L’Ancora a Bari: un incendio che puzza di malaffare

Era rimasto chiuso da un bel po’ il ristorante sul mare “L’ancora”. Il vecchio proprietario non riusciva più da tempo a pagare il canone di locazione al Comune di Bari… e così aveva finito per chiudere. E quel ristorante, quel luogo, erano finiti al centro di una riflessione comunale generale culminata con un bando nel quale si valutavano offerte per la riassegnazione della struttura – e la sua riapertura. Il tutto tra mille difficoltà, visto che più di una volta la struttura era stata vandalizzata. E per i soggetti interessati, ogni volta era diventata meno conveniente, meno appetibile.

Sembrava fatta… invece nella notte tra sabato 8 e domenica 9, ignoti hanno appiccato  il fuoco in quella struttura, devastandola ormai irrimediabilmente. Proprio adesso che il bando andava a scadenza e che c’era una offerta. Evidentemente – l’ha detto bene il sindaco Decaro – c’è qualcuno che non ha proprio digerito che, anche in questo campo, le regole siano ferme e ferree. E che le assegnazioni seguano procedure regolari, chiare e trasparenti, di garanzia per tutti.

E che la cosa, da lontano, puzzi di malaffare e forse anche di Camorra lo dice un dato piuttosto interessante. Il lungomare di Palese, assieme a quello di San Girolamo, sono da sempre la scenografia ed il palcoscenico di summit, incontri e meeting delle cosche baresi. Più di una volta, a Palese come a San Girolamo, la polizia aveva potuto interrompere vertici criminali a tavola. Indice della facile penetratività di determinati settori, storicamente sotto minaccia del racket e quindi deboli, quando si tratta di fare resistenza alle richieste, alle pressioni. E c’è un altro dato che inquieta. Da tempo, nelle relazioni di investigazione, è segnalata la probabilità che determinate famiglie di Camorra, con alle spalle passati gloriosi ed ancora parecchia polvere da sparare, possano pensare ad un investimento concreto, attraverso prestanome, nei settori della movida e della ristorazione. Che non sia stata l’invidia ed il livore di un prestanome scartato ad appiccare le fiamme?!

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Una gradita segnalazione

Credo sia doveroso, di qui, dare menzione dell’uscita del mese, cedo quella più significativa nel panorama dello studio sociologico e criminologico delle mafie. E per me è anche bello poterlo fare perché si tratta della pubblicazione di un amico, oltre che, beh, del mio editore.

Parlo del libro “Ascia nera” di Leonardo Palmisano, edito nella collana Documenti da FandangoLibri. Si tratta di uno studio composito su quella che è una delle differenti mafie nigeriane – in Italia, però, la più capillarmente diffusa.

Il libro ha il gran pregio di essere di amplissima fruibilità, un testo divulgativo più che accademico, di sicuro destinato alla lettura da parte del grande pubblico. Più che una socio-etnografia, una vera e propria inchiesta che procede ed incede per paragrafi tematici e prova a sviscerare dall’interno miti, misteri e codici di una delle mafie meno conosciute ma ormai più pericolose del pianeta.

Tommaso Parisi va processato anche per mafia

A dirlo è la corte suprema, con una sentenza che ribalta le decisioni del Riesame. Il processo di cui si parla è quello contro Vito Martiradonna e figli, Tommaso Parisi ed altre primule rosse delle mafie italiane, per la creazione di quel noto cartello criminale che triangolando capitali di dubbia provenienza tra Malta ed altri paradisi fiscali, aveva acquisito il controllo su determinati gangli del mondo delle scommesse online.

A Parisi, cui era stata contestata l’intestazione fittizia di beni con aggravante del metodo mafioso, per il controllo, attraverso prestanomi, di agenzie di scommesse collegate al circuito doppio di alcuni borker di scommesse, si era vista stralciare l’aggravante dalla corte del riesame. Secondo quei giudici, non era corretto estendere a Tommaso Parisi, il cui ruolo sarebbe stato solo quello di proprietario occulto ai alcuni punti scommessa, l’aggravante del metodo mafioso, poiché non era assolutamente provato un suo ruolo nella costruzione del sistema Martiradonna.

