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Tornare sul campo?

Enziteto è stato il primo quartiere con cui mi sono confrontato, da studioso, a Bari. Una sfida facile solo sulla carta. Da quella prima stagione di osservazioni, annotazioni, riflessioni, è nato un libro: “San Pio, per tutti ancora Enziteto” che la casa editrice la Meridiana di Molfetta ha pubblicato nel 2013. Gli studi alla base di quel libro sono tutti datati tra il 2007 ed il 2009 – le interviste hanno preso gli ultimi sei mesi di lavoro. Eppure, drammaticamente, nulla è cambiato. A dispetto di 3 grandi operazioni di polizia e di una presenza costante, sul territorio, delle forze dell’ordine.

Io, nel frattempo, in quei luoghi ci sono tornato altre due volte. Per cercare di leggere la speranza di un cambiamento, uno qualsiasi, uno che fosse uno.

Purtroppo, nulla. Cambiano le facce a lavoro – spaccio – tra Via del Rispetto e Via della Legalità. Cambiano e crescono le facce delle vedette che prima ti accoglievano. E che ora sono lontane – perchè sono riuscite ad affrancarsi dal quartiere o perchè sono finite inghiottite dalla malavita e sono dentro, in carcere. Quello che non cambia la declinazione di una esistenza di comunità quotidiana. Una esistenza fatta di marginalizzazione, di degrado, di abbandono da parte delle istituzioni. Quello che non cambia, purtroppo, è la consapevolezza, da parte dei clan, che quelle che si sperimentano ad Enziteto – io la chiamo ancora così quella parte di città – sono le condizioni migliori per chi voglia mettere criminalmente radici in una comunità. Per farla propria come quel pezzo di città.

Triste, quando un libro che ha una storia e delle stagioni alle spalle resta ancora di scottante attualità, non trovate?

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Le elezioni comunali…

Si avvicinano, a Bari, le consultazioni amministrative per decidere quali saranno i prossimi cittadini chiamati ad amministrare Bari e la sua enorme macchina cittadina nel prossimo futuro.

Si avvicina la consultazione e, purtroppo, al netto del lavoro di chiusura mandato del Sindaco Decaro, comunque impegnato in una serie di progetti che hanno a cuore anche e soprattutto il tema della legalità, la questione “sicurezza, legalità, antimafia” sembra latitare dalla scena politica e dalla discussione elettorale.

E se in generale quasi tutti i candidati sostengono l’importanza di un impegno costante e crescente per le tante periferie di Bari… Francamente, ad oggi, si fa fatica a capire quale sia l’approccio con cui i candidati vogliano procedere. E si fa fatica a leggere questi interventi, innanzitutto perchè tutti, ma proprio tutti, partono da un punto non condivisibile. Nessuno valuta come serio punto di discussione il carattere mafioso di alcune emergenze di quei quartieri dove si pretende di intervenire.

E quindi, ancora oggi, 2019, siamo costretti ad accettare il fatto che gli sfidanti di Decaro – in primis il collega di centrodestra Di Rella – non vogliano vedere. Oppure, per ragioni ancora poco chiare, continuino a sottovalutare una questione che ha viziato e vizia la città, la sua economia, la sua socialità.

Quel che purtroppo latita ancora, inoltre, è un serio codice etico per le liste ed il comportamento da tenere – impegnativo tanto per i candidati alle presidenze, quanto per quelli ai consigli. E quindi, allo spulcio delle liste, ancora una volta più di qualche disattenzione nelle scelte delle facce e delle storie da caricare nelle liste. E quindi, ancora, imperante ovunque in città la pratica oscena dell’apertura di comitati elettorali, soprattutto nei quartieri delicati. E, purtroppo, nessun monitoraggio di questi “mordi e fuggi” della malapolitica.

Poco più di una settimana al primo turno, comunque. Una consultazione da seguire con enorme attenzione.

In Ferrari sul sagrato della chiesa

Il Boss delle cerimonie ha fatto scuola anche a Bari. Del resto, la partenopeizzazione della malavita barese è cosa antica. Per dire… si chiama anche Camorra quella barese, e non è un caso.

E così, a chi scrive, il fatto che sul sagrato di una chiesa del quartiere Libertà sia comparsa una Ferrari come auto che accompagnava un figlio di un  boss a fare la prima comunione, non stupisce affatto. Del resto, basta dare un occhiata a certi profili instagram e Facebook di personaggi che contano, nel panorama criminale barese, per rendersi conto che il gusto pacchiano e sfrontato dell’esibizione è ormai il tema ridondante di ogni cerimonia che si rispetti. Ferrari o Limousine, poco importa. L’importante è che sia griffato, sia lussuoso, sia esibito nel modo più plateale possibile.

