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Il voto di scambio?

Continua l’operazione instancabile delle forze dell’ordine e della polizia, a Bari, per verificare le decine, centinaia di segnalazioni su irregolarità avvenute a margine dell’ultima tornata elettorale. In tantissimi avevano denunciato pubblicamente – senza rivolgersi però agli organi competenti – tentativi di orientare il voto attraverso elargizione di buoni benzina, buoni spesa, denaro.

Se, fino ad ora, nulla è emerso di penalmente rilevante, è però vero che si tratta della prima, enorme, denuncia di un clima difficile attorno al voto. Un clima che è difficile perchè ancora enorme è la marginalizzazione di pezzi interi di una narrazione cittadina. E perchè ancora forti sono due povertà: quella materiale, che spinge ad essere facili prede dei raider di voti e quella socioculturale, che non permette una corretta interpretazione del diritto al voto come essenziale, nella vita di un cittadino.

Del resto, Bari, a più riprese, ha visto fenomeni di questo tipo ed inchieste che, pur non riuscendo a provare la colpevolezza di singoli, riuscivano a permettere di inquadrare un clima. Una condizione di oggettiva difficoltà, per pezzi interi di questa città, di esercitare serenamente un diritto.

Vedremo cosa porterà questa nuova inchiesta.

Donato Telegrafo scagionato. Non fu il mandante dell’agguato a Mercante.

La notizia è di metà mese. Abbiamo atteso a darla per le opportune verifiche. Donato Telegrafo, maggiore dei due figli di Nicola Telegrafo – il brigante – è stato scagionato in sede d’Appello dall’accusa di essere il mandante dell’agguato che nel 2012 stava per costare la vita al Vangelo di Camorra Giuseppe Mercante, storico boss della città. Confermate, invece, le accuse per i sicari individuati dalle indagini – tra i quali spicca il nome di Arcangelo Telegrafo, fratello minore di Donato.

Se, quindi, l’impianto accusatorio resta intatto per quel che riguarda movente di quell’agguato, dinamica e retroscena, viene meno il dettaglio su chi fu, nel clan Misceo Telegrafo Montani, ad ordinare quell’omicidio – non maturato solo per una purissima fatalità.

La sentenza, che restituisce per ora – in attesa di ricorso in Cassazione eventuale – all’innocenza Donatosi Telegrafo rispetto a questo reato, è quindi importante perché, nello stesso momento, certifica che, sì, tra il 2007 ed il 2014 a Bari fu combattuta davvero una guerra a bassa intensità tra due pericolosissime consorterie criminali. E che in quella guerra vanno incasellati una serie di fatti di sangue, finora apparentemente scollegati tra loro, che avevano a che fare con un mondo – contiguo alla malavita ma non pienamente inserito nel sistema Camorra – che si vide “misteriosamente” investito, in quegli anni, dalla furia del piombo dei clan.

Adesso sappiamo che, per molti di quei fatti, che ancora oggi continuano a mantenere una eco ben precisa, ad accendere la miccia fu un confronto molto acceso tra due figure di spicco del Quartiere San Paolo: Donato Telegrafo e Amleto Mercante, fratello di Giuseppe. E che fu proprio lo schiaffo dato da Mercante a Telegrafo, colpevole di aver alzato troppo la testa – lui che natali illustri di Camorra non poteva vantarne – a scatenare la furia del clan del San Paolo contro la famiglia del vecchio boss del Libertà.

