finito negli ultimi cinque anni al centro di una serie di vicende, anche processuali, con esiti ancora non tutti chiariti. l’ultima carcerazione, però, porta con sé accuse chiare e prove che i magistrati definiscono concrete. Ed è quindi probabile che per lui si prospetti una carcerazione. Cosa succederà nei prossimi mesi in un quartiere che non ha più un leader carismatico e formato e da un paio d’anni conosce il controllo delegato che una serie di figure impreparate esercitano in modo grossolano? Difficile dirlo. Di certo, nei prossimi mesi, il quartiere avrà bisogno di un monitoraggio costante, maggiore.

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Le signorine…

Qualche anno fa, uno dei tanti curiosi UFO che la prima amministrazione Decaro si era trovata accanto – non certo senza colpe – durante il suo cammino, ebbe a proporre, come soluzione finale del problema “prostituzione” che sarebbe valsa la pena utilizzare il lanciafiamme sui tuguri di San Giorgio – lungomare a Sud. Con simpaticissimi echi che rimbalzavano serenamente tra Apocalypse Now e le goliardate del IV Reich sul potere disinfettante delle fiamme. Era fresco allora il clamore e vibrante l’indignazione per quello che un servizio televisivo de Le Iene aveva sbattuto sotto il grugno di tutti i baresi: orchi nient’affatto stranieri pagavano e abusavano minori rom nei pressi dello Stadio San Nicola – altra tappa obbligata dei tour del vizio, a Bari.

I baresi, di colpo, sembravano scoprire che il vizio si stendeva tutt’attorno. Tra “bambini di vita”, mercenari del transgenderismo, scambisti, prostitute, schiave. E la politica, senza visione e senza progettualità, si ritrovava scoperta a dover improvvisare, tra il pugno di ferro civile del Sindaco e l’imbecillità di gentaglia come il consigliere di cui sopra.

Risultato? Un pochetto di clamore nei primi giorni, qualche buon colpo assestato dalla magistratura sul giro di pedofili che approfittava dei bambini rom…
Poi, però, più niente. Come se bastasse limitarsi al compitino.

Nessuno che si prendesse la briga, ad esempio, di censire l’offerta anche solo attraverso la consultazione dei nuovi strumenti che il mondo digitale offre a chi si voglia prostituire o a chi sia in cerca di una mezz’ora di compagnia.
Si scoprono cose interessanti sempre, se si ha la buona abitudine di guardare, senza pruriti e senza vergogna.

Si scopre ad esempio che il lungomare di Palese è una piccola Amsterdam del sesso sudamericano, proprio come l’ingresso di Santo Spirito. Si può scoprire che la zona di Palese Macchie è quella più conosciuta per l’offerta di transessuali. Oppure imbattersi in una ridda di annunci riguardanti la zona d’accesso di Santa Fara/Picone/Cotugno. Oppure rendersi conto che in quella zona curiosa in cui le vie dal centro si buttano nel Libertà è fiorito un mercato impressionante di sesso a pagamento. E QUESTO SOLO PER FERMARCI ALL’OFFERTA IN APPARTAMENTO. Non sono censibili, con questi strumenti, i veri e propri safari che si possono condurre sulle complanari della tangenziale, fino al confine con Triggiano.
Tra annunci professionali su portali dedicati al mondo escort ed annunci legati al circuito della prostituzione di basso cabotaggio, non meno di cento differenti professioniste del sesso. Escluse le “schiave di strada”. Il tutto, con un tasso di autoctone pari – stando a quanto dichiarato negli annunci – di appena una decina di signore/signorine.

Dati interessanti che meritano di essere letti perché tengono stretta una riflessione obbligatoria, a margine dello sgombero di inizio anno del quartiere del sesso a San Giorgio. Ottanta/novanta donne, giovani e meno giovani, che occupano per quindici/ventuno giorni un appartamento a scopo di praticarvi l’arte più antica del mondo… un affitto lo pagheranno a qualcuno. E saranno coordinate, almeno in parte, da una organizzazione che gestisce le turnazioni, tiene in contatti con i proprietari, garantisce la protezione. Possibile che sia così difficile capire?

Non serve indignarsi. Non basta più a nascondere un dato: Bari è una città in cui pezzi interi di cittadinanza sono conniventi con un sistema criminale. Bari è una città dove, serenamente, c’è gente, TANTA GENTE, che accetta compromessi incredibili con la propria coscienza civile. E si rende complice di un sistema di sfruttamento, schiavismo, barbarie. Perchè, è bene ricordarlo, dietro ogni porta in cui opera una prostituta, è molto probabile si nasconda l’ultimo anello di una catena che traffica in immigrazione, schiavismo, tratta di esseri umani. Chi affitta a questa gente i propri appartamenti è colpevole di quei reati tanto quanto chi quei corpi li acquista – sì, acquista – commercializza, violenta ogni giorno.