Di che ci meravigliamo, in un paese che ha sdoganato in prima serata gli eccessi alla Casamonica del popolino napoletano, attraverso un format televisivo come “IL boss delle Cerimonie”? Di che ci stupiamo, in una città dove non solo i neomelodici napoletani, ma anche alcuni volti trash-pop delle tv locali si prestano a comparsate alle ricorrenze dei figli e delle figlie di certi concittadini? Chi scrive, davvero, fa fatica a capirlo.

E ancor più si fa fatica a leggere questo stupore, quando, poi, quotidianamente, la tradizione orale del quartiere, quella che non sempre finisce sui giornali – semplicemente perchè non c’è un morto di cui parlare – raccontano di un luogo a legalità variabile. Racontano di giardinetti blindati e requisiti per le ricorrenze delle famiglie che “appartengono”. Le strade del quartiere sono presidiate in più punti, in modo nemmeno troppo occulto, da chi quel quartiere criminalmente lo abita, lo dirige e lo governa. Il tutto, nel generale silenzio, nella generale indifferenza, più che nella paura da omertà e disagio.

Sarà che ci si è abituati ad una presenza costante e apparentemente ineluttabile? Sarà che quando il mondo reale, invece di impattare drammaticamente con le cronache che ci circondano, ne diventa la copia in sedicesimi, tutto sembra ed appare di colpo lecito. Oppure diventa il fenomeno di cui parlare per un giorno, il feticcio accanto a cui farsi un selfie? Probabile. Una cosa è certa: la dura presa di posizione del parroco della chiesa è legittima: un momento sacro e intimassimo come quello del sacramento della comunione, con la Ferrari, decisamente non ha nulla a che fare. E sacrosanto è anche il diritto di cronaca, ci mancherebbe altro.

Il problema, per chi scrive, è l’oblio dei restanti 364 giorni, rispetto a tante peggiori storture che caratterizzano quelle strade e quei quartieri. Perchè non è possibile auspicare la stessa solerzia di cronaca in occasione delle feste che finiscono sempre nella requisizione di giardinetti e pacchetti? Perchè non si comincia a dare notizia degli spettacoli pirotecnici con cui le famiglie danno segnali là fuori? Perchè non si cerca di avviare un vero e proprio censimento di tutti quegli arredi urbani e quelle infrastrutture che, nel quartiere, la mala usa a proprio piacimento? E ancora, in quel quartiere, nel Libertà, che per parte sta diventando un luna park del sesso e per parte è ancora il buco nero in cui vivono, senza una reale regolarità amministrativa tantissimi cittadini regolari – poco importa il colore della loro pelle – che ne è stato della crociata del sindaco Decaro contro l’abusivismo? UN titolo, una pagina una sui numeri di questo fenomeno? Si chiede troppo?

Lasciamo al bambino il suo giorno da “Boss delle cerimonie”, per cortesia. Le emergenze criminali del quartiere sono una cosa un po’ diversa dalla riproduzione in sedicesimi di un mondo pacchiano e di pessimo gusto. Ci sono cose un pelino più serie di cui dovremmo tutti cominciare ad occuparci, quando guardiamo alla sicurezza ed alla legalità.

Torniamo sul foggiano

Il 20 aprile scorso, la Polizia ha stroncato una organizzazione criminale in territorio abruzzese. Il gruppo era dedito al traffico di stupefacenti ed agiva sul territorio di Pescara praticamente in regime di monopolio, controllando il mercato della droga di importanti centri come Pescara, Montesilvano e Francavilla a Mare. Quel che più ci interessa, però, è il canale di approvvigionamento del gruppo, che aveva la sua base logistica ben ancorata sulle pendici del Gargano e nei comuni di Foggia e Manfredonia.

Sì, perché il gruppo dei pescaresi poteva permettersi di agire indisturbato, vantando un potere militare obiettivamente sovradimensionato rispetto alla struttura, proprio perchè altro non era che un tentacolo di un gruppo ben preciso: quello dei Libergolis di Monte Sant’Angelo.

Le indagini, infatti, hanno dimostrato come la linea di comando e quella di approvvigionamento del gruppo fossero saldamente controllate da elementi di primo piano delle consorterie criminali dei Perna di Vieste, dei Francavilla di Foggia e dei Renegaldo di Manfredonia, tutti saldamente legati da un vincolo di alleanza strategica con il potente clan Libergolis, egemone in alcuni territori del Gargano e in espansione verso il golfo di Manfredonia.

