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Sono giorni orribili!

Quelli che le comunità di San Severo e Rignano Gargano hanno attraversato nella scorsa settimana sono giorni davvero terribili. E non solo perché, sempre e comunque, una morte come quella del Maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro è un evento traumatico, impossibile da digerire. Ma anche e soprattutto perchè tira giù il velo su un contesto ed una situazione che è triste. Preoccupante davvero.

L’omicidio di Vincenzo è un atto grave. Una dichiarazione di guerra precisa, diretta. All’uomo ed alle Istituzioni che quell’uomo rappresentava, col suo lavoro e la sua divisa. Ma a muovere guerra allo Stato, quel giorno, con quelle revolverate, a Rignano, non sono state le mafie. L’assassino, se non per lievi punti di contatto, con le organizzazioni criminali non c’entrava nulla. Ed è questo il dato più grave. Perchè a dichiarare guerra allo Stato ed a tutti noi, con quelle revolverate, è stato un comune spacciatore, un criminale di mezza tacca.

Questo sta a dimostrare, una volta di più, che a muovere guerra a tutti noi, in alcuni contesti precisi – e quello del Gargano è un contesto di questi – è una sub-cultura intera. E’ un intero pezzo di cittadinanza, per quanto minoritario esso sia. E’ un blocco intero di cittadini che decide scientificamente ed a sangue freddo – lo dice chiaro l’assassino quando parla di “vendetta” – di sparare contro un carabiniere, sapendo di sparare contro tutti noi. E contro un presidio irrinunciabile: quello della legalità e dello stare insieme secondo le regole di giustizia.

Se consideriamo, poi, che le revolverate di Rignano fanno il paio con le porte dei municipi incendiate, con le teste di bestie lasciate sui parabrezza delle auto, con i proiettili imbustati e indirizzati agli amministratori ed ai funzionari, con le bombe del microracket che esplodono e inciendiano, il quadro è tristemente completo.

La DIA, subito, a Foggia… CERTO! I Cacciatori di Calabria sul Gargano ed il reparto Anticrimine; subito… e a tempo indeterminato.

Ma ora, adesso, prima che sia davvero troppo tardi: un patto vero per un pezzo di SUD che nel silenzio generale sta deragliando. Perchè a Foggia, oggi, raccogliamo i frutti di una messe quarantennale. Come li raccogliamo a Bari, con i maxiprocessi e le guerre di quartiere. Come li raccogliamo a Lecce, con i nuovi sacristi che tornano liberi e rimettono a profitto i guadagni di una vita di malaffare. E un patto vero vuol dire non solo ATTENZIONE E REPRESSIONE, ma anche e soprattutto INVESTIMENTI SANI IN LAVORO, INFRASTRUTTURE, RETI DI SOCIALITA’. Ed un lavoro attento e costante sulla cosa pubblica, perchè le amministrazioni siano PROTETTE, le elezioni siano REGOLARI, i presidi di rappresentanza PULITI.

Altrimenti, non solo il sacrificio insopportabile di Vincenzo sarà davvero vano… ma torneremo presto a parlare di Foggia, del Gargano, del Tavoliere. E non saranno notizie migliori. L’abbiamo visto già, questo film… e non è il caso di ripeterci!

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Ristampato

Oggi, visto il rosso sul calendario, piccola pausa pubblicitaria. E anche autocelebrativa, su, che non fa mai male.

Bari Cal.9 – Storia della Camorra Barese è nelle librerie già con la seconda ristampa dell’edizione. E questo vuol dire che il libro sta riscuotendo un successo davvero interessante. Più di tutto, soprattutto, quel che mi rende davvero orgoglioso è l’interesse che sta suscitando non solo negli addetti ai lavori, ma soprattutto nei baresi, nei cittadini. Perchè è il segnale che, almeno, di questa storia si può cominciare serenamente a parlare, a discutere, a sapere. E, perchè no, tra un po’, letto e digerito il libro, a confrontarci.