Valgono a poco i rigurgiti contro gli orchi, se ogni giorno un pezzo di città, nell’indifferenza, nella connivenza, nel guadagno, accetta di essere in prima persona orco. Vale a poco invocare il napalm, se non si ha voglia di chiamare le cose col proprio nome.

Di fronte a questo, l’amministrazione ha dato un primo, tiepido segnale: i proprietari delle case sono stati denunciati per aver affittato le proprie unità immobiliari coscienti che all’interno si sarebbe avviata la prostituzione. Un primo passo. Un percorso che va approfondito, però. Perchè in un campo delicato come quello delle connivenze italiane rispetto alla tratta degli esseri umani, allo schiavismo sessuale, non si possono accettare alibi o lasciare zone grigie. Ora men che mai, vista la cultura media che impera.

L’articolo su EPolis-Week di oggi…

Oggi vi lascio alla lettura dell’articolo che ho scritto per Epolis-Week.
Si tratta, un po’ della summa di quanto avvenuto nello scorso mese.
Perchè fosse possibile leggere notizie pur apparentemente differenti come la manifestazione unica di qualcosa di profondo e preoccupante: il radicamento ormai progressivo della Camorra barese in quella che noi crediamo essere ancora una società tutto sommato poco permeabile, quando non completamente refrattaria, al sistema criminale.

Credo non sia intelligente parlare di Camorra e preoccuparsi solo quando ci scappa un morto. Ed al tempo stesso non mi scandalizza che vecchi criminali e giovani figli di boss si possano consorziare per compiere reati che, poi, alla fine, sono per primi i magistrati a derubricare come intestazione fittizia di beni, evasione fiscale, riciclaggio. Non mi scandalizza che Tommaso Parisi o Vito Martiradonna si vedano tramutata la custodia in carcere in domiciliari: è scritto nel diritto.

Quel che mi spaventa, che credo debba spaventare tutti, è un dato: la coda di dicembre ci ha messo sotto gli occhi un’altra Bari. Contigua a quella criminale. Anzi… diciamola per bene. Ci ha mostrato che a Bari, dove meno ce l’aspettiamo, annidata in quella che ancora, chissà perchè, continuiamo a definire Bari Bene… in realtà ci sta annidato un germe pericoloso. Che tocca e trasforma in tessuto tumorale connettivo pezzi interi della nostra comunità. Dai dettaglianti di Madonnella ai ragazzini che non provengono da contesti familiari di “sistema” che spacciano a scuola o nei locali.

E mi spaventa che, davanti a questa realtà, si continui a parlare di una Bari bene che, giorno dopo giorno, sembra esaurire le sue scorte.

Il mercatino bio di Madonnella

Vi ricordate il macello successo a Piazza Chiurlia a Natale del 2016? Decaro decise di rivitalizzare l’ingresso a Bari Vecchia con un mercatino natalizio. I clan, che dovevano ancora fargli pagare la storiaccia delle forcelle del precedente San Nicola, mandarono a far chiasso, casino e taglieggio tutte le primavere delle loro famiglie, i ragazzini.

E finì che scattarono titoloni, vigilanza, socialità. Ed il mercatino di Piazza Chiurlia fu difeso. E visse belle giornate. Finì che la cittadinanza dimostrò vicinanza ad un percorso virtuoso come quello voluto da Decaro contro gli ambulanti abusivi, ma soprattutto contro le mani dei clan sulle feste patronali. Sul controllo criminale su pezzi del folklore, della tradizione, dell’economia.

A Madonnella, lo scorso Natale, è andato in scena un copione simile, eppure diverso. Il mercatino Bio non era promosso dal comune. E i clan di Madonnella non avevano “scorze” con l’amministrazione. Quello che è successo è un fatto più grave. Perchè p vero che tra le bancarelle del mercatino bio hanno cominciato a girare minacciosamente brutte facce del quartiere. Il problema è che quelle persone, in soccorso, le hanno chiamate alcuni esercenti del quartiere, preoccupati dalla possibile concorrenza delle bancarelle. Ed i vigili arrivati in soccorso si sono trovati davanti gente di sistema e commercianti, assieme, che a mezza voce suggerivano a tutti di chiuderla lì, smontare il mercatino. Perchè, evidentemente, lì comandavano altri.