Arresti a Trinitapoli

C’è l’ombra lunga della Società Foggiana che si allunga per la prima volta alle pendici del Gargano, nella storia che sta alla base degli otto arresti portati a termine dai Carabinieri di Rinitapoli contro gli uomini del clan Gallone. Sì, perchè nelle ordinanze quel che si prova è il deciso collegamento tra il clan della cittadina battina ed un gruppo preciso della Società Foggiana, ossia il clan di Rocco Moretti. E se consideriamo che, ormai da tempo, il territorio a Nord di Andria e Barletta, è passato sotto l’egida ed il controllo dei gruppi del Golfo di Manfredonia e dei montanari, allora ci rendiamo subito conto che questa nuova saldatura tra i Gallone – che agiscono in territori contesi tra montanari e mattinatesi – ed i Moretti, ci lascia presagire scenari davvero foschi. Delle due, una. O i Gallone hanno pensato di irrobustirsi le spalle, saldandosi con uno dei gruppi storici della malavita foggiana, una cosca che può vantare l’autorevolezza di padrini come Rizzi e Moretti e contatti con il gotta delle mafie italiane. Oppure – e sarebbe l’ipotesi più inquietante – sono i Moretti ad essere entrati a gamba tesa nel territorio, approfittando della spregiudicatezza ma anche dell’isolamento di un clan come quello dei Gallone, in guerra da decenni già nel giardino di casa propria e ormai al centro dello scontro più ampio per il predominio nell’area del golfo di Manfredonia.

Una cosa è certa: è il segnale ulteriore di una effervescenza paurosa del magma dauno. Ed è il segnale che i vecchi equilibri, ormai, non tengono più. E che per leggere le mafie della provincia di Foggia, presto, prima che sia troppo tardi, è necessaria una cassetta degli attrezzi aggiornata. E tanta, tantissima buona volontà!

L’Ancora a Bari: un incendio che puzza di malaffare

Era rimasto chiuso da un bel po’ il ristorante sul mare “L’ancora”. Il vecchio proprietario non riusciva più da tempo a pagare il canone di locazione al Comune di Bari… e così aveva finito per chiudere. E quel ristorante, quel luogo, erano finiti al centro di una riflessione comunale generale culminata con un bando nel quale si valutavano offerte per la riassegnazione della struttura – e la sua riapertura. Il tutto tra mille difficoltà, visto che più di una volta la struttura era stata vandalizzata. E per i soggetti interessati, ogni volta era diventata meno conveniente, meno appetibile.

Sembrava fatta… invece nella notte tra sabato 8 e domenica 9, ignoti hanno appiccato  il fuoco in quella struttura, devastandola ormai irrimediabilmente. Proprio adesso che il bando andava a scadenza e che c’era una offerta. Evidentemente – l’ha detto bene il sindaco Decaro – c’è qualcuno che non ha proprio digerito che, anche in questo campo, le regole siano ferme e ferree. E che le assegnazioni seguano procedure regolari, chiare e trasparenti, di garanzia per tutti.

E che la cosa, da lontano, puzzi di malaffare e forse anche di Camorra lo dice un dato piuttosto interessante. Il lungomare di Palese, assieme a quello di San Girolamo, sono da sempre la scenografia ed il palcoscenico di summit, incontri e meeting delle cosche baresi. Più di una volta, a Palese come a San Girolamo, la polizia aveva potuto interrompere vertici criminali a tavola. Indice della facile penetratività di determinati settori, storicamente sotto minaccia del racket e quindi deboli, quando si tratta di fare resistenza alle richieste, alle pressioni. E c’è un altro dato che inquieta. Da tempo, nelle relazioni di investigazione, è segnalata la probabilità che determinate famiglie di Camorra, con alle spalle passati gloriosi ed ancora parecchia polvere da sparare, possano pensare ad un investimento concreto, attraverso prestanome, nei settori della movida e della ristorazione. Che non sia stata l’invidia ed il livore di un prestanome scartato ad appiccare le fiamme?!

Una gradita segnalazione

Credo sia doveroso, di qui, dare menzione dell’uscita del mese, cedo quella più significativa nel panorama dello studio sociologico e criminologico delle mafie. E per me è anche bello poterlo fare perché si tratta della pubblicazione di un amico, oltre che, beh, del mio editore.

Parlo del libro “Ascia nera” di Leonardo Palmisano, edito nella collana Documenti da FandangoLibri. Si tratta di uno studio composito su quella che è una delle differenti mafie nigeriane – in Italia, però, la più capillarmente diffusa.

Il libro ha il gran pregio di essere di amplissima fruibilità, un testo divulgativo più che accademico, di sicuro destinato alla lettura da parte del grande pubblico. Più che una socio-etnografia, una vera e propria inchiesta che procede ed incede per paragrafi tematici e prova a sviscerare dall’interno miti, misteri e codici di una delle mafie meno conosciute ma ormai più pericolose del pianeta.