I giudici della Cassazione, con la loro sentenza che accoglieva il ricorso della magistratura inquirente, hanno invece affermato che l’aggravante della mafiosità può e deve essere esteso anche a Tommaso Parisi. Per due motivi ben precisi. Il primo: ci sono troppe testimonianze concordanti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili su tutte le loro affermazioni, che sosterrebbero come l’attività di Tommaso Parisi fosse finalizzata anche al riciclaggio ed alla pulizia di capitali illeciti. In secondo luogo, la Suprema Corte afferma anche che la fittissima rete di contatti tra Tommaso Parisi, Vito MArtiradonna ed uomini di strettissima fiducia del Martiradonna stesso – tutti interessati nel processo dall’aggravante della mafiosità – non permette l’esclusione di quella aggravante per il solo Parisi. Come a dire, insomma, che chi è in affari e tratta con una organizzazione mafisa non può mai esserne considerato estraneo, soprattutto se è ben al corrente, come si afferma Parisi fosse, del carattere mafioso di quella organizzazione.

Un colpo che di sicuro avrà ripercussioni sulla storia criminale di quella famiglia e di Japigia, se si considera che fino ad ora, proprio la figura di Tommaso Parisi era stata tenuta al riparo anche dalle delazioni di pentiti e collaboratori. Un colpo da tenere d’occhio costantemente, proprio ora che la tradizione criminale dei Parisi sembra avviata al viale del tramonto.

E poi c’è il PON A.M.I.C.O.

Che questa volta ha fatto tappa a Trani. Proprio la scorsa settimana, Bari Cal.9 ha varcato i cancelli del SuperCarcere di Trani per una mattinata di formazione dedicata agli operatori con qualifica di Commissario, Ispettore, Coordinatore e Sovrintendente che prestano il loro servizio in quella struttura ed in quella comunità carceraria.

Inutile rimarcare quanto orgoglio mi dia poter prestare la mia opera di formazione anche a contatto con personale come quello della penitenziaria di una struttura delicata e importante come Trani. Perchè se è vero che i feedback che maturano in carcere sono per noi criminologi tesori preziosi, questo è ancor più vero rispetto ad una struttura come quella di Trani, dove le narrazioni ristrette sono di livello altissimo e dove è facile venire a contatto con il gotta di determinate strutture. Siano esse mafiose oppure sovversive.

Ed è proprio dal confronto con il personale che mi ascoltava ed interagiva che sono maturate tutta una serie di importanti riflessioni su “Radio Carcere” ossia sul filo rosso che unisce il dentro ed il fuori, non solo nelle narrazioni e nelle vicende umane dei singoli detenuti, ma anche e soprattutto nella narrazione collettiva di una organizzazione divisa tra dentro e fuori. Beh, Radio Carcere è un mondo che va indagato… e non è escluso che sia materiale per la prossima pubblicazione.

Una serata fantastica…

Sì, per impegni ed altre programmazioni ne diamo menzione solo ora… ma è bene farlo comunque. Anche se in colpevole ritardo.

Quella del primo giugno è stata una serata che davvero, come uomo e studioso prima che come autore, posso garantire porterò davvero nel cuore. Per la risposta graditissima di pubblico che ha riempito una delle Sale conferenze della mia città, per le personalità che hanno deciso di farmi compagnia nella presentazione del mio libro e per le loro parole, cariche di enorme significato e incredibilmente generose nel fare omaggio al mio lavoro.

Lascio a voi, qui, solo un assaggio di rassegna stampa sulla evento. Promettendovi sin da ora che raccoglierò in un unico spazio anche le interviste e tutti gli altri stimoli venuti fuori a margine di quella serata.

Il grido d’allarme del Procuratore

Il 23 maggio, approfittando della commemorazione di Giovanni Falcone, il capo della Procura della Repubblica di Bari, dottor Volpe, ha rilasciato una interessante intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno.