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A poco è servita la vigilanza civile di quartiere, l’entusiasmo con cui tanti cittadini hanno difeso e dato solidarietà agli espositori: il mercatino ha fatto i bagagli ed è andato via.

Spiace. No, meglio, fa rabbia.
Perchè anche questo ci racconta di una città troppo abituata a vivere gomito a gomito con il Sistema, con la Camorra, con le famiglie. Ci racconta di una città e più ancora di un corpo sociale che è davvero troppo abituato a chiamarli coi vezzeggiativi i boss. Ed a credere che in nome di un qualche rapporto di vicinato – che a Madonnella il racket sui negozi non esiste come fenomeno endemico – si sia in diritto di chiamare a difesa la “malagente” solo e soltanto per vantare una propria prepotenza.

Oppure è ormai tristemente vero che ci sono pezzi interi di questa città che, nella contiguità con certi ambienti e certe figure, finiscono per credere che “certi sani e vecchi metodi” siano quelli giusti per far valere, non si capisce a quale titolo, un diritto che tra le brave persone ha solo il nome di prepotenza?

Quelli di Gomorra?!

Sì, si facevano chiamare così. Li conoscevano coi nomi dei protagonisti della serie di Sollima e Saviano. Oppure con nomi di battaglia eloquenti: la pit-bull, ad esempio.
Si erano dati alla “latitanza” o meglio, alla vita social di “malavita” da un paio d’anni. Da quando, smessi i panni dei bravi ragazzi di famiglie esterne al mondo della criminalità organizzata, avevano deciso di entrare a pieno titolo nel Sistema. Mettendosi a spacciare. Acquistando, non è ancora chiaro da chi, all’ingrosso e rifornendo un giro di clientele selezionate e solvibili. Non spaccio di strada, quindi, ma servizio di rifornimento per soggetti precisi, conosciuti e fidelizzato.

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E tra questi soggetti acquirenti, c’era davvero di tutto. O meglio, c’era tutto quello che si potesse considerare estraneo al sottobosco criminale o a quello della disperazione tipica dei contesti di tossicodipendenza diffusa. Servivano quello che qualcuno continua a chiamare il mondo della “Bari-bene”. Tra gli acquirenti stabili anche un rappresentante istituzionale eletto nell’ultima tornata amministrativa. Il suo è lo spaccato più detestabile ed allo stesso tempo più istruttivo di un mondo, quello grigio della Bari che tanto bene non è, che si arrabatta tra debiti di droga e piccolo malaffare diffuso. Tra droga, festini e bell’apparire. Tanto da far dire al capetto della paranza di spacciatori, al vertice della Gomorra cittadina, che proprio lui, quel rappresentante del popolo nelle istituzioni, era la prova provata che la politica era “merda” (cit.)
Ovvio, assieme ai rampolli ed ai giovani rampanti, ci stavano pure i ragazzini delle superiori, quelli dei quartieri estranei alle guerre di mafia. Quelli di Poggiofranco e del centro, per capirci. Come pensarli estranei, in una Bari che ogni giorno si scopre meno distante dalle brutte storie della strada?

Sono finiti tutti dentro o ai domiciliari. Alcuni, pochi per dire la verità, sono indagati a piede libero. Per nessuno è stato invocato il 416 bis. Ma ci sarà da ragionarci su questa storia. Perchè dimostra che, alla fine, la fascinazione per questa vita al limite, oltre il limite, contigua e impastata di codici e camorra, evidentemente fa presa. E tanta. E forse, questa Bari-bene di cui tanti parlano per definire i contesti tradizionalmente estranei dal malaffare… forse non esiste poi davvero.

Che succede a nord di Bari?

Ne parlavamo proprio due giorni fa.
Di sicuro, da qualche mese, Foggia è un posto più sicuro. Sarà vero? Dobbiamo crederlo, vista la forza con cui procura e forze dell’ordine hanno agito.

Questo però non vuol dire che la situazione, a Nord di Bari, sia pacificata. Nè vuol dire che la battaglia alle mafie darne sia vinta. Perchè proprio i Sistemi danni sono i più complessi, diversificati e radicati che il territorio pugliese abbia mai conosciuto. Non potrebbe essere altrimenti, se consideriamo che, alla fine, proprio la provincia di Foggia è la prima ad aver avuto contatti e continuità col mondo della Camorra. E non dobbiamo dimenticare che è proprio attraverso la Camorra e Cutolo che il padrino Rizzi è entrato nell’orbita dei Bellocco e di Rogoli, aprendo le porte di Foggia città alla prima emanazione della Sacra Corona Unita. Il problema è che, nella Capitanata, agivano già indisturbate realtà criminali ben più antiche e radicate. Almeno tre.