L’indagine sul traffico è nata proprio a margine di quelle più complesse scattate all’indomani del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis, in cui rimasero uccisi, oltre a due incolpevoli contadini, anche due uomini di punta del clan Romito.

Cosa ci dicono queste indagini? Semplice. Dal Gargano, ormai forti di un potere economico e militare di tutto rilievo, alcuni gruppi stanno estendendo la propria influenza ed il proprio controllo anche ad altre zone della provincia e stanno mettendo il naso fuori dai confini regionali, individuando territori deboli in cui installare proprie centrali di appoggio. I LIbergolis, ormai incontrastati dopo il pesantissimo colpo inflitto ai Romito, sembrano insomma pronti ad affermarsi con uno strapotere incredibile, anche in luoghi in cui prima altri sistemi criminali imperavano. Del resto, la loro opera di supporto costante al gruppo Sinesi Francavilla, su Foggia, è indice di un interesse crescente verso i territori un tempo controllati dalla Società Foggiana. Ora, con il gruppo di Giosuè Rizzi e Rocco Moretti stroncato dalle ultime operazioni di polizia, il campo per i montanari sembra essersi definitivamente sgombrato. Resta da capire se gli uomini della mafia garganica vorranno davvero scendere dai monti in città o si accontenteranno di mettere un piede attraverso altre organizzazioni.

Polveriera foggiana

La fine di aprile ci ha regalato importanti novità sul territorio foggiano. Tutte, in coda alla tragica fine del maresciallo dei carabinieri ucciso a Cagnano Varano.

Nell’ordine: si è tornato a sparare nei territori che le mafie garganiche controllano e si contendono. Il primo a morire è stato il boss di Trinitapoli Cosimo Damiano Carbone, storico alleato dei Moretti di Foggia. Lo hanno ucciso sotto casa, la notte del 19 aprile. Ed è il secondo fatto di sangue a TRinitapoli dall’inizio dell’anno; il 20 gennaio a morire era stato Pietro De Rosa. Nella cittadina a cavallo tra le province BAT e Foggia sembra esplosa una guerra. E il dettaglio che a subire, per ora, siano i personaggi in qualche modo legati ai Moretti di Foggia ed a sparare siano le materie di nuovi criminali, collegati in qualche modo ai gruppi di Manfredonia la dice lunga sulla propensione di questi ultimi a tentare espansioni verso sud, andando ad occupare territori finora considerati cuscinetti verso la zona dell’andriese e la grande area controllata dalla Camorra Barese.

Ancora fuoco, questa volta a Vieste, dove a morire è stato il giovane boss Girolamo Perna, pezzo da novanta della Mafia Garganica. Ed è un omicidio interessante, dal punto di vista degli equilibri nel delicato scacchiere garganico, quello di Perna. Perché segnala una ripresa del conflitto tra il gruppo Raduano e quello Iannoli-Perna. Entrambe le batterie provengono dalla vecchia famiglia dei Notarangelo, egemone a Vieste fino ad una decina di anni fa. La dissoluzione delle precedenti linee di comando e la separazione dei due rami ha portato ad una escalation nel conflitto per il predominio sul territorio, con i Perna spalleggiati dai Libergolis ed i Romito a fianco dei Raduano. Quella che si delinea sul territorio di Vieste, importantissimo snodo economico per le mafie interessate al controllo sul traffico di stupefacenti in una rinomata località turistica ed al controllo su pizzo estorsioni e concessioni, è quindi una guerra non solo tra batterie criminali, ma tra pezzi interi di un sistema mafioso, interessati a ridisegnare confini e chiarire pesi e valori in campo.

Cosa si aspetti, ancora, per definire ad altissimo rischio la situazione in una serie diversa di territori della provincia, ad oggi, resta ancora un mistero.

Legalitria

Bari Cal.9 – Storia della Camorra Barese è in cartellone per il festival di Legalitria. La Casa  Editrice Radici Future sarà presente al Festival con un proprio spazio. Ed il libro sarà presentato nella cornice degli incontri con gli studenti. Il giorno è quello del 3 maggio, alle 10, presso l’ITCS Leonardo Da Vinci di Martina Franca (TA).

Sarà davvero una bella occasione per riprendere il tour delle presentazioni dopo la Pasqua ed i lieti eventi – sì, sono anche diventato papà di Alessandro.

Approfitto dell’occasione per informarvi anche che le programmazioni del blog subiranno una piccola variazione, prendendo una breve pausa che durerà più o meno fino al 10 di maggio, data in cui riprenderanno con la solita cadenza che conoscete.