C’è un dato, più di tutti, che mi rende felice ed orgoglioso: a Feltrinelli, Bari, il libro è stabilmente nella top10… E sono soddisfazioni!

La criminalità georgiana

Ecco: questa scommetto che non la sapete.
Bari è ritenuta, a livello nazionale, la centrale di scambio e ricettazione più importante per la comunità georgiana. Parliamo di una centrale che sviluppa e movimenta quasi un terzo di tutto il volume di scambio che, in quota nazionale, anima il mercato del furto e della ricettazione. Come dire che, per Bari, passa un terzo della ricchezza prodotta a margine del furto. Un terzo! Forse non abbiamo nemmeno idea di cosa significhi. Troppi zeri dietro le cifre.

A Bari, pochi lo sanno, all’inizio del decennio, uno dei più importanti esponenti della mafia georgiana fu ammazzato da connazionali nei pressi della stazione. Era la figura di sicurezza di un importante gruppo di potere, all’interno del contesto criminale georgiano. E stazionava lì per assicurarsi che tutta una serie di traffici come spedizioni, trasferimento di denaro e via vai di persone, procedessero indisturbati. Per quell’omicidio c’è stato un processo. E ci sono state condanne.

No, non sapevamo che esistesse una mafia georgiana. Non potevamo pensare che a Bari, il clan Kutiaisi – uno dei più potenti in Georgia – avesse la sua irrinunciabile centrale operativa. Vero: spesso dimentichiamo quanto fondamentale, a volte, sia la nostra Bari. Non tanto sullo scacchiere nazionale, quanto più come porta in un mondo che guarda con sempre più interesse ad est. Lo dimentichiamo spesso… fino a quando, a farcelo ricordare, non arrivano notizie come queste. Il problema serio? Non siamo assolutamente preparati, anche investigativamente, alle sfide che attendono Bari e attraverso Bari l’Italia. Le mafie italiane, a questo c’erano arrivate cinquant’anni fa… scegliendo la Puglia e Bari come prossima terra di conquista proprio per il suo ruolo fondamentale di cerniera. Quel che non potevano immaginare è che ci sarebbe voluto tempo, ma da quella porta, altri criminali, altre cosche, altre mafie, sarebbero arrivate.

La piazza di spaccio di Piazza Umberto

A Bari, è bene dirlo, una emergenza reale collegata alle mafie nere non esiste. Lo abbiamo già detto, giova ripeterlo.
Come non esiste una vera e propria questione sicurezza legata alla presenza di una nutritissima comunità di immigrati di provenienza africana, spesso sprovvisti di permesso di soggiorno o altro.

Di certo, a Bari, esiste una quota di immigrati che delinque. Di certo, a Bari, esiste una quota di spacciatori che hanno la pelle nera. Sono quelli che animano in modo disomogeneo la piazza di spaccio di Piazza Umberto e dell’Ateneo. E che dividono quei luoghi con un’altra serie di delinquenti, immigrati, mescolati all’interno dei capannelli a tenuta stagna delle varie comunità ed etnie che quegli stessi luoghi li animano e li abitano – secondo alcuni li occupano e presidiano.

Esiste, nessuno lo nega, una questione sicurezza legata a quei luoghi. E non è solo affare di “percezione”, visto e considerato che in alcuni momenti della giornata, transitare per quelle piazze è difficile. Di qui, però, a parlare di strutture organiche, gerarchie e catene di comando… ce ne passa.

Soprattutto quando si parla di comunità africana.

E’ vero: chi anima criminalmente quei luoghi spacciando sono i neri. Ma questo non vuol dire che esiste una mafia nera. Questo vuol semplicemente dire che le batterie criminali collegate alla Federazione Strisciuglio hanno appaltato la gestione di determinati luoghi ad una quota di immigrati irregolari che preferisce delinquere più che sfangare la giornata in modo onesto.