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A Cerignola, i gruppi che da sempre, a margine dei grandi business della ricettazione, dell’assalto a Tir e ai Treni e della droga. Più legati ad andriesi e bitontini, sull’onda di una antica alleanza che faceva della direttrice interna ss98, adesso 231, la via della ricettazione di autoveicoli e merce. Con il suo hub autostradale e la sua posizione strategica, Cerignola è divenuta ormai centrale per tute le questioni che riguardano lo sviluppo economico della provincia dauna. L’unica fortuna è quella che da sempre i cerignolani sono criminali interessati più a non veder intaccata la propria supremazia nel campo della grande ricettazione, che a tentare una pericolosa guerra per l’acquisizione di più zone di influenza.
A Manfredonia, con il controllo del golfo, dei traffici via mare e dello stupefacente, alcune batterie di anni si contendono la piazza. Arrivando anche a far strage. Facile da comprendere la violenza incredibile di questo conflitto: attorno a Manfredonia rutto un asse di enorme investimento, con l’area del polo industriale da ripensare e riqualificare. Allo stesso tempo, la vicinanza del centro a grandi realtà turistiche rende ghiottissime occasioni di investimento dei capitali e di acquisizione di enormi piazze di spaccio., Soprattutto in un momento storico in cui la piazzaforte estiva di Gallipoli è in forte calo. Si spiega così la recrudescenza ciclica di conflitti. Anche con altri gruppi, provenienti da altri contesti ed altre tradizioni. Come i gruppi dei montanari. Quelli del Gargano.
Appunto, il Gargano. Sul promontorio sempre i clan operano una presenza costante e condizionante in quasi tutti gli aspetti della vita di piccole comunità rurali. E tutto sono fuorché dei bruti analfabeti come una certa tradizione arcaicizzante ci ha fatto credere per troppo tempo. Sono ormai proiettati a business enormi, dal controllo delle politiche agricole e forestali, a quello sui flussi turistici. Dal grande business della droga a servire comunità piccole e ma ambite per la mole di domanda che sviluppano, fino a quello, ormai provato, del controllo del caporalato. Ed a margine, sul grande traffico di esseri umani.

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Ecco… qui ci sta il bubbone grosso… Perchè è vero che ormai sono proprio i gruppi dei garganici a controllare l’enorme business delle braccia e degli schiavi – e qui caporalato e prostituzione non si distinguono mai nettamente. Ma è anche vero che sullo stesso business, in un’area non troppo lontana, da sempre è un’altra la mafia che agisce. Ed è il Sistema di San Severo, che si occupa del controllo dell’agricoltura, soprattutto nella grande zona di raccolta dell’alto Tavoliere. Del resto, i gangster di San Severo, mai davvero articolati in una sola struttura, sono il riferimento criminale per un territorio vasti ed importante, logisticamente ed economicamente. E sono ormai forti di un operato praticamente monopolistico in una serie di traffici diversificati. Con contatti ormai strutturati da anni, tanto con le altre malattie pugliesi, quanto soprattutto con l’asse che conduce a Napoli. Il conflitto per le braccia, è bene saperlo, attende solo la miccia per detonare.

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Una situazione fluida, magmatica… ed in velocissimo mutare.
Non cantiamo vittoria troppo presto, quando si parla di Foggia e della sua provincia. C’è un sistema difficile da comprendere e disarticolare. Perchè, più che una singola organizzazione con più teste, si parla proprio di una serie ben diversificata di strutture che non operano quasi mai in sinergia o secondo una unica direzione strategica. Ma agiscono sullo stesso territorio, inquinandolo e rendendolo una delle province più arretrate e difficili d’Italia.

La società foggiana smantellata?

Moretti-Pellegrino e Sinesi-Francavilla. Questi i nomi dei due sodalizi che alla fine di novembre sono stati smantellati dall’operazione Decima Azione – un maxi-blitz con trenta arresti operato su ordine della Procura di Foggia.

L’operazione altro non è che la fisiologica prosecuzione dell’opera di contrasto al sistema criminale imperante nella provincia di Foggia dopo il primo consistente colpo portato nel 2013 con l’operazione Corona. Lo affermiamo, perchè proprio dalle ceneri e dai rami ancora vivi dell’organizzazione, sopravvissuti a quel blitz, sono nate e si sono rigenerate le due paranze criminali colpite da questi provvedimenti. Rigenerate così tanto da aver scatenato un vero e proprio conflitto per il predominio totale sulla città di Foggia.