Resta comunque inteso che per ogni iniziativa o ogni novità sarete tempestivamente informati.

Un abbraccio e Buona Festa del Lavoro.
Con la speranza che augurarselo, ancora, non sia solo un rito!

Il Termine Quarta Mafia? OFFENSIVO!

Non è Sacra Corona Unita, quella della Piana del Tavoliere, del Gargano, di San Severo, Cerignola, del Golfo di Manfredonia. Non è Sacra Corona Unita e non lo è mai stata.

A guardare bene, non è nemmeno semplicemente la Quarta Mafia, come adesso si comincia a dire, continuando a sbagliare. Ed è provocatoria la copertina di questo post: quello di Ruotolo è un libro che ha 30 anni suonati… con un titolo che è archeologia, oggi, ma che allora segnò un importante punto di rottura. Ed uno strappo indispensabile su un velo di silenzio e sottovalutazione – grazie Guido!
Perchè la Sacra Corona Unita è l’organizzazione criminale che opera nel basso Salento, secondo logiche permutate direttamente dalla ‘Ndrangheta ormai quarant’anni fa.
E Perchè dire Quarta Mafia vuol dire tutto e vuol dire niente… o meglio, vuol dire tutto provando a non interrogarsi. E finisce che si dice niente.

Quarta Mafia è una definizione antica, che andava bene trent’anni fa, quando tra Bari, Foggia, Lecce e Taranto, in guerre diverse, pezzi di organizzazioni diverse si ammazzavano e uccidevano un territorio. Adesso, a trenta e passa anni di distanza, con di mezzo decine di maxiprocessi e centinaia di inchieste… Quarta Mafia è un termine che deve farci sentire offesi. Tutti. Perchè sta lì a dimostrare che ancora, dopo tutti questi anni, rispetto alle organizzazioni criminali che operano sul territorio pugliese, lo Stato mostra pressappochismo, disinteresse, sottovalutazione.
E allora… Finisce che morti come quella di Vincenzo Di Gennaro, invece che inconsapevoli sacrifici, diventano tragedie ancora più insopportabili, per tutti. Perchè sono buone solo per i funerali, le passerelle pubbliche, le medaglie alla memoria. Ma non servono, purtroppo, a far fare alla Politica ed alle Istituzioni lo scatto di reni ed il bagno di umiltà necessario ad affrontare sul serio e per bene una battaglia difficile.

Da quando a Bari – e posso orgogliosamente dire di aver fatto, da studioso, la mia parte – si parla stabilmente di Camorra Barese e Federazioni criminali, da quando si affronta la criminalità organizzata cittadina in modo scientifico, con metodo storico e sociologico, tanti passi avanti si sono fatti soprattutto nella programmazione e gestione della parte investigativa. Perchè si è cominciato ad affrontare le varie organizzazioni in modo strategico, conoscendone le peculiarità e soprattutto i talloni di Achille – che quando si ragiona con i termini strettissimi del 416 bis sono quelli che fanno la differenza tra 30 anni e “il fatto non sussiste”.

A Lecce la grande stagione della lotta alla SCU cominciò quando si decise di ascoltare i pentiti attentamente. E di leggere per bene certi diari e certi quaderni. A Lecce si potè colpire la SCU con sentenze e condanne anche a lunghissime pene, perchè si decise di affrontare il problema scientificamente. Con tutte le armi che le scienze criminali mettono a disposizione – criminologia compresa.

Quarta Mafia? Quale delle tante? In Puglia noi ne abbiamo SEI!

A Foggia di mafie ce ne sono almeno TRE.
E tutte e tre sono diverse, distinte e peculiari. Perchè i Montanari del Gargano – attenzione: Montanari non è un cognome ma un modo di definire l’organizzazione criminale che opera sui monti del Gargano, divisa e litigiosa al suo interno – sono strutturati in un modo, hanno determinati interessi e vantano precisi contatti e legami. Gli uomini della Società Foggiana, camorristi per vocazione, hanno una struttura differente, che ad un processo organizzato coi crismi necessari a fronteggiare i montanari uscirebbe indenne. E poi ci sono le batterie criminali di Cerignola e San Severo, un’altra cosa ancora, diversa dalle altre due. Vogliamo proprio spaccare il capello? I gruppi di Manfredonia, in guerra coi montanari, hanno riti di affiliazione e padrini diversi… ma qui siamo al feticismo sociologico. 

Ce n’è abbastanza, credo, per arrabbiarsi, quando anche in Commissione Parlamentare Antimafia si continua a usare il termine Quarta Mafia, non trovate?