Paradossalmente, la presenza di una organizzazione criminale strutturata e ramificata sul territorio, a Bari, è garanzia per il non attecchimento, nel breve periodo, di una struttura criminale immigrata. Perchè chi vuole delinquere ha campo aperto per trattare la propria sussistenza all’interno della Camorra Barese. E, sempre paradossalmente, è proprio la presenza di una mafia autoctona potente e radicata a prevenire anche il fenomeno della radicalizzazione di molti. Perché se è vero, com’è vero, che la gran parte dei “soldati” dell’ISIS sono cellule di disperazione cui il terrorismo conferisce autorevolezza ed identità, è altrettanto vero che quel “ruolo” e quella “identità”, la Camorra Barese è capace di darla, in un percorso di affermazione criminale che è pienamente in linea con quella che sperimentano i “guaglioni” baresi.

Quel che non si riesce a vedere è proprio questo. E cioè che la delinquenza nera, in città, a radici ben salde nelle contraddizioni tutte baresi del capoluogo. Non capirlo, ovviamente, è un gesto colpevole. Perchè non risolve il problema di una delinquenza di sussistenza nera, a Bari. E nello stesso tempo non permette lo smantellamento deciso delle linee di comando di quella organizzazione permettendole una rigenerazione costante ed un controllo continuo su pezzi interi della nostra città.

Se a Napoli si spara…

Se a Napoli si spara, a due passi da una scuola, in orario di entrata, senza pietà, con uno spregio del pericolo agghiacciante, di certo a Bari non si può stare tranquilli.
E non perché sia successo anche a Bari, in questi giorni, sia ben chiaro.

Ma perchè potrebbe succedere. Anche presto!

Sono tanti i segnali che denunciano un pericoloso ribollire nel magma della Camorra Barese. Tanti piccoli tremiti, a volte appena percettibili.

I vecchi padrini sono stati spazzati via dalle inchieste della magistratura. Sono in tanti ad attendere condanne pesantissime, nei prossimi mesi. Eppure…
Eppure a Bari il fiume bianco e verde della droga continua a inondare le periferie. Le piazze di spaccio sono in piena attività e gli angoli della movida barese sono infiltrati da una serie di insospettabili pronti a smazzare dosi a richiesta.

Qualcuno lo governerà pure, questo fiume. Qualcuno sarà pure pronto a contenderselo, quel fiume. Sì: sono due i gruppi che sono pronti a darsi battaglia nei prossimi mesi. Sono due cartelli diversi, con storie molto differenti ma con strategie praticamente identiche. Da una parte i nuovi signori di Japigia, solo apparentemente scomparsi ma in realtà attivissimi, come da tradizione, nel carsismo di ritirate strategiche cui i clan di quel quartiere ci hanno abituato.
Dall’altra, quel che resta in libertà di un cartello criminale vasto ed imprevedibile: quello della Federazione Strisciuglio. E qui, sono mille le ipotesi circa la possibile successione a Lorenzo Caldarola, che da qualche anno deve fare i conti con una serie di processi, detenzioni e condanne che ne hanno – di fatto – minato l’indiscussa autorità. La carcerazione di Baresi, sponda Carbonara, rende questo passaggio ancora più complesso perchè, in termini assoluti, nega il più prevedibile degli avvicendamenti.

Leggere il momento è difficile, complesso. Da una parte una dinastia criminale vissuta nell’ombra di Savino Parisi e adesso pronta davvero alla ribalta del grande traffico. Dall’altra una serie di gruppi tenuti assieme solo dalla logica del massimo guadagno a tutti i costi, anche quello di esercitare nel modo più plateale i paradigmi della ferocia militare e umana.