Tommaso Parisi va processato anche per mafia

A dirlo è la corte suprema, con una sentenza che ribalta le decisioni del Riesame. Il processo di cui si parla è quello contro Vito Martiradonna e figli, Tommaso Parisi ed altre primule rosse delle mafie italiane, per la creazione di quel noto cartello criminale che triangolando capitali di dubbia provenienza tra Malta ed altri paradisi fiscali, aveva acquisito il controllo su determinati gangli del mondo delle scommesse online.

A Parisi, cui era stata contestata l’intestazione fittizia di beni con aggravante del metodo mafioso, per il controllo, attraverso prestanomi, di agenzie di scommesse collegate al circuito doppio di alcuni borker di scommesse, si era vista stralciare l’aggravante dalla corte del riesame. Secondo quei giudici, non era corretto estendere a Tommaso Parisi, il cui ruolo sarebbe stato solo quello di proprietario occulto ai alcuni punti scommessa, l’aggravante del metodo mafioso, poiché non era assolutamente provato un suo ruolo nella costruzione del sistema Martiradonna.

I giudici della Cassazione, con la loro sentenza che accoglieva il ricorso della magistratura inquirente, hanno invece affermato che l’aggravante della mafiosità può e deve essere esteso anche a Tommaso Parisi. Per due motivi ben precisi. Il primo: ci sono troppe testimonianze concordanti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili su tutte le loro affermazioni, che sosterrebbero come l’attività di Tommaso Parisi fosse finalizzata anche al riciclaggio ed alla pulizia di capitali illeciti. In secondo luogo, la Suprema Corte afferma anche che la fittissima rete di contatti tra Tommaso Parisi, Vito MArtiradonna ed uomini di strettissima fiducia del Martiradonna stesso – tutti interessati nel processo dall’aggravante della mafiosità – non permette l’esclusione di quella aggravante per il solo Parisi. Come a dire, insomma, che chi è in affari e tratta con una organizzazione mafisa non può mai esserne considerato estraneo, soprattutto se è ben al corrente, come si afferma Parisi fosse, del carattere mafioso di quella organizzazione.

Un colpo che di sicuro avrà ripercussioni sulla storia criminale di quella famiglia e di Japigia, se si considera che fino ad ora, proprio la figura di Tommaso Parisi era stata tenuta al riparo anche dalle delazioni di pentiti e collaboratori. Un colpo da tenere d’occhio costantemente, proprio ora che la tradizione criminale dei Parisi sembra avviata al viale del tramonto.

E poi c’è il PON A.M.I.C.O.

Che questa volta ha fatto tappa a Trani. Proprio la scorsa settimana, Bari Cal.9 ha varcato i cancelli del SuperCarcere di Trani per una mattinata di formazione dedicata agli operatori con qualifica di Commissario, Ispettore, Coordinatore e Sovrintendente che prestano il loro servizio in quella struttura ed in quella comunità carceraria.

Inutile rimarcare quanto orgoglio mi dia poter prestare la mia opera di formazione anche a contatto con personale come quello della penitenziaria di una struttura delicata e importante come Trani. Perchè se è vero che i feedback che maturano in carcere sono per noi criminologi tesori preziosi, questo è ancor più vero rispetto ad una struttura come quella di Trani, dove le narrazioni ristrette sono di livello altissimo e dove è facile venire a contatto con il gotta di determinate strutture. Siano esse mafiose oppure sovversive.

Ed è proprio dal confronto con il personale che mi ascoltava ed interagiva che sono maturate tutta una serie di importanti riflessioni su “Radio Carcere” ossia sul filo rosso che unisce il dentro ed il fuori, non solo nelle narrazioni e nelle vicende umane dei singoli detenuti, ma anche e soprattutto nella narrazione collettiva di una organizzazione divisa tra dentro e fuori. Beh, Radio Carcere è un mondo che va indagato… e non è escluso che sia materiale per la prossima pubblicazione.