Il suo è un grido d’allarme che non può lasciare indifferenti. Volpe ammonisce sul pericolo di ritrovarci, nella lotta alle mafie, con le armi spuntate, per tutte le modifiche improvvide che negli ultimi anni hanno interessato la procedura penale italiana.

Una su tutte, purtroppo, la modifica folle di inserire l’omicidio di mafia nella lista dei reati che non possono accedere al rito alternativo dell’abbreviato – ed al conseguente sconto di pena – nel caso di collaborazione.

Qui a Bari, con i cento e passa pentiti e collaboratori che negli anni hanno permesso di penetrare nei segreti più profondi delle organizzazioni e di mandare a dama tutta una serie di processi e di maxi-operazioni, una modifica del genere rischia di portare un vero e proprio terremoto e spezzare le punte di ognuna delle armi a disposizione della magistratura. Soprattutto se si considera che la Camorra Barese è l’organizzazione criminale che più facilmente vede utilizzare i riti alternativi proprio per l’ampia propensione dei camorristi di Bari a sfruttare le possibilità di collaborazione offerte dai nostri codici.

Una riflessione sulla attenzione maggiore che bisognerebbe riservare a certi temi, mantenendoli lontani ed al riparo dalle necessità politiche di creazione del consenso, è oggi più che mai doverosa, visto e considerato che è proprio grazie alla nuova stagione dei collaborazioni e dei pentiti che è possibile intervenire, in Puglia, per colpire le organizzazioni adesso che sono ancora relativamente giovani.

Ancora sui Di Cosola

Splendida notizia, quella di un paio di settimane fa.
Confermate tutta una serie di condanne per i clan Di Cosola e Stramaglia. Si tratta dell’ennesima coda del processo nato dalle inchieste Hinterland ed Hinterland bis. Si inquadrava la guerra violentissima che ha sconvolto i comuni di Valenzano, Adelfia, Ceglie e Capurso, nei primi anni 2000, tra clan Stramaglia – da sempre costola dei Parisi nel sud est barese – e clan Di Cosola, quando la sua gestione era ancora saldamente nelle mani del dominus e fondatore Antonio. Si inquadrava quel conflitto, ma soprattutto si inquadrava e si provava l’intervento di Savino Parisi e dei suoi uomini per la ricomposizione di quel contrasto e la prosecuzione del rapporto, tra i due gruppi, secondo nuove logiche di non belligeranza e di equa spartizione del territorio.

Il tutto, ovviamente, senza affermare che il ruolo di Parisi fosse quello di Capo dei Capi ma semplicemente provando, una volta di più, l’autorevolezza del personaggio e la sua capacità di governare sodalizi esterni tramite rapporti di alleanza, storica primogenitura e comparaggio criminale.

Attenzione, non bisogna dimenticare che gli Stramaglia, orfani della guida del capostipite Chelangelo, prestanome e figlioccio di Parisi da sempre, sono da tempo guidati dagli uomini dei Buscemi, trapiantati a Valenzano da Bocca di Falco, Sicilia. Per cui, non parliamo di paranzette e bruscolini, ma di clan e cosche strutturate.

La sentenza, ormai definitiva, prova una volta di più quanto il controllo della Camorra sia capace di estendersi all’hinterland in modo diretto e spregiudicato. Oltre a quello, se ce ne fosse ancora bisogno, prova oltre ogni ragionevole dubbio che quello dei Di Cosola, a conti fatti, non sia mai stato solo e soltanto il clan feroce, brutale e primitivo che si è sempre descritto, ma siano invece un sodalizio moderno, capace di mutare ed adattarsi in modo veloce e performante alle nuove situazioni. Una conferma di questa tesi? Dopo il pentimento del capo Antonio, fu il fratello a prendere le redini del gruppo, rigenerandolo attraverso dei cambi al vertice e lanciando, proprio con gli ex rivali degli Stramaglia, una nuova stagione di collaborazione che il processo Hinterland aveva fatto in tempo già ad accennare in nuce ma sulla quale la magistratura sta da tempo lavorando.