Una cosa è sicura: le armi in giro sono decisamente troppe. E le menti che governano quelle armi e conoscono le cupe che le custodiscono sono poco inclini all’arte del compromesso e della composizione bonaria. L’ha detto chiaro la morte di Walter Rafaschieri ed il ferimento di suo fratello Alessandro. L’aveva scritto a chiare lettere quel che era successo solo l’anno prima a Japigia, con la guerra tra Busco e Milella.

Non s’è mai temuto, a Bari, di sparare anche quando di mezzo ci poteva finire un innocente. Non s’è mai avuto rispetto, a Bari, di luoghi e contesti. S’è sparato sui cortei funebri, s’è fatto tiro al bersaglio contro case e palazzi, s’è usato il tritolo la sera della finale mancata di USA ’94, s’è ammazzato a ridosso dei salotti buoni. Prima e dopo che a cadere, innocenti, fossero persone come Giuseppe Mizzi, Michele Fazio o Gaetano Marchitelli.

A Napoli si spara fuori da una scuola. A Bari ci si deve preparare a qualcosa di dannatamente simile. Se non a qualcosa di drammaticamente peggiore. E’ bene saperlo; essere pronti. Anche perchè, tra qualche mese si vota in questa città. E ci sono candidati, autorità, Ministri della Repubblica, che a Bari, ancora oggi, la parola Mafia non riescono a pronunciarla.

Japigia: alla ricerca delle armi perdute

E’ storia della settimana scorsa. Non fa nemmeno troppo rumore, così, messa tra gli articoli di cronaca. Ma è una notizia che fa riflettere.

A Japigia e nell’hinterland un tempo controllato dai gruppi vicini al boss Savino Parisi si cerca disperatamente quello che era il vecchio arsenale del clan. Un arsenale che, stando a quanto ricostruito da pentiti ed analisti criminali, nei suoi trent’anni – più o meno – di implementazione, vanterebbe al suo interno pezzi da guerra di inestimabile valore militare. Probabilmente anche armi pesanti – per capirci bazooka e lanciagranate.

Non ci si deve stupire: interlocutori del clan, per decenni, sono stati i pezzi più marci dei sistemi politici della ex Jugoslavia – montenegrini su tutti – ed albanesi, in massima parte quelli all’epoca collegati ai clan in tramonto vicini a Hoxa e convertitisi a Berisha. Chi ha fatto affari coi Parisi, assieme alle sigarette, ha concesso benefit incredibili anche sul fronte dell’approvvigionamento militare. Garantendo forniture di pezzi interi di caserme. E non solo, visto che a tanti degli armieri del clan, negli anni, sono stati anche garantiti periodi di apprendistato militare con formatori che arrivavano direttamente dalle caserme della polizia e dell’intelligence militare.

Quello di Japigia è l’arsenale più pericoloso, certo. E la ragione non sta solo nella varietà di pezzi e nella pericolosità di ciascuno di essi. Il fatto, grave, adesso, è che quell’arsenale non è più nelle mani di un uomo come Savino Parisi, che aveva fatto della dottrina della deterrenza la sua filosofia di vita. No. Attualmente quell’arsenale è senza padroni dichiarati. Alla mercé di chiunque, potenzialmente. Per quel che ne sappiamo, non ha padroni. Ed è pericoloso, a Bari, che un arsenale così non sia nelle mani salde di qualcuno.

In ricordo di Giuseppe Mizzi

Il 16 marzo è un anniversario importante per la comunità di Carbonara. Il 16 marzo del 2011 fu ucciso Giuseppe Mizzi, un lavoratore onesto che nulla aveva a che fare con la camorra di quel posto.

Qui si seguito il mio intervento alla serata in ricordo di Giuseppe.

Mi sembra doveroso condividerlo anche qui, perché sono i concetti a cui spero di fare affezionare anche voi, quelli su cui ho voluto puntare maggiormente l’attenzione. Dando risalto all’importanza delle parole. E della distanza civile d tenere sempre, rispetto alla Camorra e ai camorristi.

(Ringrazio di cuore Antonella Ardito x le riprese e la condivisione)