Ed è particolarmente interessante notare come, a soli 100 km da Bari, lo scenario nella città di Foggia muti considerevolmente, quando si parla di malavita organizzata. Succede perchè, obiettivamente, Foggia non è Bari. Non lo è mai stata tradizionalmente. Foggia è una città che ha accettato, bei decenni precedenti, un solo padrino capace di imporre ferocemente il proprio predominio. Parliamo di Rizzi, uomo d’onore di napoletani e calabresi, riferimento prima per Cutolo poi per i Bellocco e per Rogoli. Un po’ tutti i gruppi nati dopo la polverizzazione del primo sodalizio criminale – cittadino e unitario, sotto l’egida di Rizzi – hanno cercato di ricondurre sotto la propria egemonia le altre batterie. Scatenando spesso contrasti e dissidi e non riuscendo mai davvero ad arrivare ad una definitiva spartizione di interessi e territorio.
Eccola la prima differenza: ad una dimensione più metropolitana di Bari fa da contraltare una visione più ridotta e “di paese” a Foggia. Ed è quindi fisiologico che, rispetto ad un parterre di interessi e possibilità economiche che si percepisce più risicato, la possibilità che due gruppi comunque consistenti accettino una mutua spartizione di interessi e influenze è impensabile.

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Proprio per questo, però, entrambi i gruppi avevano sviluppato linee di interesse molto diversificate. Altra differenza con la situazione barese. Se nel capoluogo di regione tanti clan si specializzano in determinati e precisi settori, ciò non può dirsi nel capoluogo danno, dove la tentazione espansionistica totale porta i clan a colpire tutti i settori economici ed a predare tutte le occasioni offerte dal panorama.

Ed infatti, oltre ai classici traffici di droga ed armi, ormai pesantemente condizionati sul versante dello stupefacente dalla propria capacità di mantenere saldi legami con la provincia di Bari e con i grossi fornitori baresi, i settori più attenzioni dalla Società erano quelli delle estorsioni e del controllo del gioco d’azzardo, attraverso una filiera che si occupava della gestione delle macchinette, dalla programmazione alla manutenzione all’installazione e riscossione. A fianco, tutto un sistema che si occupava non solo di taglieggiare le imprese e gli esercenti, ma che infiltrava parte del tessuto economico, soprattutto nel settore del caro estinto ed in quello della piccola distribuzione. Interessante anche il filone di inchiesta nato a margine di una investigazione sportiva sul Foggia Calcio, secondo cui nella società e nel pagamento di alcune mensilità sarebbe finito anche denaro riciclato.

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Un sistema interessante da studiare. Perchè confinato in un territorio tutto sommato parecchio contenuto. Ma proprio per questo capace di fare di necessità virtù rispetto ad un programma di intenti ben preciso. E se, quindi, il pallino era il controllo totale del territorio della città di Foggia, gioco forza i gruppi dovevano essere capaci di sviluppare competenze a 360°. Arrivando anche a foraggiare – così credono i pm – una società sportiva professionistica. Al tempo stesso, però, la mancata maturazione dei clan sta tutta spiegata nel rapporto che questi tenevano con il territorio. Se l’intuizione di puntare ovunque era corretta, così performante non era di certo la modalità con cui si agiva. Ad esempio, è stato di certo provato l’interesse verso il settore dell’edilizia, ma in questo caso, a fronte di una incapacità di infiltrare attraverso ditte compiacenti o aziende fittizie, ci si limitava a predare con il metodo estensivo questi attori commerciali. Un Sistema, insomma, che non è ancora riuscito a fare quel salto di qualità inquietante che lo leghi alle stanze dei bottoni. Anzi, a dirla tutta, un Sistema che a questo ancora non ambisce direttamente. Ma che è in grado di zavorrare e strangolare le aspettative legittime di un intero territorio e di una intera comunità.

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Decima Azione di sicuro da un colpo fortissimo ad una delle organizzazioni criminali che compongono quella che un tempo – erroneamente – si credeva una Quarta Mafia. E lo fa con chiarezza, mettendo sotto gli occhi di tutti quanto grave, in Capitanata, sia la situazione e quanto urgente la strutturazione complessiva di un sistema efficiente di antimafia che lavori in sinergia. Allo stesso momento, però, questa operazione non può permettere che l’attenzione cali su altri territori della stessa provincia, dove le mafie sono differenti e dove i Sistemi funzionano in modo completamente difforme da quello della Società Foggiana.